venerdì 9 febbraio 2018

Urbano II e la ripresa della riforma gregoriana.

Urbano II.

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Sepolto Vittore III, il partito gregoriano si riunì a Terracina per la scelta del successore, mentre l'antipapa Clemente spostava la sua sede a Ravenna. L'intermezzo di Vittore e la sua indecisione di accettare la carica aveva fatto perdere del tempo prezioso e diviso i riformatori, che dopo tre giorni di preghiere elessero Oddone, vescovo di Ostia. Costui era uno dei tre nominati da Gregorio VII sul letto di morte, e riuscì a convergere le forze riformatrici nonostante i dubbi degli ultragregoriani, fra cui Ugo di Lione. Oddone nacque in Francia, fu monaco a Cluny sotto l'abate Ugo il Grande, e fu creato cardinale vescovo di Ostia da Papa Ildebrando nel 1078. Il giorno stesso dell'elezione fu consacrato e assunse il nome di Urbano II, forse in omaggio alla città di Roma. In una sua lettera al clero di Germania, diviso fra romanisti ed enriciani, tenne a far sapere che anche il prefetto dell'Urbe fu presente all'elezione, così da soddisfare il decreto del 1059. L'ingresso in Roma fu difficoltoso: con l'aiuto dei soliti Normanni, Urbano riuscì a porre sotto il suo governo San Pietro nel novembre del 1093; ma fu solo comprando il tradimento di un capitano con soldi chiesi in prestito a monasteri e a reali francesi che riuscì a celebrare messa in Laterano nella Pasqua del 1094. Una situazione magmatica, anche se "con questa data però il periodo d'incubazione del pontificato di Urbano finisce". Dalla fine del 1094 il Papa iniziò la sua peregrinatio in Italia e Francia, suscitando entusiasmi mai visti per la riforma.

UN'ONU CATTOLICA A PIACENZA. NEL 1095.

Ripreso il controllo di Roma, Urbano II l'abbandonò quasi subito per mettersi in viaggio verso l'Italia settentrionale e la Francia, dove raccolse entusiasmi mai visti: l'opera gregoriana cominciava a dare i suoi frutti, e il Papato era assurto nuovamente a posizioni di alto prestigio morale. A ciò contribuì indubbiamente anche l'azione di Urbano, che aveva permesso, inizialmente, rapporti fra sacerdoti della sua obbedienza con seguaci dell'antipapa, né aveva invalidato le ordinazioni di quello nell'ottica di una ricomposizione dello scisma; si dimostrò più morbido di Gregorio e Vittore riguardo le investiture laiche, riconoscendo la buona fede di molti interventi, ed evitò dissidi con i vescovi locali, nominando messi ad hoc per questioni urgenti al posto di legati permanenti, così da non far apparire invadente l'azione della Sede romana verso le altre realtà episcopali. A Piacenza, nel marzo 1095, si raccolse una tal folla da costringere il Papa a parlare fuori dalla chiesa; contemporaneamente all'apertura del Concilio in quella città, giunsero gli inviati dell'imperatore d'Oriente, la seconda moglie di Enrico IV avversa al marito, i rappresentanti dei sovrani spagnoli e un'ambasceria del re di Francia: se si eccettuano Impero tedesco, Normanni ed europei orientali (Ungheresi e Polacchi), tutta la Cristianità cattolica si trovò rappresentata a Piacenza in quel 1095, ove Urbano e gli altri vescovi approvarono 15 nuovi canoni disciplinari e condannarono nuovamente la simonia, invalidando le ordinazioni effettuate da vescovi simoniaci. Ma la conseguenza più importante di questa assise fu la partecipazione dei legati imperiali orientali, che portavano la richiesta di aiuto all'Occidente dell'imperatore Alessio I Comneno contro la minaccia dei Turchi Selgiuchidi. Le minacce dei neoconvertiti all'Islam contro la Cristianità orientale furono prese seriamente, e fu qui che si pensò per la prima volta seriamente a un intervento militare massiccio contro l'endemica minaccia dell'Islam, una spedizione della Croce contro la Mezzaluna: una crociata.

