venerdì 8 settembre 2017

L'uomo che non volle essere Papa.



Una difficile successione.


Gregorio VII morì il 25 maggio 1085 a Salerno, lontano da tutti, sopratutto lontano da Roma, in cui regnava indisturbato l’antipapa Clemente. Avvertendo ormai prossima la fine, Ildebrando indicò sul letto di sofferenza i nomi di tre prelati tra i quali scegliere per la successione. Ciò contravveniva in modo plateale al decreto “In nomine Domini” che dal 1059 regolava l’elezione del vescovo di Roma e che lo stesso Ildebrando aveva aiutato a far applicare. Ma evidentemente il vecchio Pontefice riteneva che la situazione emergenziale che si era creata, con lui isolato presso i Normanni di Roberto il Guiscardo e l’Urbe nelle mani dell’imperatore Enrico IV, giustificasse procedure altrettanto urgenti ed eccezionali. I tre nomi di Gregorio furono quelli di Anselmo II vescovo di Lucca, Oddo vescovo di Ostia e Ugo arcivescovo di Lione. I cardinali fedeli a Gregorio (la maggioranza) affluirono alla spicciolata a Roma. Le discussioni in merito all’elezione furono interrotte già a luglio, con la morte di Roberto il Guiscardo (figura di cui riparleremo) e la rimessa in gioco del controllo dei domini normanni in Italia meridionale. Molti, tra cui Desiderio, abate di Montecassino, grande diplomatico (fu lui a convincere Niccolò II ad investire i Normanni delle terre del Sud Italia per creare un legame con i nuovi arrivati), simpatizzante per i Normanni e fedele alla causa gregoriana, sollecitavano una scelta. I sovrani europei si erano dimostrati sostanzialmente neutrali nella scelta fra Papa e antipapa, mentre Enrico IV cercava di guadagnare consensi al suo protetto. Il 18 marzo 1086 morì Anselmo II, il più papabile fra coloro indicati da Ildebrando. Ciò ruppe gli equilibrismi del partito riformatore e anche gli indugi: il 24 maggio, ai vespri dell’anniversario di morte di Gregorio VII, gli si diede un successore nella persona proprio di Desiderio di Montecassino. E’ difficile giudicare, a un millennio di distanza, il perché di quella scelta: Desiderio non aveva mai manifestato velleità di comando (né le dimostrerà successivamente), il suo nome non era nella terna gregoriana, segno che neppure il defunto l’aveva preso in considerazione per la successione, non era gradito ai segmenti più estremisti della lotta antiimperiale, per la sua amicizia di un tempo con l’imperatore. La riunione fu definitiva “burrascosa”, non essendoci unità d’intenti, e Desiderio fu eletto comunque con la maggioranza semplice (la regola dei due terzi fu introdotta molto più tardi nei meccanismi elettorali papali). Si stava ancora discutendo, quando giunse una notizia inaspettata: il neoeletto Papa era scappato!

Un energico abate.

Dauferio nacque nel 1027 a Benevento ed era erede di una famiglia della nobiltà locale. All’età di vent’anni fuggì dalla casa paterna per farsi monaco, fu riacciuffato ma scappò nuovamente, rifugiandosi a Salerno presso Guaimario, principe longobardo di quella città. Tornato a Benevento dietro promessa da parte dei suoi famigliari che non avrebbe più avuto ostacoli alla sua vocazione, entrò come monaco nell’abbazia di Santa Sofia, mutando il suo nome in Desiderio. Entrò in contatto con i riformatori della Chiesa, in particolare con Umberto di Silvacandida e Federico di Lorena, poi Papa Stefano IX, che lo presentò a Leone IX, in visita a Benevento nel 1053 (città che tra l’altro si pose sotto la protezione papale per timore dei Normanni). Nel 1054 Leone morì e gli successe Vittore II, che incontrò Desiderio a Firenze nel 1055. Secondo le fonti, fu in questa occasione che il monaco gli chiese di essere trasferito da S. Sofia a Montecassino. Le sue qualità di diplomatico erano già note in quest’epoca e ci si avvaleva dei suoi buoni rapporti con i Normanni per le mediazioni fra questi e la Chiesa. Nel 1057 morì Vittore II e gli successe il ricordato Stefano IX, che volle affidare a Desiderio una missione diplomatica presso Costantinopoli: da tre anni era in corso un nuovo scisma – quello definitivo – fra le Chiese d’Occidente e d’Oriente, e Federico voleva richiudere lo strappo prima che passassero troppi anni. Desiderio lasciò Benevento e si portò a Bari per imbarcarsi; ma nelle Puglie gli giunse la notizia della morte di Stefano e della sua nomina ad Abate di Montecassino. 
Tornato nel Lazio, il 19 aprile 1058, domenica di Pasqua, fu consacrato abate. Il suo abbaziato quasi trentennale fu caratterizzato da un rinnovato impegno del centro cassinese nelle vicende spirituali e politiche italiane: furono ospitati notevoli personalità della Riforma cattolica e della cultura del tempo tra le mura dell’abbazia; fu ricostruita la Basilica di San Benedetto con l’ausilio di maestranze orientali; furono acquisiti al patrimonio terriero del monastero migliaia di ettari in tutta Italia; furono poste le basi per l’alleanza fra papato e Normanni, con il riconoscimento delle conquiste meridionali di Roberto il Guiscardo e Riccardo di Capua da parte di Niccolò II nel 1059, al Concilio di Melfi, riunitosi su ispirazione di Desiderio. L’opera di mediazione dell’abate raggiunse l’apice durante il pontificato di gregorio VII, quando le frequenti frizioni tra il Pontefice e Roberto richiedevano un impegno diplomatico non indifferente. Fu sempre per sforzo di Desiderio che i Normanni, nel 1084, giunsero a Roma in aiuto a Papa Ildebrando, portandolo con sé a Salerno, ove morì nel 1085. Il periodo della Sede vacante l’abbiamo già descritto, e si concluse il 24 maggio 1086 con l’elezione di Desiderio. Ma chi credeva di aver risolto l’emergenza elettorale della Chiesa romana non aveva fatto i conti con un fattore avverso inaspettato: la “svogliatezza” del Papa stesso.

