martedì 4 luglio 2017

Gregorio VII e la libertas ecclesiae.

Gregorio VII


Il 22 aprile 1073 il popolo romano gridò nella Basilica Laterana il nome di Ildebrando da Soana come degno alla carica papale, che così fu eletto. Curioso come il deus ex machina della Curia, l'ispiratore delle riforme ecclesiastiche degli ultimi 25 anni, fautore della tanto desiderata riforma elettorale papale che dava solo ai cardinali il diritto di scelta del successore di Pietro, sia stato eletto con modalità difformi da quella riforma stessa (e sarà del resto l'ultima volta, per molti anni almeno).
Ildebrando era nato a Soana (Toscana) in un anno imprecisato tra il 1020 e il 1025: al momento dell'elezione era un uomo di mezz'età dal corpo piccolo e ingobbito, se dobbiamo dar retta ai libelli degli ultimi anni dell'XI secolo (a lui avversi).
Non sappiamo nulla della sua famiglia, la tradizione riporta che fosse di umili origini, e si sia fatto strada nella Chiesa solo in grazia alla sua intelligenza e alla sua tenacia - due qualità caratteriali che, si badi bene, erano riconosciute anche dai suoi avversari. La sua entrata nella scena europea avvenne nel gennaio 1047, quando l'imperatore Enrico III esilia in Germania il Papa Gregorio VI, al secolo Giovanni detto Graziano, per aver comprato la carica da Benedetto IX. Gregorio VI era con tutta probabilità suo maestro, e Ildebrando figura accanto a lui come suo cappellano. Il giovane accettò di seguire il maestro nel suo esilio a Colonia, anche se successivamente ammise che la decisione gli pesò. Ildebrando appare quindi inizialmente sulla scena del mondo dalla parte sbagliata, confessore di un esiliato, ma la trasferta tedesca gli servirà moltissimo per la conoscenza della Chiesa aldilà delle Alpi. Nulla sappiamo della permanenza di Ildebrando in Colonia, durata meno di un anno poiché Gregorio VI morì nello stesso anno del suo esilio, nel dicembre 1047; di certo conobbe l'arcivescovo Hermann II, custode dell'ex Papa per conto dell'imperatore, e probabilmente anche il suo successore, Annone, anni dopo protagonista del colpo di Stato di Kaiserewerth (leggi : QUI). Nel 1048 lo ritroviamo a Cluny, in Borgogna, dove si informò della situazione della Chiesa francese e riprese il contatto con i riformatori. A Cluny conobbe il vescovo di Toul, Brunone, divenuto Papa Leone IX nel 1049. Fu lui a richiamare Ildebrando da Cluny a Roma, dando inizio a una carriera ecclesiastica con pochi eguali nell'evo medievale.


Siamo nel 1049, dunque. Leone IX, intenzionato a incidere profondamente nel corpo della Chiesa, si circonda di uomini dotati di profonda fede e animati da spirito inflessibile davanti alle storture sorte in un secolo e mezzo di lassismo. Riprese l'afflato riformatore di Clemente II, morto dopo appena un anno di pontificato, e chiamò Ildebrando.
Questi tornò a Roma, dopo un'assenza di due anni, e vi tornò non da accompagnatore di un Papa esiliato ma su invito della Sede stessa. Seguendo le fonti a disposizione, pare che lo stesso Leone l'abbia creato suddiacono, aprendogli le porte della carriera nella Curia e nella Chiesa.
Il primo compito di responsabilità che gli ve
nne affidato fu come legato ad acta in Francia centrale, nella Loira, per appianare i contrasti sorti tra Berengario di Tours e Lanfranco di Canterbury per le affermazioni eretiche del primo sulla natura dell'Eucarestia. Ildebrando tornò in Francia, e presiedette al giudizio del filosofo, che venne condannato e imprigionato nel 1050 (ritratterà in seguito le sue affermazioni). Risolta la questione, Leone lo trattenne in Francia col mandato di attuare la riforma laggiù, realtà che tanto lui quando Ildebrando conoscevano bene. Il legato ordinò processi e e impartì provvedimenti disciplinari contro i simoniaci e i concubini.

