giovedì 14 settembre 2017

La peste del 1656 e lo sterminio degli afragolesi.

Pagine dell'agosto 1656: sono indicate le morti di Felice Cimmino (il secondo a six) e di sua moglie (la terza a dex)

Avvertenza. 
Il seguente articolo è una sintesi di uno studio condotto sui Registri dei Battesimi, dei Matrimoni e dei Defunti relativi all’anno 1656 della parrocchia di Santa Maria d’Ajello. Si tratta di uno studio mai intrapreso, e che vedrà la luce definitiva, con corredo di note, nella 2a edizione de “Il caso Afragola”, nel capitolo relativo alla parrocchia matrice di Santa Maria d’Ajello. La pubblicazione, che doveva avvenire nel corso di questa primavera, è stata spostata a inizio 2018, a causa dell’abbondante messe di materiale che nel frattempo mi è giunto. Il presente articolo riguarda quindi solo una parte del triplice studio, e riguarda solo i Registri dei defunti. Costituisce comunque un unicum nel suo genere, visto che l’argomento non è mai stato affrontato in città, con una sola eccezione che cito nel testo. Inutile dire che ogni notizia tratta da questo testo deve essere citata con gli opportuni riferimenti.


L’inizio, lo sviluppo e la fine dell’epidemia di peste del 1656 in Afragola costituiscono un tema che la storiografia locale non ha mai seriamente affrontato. Un primo saggio, riguardante la parrocchia di San Marco, fu realizzato da Romualdo Cerbone, morto nel 1991, e parte di quella ricerca fu pubblicata nel n. 1 della rivista “Archivio afragolese”, nel 2000. Cerbone analizzava lo sviluppo dell’epidemia procedendo con lo spoglio dei registri dei defunti della parrocchia marciana, e riuscì a individuare l’inizio dell’ecatombe in località Salice, costituente ancora oggi l’estrema punta meridionale della parrocchia e del territorio comunale di Afragola. La sua pregevole ricerca, che difettava di metodo storico ma che non per questo va sottovalutata (fu criticata solo da Carlo Cerbone, un giornalista noto autore di libri copia di altri libri, che ogni tanto si dilettava a fare lo storico), non ebbe seguito. Dopo la pubblicazione del 2000, nulla più fu scritto riguardo quell’antica tragedia, neppure dagli stessi giornalisti di “Archivio afragolese”. Tanto più importante diventa quindi la ricerca che ho condotto nei mesi di luglio e agosto di quest’anno, procedendo con lo spoglio dei registri di battesimi, matrimoni e defunti della parrocchia matrice di Santa Maria d’Ajello. Ottenuto il consenso del parroco don Luigi Terracciano, aiutato dal custode del tempio Ciro Boemio, ho passato 11 pomeriggi nello sciorinare le pagine vecchia di 400 anni compilate dal parroco dell’epoca, don Sebastiano castaldo, arciprete di Afragola.
Non è stata una ricerca facile, e non per il lavoro in sé. Sono ormai abituato a lavorare in archivi tenuti in condizioni pietose – e l’Archivio di Santa Maria d’Ajello è uno di quelli custoditi meglio – e a decifrare calligrafie illeggibili. 
La difficoltà principale è stata di tipo ontologico, sentimentale se vogliamo: nel corso dei silenziosi pomeriggi in chiesa, rotti solamente dal fruscìo delle pagine svoltate e dal click della digitale, leggevo di interi nuclei famigliari distrutti nel giro di poche settimane, di gente morta il giorno dopo aver seppellito i propri figli, di neonati estinti appena nati. In quelle righe scarne, che indicavano il nome del defunto e appena appena di chi era figlio, marito o moglie si poteva leggere l’evolversi di un’ecatombe che a memoria d’uomo mai si era abbattuta su Afragola e su quel distretto parrocchiale. Mi figuravo il parroco, don Castaldo, che vedeva venirsi incontro 15 o 20 cadaveri ogni giorno, volti anneriti e tumefatti di persone che aveva sposato o battezzato appena un mese prima. Cosa provava, quell’antico sacerdote? Cosa pensava? Immaginava che la fine dei tempi fosse giunta, come immaginò qualche suo fratello di consacrazione? E il popolo, il popolino agricolo che viveva della terra, cosa pensava di questa ondata di morti?
Le fonti tacciono su ciò: Afragola non era Napoli, i suoi abitanti non meritavano di veder ricordati in qualche carta le loro paure o le loro idee. Qualcosa sono riuscito a trovare, consultando fonti parallele, ma non è questa la sede per trattarne adesso.

Un’ecatombe progressiva.