Un Pontefice riottoso.

Desiderio fu eletto e rivestito dai parametri pontificali la sera stessa del 24 maggio, e scelse il nome di Vittore III, in memoria probabilmente di Vittore II che gli aveva permesso di lasciare la Campania per Montecassino e che fu all’inizio della sua ascesa nella Chiesa riformatrice. Ma già il giorno dopo il neoeletto lasciò Roma per dirigersi a Montecassino, dove si spogliò delle insegne papali e tornò a rivestire quelle dell’abate. 
La causa di questa riottosità nell’accettare di rivestire “il gran manto” va ricercata, oltre che nella manifesta umile dell’eletto, anche nella consapevolezza dello stesso di non avere una solida base di potere per fronteggiare l’antipapa. La sua elezione fu burrascosa, il clero l’aveva eletto sostanzialmente – lui lo sapeva – per le grandi risorse finanziarie che poteva smuovere e per la sua amicizia coi Normanni e questi erano intanto divisi fra loro nell’accaparrarsi l’eredità territoriale del Guiscardo. Una situazione complessa, che ebbe buon gioco nella psicologia di Desiderio e lo indusse a rifiutare un incarico che non voleva. A giugno le fonti ce lo danno a Montecassino, al sicuro tra le mura abbaziali. Ma il mondo esterno premeva su quelle mura, e la Cristianità, rappresentata dagli uomini del partito gregoriano, pretendeva che Desiderio si assumesse le sue responsabilità. Questi che si considerava quasi un reggente della Sede apostolica ma non il titolare, convocò un concilio per la primavera dell’anno seguente, nella fidata Capua. Vi presero parte gli esponenti del partito gregoriano, il clero locale e i capi normanni, e fu confermata l’elezione di Desiderio. Questi, nella domenica delle Palme del 1087 (che cadeva a fine marzo), accettò finalmente l’incarico. Il 9 maggio fu consacrato in San Pietro, ma il 16 settembre seguente morì a Montecassino, esausto per la fatica di un concilio tenutosi a Benevento la settimana prima e per gli eventi dell’ultimo anno e mezzo.
Uomo di profonda pietà, Vittore si rese però responsabile, con la sua irresolutezza, del prolungarsi della crisi fra Roma e la Germania in merito alla lotta per le investiture e alla Riforma della Chiesa. Voleva davvero far cambiare rotta alla barca di Pietro, ma stando in coperta, non al timone. Papa legittimo fin dall’elezione – nonostante si continui a scrivere che il suo pontificato sia durato solo 4 mesi per una superficiale lettura del decreto nicolaita – ebbe tuttavia il merito di far da ponte fra i pontificati di Gregorio VII e di Urbano II, tra una versione intransigente e dura della Riforma a scapito degli stessi diritti sovrani e una modalità più diplomatica riguardo la materia delle investiture – la cosiddetta “via francese”. Beatificato da Leone XIII nel 1887, 8 secoli dopo la sua morte, oggi Vittore III resta ancora dimenticato nella serie dei “Papi gregoriani”, e non solo per colpa sua.



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