sabato 24 giugno 2017

Un Belvedere d'altri tempi.

Piazza Belvedere nel 1886.


Penultimo appuntamento con il ciclo di dipinti realizzati da Augusto Moriani nel 1886 per decorare il piano nobile del Palazzo municipale (di cui ci occuperemo a luglio con un articolo dedicato).
Dopo le piazze delle tre storiche chiese parrocchiali, il pittore ritrae il cuore dell’Afragola moderna (moderna ai suoi tempi). Piazza Belvedere.
Annesso il Regno duosiciliano a quello sabaudo, Afragola si ritrovò con una nuova amministrazione vicina ai potenti arrivati nel 1860. Il primo sindaco del nuovo corso fu Vincenzo Maiello, indagato per brigantaggio e camorra pochi mesi dopo aver preso la carica. Di lui e del fenomeno del brigantaggio ad Afragola parleremo nel corso dell’estate, verso la fine della stagione, ma ai miei quattro lettori non dò scadenze fisse perché una ricerca seria richiede tempo e discernimento delle fonti, e io non vivo solo per Vetus.

Tornando al tema di oggi, Afragola dopo l’annessione vide svilupparsi un nuovo quartiere, proiettato verso sud, lungo l’asse viario che conduceva a Casoria e quindi a Napoli. Il centro storico fu abbandonato dalla “borghesia”, termine improprio per indicare quell’insieme di artigiani, proprietari terrieri, commercianti, liberi professionisti che nell’Afragola ottocentesca non riuscirono mai a costituire la classe media così come viene storicamente intesa. L’area adiacente al Santuario di Sant’Antonio, un tempo in aperta campagna, si urbanizzò, e ancora oggi costituisce l’unica “agorà” di Afragola (in compenso nel corso del Novecento i grandi proprietari si trasferirono in gran parte nei nuovi quartieri residenziali dell’Oberdan e del Gelsomino). Piazza Belvedere, di cui già scrivemmo a proposito delle trasformazioni ottocentesche (leggi qui: LINK, e vedi foto a fine articolo), si pose quindi come nuovo sbocco cittadino e come nuovo centro residenziale.
Il dipinto (che come gli altri tre è un soprapporta) è del 1886. In esso sono evidenti le influenze della Scuola di Posillipo napoletana in Moriani: il cielo, di un azzurro vigoroso e punteggiato dalle nuvole, il verde dei pini mediteranei, il rosa intenso del palazzo. Il lato destro è occupato da Palazzo Cocco, quasi ad angolo con lo slargo di Piazza Gianturco, e per questo visibile fin dall’inizio del Rettifilo, dal punto dove sorge l’aiuola della ghiera metallica a Casoria. In fondo vediamo la mole di Palazzo Ciaramella, di cui distinguiamo appena i due livelli, quello di base occupato oggi da un esercizio commerciale e la loggia superiore.
Il lato sinistro della piazza non è edificato (come possiamo vedere anche dalle foto sottostanti) e l’unico struttura edilizia presente è un lungo muro che corre verso ovest. L’elemento più caratterizzante del dipinto è certamente il tram a vapore sul lato destro. Il tram sta arrivando da Napoli e intravvediamo nella cabina di locomozione il macchinista, mentre due persone stanno aspettando il momento della fermata per salirci. Dall’altra parte della piazza, all’ombra dei palazzi, si muove una carrozza, che trasporta a sua volta altri passeggeri. C’è davvero un tocco da “vetus et novus” in questa illustrazione: il “nuovo” della macchina a vapore e il “vecchio” della carrozza a traino animale.
La Tranvia Caivano – Napoli, passante per Afragola lungo l’asse delle attuali vie Murillo di Cardito – Corso Meridionale- De Rosa – Morelli – Sanfelice e sboccante al Belvedere, iniziò le corse nel 1881 e le cessò definitivamente nel 1957, tagliando fuori da allora il centro storico da ogni collegamento di trasporto pubblico con la parte nuova della città.


Ci resta da trattare, riguardo al Moriani, il grande affresco del Salone del Palazzo di città. Ma lo faremo un’altra volta.



Piazza Belvedere negli anni Venti del Novecento.


Piazza Belvedere negli anni Cinquanta circa del Novecento.

martedì 20 giugno 2017

Una nuova Chiesa. Non cristiana.

Papa Francesco

Ormai gli episodi aumentano, sono quasi quotidiani. Il lento, progressivo disfacimento di duemila anni di Fede e di Storia ha subito un’accelerata. Sanno che, avendo il Capo superato gli 80 anni, hanno poco tempo, ormai. Sia che sorella morte visiti il Vaticano, sia che ci sia una seconda abdicazione, i componenti vecchi e nuovi del conciliabolo di San Gallo sanno che sono alle battute finali. E stanno passando all’azione.

Francesco II sempre più vicino.

Con la creazione di 5 nuovi porporati, le creature di Bergoglio diventano 61 in seno al Collegio cardinalizio. Non abbastanza per eleggere da soli il prossimo Papa, ma sufficienti per ostacolare l’ascesa di un esponente dell’ala benedettina e quindi un ritorno al passato pre- Bergoglio. Allo stato attuale delle cose, l’emergenza elettorale prossima ventura si concluderà con l’elezione di un candidato di compromesso: in tal senso, in pole position ci sono Tagle, arcivescovo di Manila, e Montenegro, prelato ad Agrigento. Il primo è esponente della famigerata “Scuola di Bologna”, il gruppo di studiosi con a capo Alberto Melloni, che propugna una visione discontinua del Concilio vaticano II (la stessa che nei fatti vediamo ogni giorno); il secondo è uno dei cardinali più in vista riguardo le massicce ondate di clandestini, eufemisticamente chiamati “migranti” dai mass media, e quindi è “in tono” con ciò che i Palazzi propugnano per i popoli europei. In entrambi i casi, non si prospettano buone notizie per il futuro della Chiesa di Cristo.

Un quadro fosco.

