domenica 3 settembre 2017

La locandiera: una storia contro le donne?



Titolo precedente della rubrica: La leggenda del Santo bevitore (LINK).

Non sono un appassionato del teatro. Le poche volte che ho assistito a rappresentazioni teatrali mi sono divertito e/o sono stato empatico verso la commedia o il dramma che si inscenava, ma devo ammettere che una serata all’opera non è mai stata nella top ten dei miei intrattenimenti. Per questo non deve parer strano che quando il turno per la recensione su questa rubrica è toccato a “La locandiera” di Carlo Goldoni, io abbia provato un moto di noia, che non si è tramutato in interesse neppure nel corso della lettura: opera mediocre era all’inizio, tale è rimasta per me alla fine.

La trama è così universalmente nota che non ve la riassumo neppure. 
Protagonisti dell’opera sono la locandiera seducente, il cavaliere misogino, il marchese spiantato, il conte furbastro, un cameriere ritardato e geloso che è ovviamente innamorato della padrona – già per questo cliché il libretto dovrebbe essere posto alla pari con le favole di Esopo piuttosto che con i drammi di Shakespeare – e due commedianti minori. La locandiera Mirandolina è proprietaria della locanda ereditata dal padre, è esaltata in maniera apologetica dal cameriere Fabrizio (“sa fare i conti meglio di qualche giovane di negozio”: detto da uno sprovveduto messo a cambiare le lenzuola perché evidentemente analfabeta), nei suoi monologhi mostra più d’una volta la falsità, l’ipocrisia, il calcolo freddo e spietato che il cavaliere misogino tanto rimprovera alle donne, di cui non si fida. Le attenzioni di cui lo colmerà la locandiera lo faranno cadere in trappola, si innamorerà e se ne andrà via quando vedrà che il suo amore non è corrisposto, dandola vinta alla nemica. Non già che Mirandolina ami qualcuno: disprezza il marchese e il conte che la venerano ma mai in modo troppo plateale per non perdere i clienti; disprezza anche il fido Fabrizio, ma si convince di sposarlo non per amore, come spiega nel monologo che apre la Tredicesima scena dell’Atto Terzo, ma perché così facendo “finalmente posso sperar di mettere al coperto il mio interesse e la mia riputazione, senza pregiudicare alla mia libertà” - perché, questo è chiaro, anche dopo l’unione quella che porterà i pantaloni sarà sempre lei, mica quel povero fesso analfabeta.
Come quest’operetta, da ricordare più per le figuracce comiche del marchese e per i dispetti del conte a quest’ultimo che per altro, sia potuta passare nell’immaginario collettivo come opera femminista è davvero un mistero. Ricordo che alle medie la mia prof. di lettere sottolineava continuamente la superiorità della donna sull’uomo facendo riferimento a quest’opera; e che un mio povero compagno di classe, P. L., dovette suo malgrado interpretare la parte del cavaliere schiavo d’amore per la locandiera, interpretata tra l’altro da una ragazza che non aveva un fisico esattamente longilineo, dopo che io mi ero rifiutato categoricamente di farlo.
Ma se è la stessa Mirandolina, alla fine della storia, a metter in guardia da donne come lei! Le fa dire Goldoni nell’ultima scena: “Lor signori profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore:; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera”.

Un’opera che smaschera la doppiezza delle donne, più che elogiarle; che mette in risalto il loro calcolo, più che la loro naturalezza; che le ritrae come demoni, più che come angeli. E’ questo quindi il messaggio che ci lascia Goldoni? 
Ma no, naturalmente! “La locandiera” è una storia tutto sommata gradevole, non è l’apice della teatralità, non è molto originale, non presenta momenti indimenticabili (eccetto la figuraccia del marchese quando il cavaliere estrae dal fodero la sua mezza spada! Qui c’è da morir dal ridere!), ma non è da disprezzare, come non è neppure da esaltare, da farne un paradigma nella battaglia dei sessi inaugurata dalle femministe. I difetti della locandiera sono solo della locandiera, la falsità di Mirandolina appartiene solo a Mirandolina, non a tutte le donne, come pure la sua furbizia denota solo e soltanto lei, non tutto il genere femminile. Se così non fosse, dovremmo concludere che tutte le donne sono ipocrite, visto che l’opera si basa non sull’intelligenza ma sull’ipocrisia calcolatrice di una donna? Certamente no, ma andatelo a spiegare alle femministe.

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