venerdì 27 ottobre 2017

Luoghi del passato, luoghi dal passato.



Mi piace passeggiare, quando ho tempo, per i campi sterminati della Pianura Campana. Perdersi tra i viottoli, avventurarsi nei lembi di terreno, godersi il panorama che, nelle belle giornate che seguono un temporale, regala una vista mozzafiato dai monti azzurrini dell'Appennino al Vesuvio, alla penisola sorrentina.
Mi piace inoltrarmi nelle masserie che punteggiano il territorio, antichi luoghi di fatica, di dolori, di soddisfazioni. Entrare in una di queste antiche abitazioni, esplorarne gli ambienti, far risuonare dopo decenni una voce umana tra quelle mura un tempo tanto movimentate.
Entro in una di esse, una delle 48 sparse nei campi di Afragola. Entro nella corte interna, vedo arcate laggiù, al piano terra. Dove ora l'erba domina sovrana, fino a 50, 70 anni fa anonimi braccianti lavoravano la canapa lasciata ammollire nelle vasche poco lontano dalla masserie, mandriani si occupavano delle stalle, inservienti intrecciavano capi d'aglio e di cipolle. Là, dove un cumulo di spazzatura copre il buco, c'era un pozzo che riforniva uomini e animali. Qui, dove la volta è crollata lasciando intravvedere il piano superiore, c'erano le cucine e i forni, più d'uno per le necessità dei numerosi coloni che curavano, piegandosi sotto il sole cocente della primavera campana, le terre del signore. Ecco le scale che portano alle stanze del padrone: una serie di ambienti, un tempo più caldi rispetto a quelli sottostanti e adesso simili a questi per la distruzione arrecata dal tempo e dai vandali. Mi intrufolo incuriosito in queste stanze dal soffitto altissimo, e dalle finestre piccole. Niente balconi, solo un loggiato dove affacciano tutti questi locali, divenuti vuoti ambienti, un tempo pieni di vita, oggi freddi più della morte.
Qui, in questa sala che affaccia su un Vesuvio dalla cima tagliata di netto da una bizzarra nuvola, il padrone comandava famiglia e coloni, decideva con una parola l'andamento economico di interi nuclei famigliari, poteva rendere sollevati o disperati padri di famiglia, arrogante come non mai, vero signore del colono ignorante più del lontano re a Napoli.
E ora? Dove sono quei coloni ansiosi di non perdere un lavoro massacrante? Dove sono quei padroni che giocavano con destini di loro simili solo per eredità mal guadagnate? Cosa resta di quei tempi? Pietre distrutte ed erba alta.

Questi monumenti al passato che sono le masserie dei nostri avi sono patrimoni abbandonati, che gridano attenzione all'ignaro passante dei campi. Da queste pietre il vento della Storia accarezza il viso del viandante, e gli ricorda un passato lontano e recente, e un presente tecnologico, comodo, ma meno vissuto rispetto a quelle epoche. 
Perché, come è stato detto, “ai nostri tempi la vita è un mestiere. Allora, invece, era un'esistenza”.

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