giovedì 26 aprile 2018

Fonti storiche locali: Gregorio Magno e la Madonna di Campiglione.

La famosa Cona della Madonna di Campiglione.

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Papa Gregorio Magno (590 – 604), fu forse il Pontefice più seminatore della Storia del papato antico. Fu il protagonista di eventi storici di dense conseguenze per il futuro europeo come l’inizio della conversione al Cristianesimo dei Longobardi, l’avvio dell’indipendenza sostanziale della sede di Roma dal controllo di Costantinopoli (da lui peraltro costantemente ricercato), il consolidamento del potere temporale papale esercitato fin dalla metà del V da Leone I (440 – 461), l’iniziazione al Cristianesimo di impianto romano delle popolazioni britanniche e celtiche, il rinnovo della spiritualità monastica da lui tanto ambita e rimpianta all’indomani dell’elezione.
Ognuno di questi temi, di ampio respiro e dal notevole interesse, merita una trattazione più ampia di quella che possa dare ad essi in questo momento biografico personale, preso da tante cose, non tutte piacevoli – ma fortunatamente maggio è vicino.
In questa sede parlerà di questo grande Papa in prospettiva di storia locale campana, in particolare del suo legame con il santuario della Madonna di Campiglione in Caivano, retto dai Padri carmelitani. E’ proprio da una lettera del Papa, infatti che apprendiamo per la prima volta l’esistenza di una chiesa “in Campisoni”.
Il documento risale al 591, un anno dopo l’elezione del Pontefice. E’ la XIII del secondo libro di Lettere del Papa

Gregorius Importuno Episcopo Atellano.
Ea quae provide disponuntur fraternitatem tuam credimus libenter amplecti. Et quia Ecclesiam S. Mariae Campisoni in tua Parochia positam Presbytero vacare cognovimus praesentium portitorem Dominicum Presbyterum in eadem Ecclesia, ut praesse debeat, nos certum esse deputasse. Ideoque fraternitas tua ei emolumentum faciat eiusdem ecclesiae sine cuncutatione praestare, et decimae fructus Indictionis, qui jam percepti sunt praedicto viro fac sine mora restitui, quaternus eiusdem Ecclesiae utilitares, cuius emolumenta consequitur, Deo aiutore, sollicite valeat procurare”.

La mia traduzione è la seguente:

Gregorio a Importuno Vescovo di Atella.
Noi crediamo che la tua fraternità benevolmente accolga quelle (cose) che validamente sono disposte. E poiché sappiamo vacante di sacerdote la chiesa di Santa Maria di Campisone posta nella tua Parrocchia, noi abbiamo ritenuto che fosse certo che il portatore della presente (lettera) il presbitero Domenico debba presiederla. Perciò la tua fraternità faccia che egli riceva il beneficio della detta chiesa senza indugio, e i frutti della decima Indizione, che già sono stati percepiti fa che siano restituiti senza mora al predetto uomo, affinché con l’aiuto di Dio possa occuparsi degli interessi della detta chiesa della quale sono dati i benefici”.

Altri prima di me hanno sviscerato il documento sopra riportato dal punto di vista della sua validità e della sua importanza per la storia del santuario e non ripeterò la loro lezione. Ciò che interessa in questa sede è analizzare la fonte dal punto di vista della situazione delle terre a nord di Napoli alla fine del VI secolo (all’epoca di Gregorio il territorio della futura Caivano era conteso fra i Bizantini a Napoli e i Longobardi all’interno).

Innanzitutto, un punto che mi pare gli storici locali non hanno considerato è il valore del documento come testimonianza della fitta rete di rapporti che Roma stringeva con le varie diocesi italiche. Gregorio non era homo novus, era un influente uomo di potere già prima dell’elezione, sorprende tuttavia constatare come la sua rete informativa sia stata così vasta e capillare da informarlo che una chiesa della lontana diocesi di Atella fosse vacante. Evidentemente i rapporti con il Meridione erano regolari o non del tutto sconnessi come possono far presumere i tempi di sconvolgimenti politico – etnici del tempo di Gregorio, almeno nell’area atellana e napoletana: altrove registriamo che per decenni intere zone della Cristianità romana furono isolate dal legame con la Sede petrina.
Abbiamo quindi un legame stretto e continuo fra Gregorio e le periferie, che contribuì sia a tenere unite le diocesi più lontane a Roma sia a tenere informata la Curia dell’Urbe sulla situazione sociale, economica e spirituale delle varie aree italiche, spesso prive di una intelaiatura politica a causa dell’inefficienza della protezione bizantina.