LA CROCIATA: FINALITA’ E GENESI.

Nel 1095, prima a Piacenza e poi a Clermont, Papa Urbano II esortò i fedeli cristiani alla pacificazione e alla concordia, per porre fine allo stato di conflittualità che animava da mezzo secolo l’Europa occidentale. Nelle assise conciliari tenute in queste due località, il Pontefice predicò anche l’unione degli sforzi dei principi cristiani per la pacificazione della Terra santa, ove avvenivano omicidi, stupri, taglieggi e violenze a danno dei pellegrini che ivi si recavano per visitare i Luoghi santi. A tutt’oggi, ci si domanda ancora quale sia stata la reale intenzione di Urbano con questi appelli. La storiografia moderna è giunta alla conclusione che non si volesse indire una “guerra santa” contro i Turchi musulmani, da qualche anno nuovi padroni della Palestina, ma sollecitare i litigiosi principi cristiani a prendere misure per la sicurezza dei pellegrinaggi cristiani, non necessariamente belliche. Le fonti non ci riportano le parole esatte di Urbano, non si può quindi addurre con sicurezza la responsabilità al Papa per quello che accade successivamente, considerando anche che, pellegrino egli stesso fra Francia e Italia centrale, la sua premura maggiore era l’attuazione della riforma gregoriana presso il clero di quelle regioni (e della Germania). Vero è che ci furono altri sinodi in cui nuovamente Urbano lanciò appelli per la situazione in Terra santa; ma già la nomina di Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy, a suo legato presso i regnanti cristiani per discutere della possibile spedizione tradisce la volontà di porsi “di lato” rispetto all’evoluzione della stessa. Intanto, verso la fine del 1096, Urbano tornò a Roma. Qui lo aspettavano notizie non proprio gradevoli provenienti da Sud.

LA LEGAZIA APOSTOLICA NORMANNA.

Nel 1097 Urbano visitò l’Italia meridionale continentale, divisa in molteplici entità sovrane. I Normanni stavano progressivamente diventandone i padroni, ma resisteva ancora il potere Longobardo di Benevento (e Salerno) e sacche bizantine nelle Puglie. Inutile parlare della Sicilia, musulmana da un secolo e mezzo circa. Proprio per la questione musulmana sorsero contrasti fra Urbano e Ruggero I, conte di Puglia, Calabria e (sulla carta) di Sicilia. Il conte normanno pretese di essere nominato legato pontificio permanente nel suo territorio poiché, stante il dominio musulmano della Sicilia e l’opera di reconquista ancora da cominciare, era da rifare tutta l’organizzazione ecclesiastica locale ed urgeva prendere provvedimenti che coinvolgevano anche grossi interessi economici e finanziari. Ruggero voleva avere ampia libertà nella nomina dei vescovi e nella gestione delle rendite episcopali. Urbano tentennò, comprensibilmente, visto che non poteva concedere a un conte del Sud Italia quello che non era disposto a concedere ai re del Nord Europa. Cedette alfine tenendo conto dell’emergenza musulmana, promettendo di non inviare più legati in Sicilia e Calabria e di farsi rappresentare dal conte stesso. Scrisse in proposito Paolo Brezzi: “Ciò mostra come gli alleati dei riformisti non fossero molto più teneri verso la Chiesa dei loro avversari e avanzassero pretese quasi simili a quelle degli altri”. Urbano aveva appena risolto un conflitto con un sovrano normanno (di fatto) che subito se ne aprì un altro con un diverso regnante (di fatto e di diritto), sempre normanno: Guglielmo II il Rosso d’Inghilterra.

ANSELMO E GUGLIELMO.