Nel giugno del 1054 giunse la notizia della morte di Leone. Ildebrando si recò quindi alla corte imperiale in Magonza, in Germania, per trattare la successione (era ancora vigente il Privilegium Othonis) e la scelta di Enrico III ricadde sul vescovo di Eichstatt, che assunse il nome di Vittore II. Il neoeletto confermò Ildebrando nella carica di legato in Francia.
Morto anche Vittore, i cardinali a Roma elessero Federico di Lorena, l'abate di Montecassino, che assunse il nome di Stefano IX. L'eletto non aveva ricevuto il riconoscimento imperiale, e Ildebrando fu inviato come legato del Papa a Magonza per ottenere l'approvazione della reggente Agnese. La missione diplomatica ebbe successo, e ciò depone a favore delle abilità di Ildebrando, giudicato rigido ed eccessivamente severo verso la corte tedesca - giudizio dovuto ai fatti che accadranno nel suo pontificato. Nel 1058, al momento della morte di Stefano, ritroviamo il nostro con la carica di diacono e ancora in Germania. Il Collegio cardinalizio, su esplicita richiesta di Stefano, attese il ritorno a Firenze del legato, mentre veniva eletto l'antipapa Benedetto X. Nel 1059 fu eletto, per ispirazione di Ildebrando, Gerardo arcivescovo di Firenze, che scelse il nome di Niccolò II. Il Papa ringraziò il suo grande elettore creandolo cardinale, e sotto la sua influenza indisse il Concilio lateranense che approvò la bolla In Nomine Domini che affidava al solo Sacro Collegio il compito di eleggere il successore di Pietro. Alessandro II (1061-1073) fu l'ennesima "creatura" di Ildebrando, ormai eminenza grigia della Curia che godeva del riconoscimento e apprezzamento unanime dei riformatori, in maggioranza nella Chiesa bassa anche se non nell'episcopato, e della Corte imperiale retta da Annone di Colonia. Si era a tal punto quando Alessandro II morì.

Ildebrando, il nuovo Gregorio.

Il 21 aprile 1073 Alessandro II morì. Il giorno dopo, durante i suoi funerali in Laterano, una voce si levò dal popolo riunito: "Ildebrando vescovo". Questi mosse verso l'ambone per far tacere i presenti, ma fu preceduto dal cardinale Ugo Candido che pronunciò un'allocuzione che esaltava il ruolo avuto dal diacono negli ultimi 25 anni di Storia della Chiesa. A quel punto cardinali, preti "et populo, omni senatu pariter collecto, uno omnium voto, pari consensu" pronunciarono la formula tradizionale: San Pietro ha scelto Ildebrando per Papa. L'interessato fu costretto a vestire i paramenti sacri e fu intronizzato in San Pietro in Vincoli. L'elezione, se da un verso sottolineava ancora il ruolo del popolo romano nella scelta del proprio vescovo, dall'altro era una chiara disattesa di quel decreto del 1059 che lo stesso Ildebrando aveva contribuito a far approvare. Disattesa almeno in senso formale, visto che la sua elezione fu riconosciuta legittima e i cardinali, che pure parteciparono al voto "per ispirationem", furono citati a parte nel verbale, riconoscendo loro uno status particolare e di preminenza.
Non mancò la conferma imperiale, richiesta per lettera dallo stesso Ildebrando: evidentemente il neoeletto non volle contestare subito i diritti della corte di Magonza, cosa che depone a favore una volta di più sulla sua duttilità davanti alle situazioni contingenti. Ildebrando, durante la consacrazione in S. Pietro in Vincoli, il 30 giugno successivo, assunse il nome di Gregorio per ricordare il primo Pontefice di questo nome.
L'impronta benedettina, unita al suo temperamento focoso e angoscioso, segnò tutta la sua azione che, lungi dall'essere dominata dal calcolo politico, era animata invece dalla volontà di salvare quante più anime a Dio, anche arrivando a estremi morali e spirituali. Il suo pessimismo sulla caducità delle cose create, la sua angosciosa - e angosciante, per chi legge le sue lettere- ricerca di vescovi degni di Dio. il suo insistere sulla "libertà della Chiesa" che si traduceva in teocrazia, tutto ciò fu una novità per i medievali e per gli stessi uomini di Chiesa, la quale non aveva un capo così decisamente convinto delle proprie prerogative assolute dai tempi di Niccolò I - e parliamo del IX secolo!
Le prime difficoltà per il neoeletto non vennero dalla Germania, ma dall'interno dell'Urbe: la sua attività riformatrice contrastava quella criminale di tal Cencio di Stefano, che nel Natale del 1075, con alcuni suoi seguaci, attaccò il Papa mentre questi celebrava messa in Santa Maria ad Nivem (S. Maria Maggiore). Gregorio fu salvato dalla reazione popolare che impedì a Cencio di condurre il Papa fuori Roma: il sacrilego fu costretto a fuggire in Lombardi, dove c'erano altri nemici del Papa. Quest'ultimo intanto faceva copiare e distribuire uno strano e particolarissimo testo, scritto di suo pugno o almeno ispirato da lui: il Dictatus Papae.


