lunedì 31 luglio 2017

31 ottobre 2019: Italia in default? Speriamo "ni"!

Io vi avevo avvisati...

Concludiamo questo caldissimo e difficilissimo mese così, parlando di default. Nel giorno in cui l’Istat estrae dal cilindro i dati sull’occupazione in aumento, con conseguente diminuzione del tasso di disoccupazione, mi sembra giusto ricordare ai miei 4 lettori che la fine è ormai vicina: 31 ottobre 2019, inizia da domani il conto alla rovescia. “Penitenziagite! Penitanziagite!”.
Escono gli ultimi dati sull’occupazione, quindi. Tutte statistiche che altro non sono che specchietti per le allodole e per gli allocchi. Prendi un campione che credi sia rappresentativo della realtà ed espandi ai limiti del possibile i dati che hai, uscendotene con teorie e ipotesi sull’evoluzione della società e dell’economia. Già questo dovrebbe far parlare quanto meno al condizionale politici e analisti; se poi aggiungi che la ricerca sul campo viene fatta alla meno peggio, con interviste pressapochiste o rilevamento dati raffazzonato, capirete che le famose statistiche sulla ripresa vanno proprio riferite in terza o quarta notizia, con tutti i “potrebbe” del caso. E invece esse vengono sparate in prima pagina o come apertura dei media mainstream, vengono commentate positivamente da uno dei più ridicoli Presidenti del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto, provocano un orgasmo ai renziani e un innalzamento della bile alle destre, ormai ridotte a circo di nani (leggasi: Brunetta) e ballerine (leggasi: componenti alfaniani, uomini o donne poco importa, non sono sessista).
Non denigro l’Istat, semplicemente dico come vengono condotte le ricerche, poiché ci ho lavorato, e in tempi, a inizio decennio, quando c’era ancora la serietà nel fare un buon lavoro, non fosse altro perché c’erano metodi e controllori. Non denigro nessuno, ma rido amaramente per i politichetti e gli idioti social che commentano questi dati, parlando di “crisi finita”, “luce in fondo al tunnel” e altre storie fantastiche. Capisco i primi, lo fanno per esigenze elettorali, a 8 mesi dalle elezioni; compiango i secondi, gente con tre lauree e che non sa “leggere” i dati analitici come si deve.
Aumentano gli occupati, sì: ma aumenta anche la ricchezza? Quanto vengono pagati i nuovi occupati, tutti a tempo determinato secondo la stessa analisi? E il rapporto guadagno/ore di lavoro è congruo o siamo alle solite di questo Paese, guadagni per 100 ore e ne lavori 250, giusto per “fare esperienza”, “tanto a casa che hai da fare?”, “se fai così ti metti in vista e ti riprendono appena rifanno i contratti”?
Commentare positivamente l’aumento dell’occupazione senza domandarsi se ci sia anche un aumento del benessere economico degli occupati significa essere fuori dalla realtà. Già, la realtà: questa odiosa dimensione che i nostri amici europeisti odiano tanto, come tutti gli ideologizzati e gli schizzinosi del mondo che sta fuori da quelle accademie che, da Templi del Sapere, si sono trasformati in “esamifici” come diceva a inizio secolo il mio maestro, il gesuita Pietro Michele Garofalo. La realtà dei negozi che chiudono o sono costretti a licenziare dipendenti per andare avanti; la realtà dei turni da 8 ore pagati come se fossero per 3 nelle nuove realtà lavorative; la realtà della povertà sempre più diffusa, non solo nelle aree degradate delle grandi città ma anche in quei centri così lindi e tenuti a lucido, perché la borghesia che fu è piena anch’essa di debiti, come dimostra il fallimento, purtroppo non ancora dichiarato ufficialmente, del Monte dei Paschi di Siena.
Chi vuol esser lieto sia, dal 2020 non c'è più allegria!
Provate a parlare di tutto ciò all’italiano medio: vi darà statistiche su statistiche, che valgono quanto quelle di oggi, per convincervi di essere un eretico pessimista sulle “magnifiche sorti e progressive” del Paese, o al contrario vi darà ragione, rassegnandosi al tempo stesso all’inevitabile, secondo quella filosofia di vita che gli iperitaliani descrivono come “saggezza millenaria” ma che si potrebbe efficacemente tradurre col motto “Franza o Spagna purché se magna”. E ciò perché gli italiani medi (sottolineo medi, anche se ormai sono la maggioranza schiacciante dell’italico popolo) sono un popolo di irresponsabili, abituati a mazzette elettorali da 80 euro, che va a sentire il concerto di Vasco Rossi (pagando) ma poi protesta dalle tastiere se aumenta il costo dei viveri di prima necessità in seguito alla siccità che ci attanaglia da mesi. “Siccità?” direbbe l’italiota - “Ma la siccità non stava nel deserto del Sahara?”. Dai tempo al tempo, amico. Quest’anno abbiamo già mezzo milione di africani e l’anticiclone sahariano, per l’anno prossimo ci attrezziamo anche per il deserto.

