martedì 13 marzo 2018

Napoli,1614: via i soldati da Afragola!



Non è un buon momento per il direttore di questo piccolo vascello, come avranno intuito i miei 4 lettori. Fra esami, lezioni, progetti editoriali e pensieri personali ho avuto appena il tempo di dedicarmi alla ricerca e non me ne è rimasto per scrivere. Recuperiamo oggi con questo piccolo appunto su una curiosità riguardante Afragola e i suoi rapporti con Napoli. La fonte è un manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli, riportato in una semplice nota, senza commento, a pagina 25 di un notevole volume che tratta di storiografia locale: “Chiesa e società nella Diocesi di Napoli fra Cinque e Settecento”, pubblicato un trentennio fa dalla studiosa Carla Russo, prematuramente scomparsa. In attesa di visionare personalmente il manoscritto citato, riporto l’estratto così come lo trascrive la studiosa per poi dare delle inferenze alla fine, che sono invece mie:

Nel 1614, avendo il viceré manifestato l’intenzione di assegnare un presidio militare ad Afragola, la municipalità napoletana chiese allo stesso viceré di rivedere la propria decisione, adducendo una serie di considerazioni circa i danni che sarebbero derivati sia < a quelli poveri cittadini, essendo forzati lasciare le proprie habitazioni et abbandonare l’agricoltura>, sia ai napoletani. Infatti < il detto casale quotidianamente conduce li suoi frutti nella città di Napoli, quali si cavano dalla coltura, come sono grani, lini, legumi, vini et altre vittuaglie, il che cessaria collocandosi il detto presidio in detta villa, sendo necessario che li agricoltori lasciassero li campi, et andassero altrove oltre che non deve permettersi che per la militia vada in perditione l’agricoltura, essendo ambidue necessari alla Repubblica>. A sostegno della richiesta, si ricordava che Afragola, in quanto casale di Napoli, godeva di <immunità et privilegio di non patire alcuna sorte di alloggiamento, né di presidio>”.

I casali rurali di un centro urbano di notevole dimensione erano una tipologia insediativa tipica del Medioevo regnicolo nota come “casali de corpore” ovvero “pars corporis civitatis”: parti del corpo della città – centro del sistema, nella fattispecie Napoli. I casali appartenevano all’unità territoriale locale e ne condividevano il regime comune, con tutti gli oneri e i privilegi connessi: la nostra fonte ricorda che era privilegio dei casali non essere occupati da un presidio militare, altrove ritroviamo l’esplicita esenzione dalla tassazione ordinaria, come per i cittadini napoletani – notare come gli abitanti di Afragola, che a inizio del Seicento non superava le 4000 anime, vengano definiti “cittadini”. La fonte ci informa sui commerci tra Napoli e Afragola all’inizio del XVII secolo: grano, legumi e vino per il fabbisogno alimentare, lino per l’artigianato tessile. Napoli non produceva tutto entro le sue mura e aveva bisogno di rifornimenti di derrate alimentaria dal suo contado pressoché giornalieri, pur non potendo in questa sede condividere la fantasiosa asserzione di un cultore di cose storiche locali per il quale senza il vino del contado “a Napoli non si poteva celebrare neppure una messa”: le viti della collina del Vomero, di Posillipo e delle pendici della collina dei Camaldoli non erano certamente in piccolo numero.

La richiesta della municipalità napoletana (non è riferito da quale dei sei Seggi fosse partita) allude indirettamente alla vastità del progetto del viceré: un nucleo militare di modeste dimensioni non avrebbe gettato così in apprensione i cittadini. La preoccupazione dei napoletani sembra più egoistica che filantropica: ponendosi un presidio nel contado si sarebbero distratti dal lavoro nei campi, quindi dal settore produttivo del casale da cui Napoli tanto dipendeva, diversi coloni. Il viceré dell’epoca era Pedro Fernandez de Casto, secondo conte di Lemos (giugno 1610 – luglio 1616). Fu uno dei rappresentanti più attivi del governo spagnolo durante i due secoli del vicereame (ne parlerò in un prossimo articolo), ponendo ordine nella contabilità del Regno e navigando fra le Scilla e Cariddi delle continue richieste di donativi da parte di Madrid e dell’incipiente decadimento demografico – produttivo del Meridione, che sarà messo definitivamente in ginocchio dall’epidemia di peste della metà del secolo. Il Lemos ordinò un tributo del 15% sul valore degli edifici costruiti alla periferia di Napoli - tale disposizione dovette colpire anche i casali – continuò l’opera di risistemazione dei canali dei lagni iniziata dal viceré Toledo e difese l’autonomia degli studi statali dalle ingerenze del nunzio pontificio.

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