Ma possiamo ancora definirla così? Possiamo ancora definire “sposa di Cristo” quell’insieme di preti presenzialisti in tv, suore cantanti, frati gaudenti col mondo, vescovi che parlano di clandestini e non conoscono neppure la Bibbia? Chiese vuote, ateismo e agnosticismo galoppanti (anche se nella gran parte dei casi chi ci definisce ateo o agnostico non sa neppure di cosa stia parlando, sopratutto fra gli under 35 con lauree e master e tanta ignoranza), cristiani perseguitati nell’Africa sahariana, in Indonesia, in Pakistan, perfino alle Maldive, gerarchia ecclesiastica scollegata dalla realtà. Un Papa che non risponde a chi gli chiede chiarimenti sull’Amoris Laetitia (ne parleremo nei prossimi giorni), che martella gli italiani e gli europei ogni mercoledì e ogni domenica blaterando di accoglienza indiscriminata, che preferisce accogliere in Vaticano 9 famiglie di musulmani lasciando alla frontiera macedone altri profughi di fede cristiana – e non si urli alla discriminazione, perché se Bergoglio avesse voluto essere davvero superpartes avrebbe accolto sull’aereo papale famiglie di entrambe le fedi.
Vicario di Cristo che di Cristo non parla, perché il centro dell’attenzione deve essere lui, il vescovo venuto dalla fine del mondo per insegnarci come interpretare il Vangelo, con l’aiuto dei manuali di don Milani e del cardinal Martini, insegnarlo a noi che l’abbiamo diffuso da tempo immemore su tutta la Terra.
E la Curia ai tempi di Bergoglio non è da meno. Divisa fra ultrà franceschisti e conservatori benedettiani, è unita soltanto nel terrore che il Capo suscita, i primi per il timore di perdere posizioni, i secondi per i nuovi attacchi al Depositum Fidei che il custode dovrebbe, di norma, conservare integro per i secoli a venire.
Abbiamo porporati ambiziosi che accusano altri di volere il Potere, con quel contorsionismo retorico per il quale bisogna accusare gli altri di ciò che si vorrebbe fare in prima persona: è il caso di Oscar Rodriguez Maradiaga, uomo dal passato ambivalente (non si è mai saputo con esattezza il suo ruolo nel 2009, quando nel suo Honduras avvenne il golpe che depose il presidente democraticamente eletto Manuele Zelaya e la Chiesa honduregna, da lui capeggiata, appoggiò il colpo di Stato), che accusa l’omologo Raymond Leo Burke di essere affamato di potere, quando in effetti a Maradiaga, segretario del C9, a non essere più presente nella propria diocesi in quanto di stanza a Roma.
Galantino e il cardinal Bertello
Abbiamo vescovi affetti da protagonismo mediatico che si slanciano davanti a ogni microfono e telecamera che i compiacenti giornalisti di Rai e Mediaset pongono davanti alle loro labbra, uscendosene con affermazioni surreali. E’ il caso di Nunzio Galantino, un tempo professore di Teologia Dogmatica, secondo il quale Sodoma non fu distrutta da Dio in grazia ad Abramo lì presente. E lo dice davanti a una platea di giovani, facendo passare nelle loro menti il messaggio per il quale basta una raccomandazione divina per salvarli dai peccati più odiosi.
Abbiamo preti che si spiano fra di loro, che denunciano chi esprime opinioni diverse da quelle del Capo, che gridano al mondo “C’è stato un Concilio!” e non sanno neppure che in nessun rigo delle costituzioni del CVII c’è scritto di dare l’Eucarestia in mano, far portare il Santissimo a ragazzine, abbattere antichi altari, affidare le chiavi del ciborio a donne laiche. Un’umiliazione prima come sacerdoti, quindi depositari dello Spirito, e poi come uomini, costretti a mendicare da una donna la chiave per aprire il Tabernacolo.

Fine del cattolicesimo. O forse no.

La pietra tombale per il cattolicesimo è già pronta, con la messa unificata per cattolici e protestanti. Prove tecniche di tale abominio si sono avute 10 giorni fa circa in Spagna, e non dubitiamo che surrettiziamente le nuove norme siano introdotte in tutto l’Orbe cattolico. 

Intanto le voci dissidenti vengono tacitate: Sandro Magister cacciato dalla Sala stampa vaticana, Antonio Socci fatto oggetto di sberleffi dai commentatori di “Vatican Insider”, la Pravda bergogliana. Altri si sono volutamente silenziati in questi tempi in cui esporsi genera polemiche infinite, e si conservano per tempi futuri: Antonio Margheriti il Mastino, da un anno assente da Facebook, ha chiuso il suo “Papalepapale”, Francesco Colafemmina ha lasciato attivo il suo “Fides et Forma” ma non vi scrive da mesi, e i padri dell’ “Isola di Patmos” oscillano fra una difesa di Bergoglio e una sua critica, in contrasto a loro volta con altri difensori della normalità nel caos in cui è caduta la Chiesa.
L’onda sta per abbattersi inesorabile sul cattolicesimo romano, che ciò accada in questo scorcio di pontificato o nel successivo poco importa. I mass media, controllati da poteri politici e finanziari, sono riusciti a costruire un’immagine popolarissima, con l’aiuto anche del diretto interessato, per cui attaccarlo frontalmente è infruttuoso ed espone sacerdoti e vescovi a ritorsioni, come in ogni regime che si rispetti. Altro non resta, a noi fedeli della prima ora, consacrati e laici, di conservare la Tradizione che ci è stata tramandata, ricordandoci che essa non verrà mai meno anche se fosse rimasta una sola chiesa in tutta la Terra e celebrare la Cena secondo la volontà divina e non secondo quella umana. Non si tratta di ribellione alla don Milani, il prete che invitava all’anarchia, oggi esaltato dalla neochiesa; si tratta di obbedire alla gerarchia non nascondendo alla stessa le sue deficienze, perché “La verità vi farà liberi” (Gv 8, 32).

E alle Sue parole possiamo credere, anche se non c’erano registratori nelle vicinanze a riprenderle.

domenica 18 giugno 2017

Un "golpe" nel Medioevo.