Il Dictatus Papae, inserito nel Registrum epistolare di Gregorio, compare sulla scena europea nel 1075. Esso non era un programma di teocrazia, ma un indice di una collezione canonica raccolta da Ildebrando per affermare la supremazia della Chiesa sui poteri laici. Le 27 brevi, concise frasi costituirono tuttavia un motivo di malessere anche per molti suoi seguaci, perché portavano all'estremizzazione il principio della "Libertas Ecclesiae", che era così libera da imprigionare gli altri poteri. Delle 27 enunciazioni, furono due a scatenare l'ira del giovane Enrico IV: la XII "Quod illi liceat imperatores deponere" (Che gli è permessoal Papa, ndr - deporre gli imperatori) e la XXVII "Quod a fidelitate iniquorum subiectos potest absolvere" (Che può sciogliere i sudditi dalla fedeltà agli iniqui, intendendo con questo i sovrani). 
Enrico, già alle prese con le ennesime ribellioni dei principi e duchi tedeschi all'autorità imperiale, non accettò una tale diminuzione del suo prestigio, né volle venir meno alla consuetudine di nominare vescovi nelle terre imperiali, unico mezzo di contrattazione rimasto alla corona imperiale in vaste zone soggette nominalmente al suo controllo. 
Enrico IV
Convocò quindi un concilio a Worms il 24 gennaio 1076, e ottenne la deposizione di Gregorio da parte dei vescovi tedeschi, con l'appoggio di Ugo Candido, un tempo amico di Ildebrando, adesso suo nemico. Il concilio fece il paio al sinodo dei vescovi lombardi svoltosi in Piacenza, e un'ambasceria fu inviata a Roma, guidata da Rolando di Parma. Era il 22 febbraio 1076, festa petrina per eccellenza, e Papa, curia e imperatrice Agnese erano riuniti in Laterano. Allorché Rolando comunicò la deposizione del Pontefice per mano di una sparuta minoranza di vescovi tedeschi e italiani, i "cives romani, commoti" di fronte a tale affronto insorsero e colpirono i legati imperiali. Dovette intervenire lo stesso Gregorio a salvarli, a rischio della propria incolumità personale, poiché la folla inferocita non aveva più freni.
Il giorno dopo, il 23 febbraio, Gregorio pronunciò davanti al clero romano, alla Curia, all'ex imperatrice e a Matilde di Canossa la sentenza di scomunica verso Enrico e proclamò sciolti i sudditi tedeschi da ogni giuramento di fedeltà intercorso precedentemente fra essi e lo scomunicato. Per sudditi, prima ancora che al popolo, bisogna pensare ai grandi feudatari, che costituivano già una spina nel fianco al potere imperiale. Gregorio dichiarò altresì deposti tutti i vescovi che avevano partecipato all'assise di Worms. Il gesto fece un'impressione enorme ovunque, e in Germania indusse i principi al passo definitivo: riunitisi a Tribur, in Assia, per eleggere il nuovo re tedesco, ebbero dissenso sul nome, e fu questo a salvare Enrico. L'assemblea di feudatari gli ingiunse (lui svernava a Oppenheim, sull'altra riva del Reno) di ottenere il perdono papale entrò il 23 febbraio 1077, altrimenti il trono sarebbe stato considerato vacante. Inviarono contemporaneamente un'ambasciata a Gregorio chiedendogli di presiedere lui stesso un nuovo incontro in merito, ad Augusta.
Era ottobre: Enrico sapeva di avere poco tempo. Così, fallita una mossa conciliatoria presso il Papa, l'imperatore si mise in viaggio verso l'Italia.


