venerdì 13 luglio 2018

Gli eroici pirati del maestro Salgari.

Titolo precedente della rubrica: “Il rosso e il nero (e il biondo)” - LINK.


Incontrai per la prima volta Emilio Salgari nel cammino del mondo della letteratura nel 2002, con “I misteri della jungla nera”. Fu amore a prima lettura: le avventure di Tremal – Naik (personalmente antipatico), i complotti dei thugs tagliagole, sopratutto le ambientazioni esotiche e vivide, scritte da un uomo che non aveva mai lasciato l’Italia, catturarono la mia attenzione, pagina dopo pagina. Un secondo incontro ci fu nel 2007, con “Il corsaro nero”, ancora più avvincente. Poi, sfortunatamente, preso dagli impegni universitari e lavorativi e dall’arrivo di altri amici letterari, persi i contatti con Salgari per 10 anni, finquando il 10 febbraio 2017 acquistai “I pirati della Malesia”. La combinazione fra arretrati letterari, un’estate africana e la ripresa degli studi mi hanno permesso di leggere questo terzo episodio salgariano solo durante l’ultimo mese. Ed adesso, come al solito, un breve accenno alla trama.

Sandokan in azione.

Il romanzo si apre con l’assalto pirata a una nave diretta verso il Borneo e lo sterminio di tutti i suoi occupanti, eccetto due: Kammamuri e Ada Corishant, in viaggio verso Sarawak per liberare Tremal – Naik, padrone del primo e fidanzato della seconda. Il capitano dei pirati, Yanez, li conduce a Mompracem, isola malese base della Tigre della Malesia, Sandokan. Riconosciuto in Ada la cugina della sua sposa defunta, la Tigre accetta di aiutarli nel liberare Tremal – Naik. 
Copertina della 1a edizione, 1896.
I tigrotti di Mompracem si mettono quindi in viaggio, arrembando una nave e salvandosi da un attacco delle forze inglesi. Sbarcati a Sarawak, Yanez si finge un inglese per essere ricevuto dal raja James Brooke e favorire la liberazione dell’indiano. Quando tutto sembra filare liscio, però, il piano messo in piedi dalla Tigre viene scoperto e i pirati battono la ritirata su un fortino in mezzo al mare. Tempo di attendere l’arrivo dei legni britannici e si scatena l’inferno: pallottole, bombe, colpi di cannone si abbattono sul fortino, seminando stragi fra i pirati e costringendo Sandokan all’onta della resa e della prigionia. I due fidanzati, ritrovatisi, vengono subito separati, e i pirati sono internati in una nave di galeotti diretta in Australia. Le risorse della Tigre non sono però finite. Organizza un ammutinamento, che però costa la distruzione della nave e lo sterminio dei criminali, uccidi dai dayachi cannibali e si conclude con una nuova prigionia a Sarawak. Un suo tigrotto, Sambigliong, riesce a salvarsi dalla prigionia e corre a cercare aiuto. Nel giro di appena 5 apgina il raja viene deposto, i fidanzati si ritrovano e Sandokan, messo sul trono un nuovo raja, torna a Mompracem, promettendo a Tremal – Naik che un giorno sarebbe sbarcato in India ad affrontare i peggior nemico dell’indiano: Suyodhana, la Tigre dell’India.

Una lunga avventura.

Il romanzo si apre con l’apparizione di Kammamuri e Ada, personaggi de “I misteri della jungla nera” ambientato in India. Stanno raggiungendo Tremal – Naik, avventato e ingenuo protagonista dell’opera suddetta, fatto prigioniero e portato a Sarawak. Il capitano dei pirati, il portoghese Yanez, è amico fraterno della Tigre della Malesia, Sandokan, ed entrambi protagonisti de “La tigre di Mompracem”. Da questo crossing – over fra il ciclo indiano e quello malese – non pensato inizialmente da Salgari e da lui costruito a tavolino - nasce il ciclo indo – malese con protagonista assoluto il capo dei tigrotti del Borneo. La Tigre della Malesia, impulsivo e coraggioso, testardo e focoso anche davanti alle forze ineguali, attrae tutti, nemici compresi; il fido Yanez, pacato e ironico, mente e braccio di Sandokan, riveste un grande ruolo d’astuzia; James Brooke, raja inglese di Sarawak, non è senza intelligenza e dignità, riconoscendo il valore dei suoi avversari. Totalmente sprecati Kamammuri, in ruoli marginali, e Tremal – Naik, figura inutile, ombra del cacciatore indiano visto ne “I misteri ”.
Si viene catapultati immediatamente nell’azione, con l’assalto pirata che conquista il praho su cui viaggiano i due ospiti indiani: gli spari, il sangue, le sciabole, le corse sul ponte, le grida, tutto immerge in un enfatica avventura. Gli scontri seguenti sono via via più violenti e cruenti, fino al climax dell’assalto al fortino sul mare, che fa strage di quasi tutti i pirati – anche se uno, Aier Duk, verrà “risuscitato” per distrazione dall’autore. Ci sono momenti, come quello della tempesta scoppiata durante l’ammutinamento, nel bel mezzo dello scontro a fuoco fra i galeotti e l’equipaggio della nave, in cui l’ansia prende a tal punto, tanto che si è presi dalla narrazione, tanto che ci si è calati nella narrazione, che ogni pagina sembra infinita e sembra di sentir gridare Sandokan “Viva Mompracem!!” a pochi metri da sé. Tanto più scialbo e indegno appare il finale: la liberazione di Sandokan e dei suoi, avvenuta per mano dei pirati giunti in soccorso, si conclude in poche pagine, privando la conclusione dell’epicità e dell’escalation d’azione che aveva caratterizzato l’inizio e i capitoli centrali. La fretta di finire per consegnare all’editore e passare a un’altra storia avrà influito su questo arronzamento, l’unico peraltro in Salgari, vero maestro dell’avventura.

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