Annone II di Colonia



Morto Enrico III nel 1056, l'Impero fu governato da un collegio imperiale in luogo di Enrico IV, figlio del defunto, ancora in minorità. Capo del collegio era la vedova del sovrano, Agnese di Poitou, donna profondamente religiosa ma priva di capacità di governo. la sua reggenza fu accettata dai principi tedeschi solo per intervento del Papa Vittore II, che in cambio otteneva l'appoggio imperiale per la riforma cluniacense nei territori tedeschi. Morto però anche il Papa, la sovrana si trovò a gestire una situazione incandescente senza avere né il carisma del marito né l'autorità morale del Pontefice. Iniziò così una politica altalenante, fatta di cessioni di importanti ducati a vassalli tedeschi di dubbia fedeltà, mentre si perdeva il contatto con Roma: Stefano IX, successore di Vittore, fu eletto senza il suo consenso (vigeva ancora il Privilegium Othonis imperiale), dato successivamente, e idem lo furono Benedetto X Tuscolani e Niccolò II di Borgogna (il primo fu poi scomunicato come antipapa, vedi il post precedente sulla pagina). Niccolò II approvò nel 1059 il decreto sull'elezione del Papa che escludeva ogni interferenza imperiale, cosa che condusse alla rottura con l'Impero e all'elezione di un antipapa nominato direttamente da Agnese, Cadalo da Parma. Fu il principio della fine: i principi tedeschi si ribellarono alla scelta, chi apertamente chi rifiutando tacitamente gli aiuti richiesti contro gli Ungari ad Oriente, e nel 1062 Agnese fu deposta dalla carica di reggente con il noto "Putsch di Kaiserswerth".  Un gruppo di nobili, guidati dall'arcivescovo di Colonia, Annone, decise quindi di prendere in mano la situazione. Nel 1062 Enrico e Agnese risiedevano nel palazzo imperiale di Kaiserswerth, oggi nel Land del Nord Reno- Vestfalia, e furono raggiunti da Annone all'inizio di aprile. L'arcivescovo invitò il re a compiere un giro in barca sul Reno, e il giovane accettò. Appena salì, i complici dell'arcivescovo lo circondarono e allontanarono l'imbarcazione dalla riva. Credendo che stessero per ucciderlo, Enrico si lanciò nell'acqua, forse per tornare indietro. La corrente renana era forte, e il 12enne sovrano troppo debole: non fosse stato per uno dei congiurati, il conte Egberto, che si tuffò e lo riportò sano e salvo a bordo, sarebbe morto e la Storia della Germania e dell'Europa avrebbe preso un altro corso.
Annone condusse Enrico a Colonia e indusse Agnese a consegnare le armi imperiali, segno del passaggio dei poteri. Il Colpo di Stato di Kaiserswerth durò lo spazio di tre mesi, fino a quando una Dieta di nobili appositamente convocata non normalizzò la situazione accettando il fatto compiuto e affidando l'educazione del re e la reggenza imperiale ai congiurati, con Annone in testa. Essa durò tre anni circa, fino alla cerimonia del cavalierato di Enrico, avvenuta il 29 marzo 1065, e che segnò il suo ingresso nella vita adulta.
Seppur non spiegate apertamente, le motivazioni dei congiurati per il golpe erano da considerarsi legittime: l'Impero era indebolito dalla minacciosa politica dei vicini, ci si era allontanati da Roma e dalla politica di riforma, e Agnese era incapace di imporsi sul figlio già di forte carattere. Benché la storiografia degli anni Settanta- Ottanta del Novecento abbia rivalutato la figura di Agnese sotto al spinta dell'ideologia femminista e delle figure di donne come attori attivi nella Storia, oggi i fatti di Kaisersweth vengono rivalutati dalla moderna storiografia come necessari alla salvezza dell'istituzione imperiale nel delicato periodo di transizione da Enrico III a Enrico IV.


giovedì 15 giugno 2017

Afragola d'arte. Basilica di Sant'Antonio - Presbiterio e abside.

Stemma francescano.


Articoli correlati: Nota storica (LINK), Prospetto (LINK), Navata centrale e volta (LINK); Navata destra (LINK); Navata sinistra (LINK).



Con la trattazione dell’area presbiteriale si conclude la serie di puntate che la nostra rubrica ha dedicato alla Basilica antoniana.
Il presbiterio è separato dalla navata centrale dall’arco trionfale, che reca sulla sommità lo stemma francescano (un braccio di un frate che incrocia un braccio di un laico), sorretto da due angeli in stucco e adornato dalla collana recante l’agnello del Toson d’oro, sempre in stucco. I due angeli sono leggiadri, i volti sereni, quasi scrutanti la folla di fedeli che da secoli si assiepa sotto di loro. Nulla togliendo alle altre emergenze artistiche del tempio, ritengo che siano il manufatto più bello di tutta la Basilica (Altare maggiore con i suoi angeli in marmo escluso).
Il presbiterio è uno spazio rettangolare che fino agli anni Cinquanta del Novecento era a pareti chiuse, mentre oggi si presenta con arcate aperte. Ospita l’altare postconciliare, una semplice ara a mensa sostenuta da un dado in acciaio coperto da lastre marmoree, gli stalli per i frati concelebranti, e il Trono di Sant’Antonio, opera massiccia con nicchia rettangolare contornata da colonne bianche con scanalature profonde e capitelli corinzi. La nicchia ospita la statua di Sant’Antonio, simulacro del Santo Taumaturgo, rivestito con cotta e stola, simboli del potere sacerdotale; con la destra regge il Vangelo e il Bambin Gesù, con la sinistra mantiene un giglio dorato, indicante la sua purezza. Al collo mostra la collana del Toson d’oro, di cui già parlammo in un articolo precedente e al quale rinvio il lettore : LINK

Busto reliquiario, 2005
Il trono risale al 1922. Gli affreschi sono ancora una volta dovuti al Severino, che nel 1918-19 ritrasse i santi Bonaventura, doctor Seraphicus, Bernardino, doctor egregius, Alessandro d’Arles, doctor irrefragabilis e Giovanni Duns Scoto, doctor subtilis. La volta è animata dagli affreschi con “Il miracolo della mula” e “Il Bambino appare a Sant’Antonio”, mentre nelle lunette abbiamo “San Gregorio Magno papa con lo Spirito Santo” e “Santa Cecilia, assistita da un angelo, loda il Signore”. Nelle velette ci sono le rappresentazioni della fede, della carità, della Fortezza e della sapienza, mentre dall’arco parte sotto il cornicione l’inno del Santo “O Proles Hispaniae” in lettere musive blu su fondo dorato. Posteriormente al Trono, abbiamo il busto reliquiario contenente un osso scapolare del Santo, opera del 2005 del maestro Domenico Sepe. Il busto è al centro del deambulatorio che costituisce il prolungamento della navata sinistra dietro il presbiterio e fa parte dell’abside del tempio. 

Il deambulatorio absidale.