Dallo spoglio del III Registro dei Defunti dell’Archivio parrocchiale di Santa Maria d’Ajello (d’ora in poi APSMA), si è evidenziato come il morbo si sia manifestato nel distretto dopo la metà del mese di giugno, anche se è probabile che il contagio fosse già avvenuto a partire dalla fine del mese precedente. L’epidemia esplose in Santa Maria a luglio ed ebbe fine in autunno inoltrato. 
Ma procediamo con ordine. 
Il 1656 inizia al foglio 75r del Registro, con Marco Puzio, morto il 10 gennaio e sepolto nell’oratorio dell’Annunziata. Nel periodo gennaio – maggio muoiono 14 figliani, cioè parrocchiali: la peste, nello stesso periodo, stava devastando la Spagna, per essere poi portata in Sardegna dai marinai spagnoli, e da qui a Napoli.
Il mese di giugno non presentò numeri di rilievo nel conto giornaliero dei defunti: ci furono 22 morti in tutto. Si celebrarono esequie solo in 14 giorni sui 30 del mese, meno della metà, e nessuno nella settimana tra 4 e 12 giugno. Se l’epidemia era già iniziata, dovette manifestarsi in maniera episodica e a partire da fine mese. L’incubazione del morbo, velocissima, darà le prime conseguenze demografiche serie con il mese successivo. 


Giorno
N. morti
Note
1


2
2

3
5

4
4
Tra cui una tale “Catarina napolitana”
5
3

6
4
Tra cui “un fyglio e una fyglia di Giulio Raia”
7


8
6

9
4

10
3
Tra cui una “creata del qm Giulio Capone” e un defunto non segnato (c’è una riga bianca)
11
5

12
7
Fu seppellito dentro St. Ant. Delli frati di St. Francesco il S.m D. (illeggibile) Pallavicino napolitano”
13
3

14
1

15
7

16
9

17
3

18
4

19
11

20
7

21
13

22
5

23
4

24
11

25
14

26
12

27
19

28
16
Fu seppellita Isotta Corcione figlia di Matteo”
29
14
Fu seppellito Gaetano Corcione figlio di Matteo”
30
14

31
11

Totale su 29 giorni
221



Il mese di luglio contò 221 vittime, esclusi i giorni 1 e 7. Non è esplicitata la causa della morte, ma l’alto numero dei defunti in un distretto parrocchiale pur popolato come quello di Santa Maria non lascia dubbi sulla suddetta. Il giorno peggior fu il 27 luglio, 19 morti in una sola giornata, tutti sepolti nelle cripte della chiesa. Da notare come il parroco abbia registrato le sepolture di cittadini napoletani. La peste nei casali fu portata proprio da questi, in fuga dalla Capitale dove infuriava l’epidemia (e dove si contarono circa 460000 decessi in dicembre a causa del morbo).

Ventotto morti in una sola pagina comprendente due giorni.

Giorno
N. defunti
Note
1
12
Fu seppellito viro Napolitano”
2
10

3
11

4
9

5
19

6
15

7
16

8
10
Fu seppellito nell’oratorio del S.mo Sacramento Antonio (illeggibile) marito de Locretia de Nozano nap.na”
9
10

10
16

11
9

12
16

13
9

14
15

15
4
Seppellito figlio di Francisco Signaley, spagnolo
16
11

17
9

18
6

19
7

20
14

21
20

22
11

23
16

24
5

25
6

26
9

27
13

28
10

29
5

30
14

31


Totale su 30 giorni
327




La peste nel distretto di Santa Maria raggiunse il culmine nel mese di agosto, con 20 morti il giorno 21, il dato più grave di tutto il periodo. Il 15, giorno di festa patronale, sono registrati solo 4 defunti, non si saprà mai se per disattenzione del parroco impegnato nelle celebrazioni o se per un effettivo calo della mortalità dovuta a una “grazia” della Vergine nel giorno della sua festa. Vero è che proprio in quel giorno è sepolto in chiesa uno spagnolo, proveniente ovviamente dalla capitale.
Il mese di settembre conta 178 morti: la virulenza dell’epidemia è trascorsa, anche grazie all’acquazzone che il 14 agosto si abbattè su Napoli, allagando le vie della città e trascinando a mare sia i cadaveri insepolti degli appestati sia i topi, portatori del morbo per il tramite delle loro pulci.


Morti in ottobre (una parte)

Il mese di ottobre vide il decrescere deciso della mortalità, pur attestata su valori eccezionali rispetto al tasso abituale del distretto parrocchiale. Si nota anche la comparsa di giorni privi di riti funebri, segno che il contagio era esaurito e i figliani morivano per le conseguenze della malattia già presa precedentemente. Sono segnate storie tristi anche in questo mese: il 25 muore “Felice Cimmino, marito di Giovanna Capone” e soli 4 giorni dopo, il 29, muore la stessa “Giovanna Capone, moglie del quomdam Felice Cimmino”. 


I napoletani vengono a morire in Afragola.

Nel mese di novembre l’epidemia è terminata nel quartiere e il numero dei defunti cala sensibilmente. E’ probabile che il loro numero, elevato se si pensa alla media di inizio anno, sia dovuto alla mortalità secondaria dei figliani, dai fisici indeboliti dalla peste e quindi con difese immunitarie debolissime ed esposte a ogni attacco patologico – siamo in novembre, l’autunno è inoltrato, e con esso il freddo. 
Il mese di dicembre conferma il ritorno a un tasso di mortalità esiguo e in linea con l’inizio dell’anno. In base ai dati raccolti, si può concludere che nel distretto parrocchiale di Santa Maria d’Ajello l’epidemia durò da giugno a ottobre, raggiungendo l’apice il 21 agosto.
Nel solo distretto di Santa Maria d'Ajello, i morti furono 1006 in 5 mesi.

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