lunedì 9 luglio 2018

La Relazione di S. Marco: una "fake news" del XVII secolo - I parte.

La chiesa di San Marco in Sjlvis ripresa da una inusuale prospettiva.


Il tempio di San Marco sorse in epoca medievale, indicativamente verso il XIII secolo e comunque non oltre il XIV, nel pieno di un antico bosco posto a est della strada maestra che da Napoli portava verso Capua. Questa boscaglia che dalle paludi della Bolla (attuale Volla) copriva la Pianura campana fin quasi alla Valle Caudina, si diradava in corrispondenza della Via delle Puglie (attuale via Nazionale delle Puglie) e dei casali di Arcora e Casavico, nel territorio della futura Afragola. Il dicatum attribuito alla chiesa, “in Sjlvis”, è dovuto proprio alla sua ubicazione ai margini di questo bosco, sostituito già in epoca aragonese e vicereale (1504 – 1707) da campi coltivati esistiti fino all’incirca agli anni Settanta del secolo scorso1.
La chiesa dovrebbe essere l’unica delle tre storiche2 ad avere una data di fondazione precisa: 1179. Tale cifra compare in un solo documento, un poema di cui non si è certi dell’origine e neppure dell’autore. E' attribuito al frate domenicano afragolese Domenico de Stelleopardis, vissuto tra la metà del Trecento e il 14043. Questo frate avrebbe scritto questo poema in un anno imprecisato alla fine del XIV secolo. L’opera sarebbe stata riformulata in italiano cinquecentesco e pubblicata una prima volta nel 1581, poi nel 1607 e infine nel 1682, in una terza edizione nella quale prende il nome di “Relatione historica della fondazione della chiesa di San Marco della selvetella” e compare pure l’anno di produzione: 1390. Riporto alcune strofe (sono 24 in totale), a mio parere le più significative per l’analisi del documento che proporrò nella seconda parte di questo longread. Ho inoltre ulteriormente evidenziato le “frasi – svolta” che ci aiuteranno nell’analisi.

Il testo

Strofa 1

Io vò cantar del Santo Evangelista, 
E di sua Chiesa lo gran preggio, e stima, 
Che far si dee da ogn’un, che l’ha vista 
Con metro rozzo, e con rustica rima, 
E noto fare al Mondo, come 
l’anno Mille cento settanta, e nove appunto 
Il Re Goglielmo in Napoli regnando, 
Molte Chiese andava edificando.

  • Nella prima strofa appare la data del 1179 che, si badi bene, non compare in nessun altro documento attualmente a nostra disposizione.
  • Guglielmo II il Buono (1153 – 1189), fu il terzo Re normanno di Sicilia dal 1166 fino alla morte senza eredi. Avversario e poi alleato dell’imperatore Federico Barbarossa, ebbe mire espansionistiche verso l’Africa e Costantinopoli. Il suo regno fu vivacissimo dal punto di vista artistico ed intellettuale.

Strofa 5

Havea Guglielmo pensiero di fare 
un Tempio famoso per honore 
del gran Iddio, e del suo Protettore 
Marco l’Evangelista; e nel pensare 
Qual luogo egli dovesse destinare, 
Li venne in mente, che da Fragolani 
Rechiesto l’era di fare la Cappella 
Poco lontano dalla Selvetella.
  • La richiesta di costruire una chiesa era venuta dagli afragolesi. Non era quindi “una disposizione di casa Altavilla” come erroneamente è stato scritto in passato.

Strofa 7

Lo giorno si fabricava allegramente 
Dalli Mastri periti, e più saccenti 
La bella Chiesa: quando incontinente 
Di notte tempo gl’Angeli Celesti 
Spianando assai più velocemente 
La già fatta fabbrica terrestre, 
in mezzo della Selva l’asportavano, 
Et ivi con bel lavoro la collocavano.
  • Il trasporto miracoloso di un edificio sacro da un luogo all’altro per mezzo degli angeli è un topos agiografico molto diffuso nel Medioevo. Basti pensare alla Casa della Madonna, trasportata dalla Palestina a Loreto nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1296.

Strofa 8

Erano già molti secoli passati 
Quando Timoteo, detto il Dragontino, 
Havea in Nola pur martirizzati 
De’ Christiani Fedeli un stuol Divino, 
Mentre nell’Imperio Romano 
Con empia crudeltà e ferocia 
Regnava il crudel Diocletiano 
Inimico del nome Christiano.