Il deambulatorio presenta le statue di Sant’Elisabetta d’Ungheria, recanti le rose che, secondo la tradizione, si trasformavano in pani; Santa Lucia, che reca i propri occhi in mano; San Michele arcangelo che schiaccia il demonio. Su ogni pilastro del presbiterio è ritratto un episodio della Vita di Sant’Antonio, 19 mosaici policromi realizzati negli anni Settanta del Novecento.
Essi sono, in senso antiorario:
  • Nascita del santo
  • Il giovane Fernando venera le reliquie dei 5 protomartiri d’Africa, e decide di farsi frate, assumendo il nome religioso di Antonio.
  • Il giovane Antonio, vestito da chierichetto, scaccia il demonio con un segno di croce.
  • San Francesco consegna una pergamena a Sant’Antonio.
  • San Francesco riceve Sant’Antonio nel suo Ordine.
  • Sant’Antonio è accettato da fra’ Graziano nella provincia di Romagna.
  • Sant’Antonio fa parlare un neonato per scagionare la madre accusata di adulterio.
  • Sant’Antonio contempla la natura.
  • Sant’Antonio predicatore.
  • Sant’Antonio guarisce un contadino feritosi una gamba con una scure.
  • Sant’Antonio rimprovera Ezzelino Romano per la sua crudeltà.
  • Sant’Antonio predica davanti a Papa Gregorio IX e alla Curia pontificia.
  • Sant’Antonio ministro di Dio;
  • Sant’Antonio è riportato a Padova su un carro.
  • Apoteosi di Sant’Antonio, con sullo sfondo il santuario afragolese.
Al di sopra delle arcate la serie musiva continua con:
  • Sant’Antonio arriva in cielo.
  • Sant’Antonio è ricevuto in paradiso dalla Madonna.
  • Sant’Antonio incontra Gesù.
  • Sant’Antonio e San Francesco contemplano in cielo la Ss. Trinità e la Ss. Vergine. Tema che si riallaccia all’affresco della volta.
Un’ultima annotazione sul Pulpito realizzato da Francesco Ierace nel 1927, un tempo posto al di sopra di una colonna di marmo verde, adesso all’angolo sinistro del presbiterio. Interamente marmoreo, è composto di tre pannelli che recano in bassorilievo tre episodi:
  • Gesù manda gli Apostoli per il mondo
  • Sant’Antonio fa inginocchiare Ezzelino Romano
  • San Francesco esorta alla penitenza i suoi frati.

E con questo si chiude questo lungo ma veloce excursus di “Afragola d’arte” nella Basilica di Sant’Antonio in Afragola. 




mercoledì 14 giugno 2017

Afragola d'arte. Basilica di Sant'Antonio - Navata sinistra.

Altare maggiore del XVIII secolo.


Articoli correlati: Nota storica (LINK), Prospetto (LINK), Navata centrale e volta (LINK), Navata destra (LINK).

La navata sinistra si differenzia da quella destra per l’allungamento costituito dal deambulatorio presbiteriale (che tratteremo nel prossimo articolo). Nell’androne d’ingresso è apposta l’epigrafe, un tempo posta nella cappella di San Ludovico da Casoria, che ricorda l’elevazione del Santuario a Basilica pontificia: ““L’anno del Signore 2004 – il giorno 13 del mese di novembre – alla presenza di un popolo festante – di autorità civili e religiose – del clero diocesano – di Fr Luigi Ortaglio Ministro Provinciale o .f. m. – il Signor Cardinale Michele Giordano – Arcivescovo Metropolita di Napoli – promulgava solennemente il decreto pontificio con cui l’8 giugno 2004 – il Santo Padre Giovanni Paolo II – conferiva a questo Santuario Antoniano di Afragola – il titolo e la dignità di Basilica Minore”. La prima cappella è spoglia di dipinti, ma ospita un pregevole Crocifisso ligneo, scolpito seconda la tradizione1 da frate Umile da Petralia nei primi decenni del XVII secolo. Il Crocifisso è noto per la grande devozione che ispirava nei tempi passati, mentre adesso solo poche anime ferventi si soffermano a osservarne i particolari. Osservando bene il manufatto, possiamo notare che i chiodi, curiosamente, sono nei polsi e non nelle mani, cosa desueta per l’iconografia dell’epoca, ma che corrisponde alla realtà delle modalità di crocifissione dei Romani, poiché i chiodi venivano apposti nel tunnel metacarpale dei polsi per reggere il suppliziato sulla croce (e aumentarne i dolori). Nel 1866 andò smarrito con la chiusura del convento e la partenza dei francescani, e fu ritrovato malconcio e sfigurato solo nel 1956 in alcuni locali del convento in disuso, e dopo essere stato restaurato fu riconsegnato alla venerazione dei fedeli nel 1962.


Il crocifisso miracoloso

La seconda cappella destra, Cappella della Reposizione, ospita l'antico altare maggiore della Chiesa, in marmi policromi del Sei – Settecento, scomposto dopo la furia iconoclasta del Concilio Vaticano II, quando in tantissime chiese dell’Orbe cattolico furono distrutti altari, balaustre, capitelli in spregio alle disposizioni stesse del Concilio e a ogni sensibilità artistica. Alle spalle dell’altare, sulla parete c’è una vetrata artistica che rappresenta l’Ostia circondata da colombe e gigli. Parte di quella che era la seconda cappella ha nella volta in cornici dorate: Gesù che in agonia viene consolato da un angelo; Gesù tradito con un bacio da Giuda; Gesù coronato di spine; Gesù che incontra sua Madre; nelle lunette invece è raffigurata la deposizione di Gesù e sua Madre ai piedi della Croce.
La terza cappella recentemente è stata dedicata alla Vergine della Medaglia Miracolosa, quindi la simbologia e i dipinti fanno riferimento alle apparizioni avvenute a Parigi a S. Caterina Labourè.
La quarta cappella sinistra è quella di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia e Fondatore dell’Ordine dei Frati Minori. Allungata nel 1850 è stata successivamente ingrandita ed adornata nel 1925 per opera di P. Bernardino Iazzetta di Afragola.
San Francesco.
Ha uno stile classico e in un tondino in alto è raffigurato “San Francesco in gloria”, mentre nelle lunette “San Francesco che riceve l’indulgenza della Porziuncola” e “San Francesco riceve le stimmate sul monte Verna”. La cappella è stata consacrata da Mons. Benedetto Spila, Vescovo di Alatri, e fino al 1922 ha custodito la statua di Sant’Antonio. Non esistendo il Trono del Santo, realizzato nel Novecento, i fedeli afragolesi veneravano il Taumaturgo proprio in questa cappella, dal 1925 dedicata al Serafico nell’ambito dei festeggiamenti il settecentesimo anniversario del Fondatore, nel 1926. Oggi nella nicchia è custodita la settecentesca statua di San Francesco, tornata di recente da un restauro conservativo che ne ha rinverdito la bellezza.
Quella che era la quinta cappella un tempo era dedicata a San Michele Arcangelo, nella volta divisa da cornici dorate è raffigurato: Iddio che ordina agli Angeli fedeli di debellare gli Angeli ribelli; Marcia degli Angeli fedeli; Battaglia tra gli Angeli fedeli e quelli Ribelli; Vittoria degli Angeli fedeli. Nelle lunette è invece rappresentata la Caduta di Adamo ed Eva, e la cacciata degli stessi dal Paradiso Terrestre. Adesso è spoglia e vi si apre una porta che conduce allo spazio esterno, tra il campanile e il cortile.