CANOSSA.

Enrico scese dunque in Italia per ottenere la revoca della scomunica prima del termine fissato dai principi tedeschi a Trebur. Passate le Alpi, attraversò la Lombardia - a lui tutta ostile - e giunse a Canossa, nei domini di Matilde, fedele alleata della Chiesa, che ospitava nel suo castello Gregorio. Questi attendeva la scorta dei principi tedeschi a Mantova, ma quando seppe dell'arrivo di Enrico preferì rifugiarsi presso Matilde onde evitare colpi di mano del Re dei Romani (Enrico non aveva ancora ottenuto l'incoronazione, e formalmente non era ancora imperatore). Accompagnato dalla suocera Adelaide di Susa, dal cognato Amedeo II di Savoia e dal marchese Alberto II d'Este, Enrico restò accampato per tre giorni e tre notti, dal 25 al 27 gennaio 1077, fuori le mura del castello, vestito con un semplice saio in segno di penitenza.

L?umiliazione di Canossa

L'episodio ebbe subito (si fa per dire, visti i mezzi e i tempi di comunicazione di allora) immediata risonanza in tutte l'Orbe cristiano. La Chiesa usciva moralmente vincitrice nello scontro con l'Impero, e per molti secoli Canossa fu lo spauracchio dei poteri civili nelle lotte giurisdizionali con la Chiesa.
Tuttavia, sfrondato l'episodio di Canossa dall'aurea romantica di cui fu per secoli circondato, bisogna riconoscere che Enrico aveva tolto di mano l'iniziativa al Papa, riconquistando immediatamente il terreno perduto. Gregorio aveva riammesso il Rex Romanorum nella Cristianità, ma non aveva revocato la sentenza di deposizione. Per cui i principi tedeschi elessero nuovo imperatore Rodolfo duca di Svevia. Enrico cercò di tornare in Germania per sventare questo che lui vedeva come il secondo colpo di Stato della sua vita (dopo Kaiserwerth) ma si trovò i passi alpini sbarrati, e solo con l'aiuto del patriarca di Aquileia riuscì a varcare la corona alpina.
Rodolfo si mantenne abbastanza saldo sul trono per tre anni, e Gregorio e i suoi legati temporeggiavano per osservare l'evolversi della situazione. Alla fine, nel 1080, Papa Aldobrandeschi si decise per Rodolfo, e scomunicò nuovamente Enrico, in lotta contro i vassalli infedeli. Il 15 giugno questi, furente contro Roma, dichiarò decaduto Gregorio e fece eleggere da un sinodo a Bressanone un suo fedele come nuovo Papa, Guiberto arcivescovo di Ravenna, che assunse il nome di Clemente III. Nell'ottobre dello stesso anno Rodolfo morì sul campo di battaglia: principi e Papa si ritrovarono privi del loro campione e subirono per di più una serie di sconfitte militari.
I tempi della vendetta erano maturi: nel febbraio 1081, Enrico muoveva verso Roma.


"Ho amato la giustizia e ho odiato l’iniquità".