Nei mercati finanziari, nelle cancellerie europee, nelle sale più recondite del Ministero dell’Economia la parolina fatidica risuona ormai da due anni, da quell’infausto referendum greco del giugno 2015: default. Ma non per la Grecia: per noi, per il popolo più intelligente e simpatico del mondo. Un default di Roma, o fallimento finanziario se preferite la lingua madre, non è più da anni un’ipotesi remota, e se non è stata ancora apertamente proposta in tv o in Parlamento non è perché ci sono pashdaran del patriottismo italico che si ostinano a voler migliorare le cose – sono tutti, politici, analisti e burocrati, un branco di egoisti che hanno già messo al sicuro fuori i confini della Patria le loro risorse – ma per convenienze straniere, tedesche soprattutto (essendo la Germania esposta considerevolmente verso le banche italiane). Se siamo rimasti a galla, come stronzi (mi perdonino i miei 4 lettori, forse adesso ridotti a tre, ma caldo e arrabbiatura stanno aumentando man mano che scrivo) lo dobbiamo all’italiano Mario Draghi, presidente della BCE, che danni ci “droga” stampando cartamoneta con il QE per permetterci di riprendere la strada maestra. Questa droga altro non ha fatto che convincere i politici italiani che altri debiti erano possibili, l’Europa matrigna aveva chiuso ancora una volta entrambi gli occhi, potevamo sperperare altri soldi invece di tirare la cinghia. Da qui gli 80 euro, i 500 euro ai diciottenni, le regalie alle banche mentre ai terremotati facevamo il sorteggio, dopo un anno, per assegnare la bellezza di 35 casette dei Puffi. Tutto sotto il governo di quell’emerito stronzo, questo non galleggiante, venuto da Firenze a comandare l’Italia con una manovra di palazzo.
Ma tutto ciò sta per finire, scrivevo all’inizio, amici cari. La data dell’inizio dell’ecatombe, che si spera sia tale, ce l’abbiamo. Incredibile ma vero, sappiamo pure quando inizieranno a toglierci l’aria nel respiratore, eppure continuiamo a non muoverci.
31 ottobre 2019: Draghi lascia finalmente la BCE, prevedibilmente lasciando il posto proprio a un tedesco. Addio QE, addio droghe, inizia l’astinenza, unita a una bella dose di dissanguamento. Non avremo più amici – non che l’ex allievo di Federico Caffè lo fosse, ma la nazionalità o qualche interesse di bottega nazionale credo si sia fatto sentire alla fine – e senza aver approfittato neppure per poco sia del QE sia della congiuntura economica favorevole.
Un capolavoro, come potevamo farlo solo noi, italici artisti, stronzi che galleggiano nel mare europeo, che ci facciamo invadere dagli africani benestanti dando loro il nostro denaro e aumentando ancora il debito pubblico: aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più.
Cosa accadrà, e in che modo?
Per questa domanda, vi lascio questi due link, di esperti del settore: come sapete, io mi intendo di archivi e Medioevo, non di economia e finanza, anche se in questi ultimi due anni ho cercato di recuperare questo mio gap culturale.

Default matematico o quasi: LINK

Verità scomoda, l'Italia non riparte: LINK

Letti gli articoli, vi direte: e io che devo farci? A che pro scrivere questo articolo? Tifi anche tu per il default della tua patria?
Sì. Tifo per il default, cari lettori (ora forse vi sarete ridotti a due).
Tifo il default perché sono stanco di vivere in un Paese bloccato da talebani assistenzialisti, stratificato a caste come l’India, abitato da gente con la laurea ma che ragiona con la pancia e relative flatulenze quando si cerca di ragionare, in piccolo come in grande. Un Paese dove i mediocri, per non dire gli idioti, hanno raggiunto la maggioranza: essi sono tra noi, e non si nascondono neppure più. Un Paese che è mio, ma che al tempo stesso non mi appartiene, e dal quale cercherò di andar via, stavolta definitivamente, o almeno fino a dopo il default, che speriamo spazzi via le caste, la borghesia drogata di presti bancari a fondo perduto, la mollezza e la rilassatezza di magistrati e forze dell’ordine, le dinastie politiche da decenni annidate in Parlamento. Dopo il lavacro del fallimento, sperando che sia davvero tale e non solo un’altra assurda metamorfosi di un serpente che deve morire per rinascere, le forze migliori potranno tornare e ricostruire le rovine lasciate, con un lavoro duro, di mente e di muscoli, ma per far riprendere il suo posto nel mondo a questo Paese diventato una pattumiera umana.

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