Nel 1066 Guglielmo di Normandia aveva conquistato l’Inghilterra e dato inizio alla dinastia normanna sul trono di Edoardo il Confessore. Uomo dall’acuto sguardo (ne abbiamo parlato in un post nell’ottobre scorso), il nuovo sovrano non poteva non occuparsi del settore ecclesiastico; tuttavia egli, per sincera devozione o per precisa scelta politica, non praticò mai la simonia nelle elezioni delle cariche vescovili e scelse sempre uomini di forte tempra morale ed intellettuale. Nei suoi 20 anni di regno curò sempre i rapporti con Roma e, se pure in seguito negò che il vessillo di San Pietro ricevuto da Alessandro II prima dell’epica battaglia di Hastings fosse un simbolo della dipendenza del suo reame dal Papato, consentì sempre la racconta entro i confini del suo regno dell’obolo di San Pietro (Romfeoh), una vecchia usanza locale che costituiva un legame simbolico con il Vicario di Pietro. Nel 1087 a Guglielmo I successe il figlio, Guglielmo II il Rosso, che ebbe ben altri rapporti sia con i Sassoni sconfitti sia con la Chiesa. Con essa il nuovo sovrano si trovò in forte contrasto nei 13 anni di regno (1087 – 1100), periodo coincidente quasi interamente con la reggenza urbaniana della Sede apostolica. Il contrasto principale fu con Anselmo d’Aosta, nominato nel 1093 arcivescovo di Canterbury. Tradizione voleva che il neoeletto si recasse dal Papa per ricevere il pallio; ma Guglielmo, in pessimi rapporti con il regno franco, che aveva riconosciuto la legittimità di Urbano, impedì il viaggio. In quell’occasione si giunse al compromesso di far consegnare il pallio ad Anselmo da un legato pontificio, pure se l’arcivescovo dovette imporlo da sé sulle proprie spalle. Lo scontro ultimo era solo rinviato a qualche anno più tardi. Nel 1097, per una sconfitta militare di Guglielmo, fu accusato Anselmo, che non avrebbe contribuito abbastanza in uomini e denaro all’impresa. La Casa reale impose all’accusato l’esilio o il risarcimento pecuniario per “l’offesa” al sovrano. Anselmo, già allora noto per le sue posizioni di ferreo difensore dei diritti della Chiesa, scelse l’esilio, e si incontrò nella primavera del 1098 con Urbano II, a Bari. Chiese al Pontefice di essere autorizzato a dimettersi dalla carica di arcivescovo, di cui era ancora titolare (Guglielmo aveva subito sequestrato i proventi della cattedra, ma non aveva ufficialmente usurpato la stessa con una nuova nomina). Urbano non volle sentire parlare di dimissioni e scrisse una rimostranza al re, pur non dimostrandosi troppo severo con lui per non inimicarselo troppo e spingerlo nelle braccia del suo avversario, Clemente III ancora vivente. La questione si risolse ben oltre la morte di Urbano, e pertanto la concluderemo in un prossimo articolo. Siamo dunque arrivati al 1098, ultimo anno dell’azione urbaniana, con ultime sorprese per il Pontefice girovago.

LA FINE DI UN GRANDE PONTIFICATO.

Nell’aprile 1099 si tenne a Roma un ulteriore Sinodo, alla presenza di 150 vescovi e davanti a una gran folla di pellegrini: il gran numero di persone pervenute ci indica che l’Urbe viveva un momento di tranquillità ed era tutta in mano a Urbano - non e’ escluso un ricorso all’oro dei Pierleoni, potente famiglia romana, per la presa di Castel Sant’Angelo, ultimo rifugio dell’antipapa Clemente. Fu l’ultima grande manifestazione di questo pontificato peregrinante. Tre mesi dopo, il 29 luglio 1099, Urbano II morì presso la chiesa di S. Nicola in Carcere mentre era ospite dei Pierleoni; il suo corpo fu portato in San Pietro tra le insidie dei partigiani dell’antipapa Guiberto, ma dobbiamo credere senza troppe difficoltà. L’opera di Urbano negli 11 anni di pontificato aveva condotto la Chiesa romana a nuove vette di popolarità e prestigio e fu sintetizzata bene nel suo epitaffio:

Urbs stetit Urbano stante, ruente ruit.
                                 Lege regens et pax fovens te, Roma, beavit,                                   Servans a vitiis intus, ab hoste foris.

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