Preceduto da lettere adulatorie verso i romani, Enrico scese in Italia e si accampò fuori le mure dell'Urbe il 21 maggio 1081. Non risolse nulla, e dopo 40 giorni, nel pieno dell'estate laziale, dovette andarsene. Ritornò nel 1082, con più uomini, e dopo 7 mesi d'assedio riuscì a far capitolare la Città Leonina. Un aiuto fondamentale venne dai romani stessi e da alcuni riformatori, che cominciavano ad essere dubbiosi della bontà delle causa gregoriana e stanchi dell'inflessibilità del Papa toscano. Enrico fece insediare il suo protetto, Clemente III, in Laterano giusto in tempo per il 29 giugno 1083, festa dei Ss. Apostoli, nonostante metà città fosse ancora nelle mani dei gregoriani. Il Papa e la Curia si erano intanto asserragliati in Castel Sant'Angelo, e Gregorio dovette subire l'affronto di veder insediato l'avversario proprio nel giorno della memoria di San Pietro. Per la primavera del 1084 anche le ultime resistenze erano venute meno, e solo la fortezza adrianea resisteva. Tanto bastò ad Enrico per considerarsi soddisfatto e chiedere finalmente la corona imperiale: il 31 marzo 1084, giorno di Pasqua, veniva finalmente incoronato imperatore, IV di nome Enrico, per mano di Clemente. Fu una gloria passeggera: nell'estate dello stesso anno giunsero in soccorso di Gregorio i Normanni guidati da Roberto il Guiscardo, padrone del Meridione d'Italia (come poi diremo in un post successivo, dando una panoramica della situazione europea). Enrico lasciò Roma poichè era inferiore di forze, e i Normanni si precipitarono per le strade, saccheggiarono tutto, incendiarono chiese, distrussero palazzi, fecero prigionieri migliaia di romani. Gregorio fu liberato e alla fine di quell'anno infausto riprese possesso del Laterano, ma la popolazione gli era ormai avversa, perché lo considerava responsabile del sacco della città. Decise quindi di lasciare l'Urbe, probabilmente per tornarvi dopo qualche tempo e riprendere la battaglia contro Enrico, ma non vi potè più tornare. Mentre Clemente si insediava nuovamente in Laterano, avendo buon gioco nel presentarsi come difensore di Roma dalla barbarie portata da Gregorio, questi seguì i suoi liberatori a Salerno, dove continuò a scrivere lettere contro l'imperatore e a chiamare tutti i sudditi alla disobbedienza. Ma era solo e isolato, e la fatica dell'ultimo anno si fece sentire su un fisico ormai avanti con gli anni. Sentendosi avvicinare la fine, chiamò a sè i cardinali riformatori, indicò tre suoi possibili successori alla carica (contravvenendo, curiosamente, alle disposizioni elettorali che aveva contribuito a redigere), perdonò i suoi avversari, escluso Enrico, e spirò.
Era il 25 maggio 1085: si chiudevano contemporaneamente una fase della riforma ecclesiastica e una fase della lotta per le investiture. Non si sa se pronunciò effettivamente le parole: "Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, perciò muoio in esilio", che un suo biografo gli attribuisce. Certo, come scrive Indro Montanelli, toscano come lui: "Aveva amato la Chiesa. L'aveva amata fino all'iniquità".


Con Gregorio VII moriva il deus ex machina della riforma ecclesiastica della seconda metà dell'XI secolo.Cappellano di un Papa sconfitto (Gregorio VI), consigliere di un Papa coraggioso (Leone IX), creatore di Papi di adamantina volontà (Niccolo II, Alessandro II), Ildebrando fu eletto al Soglio quasi "naturaliter", essendo il capo carismatico della Curia da 30 anni. Fu totalmente devoto alla Mater Ecclesia e la sua azione fu ispirata da un forte senso divino, al punto da leggere le azioni dei singoli e il decorso della Storia solo in prospettiva teologica. Il suo sogno era di attuare una "Christianitas" dentro la quale le forze umane e sociali collaborassero in vista del bene spirituale; il suo ideale politico fu la costituzione di un Regno di Dio sulla terra. Fu per questo che cercò di sviluppare un rapporto di "fidelitas" con tutti i sovrani d'Europa e non solo (conserviamo sue lettere indirizzate ad Anazir, re di Mauritania), e fu per questo che arrivò allo scontro colossale con Enrico. Scrisse a proposito delle sue fatiche : "Noi siamo sovraccarichi di tante faccende, che molto spesso la vita ci è di peso e la nostra carne desidera la morte; ma quando il povero Gesù, vero Dio e vero uomo, ci tende la mano, egli rende la gioia a chi è oppresso. In me certamente muoio sempre, ma tuttavia in Lui io vivo".



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