giovedì 22 febbraio 2018

E voi, di che partito dite che io sia?




Era inevitabile che un’eco di questa squallida campagna elettorale giungesse perfino su quest’isola felice di Vetus et Novus. Gente (di) sinistra è arrivata ad accusarmi di fascismo poiché, nella mia inguaribile ingenuità, ho tentato di farla ragionare sui recenti fatti di violenza che contraddistinguono questo periodo caotico e infame. Oltre all’accusa di avere busti di Mussolini sulla scrivania, mi è giunta anche la minaccia di violenze da parte degli antifascisti pro -immigrazione che postano frasi di Nelson Mandela e hanno in copertina l’immagine di Gandhi. Per loro essere liberali, come io ho sempre cercato di essere, significa essere fascisti; ragionare in termini di immigrazione controllata significa per loro essere razzisti; dire che il re è nudo, per loro è essere golpisti, se il re al governo si richiama alla sinistra. Non mi preoccupo di loro: sono poveri analfabeti funzionali plasmati da media e slogan boniniani; “gentaglia” (cit. ministro Calenda) composta da 40enni che giocano a fare i rivoluzionari in tempo di pace e hanno bisogno di crearsi nemici perché sono (e sanno di esserlo) dei disadattati a causa di violenze private, della crisi economica, di un percorso di studi fatto alla buona. 

In una cosa sono serviti, tuttavia, questi ignoranti: mi hanno reso noto che c’è una certa confusione riguardo la mia posizione politica, che anche i più moderati associano ancora al centrodestra di marca berlusconiana. Qualcuno mi ha definitivo “seguace” del Partito della Famiglia (detto con tutto rispetto, non sapevo neppure che esistesse). Altri, in compenso, mi hanno affibbiato un’adesione al partito radicale, per il mio favore a uno Stato meno invadente nella vita dei cittadini. In un caso mi hanno perfino definito marxista – leninista per la mia critica al neocapitalismo. Tutto ciò è indicativo di come la posizione politica di un individuo, la mia in fattispecie, costituisca più un problema per gli altri che non per l’individuo stesso: tu te ne stai fra i tuoi studenti e i tuoi libri, te ne stai per i fatti tuoi evitando di parlare di politica poiché non è più possibile farlo senza slogan, e invece vedi che gli altri quasi ti costringono a esporti, perché devono appiccicarti un’etichetta, altrimenti il gioco – il loro gioco – salta. 
Non è questa la sede per parlarne, né devo io delle spiegazioni a qualcuno. Attualmente basti sapere che nessun partito, fra quelli candidati e fra quelli che ragionevolmente entreranno in Parlamento, rappresenta il mio credo politico: la XVIII legislatura mi lascerà orfano di rappresentazione politica, come quelle che l’hanno preceduta. In passato ho svolto attività politica e ne ho scritto diverse volte anche qui sopra. Fui segretario di un’associazione politica riferibile all’estinto “Popolo della Libertà”: del partito berlusconiano mi attraeva la promessa di rivoluzione liberale in questo Paese cattocomunista. Mi disillusi presto, ben prima dello scioglimento del partito: i miei appelli ad alcuni amici ad un ritiro analogo al mio finirono nel vuoto, e un paio di loro furono “travolti” dalla fine di quel consorzio politico eterogeneo, passando dalla padella berlusconiana alla brace boldriniana. Questo articolo è l’atto di rinuncia formale a quel mondo (la rinuncia effettiva c’era stata già un anno prima): risale al 4 giugno 2012, 5 anni e mezzo fa. Lo pubblico adesso, anacronisticamente e pure con un errore sintattico che lascio invariato (lascio all’intelligenza dei gandhiani e dei mandeliani trovarlo). Non rinnego il me stesso di quell’epoca lontana ma sottolineo che lui appartiene ormai al passato e, per quanto mi riguarda, il passato è passato: si può studiare, si può rievocare, ma non si può ripristinare.

