martedì 6 giugno 2017

Afragola, l'AV e la libertà di informare.

La hall superiore interna della stazione AV Napoli Afragola


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Fino a stamattina, Afragola aveva vissuto solo due giornate storiche. 
La prima fu il 12 gennaio 1576, quando l’allora “casale delle fragole” si riscattò dalla feudalità del barone Paolo Bozzuto, comprandone i diritti, e si rese casale demaniale; la seconda fu il 5 ottobre 1935, quando il re Vittorio Emanuele III, su proposta del podestà Luigi Ciaramella, conferì al Comune il titolo di città. Oggi, 6 giugno 2017, Afragola raggiunge e aggiunge un altro traguardo storico ai precedenti: con l’inaugurazione della stazione “Napoli Afragola” Alta Velocità viene colmata una lacuna, viene guarito un vulnus che tagliava fuori il centro urbano principale dell’area a nord di Napoli dai collegamenti ferroviari e quindi dallo sviluppo non solo italiano ma europeo. Una data storica, questa. Il che non significa che sia andato tutto liscio, come adesso vi racconterò.

Segregati, alla faccia del “privilegio”.

Essì, devo confessare ai miei 4 lettori di essere stato uno dei “privilegiati”, uno dei “lorsignori” che ha ottenuto, in virtù della propria attività divulgativa, il tanto ambito accredito all’evento a porte chiuse di oggi. Che poi sull’espressione “a porte chiuse” ci sarebbe da dibattere per parecchie ore. Innanzitutto, le polemiche social degli ultimi giorni sull’evento per pubblico selezionato lasciano il tempo del solito sfogo populistica sul web. Suvvia, non prendiamoci in giro: se ci fosse stato il “libera tutti” pochi di quelli che urlavano alla democrazia e alla mancanza di trasparenza si sarebbero fatti vivi, se non per tentare di farsi la foto con Paolo Silveri Gentiloni. Gentaglia che per mesi ha sputato merda (scusate, ma quando ci vuole ci vuole) sulla stazione, su chi l’ha progettata, su chi ha portato avanti il progetto, sulla sua utilità a mezzo sociale (fanno fede le cronologie dei post sui vari gruppi Facebook) se n’è poi uscita scrivendo il suo sdegno per l’accesso non libero a tutti. Altri hanno avuto uscite più signorili almeno sul piano formale: un giornalista locale, nota primadonna, non avendo ottenuto l’accredito neppure per mezzo di conoscenze altolocate, se n’è uscito che la stazione è inutile e tanto lui quel giorno doveva lavorare, mica poteva perdere tempo. La vecchia storia della volpe che non raggiungendo l’uva dice che è acerba.
Del resto, quando dalle 10 la stazione ha cominciato a riempirsi – io, Amedeo Francesco Mosca e Giovanna Galasso eravamo lì fin dalle 9 – ho notato facce mai viste né nel mondo giornalistico né in quello politico. “Amici degli amici” che si sono imbucati all’evento. Gli unici che sono stati segregati guarda caso sono stati i giornalisti, cioè coloro additati i giorni prima per essere la casta autoreferenziale che si sarebbe goduta la stazione. Alle 10e30, poco prima che arrivasse il treno che conduceva ad Afragola il Presidente del Consiglio e Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ci è stato comunicato in sala stampa che solo cameraman e pochi altri sarebbero stati ammessi alla sala congressi, gli altri sarebbero rimasti nella saletta osservando gli interventi per mezzo di un ledwall, senza poter accedere all’altra sala (riempitasi intanto di politici locali e nazionali e dei loro accompagnatori), non potendo scattare foto del convegno e attendendo con pazienza che Delrio (e non Gentiloni) arrivasse da loro. E’ scoppiato un putiferio: un giornalista di lungo corso ha urlato all’inserviente che non poteva essere trattato così, lui che fa “questo lavoro da centinaia d’anni”, e un altro ha proposto di abbandonare in massa la saletta. I doveri di cronaca e di redazione hanno prevalso, e la maggior parte di essi è rimasta. 