Strofa 9

Da quello tempo furono trasportati 
In quella Selva molti Corpi Santi
Di quei Campioni già martirizzati 
Nel Teatro di Nola poco avanti, 
Per tenerli celati a quei tiranni, 
Ch’anco a corpi morti facean danni, 
Per mano de’ Fedeli qui nascosti 
Fra la Terra e Cespugli furono posti.
  • Timoteo Dragontino fu un ministro dell’imperatore Diocleziano durante l’ultima persecuzione dei cristiani, all’inizio del IV secolo. Fece rinchiudere San Gennaro in una fornace per ucciderlo e, fallito questo tentativo, lo fece decapitare.
  • I cristiani di Nola sopravvissuti agli eccidi seppelliscono i propri cari non sui monti dietro la città ma in un bosco a quasi 30 km dalla stessa, affrontando il rischio di essere scoperti nell’impresa. Analizzeremo questo punto nella seconda parte del presente dossier.

Strofa 13

Fatta la Chiesa poi, li Corpi Santi 
Essendo in luogo sacro collocati, 
E con divoto cuor da tutti quanti 
I convicini Popoli honorati, 
A molti se degnorno comparire 
Di Splendore,e di gloria adornati, 
Con veste bianca, e lume acceso in mano
Cantando lode al Trino Dio Soprano.

Strofa 15

Subbitamente ei (l’arcivescovo Sergio di Napoli, ndr) vi volle andare, 
Partendo a buona hora la mattina, 
Giunse per tempo, e volle celebrare 
La Santa Messa alla Bontà Divina; 
Dopo osservando con suo gran diletto 
Le cose degne di sì nobil Chiesa, 
Trovò che quanto l’havevano detto, 
Tutto ivi oprava Dio con effetto.

Strofa 16.

Et acciò che li posteri venturi 
Sapessero quali erano le mura, 
Che gl’Angeli di Dio spiriti puri 
Havean fabricato con premura 
Il buon Prelato, el segno della Croce 
Fe’ porre in molte parti, e così disse: 
Quelle mura dalla Croce in giù 
D’huomo opra non son, ma di Giesù.

L'ottava strofa del poema.

Strofa 18

Li segni, e li prodigi che mostrava 
il gran Signore in questo Sacro loco 
Furono molti, e ciascun ne parlava 
Dicendo che di notte tutta fuoco 
Pareva la Chiesa e che da par se stesse 
Con dolce melodia le campane 
S’udivano suonar quando li Santi 
lodavano il Signore con lor canti.

Strofa 19

Nel veder &udir tali portenti 
Accorrevano sovente gli divoti, 
E giungendo alla Chiesa, 
Penitenti De’ loro cuori sfocavano i voti, 
Pregando il Signor degli Viventi, 
Che si degnasse hormai sveltamente 
Manifestar i Corpi de’ beati, 
Et il luogo dove stavano atterrati.
  • L’autore del poema ha scritto poche strofe innanzi che la chiesa fu trasportata da un luogo all’altro per coprire i resti dei martiri nolani, ma adesso afferma che non si sapeva dove questi corpi fossero esattamente sepolti...

Strofa 20

Ma il Signor non volle esaudire 
L’humil preghier di tale gente, 
Perché pensò voler egli ingrandire 
Questo Paese più opportunamente 
Quando gli Patrioti afflitti, e gravi 
Da lor necessità tralasciaranno 
la già cadente Chiesa frequentare, 
Nè più la pensaranno edificare.
  • Alle preghiere dei fedeli di mostrare i corpi dei martiri, appena intravisti nelle notti nella chiesa solitaria, il Signore non concede soddisfazione. L’autore pensa che Dio volle riservarsi azioni in futuro quando la frequentazione della chiesa sarebbe diminuita a causa delle preoccupazioni degli afragolesi.

Strofa 23

O te felice Pompeo Cerbone
Che fosti degno di veder sovente, 
Quando tu oravi con divotione 
Quelli Santi Martiri, e Beati; 
Tu l’honoravi con divoti accenti, 
Et elli per mostrarti teco grati, 
Cooperando al tuo pietoso intento, 
T’impetravano dal Ciel ogni contento.
  • Solo un uomo pare fosse stato degno di avere le divine visioni di questi martiri. Di lui ci occuperemo nella seconda parte.

Strofa 24

O Fragola felice, e fortunata 
Che nel tuo segno sì nobili pegni 
Raccogli; e benché a te qua giù celati 
Siano quei Corpi: ne’ celesti Regni 
Da’ loro spirti sei patrocinata; 
Onde per l’avvenire non preggierai 
Fra le tue doti, che sia la più bella 
Che Santo Marco della Selvetella.

FINIS.

Questa la “Relazione”. Essa ci pone ben 7 questioni, delle quali la prima e la più importante è: chi è il vero autore di questo documento? E che ruolo ha San Marco in persona in tutta questa storia?

(Continua)

Note

1 Testimonianza orale resa all’Autore da residenti del quartiere.
2 Le altre due, come già ricordato diverse volte, sono Santa Maria d’Ajello e San Giorgio martire.

3 Domenico de Stelleopardis fu Inquisitore del Regno di Napoli per conto del Papa legittimo Bonifacio IX (1389 – 1404) nel caos provocato dallo Scisma d’Occidente (1378 – 1417).


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