Nota:


1 G. Castaldi, Memorie storiche del Comune di Afragola, 1830, p. 47.

lunedì 12 giugno 2017

Afragola d'arte. Basilica di Sant'Antonio - Navata destra.

Vincenzo Severino, Immacolata tra angeli, venerata da Papa Pio IX e Giovanni Duns Scoto, 1918

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La navata destra è la più povera delle tre, artisticamente parlando. Realizzata in sostituzione delle cappelle laterali sotto i guardianati dei padri Villano e Litto1, consta in 5 spazi quadrangolari, tutti affrescati da Vincenzo Severino durante il periodo 1918-19.
Il primo spazio ospita un quadro della Madonna di Pompei, posizionato al centro di un grande riquadro di marmo pregiato. Una balaustra in marmi bianchi e rossi chiude l’area corrispondente all’antico altare della cappella. Il secondo spazio corrisponde alla cappella di Santa Elisabetta (intitolazione inusuale nell’ambito afragolese), e ha la volta suddivisa in stucchi dorati che delimitano le lunette, nelle quali sono rappresentate Scene della vita di Santa Elisabetta: in senso orario abbiamo “Apparizione di Gesù a Enrico, marito di Elisabetta”, “Apparizione della Vergine”, “S. Francesco consegna la Regola a S. Elisabetta” e “S. Elisabetta incoronata da Gesù, da S. Francesco e da un angelo” e nelle lunette “S. Elisabetta elemosiniera “ e “S. Elisabetta p reintegrata dei suoi beni”. 
La vetrata con Dante.
Il terzo spazio è dedicato all’Immacolata e presenta pitture con Scene della vita della Vergine: abbiamo “L’Immacolata venerata da Papa Pio IX e Giovanni Scoto con angeli”, “Presentazione di Maria al Tempio”, “L’Annunciazione”. Molto particolare l’opera di volta, dove Papa Pio IX (1792 – 1878, Pontefice dal 1846) e Giovanni Duns Scoto (1265 – 1308) sono entrambi davanti alla Vergine, in un felice legame che supera l'anacronismo storico. Pio IX, Pontefice che proclamò il dogma dell'Immacolata Concezione celebrato ogni anno l'8 dicembre, potè infatti superare le obiezioni portate a questo dogma proprio grazie ai ragionamenti filosofici di Scoto vissuto 5 secoli prima. Nella parete troviamo una vetrata, realizzata dallo studio Cembalo di Napoli nel 1991, che rappresenta in maniera stilizzata la Vergine, con ai piedi San Francesco, Santa Chiara, un frate e...Dante Alighieri, con tanto di corona d'alloro! Che ci fa il Sommo Poeta nella Basilica di Afragola, per quanto ripreso in un'opera recente? Il legame riguarda la lode che l'Alighieri dedica all'Immacolata nel XXXIII canto del Paradiso, versi che furono definiti di “pura teologia mariana” e per questo ripresi perfino nella Liturgia delle Ore. Riporto i primi versi del Canto (1 – 27).

Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura, termine fisso d'etterno consiglio,
tu se' colei che l'umana natura
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l'amore,
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se' a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.

Donna, se' tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz'ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.


Il quarto spazio, dedicato a Santa Lucia, osserviamo similmente alle altre cappelle delle pitture con Scene della vita di Santa Lucia: a partire dalla volta, notiamo “La Gloria di Santa Lucia”, “S. Lucia davanti al governatore Pascasio” e “S. Lucia riceve il martirio”. Anche qui abbiamo una vetrata istoriata, con Sant’Antonio che domina il prospetto della Basilica (che al momento di realizzazione della vetrata aveva il titolo di Santuario).
Il quinto e ultimo ambiente era dedicato a San Giuseppe, e difatti presenta affreschi, piuttosto malandati a dire il vero, con Scene di San Giuseppe e della Sacra Famiglia. Nella volta, scompartita da stucchi come la seconda cappella, vediamo ritratte “La Sacra Famiglia”, “Natività”, “Fuga in Egitto”, “Gesù nel Tempio, “”Gesù al lavoro con S. Giuseppe”, “Morte di San Giuseppe”. Quest’ultima opera riprende un tema poco rappresentato nell’area napoletana, nonostante il forte culto per la figura del padre putativo di Gesù.

Nota:


1 Gianfranco d’Angelo, Sant’Antonio in Afragola, 1994, p. 36.

sabato 10 giugno 2017

Afragola d'arte. Basilica di Sant'Antonio - Navata centrale e volta.

Navata centrale della Basilica.