Giornalisti costretti a osservare gli interventi da un teleschermo.
Si è assistito dunque a una strana scena, surreale: la stampa, relegata in una saletta che andava progressivamente svuotandosi per l’abbandono di molti giornalisti, costretta a prendere appunti da immagini trasmesse dal ledwall che di tanto in tanto si spegneva, e politici e politicetti che applaudivano festanti se stessi e gli oratori. Gli afragolesi presenti in sala stampa, che dovevano raccontare ai concittadini la giornata, hanno dovuto vedere il loro sindaco, Domenico Tuccillo, da un video, mentre veniva acclamato da gente che non sapeva probabilmente manco chi fosse e che non tornerà ad Afragola per il resto della sua vita.
La farsa, perché di questo si è trattato, è durata due ore e mezzo circa. E perfino quando il convegno è terminato e siamo usciti nella hall esterna si è potuti tornare alla razionalità, e si è assistito all’assurda scena di membri dello staff che trattenevano sulle scale i giornalisti, me compreso, per evitare che avvicinassero Gentiloni, e tale arlecchinata è durata fino a quando il Presidente del Consiglio non è salito in auto abbandonando la stazione. 
Il colmo si è raggiunto ci siamo avviati verso la sala convegni visitata in mattinata, e ne abbiamo visto uscire uno sbarbatello in giacca e cravatta che poteva avere al massimo 15 anni. Questo sì che era un privilegiato “figlio di”, e poco importa che fosse pure il nipote della compianta Zaha Hadid. Avevo a fianco a me Amedeo F. Mosca, un giornalista che si occupa del progetto AV in Afragola da vent’anni, prima ancora che nascesse quel moccioso, che è stato relegato con me e altri lontano dalla Casta che celebrava se stessa più che la stazione, e sinceramente ho provato schifo per quest’organizzazione che ha rovinato una giornata storica. Davvero una brutta pagina per la storia della libertà di stampa: e poi ci sorprendiamo che ogni anno l’Italia ceda posizioni nella classifica dei Paesi più liberi del mondo.

Una meraviglia, con qualche sbavatura.

Non vi dirò della stazione: le foto che ho allegato parlano da sole, e tanto fra 5 giorni potrete visitarla di persona. Sì, c’è ancora tanto da fare: c’è da completare la parte posteriore del serpentone, solo per motivi estetici, visto che la stazione è operativa al 100%; ci sono da assicurare i collegamenti su gomma, e le aziende sul territorio hanno assicurato di tempi brevi per le istituzioni delle linee di autobus, si parla perfino di primi incontri in tema da lunedì prossimo 12 giugno; c’è da assicurare la sicurezza degli appalti e la riqualificazione dell’area dal punto di vista urbano, e questa è responsabilità del governo (e di Raffaele Cantone, che speriamo si interessi attivamente della faccenda, lui campano di Giugliano) e dell’amministrazione comunale. Pur con ampi margini di miglioramento, la realtà dell’AV è ormai presente in città, e sta agli afragolesi sopratutto farla funzionare, come mi diceva oggi Antonio Boccellino.
E’ giunto il momento, e questo lo dico io, che la parte buona e aperta di Afragola si “impossessi” dell’opera, spinga per migliorarla, faccia brainstorming, convegni, attenzioni il progetto così come attenziona le partite del Napoli calcio, e non si faccia zittire da zombie senza cervello che sanno solo deprecare e disprezzare fatti e realtà la cui portata non comprendono – del resto, la mediocrità non riconosce nulla che le sia superiore, e Darwin nella sua lentezza non può aiutarci per il momento.
Una giornata storica si è conclusa, ma la Storia si fa giorno per giorno, non solo per date significative; e la Storia la fanno i popoli che la dominano, non quella che si fanno trascinare da essa.

A buoni intenditori poche parole, afragolesi.


















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