Il Pdl e il suo elettorato
4 giugno 2012

Le Amministrative parziali hanno sancito la disgregazione del Popolo della Libertà. Il partito che quattro anni fa trionfò alle Politiche e divenne il secondo più votato di sempre, dopo la Dc degli anni Cinquanta, ha esaurito la sua spinta e il suo rapporto speciale con l’elettorato in meno di una legislatura. Litigi, contrasti, gelosie, il mancato amalgama fra forzisti e aennini, rimandi delle riforme, perdite di tempo e scelte sbagliate nelle candidature hanno eroso un patrimonio incredibile di voti. Solo il Romano Prodi dei tempi migliori, quelli dell’odiosissima tassa per l’Europa, ha fatto di meglio in quanto a perdita di consensi. Il partito, inutile negarlo, risente di tutte le colpe del governo Berlusconi, il quale in tre anni e mezzo, se ha fatto molto al netto della crisi e delle varie calamità che ci hanno colpiti, non ha mantenuto molte promesse. A cominciare da quella di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, contraddetta con due manovre una più pesante dell’altra; per poi continuare con le mancate riforme costituzionali, l’abolizione del bollo auto, l’attuazione del federalismo, il riordino dei poteri dei magistrati. Ma quello che più ha fatto irritare gli elettori, è stato ed è l’immobilismo dei vertici, sordi a ogni richiesta proveniente dalla base. Un centralismo impressionante, basato sulla figura carismatica di Silvio Berlusconi, che ha gestito il partito come una cosa personale, capace di fare milioni di voti con un comizio ma non altrettanto abile nel tramutare i consensi elettorali in forza politica per fare le riforme, geloso di mantenere i poteri assoluti su tutte le strutture partitiche, salvo poi scaricare le colpe degli insuccessi elettorali sulla classe dirigente. Dirigenti che a loro volta non si sono dimostrati all’altezza del loro compito, troppo presi dal mantenimento delle loro nicchie di potere personale, e che hanno contribuito alla caduta del governo. La divisione fra forzisti e aennini, con i primi che si occupavano poco delle strutture di partito e i secondi che accusavano i loro colleghi di scarsa conoscenza del Paese e di scarsa presa ideologica, quasi come se fossero dei trogloditi senza storia, ha favorito la fuoriuscita di Gianfranco Fini e dei suoi, ai quali non sembrava vero che la scusa per prendere la fuga venisse proprio dai vertici del partito. Mentre la crisi si appesantiva e i portafogli si alleggerivano, l’opinione pubblica osservava sgomenta alle lotte dei parlamentari (non solo del Pdl) per mantenersi le prebende, e ascoltava inorridita la risposta di Alessandra Mussolini quando le fu chiesto di tagliarsi di mille euro lo stipendio di 15000: “Questa è un’istigazione al suicidio”. Frase infelice, anche a giudicare dai veri suicidi di imprenditori indebitati con Equitalia che stanno caratterizzando questo 2012. Non sorprende che l’elettorato, abituato a tutto, si sia disaffezionato a simili eletti: l’Italia può sopportare di tutto, anche persone dalla moralità dubbia, a patto che lavorino e che non mettano le mani in tasca. I nostri hanno fatto l’esatto contrario ed ecco spiegate le sconfitte a ripetizione a Milano, Napoli, Palermo, Genova e nei centri minori, a fronte di un biennio di successi.


Un anno fa speravo che il segretario Angelino Alfano riuscisse a riportare il partito in carreggiata, nonostante anche la sua nomina fosse stata decisa quasi unilateralmente da Berlusconi. Dopo 12 mesi devo manifestare la mia delusione: Alfano non solo non è riuscito a risollevare il partito, ma ha frenato ogni movimento che mettesse in discussione l’establishment e intaccasse i potentati di vecchi volponi della politica. Ha esultato per la vittoria alle Regionali del Molise nel settembre scorso, vinte per lo 0,79% dei voti. Grande vittoria, ne convengo: difatti il Tar l’ha annullata pochi giorni fa, e il Molise dovrà tornare al voto, passando probabilmente al centrosinistra dopo 11 anni di Michele Iorio. Che Alfano non avesse mordace, l’ha capito tardivamente anche Berlusconi (“Non ha il quid”) ma a quel punto era troppo tardi per cambiare. L’immobilismo non sta solo ai vertici nazionali, ma anche in quelli regionali, provinciali, cittadini, gestiti con un centralismo che ricorda più il Politburo che un partito liberale. Insomma, il Popolo della Libertà, di libertà ne presenta poca, e soprattutto verso noi giovani, visti come usurpatori. Uomini gelosi delle loro posizioni che, tentano di rimandare il passaggio generazionale il più a lungo possibile per restare sulla cresta dell’onda: in questo modo vediamo i nostri rappresentanti, coloro che dovrebbero guidarci e di cui un giorno i migliori di noi dovrebbero prendere il posto. Uomini fuori dalla realtà, che parlano di alleanze e non si rendono conto di aver distrutto un partito. In questo, le critiche di Pierferdinando Casini verso di essi hanno un fondo di verità: i democristiani come il leader Udc ci misero 40 anni ad affondare il partito di Degasperi, i vari Cicchitto e Bondi, ex socialista il primo ed ex comunista il secondo, un decimo del tempo rispetto a loro. L’elettorato si è stancato: chi vota Pdl vuole sapere da chi ha eletto perché la crisi non passa, perché la benzina è sempre più cara, perché gli stipendi parlamentari non si possono abbassare, perché il presidente del partito si rivolge ai giovani quando è a capo di una congrega da ospizio, perché mentre la gente si spara per debiti il segretario del partito si mette a parlare di sistema elettorale semipresidenziale. L’elettorato, fonte primaria di ogni legittimazione, ha diritto a delle risposte, ha il diritto di vedere qualcosa muoversi, ha il diritto di veder superato il clima di vera concorrenza fra forzisti e aennini, ha il diritto di sapere se si intende andare avanti o no con quest’esperienza. Sennò, trarrà da solo le sue conclusioni,e le Amministrative un segnale l’hanno già dato.

2 commenti:

  1. Non ti curar di loro ma guarda e... basta. Piuttosto la storia e la cultura di Afragola attraverso di te vuole continuare a parlare. Aspettiamo il prosieguo del Castello, e di tanto altro ancora, non ci deludere.

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  2. Grazie per la stima. Le rubriche continueranno tutte, pur avendo un rallentamento nei prossimi due mesi per impegni editoriali. Poi, a maggio, ci aspettano grandi novità per il blog.

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