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L’interno del tempio consta di tre navate, delle quali la centrale costituisce il nucleo originario della chiesa. La decorazione che osserviamo non è quella secentesca, ma è dovuta ai rifacimenti avvenuti dal 1906 in poi e proseguiti per tutto il XX secolo.
La navata è compresa tra l’ingresso principale della chiesa (che si apre poche volte l’anno) e il presbiterio, ed è separata dalle navate laterali da archi e pilastri. Questi sono ornati di marmo e decorazioni in oro, e sormontati da un massiccio cornicione, al di sopra del quale insistono pitture e mosaici policromi, dominati dalle 10 finestre. Il pavimento è ricoperto di lastre marmoree bianche, in sostituzione dell’antico cotto, eccettuato una fascia centrale di marmi rossi, che a mò di tappeto conduce dal portale d’ingresso alla balaustra del presbiterio.
La volta si presenta affrescata con la Gloria di Sant’Antonio, dipinta da Vincenzo Severino, pittore di Caiazzo che operò in Basilica nel 1918. L’opera ritrae il Santo mentre, a braccia spalancate, è portato in cielo, verso la Santissima Trinità e la Vergine Maria, da uno stuolo di angeli. L’angelo alle spalle di Sant’Antonio innalza un giglio, simbolo del Taumaturgo, mentre altri due angeli volano verso di lui reggendo una corona e una palma, simboli di vittoria per la Fede. Poco più in basso di Antonio, sulla sinistra, è presente San Francesco, con altri francescani alle sue spalle, che osserva ammirato il suo figlio spirituale. Un angelo reca un libro aperto, segnato dalla scritta “Regula et vita Fratrum Minorum”. In fondo, assieme a compagni di Antonio, vediamo Prelati, vescovi, un re e un cardinale che acclamano il Santo, spogliati dei loro ricchi copricapi simboli di potere, poiché davanti alla Gloria divina ogni altro potere è fasullo.
Gloria di Sant'Antonio
E’ un’opera molto gradevole, sopratutto per i colori sfumati che rendono eterea tutta la composizione (azzurri, rosa e rossi in particolare). I volti sono raffazzonati – bruttissimo, lo dico a titolo personale, quello di San Francesco – ma sostanzialmente è un buon dipinto, penalizzato dall’altezza che non consente di visionare tutti i particolare a distanza. Colpisce in particolare l’angelo in basso a sinistro, ritratto frontalmente, rivestito con una tunica azzurra, che regge la croce patriarcale, simbolo del massimo grado del sacerdozio.
La Gloria è attorniata da due scene della vita di Sant’Antonio e dai tondi di santi francescani, tutte opere del Severino risalenti al 1918-19.
Nella prima scena, “Sant’Antonio predica ai pesci”, collocata al di sopra del portale centrale, il Santo è ripreso mentre, cacciato da Rimini, và a predicare ai pesci: tonni, anguille, scorfani e altre specie natanti emergono dal mare per ascoltare la Parola spiegata da Antonio.
La seconda scena, “Sant’Antonio resuscita un morto”, posta presso l’arco trionfale alla fine della navata, osserviamo il doppio prodigio del Taumaturgo, il quale non solo si dislocò a molti chilometri di distanza da dove predicava, ma risuscitò, per grazia divina, un morto per scagionare il padre dall’accusa di omicidio.
I tondi che attorniano la navata ritraggono Santi e Sante francescane.
A sinistra abbiamo:
  • San Luigi re di Francia, terziario francescano
  • San Pacifico da S. Severino, con giglio e croce
  • San Leonardo da Portomaurizio, predicatore settecentesco
  • San Giovanni da Capestrano, vincitore della battaglia di Belgrado contro i musulmani invasori
  • San Luigi, vescovo di Tolosa
A destra notiamo:

  • Santa Cunegonda, regina di Polonia
  • Santa Margherita da Cortona
  • Santa Caterina da Bologna, con Gesù bambino in braccio
  • Santa Rosa da Viterbo
  • Santa Chiara d’Assisi, con in mano l’ostensorio.

venerdì 9 giugno 2017

Apici.

Affresco dell'abside della chiesa di Santa Maria di Piazza, Montefusco (Avellino), foto del 2013.

mercoledì 7 giugno 2017

Il vecchio volto di San Marco.

San Marco all'Olmo nel dipinto di Augusto Moriani, 1886.

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Il terzo soprapporta di Augusto Moriani ritrae il centro del rione Casavico così come gli si presentava nel 1886. Il pittore si era posto laddove oggi insiste una piccola piazza con giostre per bambini e la riproduzione statuaria di don Gabriele Laudiero, parroco di San Marco nel postconcilio. Nei 131 anni che ci separano da questa rappresentazione, l’edifico che più ha subito modifiche è indubbiamente la chiesa. Nel dipinto vediamo la chiesa di San Marco così come doveva presentarsi agli afragolesi dopo i lavori di riattamento della metà del XIX secolo, allorquando il parroco Giuseppe Scala ordinò ampi restauri sia per la sede parrocchiale sia per la rettoria di San Marco vecchio detta in Silvys (per maggiori informazioni, leggi qui: LINK). La breve gradinata ancor oggi esistente è attraversata da una donna che si sta recando in chiesa, vicina al portale d’ingresso, ai cui lati si notano due nicchie: come per la vicina chiesa di San Giorgio, tali spazi dovevano evidentemente ospitare statue di santi. Un oculo è posto sopra il portale, dominato a sua volta da un rosone trilobato per l’illuminazione interna. Il timpano conclude la facciata, e ospita anch’esso un oculo. Da notare come San Marco vecchio abbia anch’essa un rosone, per quanto chiuso (leggi: LINK), e tale accorgimento architettonico è indicato per tutte e tre le chiese nelle relazioni per la Santa Visita pastorale del cardinale Giacomo Cantelmo nel 1698: evidentemente il rosone che osserviamo nel dipinto è quello originario del tempio costruito nel 1615, per quanto modificato nel corso di oltre due secoli e mezzo. Sul lato sinistro del tempio troviamo il campanile, in quattro livello con cupola bombata sommitale, e notiamo nell’ombra l’ingresso dell’Oratorio della Confraternita della Santa Croce, ancora oggi esistente. La fuga prospettiva verso via Nunziatella è una delle più vive e belle del panorama artistico di Afragola, mentre i due edifici laterali alla chiesa non sono molto cambiati in questi 131 anni (l’edificio a sinistra, ad angolo con via don Minzoni, ospita oggi una struttura commerciale, mentre nel 1886 era sede di un mercato di ortofrutta).

Bella è anche la rappresentazione di personaggi verosimili dell’epoca: una madre con in braccio il figlio attraversa la piazza, un ortolano espone le sue mercanzie su “cascette” di legno come avviene ancora oggi, un uomo vestito di nero si staglia al centro della piazza, una carrozza (o per meglio dire, un carrozzino) con i cavalli sosta davanti alla chiesa, forse attendendo qualcuno.
San Marco è sempre stato, dei tre quartieri originari di Afragola, il più piccolo, il più povero e il meno abitato, almeno fino all’esplosione demografica degli anni Sessanta del Novecento. Se ciò dal punto di vista socio-economico è stato una male, dal punto di vista urbanistico e storico è stata una manna, visto che le trasformazioni sono state misurate e tutto sommato marginali, chiesa eccettuata. 
Il prossimo appuntamento con Moriani ci allontanerà dal centro storico e dalle zone orientali e ci condurrà verso sud e il nuovo centro: Piazza Belvedere.


San Marco all'Olmo oggi.

martedì 6 giugno 2017

Afragola, l'AV e la libertà di informare.

La hall superiore interna della stazione AV Napoli Afragola


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Fino a stamattina, Afragola aveva vissuto solo due giornate storiche. 
La prima fu il 12 gennaio 1576, quando l’allora “casale delle fragole” si riscattò dalla feudalità del barone Paolo Bozzuto, comprandone i diritti, e si rese casale demaniale; la seconda fu il 5 ottobre 1935, quando il re Vittorio Emanuele III, su proposta del podestà Luigi Ciaramella, conferì al Comune il titolo di città. Oggi, 6 giugno 2017, Afragola raggiunge e aggiunge un altro traguardo storico ai precedenti: con l’inaugurazione della stazione “Napoli Afragola” Alta Velocità viene colmata una lacuna, viene guarito un vulnus che tagliava fuori il centro urbano principale dell’area a nord di Napoli dai collegamenti ferroviari e quindi dallo sviluppo non solo italiano ma europeo. Una data storica, questa. Il che non significa che sia andato tutto liscio, come adesso vi racconterò.

