venerdì 1 dicembre 2017

Bill Denbrough, how are you?

Jonathan Brandis (1976 - 2003)



Quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta”.
Così si conclude “IT”, forse il più noto romanzo di Stephen King, pubblicato nel 1986, dal quale sono state tratte due adattamenti video, una miniserie del 1990 e il film uscito quest’anno. La chiusa si riferisce a Bill Denbrough, il coprotagonista assoluto del libro (assieme al mostro) che rappresenta l’ideale dell’amico di infanzia di tutti noi. Alto, magro, capelli rossi e occhi azzurri, affetto da una balbuzie psicosomatica che invece di sminuirlo aumenta il suo carisma agli occhi dei giovani amici, William Denbrough è il componente che, fra i 7 membri del Club dei Perdenti, più ha a che fare col mostro che vive sotto Derry, in una fetida tana posta a 900 metri sotto la superficie della città. Inutile raccontarvi i particolari del libro: lo farò in un’apposita recensione che scriverò non appena mi sarà passata l’ansia che sempre provo ogni volta che finisco di leggere le 1238 pagine del libro. E’ successo di nuovo ieri, quando alle 22e45 ho letto quell’ultima frase per la terza volta in 5 anni, che si riferisce alla perdita di memoria del Bill adulto dopo la fine delle vicende accadute nelle fogne di Derry, città apatica, spesso violenta, indifferente al Male perché da esso compenetrata (e quanto la mia Afragola somiglia alla Derry di Bill? Quanto questa città, che non riconosco più, rassomiglia a quell’immaginaria cittadina del Maine?).

Fatico ogni volta a staccarmi da questo romanzo e da Bill in particolare, devo ammetterlo. Ogni volta che si avvicina la fine di un’opera e e con essa il congedo dai personaggi che l’hanno animata mi sale una leggera ansia, che termina con la posa del libro sullo scaffale, dove sarà lasciato a dormire per alcuni anni, prima di essere ripreso. Con Bill Denbrough è diverso. Lui è l’amico che da piccoli ci trascinava nei giochi, è l’amico che aveva le idee migliori, è l’amico che attraeva le ragazzine perché bello ma non faceva ingelosire gli altri perché era simpatico, è l’amico da cui si correva per parlare dei grandi problemi dell’esistenza infantile, tipo il classico bullo delle classi superiori o il rinvio del cartone animato su Italia 1 per far spazio ad altri programmi. Carismatico anche fisicamente, con la capigliatura rosso fuoco: il rosso, colore diverso sia dai comunissimi marrone e nero sia dal regale biondo, associato alla malizia (e Bill non sfreccia tante volte sulla sua Silver per “battere il diavolo”?). 
Faccio fatica a staccarmi ogni volta da Bill perché è come un inconscio rinnovarsi dell’abbandono del mio Bill reale, in carne ed ossa, che mi lasciò in un triste giorno di quarta elementare, mai più rivisto da allora. E, da allora, nessun altro l’ha sostituito: ci sono stati conoscenti, compagni e due o tre persone che ho chiamato amici (intendendo con ciò qualcuno per il quale avrei sacrificato volentieri me stesso) che mi hanno non solo tradito quando non ero più utile ai loro scopi (principalmente economici, come mi avvidi troppo tardi) ma anche diffamato presso gli altri comuni conoscenti. Non ritrovai più Bill in nessuna delle numerose persone con cui ebbi a che fare nei successivi 22 anni dalla partenza di quello originario: forse perché la vera amicizia nasce nell’infanzia o nell’adolescenza e, perso quel momento magico, tutto risulta più difficile.

Nessun commento:

Posta un commento