Gregorio, appellandosi alla sensibilità del vescovo Importuno, chiede che la chiesa vacante di cura d0’anime di Santa Maria di Campiglione venga affidata al prete Domenico, latore della stessa lettera di nomina. Non solo, vuole anche che il vescovo si impegni a riconoscergli al più presto il beneficio economico derivante da rendite (sicuramente agricole) annesse alla cura d’anime della chiesa. Sotto l’apparente sollecitudine, utilizzando quella captatio benevolentiae che secondo Cicerone costituisce l’introduzione di ogni orazione di successo, Gregorio impone ad Importuno un sacerdote, forse estraneo alla stessa area atellana, e ordina che i frutti dei benefici ecclesiastici gli venga subito consegnato, sia pure per “gli interessi della stessa chiesa”. Gregorio agisce con sicurezza, con un tono che non ammette repliche perché sa che non sono previste, vuole che non siano previste. Il primato petrino in campo spirituale, dopo lunghi decenni di decadimento e perfino accantonamento per le debolezze dei Papi del VI secolo, torna in tutta la sua carica carismatica nella lettera del Papa, che dobbiamo considerare un modello per le altre spedite in ogni angolo dell’Orbe cristiano. 

Il Santuario oggi

Il presbitero Domenico prende così possesso della chiesa non per scelta del vescovo legittimo ma per una disposizione di un’autorità superiore universalmente riconosciuta, il Papa. Il vescovo Importuno è ricordato anche in un’altra lettera gregoriana, nel 599, anno della sua morte: evidentemente correvano buoni rapporti fra i due, almeno non ostili.
Il tema dei benefici ecclesiastici è vastissimo e avrà la sua “messa a regime” sopratutto in età carolingia e ottoniana. Il nostro documento afferma, tuttavia, che i benefici legati alla cura d’anime erano già presenti, dobbiamo pensare anche abbastanza redditizi. Dalla lettera apprendiamo che i redditi della precedente Indizione erano già stati assegnati, ignoriamo a chi: escludendo la possibilità che un altro sacerdote ne abbia avuto la titolarità (la stessa lettera è scritta proprio per la vacanza del titolare) dobbiamo supporre che erano nella disponibilità del vescovo. La fretta che il Papa mette al suo collega - “sine mora” - denuncia anche la povertà del nuovo titolare, che non poteva attendere fino al nuovo anno per il godimento delle rendite ma aveva bisogno anche di quelle passate.
La lettera ci fornisce altre notizie, ma per stasera fermiamoci qui.

Un paio di note aggiuntive.

La diocesi di Atella comprendeva il territorio, invero vasto, dell’antica Atella romana, e corrisponde ai territori diocesani attuali di Aversa, Acerra, Caserta e in parte Napoli. Si estinse verso l’anno Mille, quasi contemporaneamente alla vicina diocesi di Suessula, in seguito allo spopolamento del centro abitato principale e alla nascita dei casali napoletani del Basso Medioevo.

Non deve sorprendere la definizione di “parrocchia” data dal Papa alla diocesi atellana. Anticamente, per quasi tutto il Medioevo, l’unica vera chiesa parrocchiale fu la cattedrale. Gli altri templi nel circuito della diocesi medievale, fossero essi cappelle o vere e proprie chiese, erano considerate “prolungamenti” della chiesa madre cittadina nelle campagne. La distrettuazione ecclesiastica del territorio italico avverrà fra X e XI secolo, un po' più tardi nel Meridione a causa dei conflitti fra Bizantini e Normanni per il possesso del territorio. Solo allora avverrà la distinzione anche linguistica fra diocesi e parrocchia, in luogo della loro sinonimia perdurata durante l’Alto Medioevo, come testimonia la lettera gregoriana.

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