Segregati, alla faccia del “privilegio”.

Essì, devo confessare ai miei 4 lettori di essere stato uno dei “privilegiati”, uno dei “lorsignori” che ha ottenuto, in virtù della propria attività divulgativa, il tanto ambito accredito all’evento a porte chiuse di oggi. Che poi sull’espressione “a porte chiuse” ci sarebbe da dibattere per parecchie ore. Innanzitutto, le polemiche social degli ultimi giorni sull’evento per pubblico selezionato lasciano il tempo del solito sfogo populistica sul web. Suvvia, non prendiamoci in giro: se ci fosse stato il “libera tutti” pochi di quelli che urlavano alla democrazia e alla mancanza di trasparenza si sarebbero fatti vivi, se non per tentare di farsi la foto con Paolo Silveri Gentiloni. Gentaglia che per mesi ha sputato merda (scusate, ma quando ci vuole ci vuole) sulla stazione, su chi l’ha progettata, su chi ha portato avanti il progetto, sulla sua utilità a mezzo sociale (fanno fede le cronologie dei post sui vari gruppi Facebook) se n’è poi uscita scrivendo il suo sdegno per l’accesso non libero a tutti. Altri hanno avuto uscite più signorili almeno sul piano formale: un giornalista locale, nota primadonna, non avendo ottenuto l’accredito neppure per mezzo di conoscenze altolocate, se n’è uscito che la stazione è inutile e tanto lui quel giorno doveva lavorare, mica poteva perdere tempo. La vecchia storia della volpe che non raggiungendo l’uva dice che è acerba.
Del resto, quando dalle 10 la stazione ha cominciato a riempirsi – io, Amedeo Francesco Mosca e Giovanna Galasso eravamo lì fin dalle 9 – ho notato facce mai viste né nel mondo giornalistico né in quello politico. “Amici degli amici” che si sono imbucati all’evento. Gli unici che sono stati segregati guarda caso sono stati i giornalisti, cioè coloro additati i giorni prima per essere la casta autoreferenziale che si sarebbe goduta la stazione. Alle 10e30, poco prima che arrivasse il treno che conduceva ad Afragola il Presidente del Consiglio e Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ci è stato comunicato in sala stampa che solo cameraman e pochi altri sarebbero stati ammessi alla sala congressi, gli altri sarebbero rimasti nella saletta osservando gli interventi per mezzo di un ledwall, senza poter accedere all’altra sala (riempitasi intanto di politici locali e nazionali e dei loro accompagnatori), non potendo scattare foto del convegno e attendendo con pazienza che Delrio (e non Gentiloni) arrivasse da loro. E’ scoppiato un putiferio: un giornalista di lungo corso ha urlato all’inserviente che non poteva essere trattato così, lui che fa “questo lavoro da centinaia d’anni”, e un altro ha proposto di abbandonare in massa la saletta. I doveri di cronaca e di redazione hanno prevalso, e la maggior parte di essi è rimasta. 

Giornalisti costretti a osservare gli interventi da un teleschermo.
Si è assistito dunque a una strana scena, surreale: la stampa, relegata in una saletta che andava progressivamente svuotandosi per l’abbandono di molti giornalisti, costretta a prendere appunti da immagini trasmesse dal ledwall che di tanto in tanto si spegneva, e politici e politicetti che applaudivano festanti se stessi e gli oratori. Gli afragolesi presenti in sala stampa, che dovevano raccontare ai concittadini la giornata, hanno dovuto vedere il loro sindaco, Domenico Tuccillo, da un video, mentre veniva acclamato da gente che non sapeva probabilmente manco chi fosse e che non tornerà ad Afragola per il resto della sua vita.
La farsa, perché di questo si è trattato, è durata due ore e mezzo circa. E perfino quando il convegno è terminato e siamo usciti nella hall esterna si è potuti tornare alla razionalità, e si è assistito all’assurda scena di membri dello staff che trattenevano sulle scale i giornalisti, me compreso, per evitare che avvicinassero Gentiloni, e tale arlecchinata è durata fino a quando il Presidente del Consiglio non è salito in auto abbandonando la stazione. 
Il colmo si è raggiunto ci siamo avviati verso la sala convegni visitata in mattinata, e ne abbiamo visto uscire uno sbarbatello in giacca e cravatta che poteva avere al massimo 15 anni. Questo sì che era un privilegiato “figlio di”, e poco importa che fosse pure il nipote della compianta Zaha Hadid. Avevo a fianco a me Amedeo F. Mosca, un giornalista che si occupa del progetto AV in Afragola da vent’anni, prima ancora che nascesse quel moccioso, che è stato relegato con me e altri lontano dalla Casta che celebrava se stessa più che la stazione, e sinceramente ho provato schifo per quest’organizzazione che ha rovinato una giornata storica. Davvero una brutta pagina per la storia della libertà di stampa: e poi ci sorprendiamo che ogni anno l’Italia ceda posizioni nella classifica dei Paesi più liberi del mondo.

Una meraviglia, con qualche sbavatura.

Non vi dirò della stazione: le foto che ho allegato parlano da sole, e tanto fra 5 giorni potrete visitarla di persona. Sì, c’è ancora tanto da fare: c’è da completare la parte posteriore del serpentone, solo per motivi estetici, visto che la stazione è operativa al 100%; ci sono da assicurare i collegamenti su gomma, e le aziende sul territorio hanno assicurato di tempi brevi per le istituzioni delle linee di autobus, si parla perfino di primi incontri in tema da lunedì prossimo 12 giugno; c’è da assicurare la sicurezza degli appalti e la riqualificazione dell’area dal punto di vista urbano, e questa è responsabilità del governo (e di Raffaele Cantone, che speriamo si interessi attivamente della faccenda, lui campano di Giugliano) e dell’amministrazione comunale. Pur con ampi margini di miglioramento, la realtà dell’AV è ormai presente in città, e sta agli afragolesi sopratutto farla funzionare, come mi diceva oggi Antonio Boccellino.
E’ giunto il momento, e questo lo dico io, che la parte buona e aperta di Afragola si “impossessi” dell’opera, spinga per migliorarla, faccia brainstorming, convegni, attenzioni il progetto così come attenziona le partite del Napoli calcio, e non si faccia zittire da zombie senza cervello che sanno solo deprecare e disprezzare fatti e realtà la cui portata non comprendono – del resto, la mediocrità non riconosce nulla che le sia superiore, e Darwin nella sua lentezza non può aiutarci per il momento.
Una giornata storica si è conclusa, ma la Storia si fa giorno per giorno, non solo per date significative; e la Storia la fanno i popoli che la dominano, non quella che si fanno trascinare da essa.

