lunedì 22 gennaio 2018

L'Americano (noioso) di Henry James.

L'Americano, copertina di una delle tante edizioni.


Titolo precedente della rubrica: “La locandiera: una storia contro le donne?” (LINK)

Lo ammetto: se dovessi giudicare la prosa di Henry James dal solo romanzo uscito dalla sua penna che io abbia letto finora, “L’Americano” (1877), rischierei di catalogarlo nella sezione “Romanzieri sopravvalutati” della mia biblioteca. Ma io non sono né un critico letterario a pagamento né un redattore della pessima rubrica “Billy” del TG1, quindi non farò questo errore e mi limiterò a ragionare solo sul suddetto romanzo. Come al solito, diamo conto prima della trama.

Un americano troppo ingenuo.

Christopher Newman, commerciante americano in vasche, giunge nella Francia del Secondo Impero per iniziare un giro culturale dell’Europa. Non un “Grand Tour” stile XVIII secolo, solo una lunga e proficua vacanza. La storia si apre con le prime conoscenze francesi del 34enne imprenditore, la famiglia Nioche, padre e figlia, uomo d’affari impoverito il primo, pittrice di scarso talento e desiderosa di emergere la seconda, nelle sale del Louvre. Nello stesso museo Newman ritroverà una sua vecchia conoscenza, il signor Tristam, che ritroverà sposato a una donna dalla sottile ironia che lo introdurrà nel mondo altolocato della Parigi di Napoleone III, che disprezza i parvenu napoleonidi e vivono come se sul trono sedesse ancora un Borbone. Newman, spinto dalla Tristam, per sfida e per orgoglio corteggia una giovane vedova aristocratica, madame De Cintrè, nata Belleguarde, con il consenso del più giovane dei fratelli, Valentin, e con il gelido assenso della madre e del fratello maggiore, Urbain. Il corteggiamento dura 6 mesi e quando finalmente tutto è pronto per le nozze, i Belleguarde ritirano l’assenso al matrimonio. La giovane finisce in un convento di Carmelitane, divenendo suor Catherine, contro il parere di un disperato Newman e degli stessi parenti, sui quali grava un terribile segreto riguardante la morte del padre avvenuta anni prima. Una strana e repentina morte, come suggerirà Valentin in fin di vita, colpito a morte durante un duello originato dalla gelosia per mademoiselle Nioche, l’arrivista del Louvre che aveva finalmente trovato modo di far fruttare le sue doti presso il bel mondo, non quelle artistiche evidentemente. L’amico morto e l’amata in convento, morta al mondo anche lei: crolla così tutto il “piano di conquista” di Newman in quell’Europa che sembrava facile ad aprirsi e che invece, proprio sul più bello, si è chiusa a riccio. Il romanzo finirà con il ritorno definitivo a San Francisco del commerciante di vasche, non prima di aver scioccamente bruciato la prova fondamentale dell’azione turpe di madame de Belleguarde. E fa niente che vi ho spoilerato il finale: questo romanzo non vale il tempo impiegato per leggerlo.

Un libro indigesto.

E’ stata una lettura difficile, sia per il contesto sia per l’opera in sé. Iniziato il 1o dicembre 2017, il giorno dopo aver terminato la 3a rilettura di “IT” di King, in una situazione di salute non proprio ideale, con colite galoppante e preoccupazioni per il futuro, il romanzo mi ha annoiato fin dalla prima pagina, l’ho abbandonato diversi giorni, l’ho ripreso a Natale, l’ho riabbandonato e ripreso, concludendolo la settimana scorsa. L’attacco è troppo lento, le descrizioni di James troppo prolisse (in questo sembra Honorè de Balzac senza avere però lo stesso stile del grande francese), la caratterizzazione dei personaggi davvero parca all’inizio ed eccessivamente sottolineata nel corpo dell’opera, a costo di inutili ripetizioni. Newman appare come un sempliciotto, un uomo descritto come deciso e che sa quello che vuole ma che si lascia impelagare nei bizantinismi della piccolissima corte dei Belleguarde, crede di trattare con gente franca e diretta e che conquistare una famiglia della nobiltà francese sia come acquistare titoli in Borsa a Wall Street. Un uomo che appare così indifferente all’inizio e poi si mostra debole per l’amore di una donna conosciuta da neppure un anno, non si sa quanto irritato per l’amore perso o per l’orgoglio ferito. Uno sciocco che si priva pure dell’ultima soddisfazione di umiliare quella famiglia di arroganti ed è costretto alla fine a tornarsene sulla Costa Ovest sperando di dimenticare le sue avventure europee. Un fallito, almeno in questo senso.
Curiosamente gli antagonisti e i personaggi minori sono descritti meglio. Madame de Belleguarde è una vecchia strega che per poco non ha ucciso il marito, oppostosi al primo matrimonio della figlia, un’altera e fredda vecchiaccia che pronuncia i discorsi migliori, stilisticamente parlando, di tutto il romanzo, con frasi che sono gioielli sia della sintassi sia della fierezza nobiliare sublimata in un’arroganza da schiaffi, come “Eravamo sul punto di fare a meno dell’onore” nel ricevere il mancato genero. Il lettore attenderà invano che tanto disprezzo venga a sua volta disprezzato: la mummia la farà franca, ringraziate il Newman dai buoni sentimenti. Poi c’è il signor Tristam, che nella sua non intellettualità si mostra molto più sensibile del patetico protagonista, diventando l’eroe di tutti noi che ci eravamo stancati di leggere di patemi d’amore per una che è descritta come una dea in terra e poi pensa più alla famiglia che all’amato, di quadri, di visite in chiese, di discorsi contorti e privi di senso. Monsieur Nioche, anziano francese succube della figlia, una prostituta d’alto bordo, nella prima parte dell’opera suscita simpatia, poiché pur nella povertà non viene meno al piacere della conversazione e all’urbanità tipica dei francesi. I personaggi e gli ambienti sanno di “già letto” - non a caso ho citato Balzac – e non c’è originalità nella storia stessa, se non nei dialoghi (e non in tutti).Vi sono poi accenni che tradiscono come l’opera abbia avuto varie possibilità di sviluppo, poi non proseguite. Ad esempio, quando Tristam presenta Newman alla moglie, James scrive: “Non sapendo che lui (Tristam) un giorno si sarebbe pentito di aver fatto entrare quell’uomo in casa sua”. Si potrebbe pensare a una futura tresca amorosa tra il protagonista e la consorte, cosa che non avviene e che quindi lascia quella frase priva di senso.
Niente da fare, “L’Americano” non mi è piaciuto. E mentre il prossimo libro arriva sulla mia scrivania bianca, saluto Henry James, sperando di ritrovarlo in una situazione migliore.

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