A buoni intenditori poche parole, afragolesi.


















domenica 4 giugno 2017

Afragola d'arte. Basilica di Sant'Antonio - Prospetto

Il prospetto del Santuario a inizio Novecento.
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Il prospetto della Basilica che attualmente vediamo è il risultato delle trasformazioni avvenute nella seconda metà del Novecento, durante i guardianati dei Padri Egidio Annunziata, Bernardino del Villano e Gentile Litto (nel periodo 1946-1965)1. Già in un mio vecchio articolo ebbi a descrivere l’aspetto della vecchia facciata, com’è ritratto nella foto d’epoca di apertura (clicca questo LINK). L'ingresso era costituito da tre archi separati dal sagrato tramite cancellate in ferro, e davano accesso alla navata centrale della chiesa. Al di sopra di quello centrale osserviamo un regolo bianco, probabilmente recante lo stemma francescano delle braccia incrociate. Nello spazio mediano, fra l'ingresso e l'apice, si osserva la finestra che illumina la navata principale. Infine, la parte superiore del tempio è occupata da un'edicola con timpano, contenente l'affresco con l'immagine slanciata di Sant'Antonio che scende dal cielo. Una fonte cita anche la scritta sotto l'effigie: “O Antonio, Afragola è tua”. L'affresco andò purtroppo perduto per le intemperie già alla fine degli anni Venti. Possiamo osservare l'antico campaniletto a vela a due fornici della chiesa, risalente al 1915. Sia il campanile che l'edicola con l'effigie del Santo presentano corpi architettonici arrotondati che danno un senso di slancio alle strutture. Gli edifici laterali, che conducono al chiostro e al museo, presentano un solo grande arco d'ingresso e una porticina per gli ambienti conventuali. Fra di essi, la Croce, risalente a inizio Novecento.

Il prospetto oggi, dopo i rifacimenti dei primi anni Duemila.



Il prospetto attuale fu disegnato dall’architetto Vittorio Pantaleo, che vi aggiunse la loggia centrale. Resta la divisione in tre settori, ma i due archi laterali sono stati chiusi, aprendo in compenso due ingressi laterali alle navate minori. La porta centrale è preceduta da colonne con capitelli a festoni su basamento in travertino, che reggono la loggia superiore. Il tempio a cuspide adesso ospita delle maioliche policrome raffiguranti l’effige di Sant’Antonio di Afragola sollevato in Paradiso da una nuvola e circondato da 5 Angeli festanti, alcuni dei quali con giglio. L’attuale effige fu voluta dal Padre Guardiano Alessio la Rocca nel 1935. Al secondo corpo, lì dove c’è la piccola loggia delle benedizioni, c’erano le raffigurazioni in maiolica di San Francesco e dell’Immacolata, oggi conservate nella Sala delle Offerte e degli ex voto. Nel 2004, anno in cui avvenne l’erezione a Basilica Pontificia, furono applicate sul frontone della Chiesa la scritta “Pontificia Basilica S. Antonio” in marmo bianco di Carrara, e alle due estremità furono posti gli scudi “pontificio” e “francescano”. Sul lato sinistro, osserviamo l'alto campanile a 4 ordini, terminante con la cupola affusolata foderata in lamina di rame e con un loggiato panoramico. Fu costruito sotto il guardianato di Padre Egidio Annunziata e inaugurato nel 1951 e presenta un’incisione sul marmo del basamento che ricorda che fu rivestito per opera del Comm. Pisacane il 18 dicembre del 1950.
Gli edifici laterali che danno accesso alla Sala delle Offerte e degli ex voto presentano adesso portali rettangolari, e la Croce è stata spostata sull'estrema destra, a costo però della distruzione dell'antica inferriata.

Note

1 Gianfranco d’Andrea, S. Antonio in Afragola, 1994, p. 22.

venerdì 2 giugno 2017

Afragola d'arte. Basilica di Sant'Antonio - Nota storica.

Basilica di Sant'Antonio da Padova.

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Rieccoci qua, con la nostra rubrica sull’arte locale. Ci siamo presi un mese di pausa, sia per dare spazio ad Angelo Mozzillo, sia per impegni professionali del direttore, i cui risultati vedrete presto pubblicati qui.
La programmazione della rubrica prevedeva, concluso il focus riguardo la chiesa di San Domenico, la trattazione del Castello angioino, in modo da dare uno spazio anche laico alla rubrica – del resto, non è colpa nostra se il patrimonio artistico afragolese è per la maggior parte di natura religiosa. Tuttavia, la vicinanza alla peregrinatio del Santo protettore degli afragolesi ha convinto me e la vicedirettrice “Minion” a modificare i programmi. Eccoci qui dunque a parlare della Basilica di Sant’Antonio da Padova.

Una chiesa dedicata a San Francesco…

La storia dell’insediamento francescano in Afragola inizia nel 1613, secondo gli studi di Gaetano Capasso1, quando l’università aveva avanzato alla Curia arcivescovile la richiesta di permettere un insediamento dei frati anche nel casale delle fragole. I padri domenicani, già presenti nel casale da circa 40 anni, osteggiavano la richiesta adducendo come giustifica la povertà del casale, che rendeva insostenibile la compresenza di due ordini di religiosi mendicanti. La Curia in quel momento era oggetto dell’energica riforma voluta dall’arcivescovo e cardinale Decio Carafa (1613 – 1626), succeduto a due arcivescovi che erano rimasti per poco sulla Cattedra di Sant’Aspreno. Giuseppe Castaldi, primo storico di Afragola, rileva invece che la supplica fu inviata alla Curia nel 1618, 5 anni più tardi2.
La richiesta non fu accolta in un primo momento perché forti erano le pressioni contrarie, e la situazione rimase in stallo fino al 1633, quando l’arcivescovo cardinale Francesco Boncompagni decise d’autorità di consentire l’insediamento ai francescani riformati. Ottenuto il consenso, l’università di Afragola comprò un terreno di 4 moggi nella località sita presso l’Arco di San Giorgio (attuale Viale Cristo Re) da Giovanni Antonio de Respinis per 800 ducati. Il contratto di compravendita fu stipulato il 26 febbraio 1638, ma la costruzione del monastero e della chiesa era già iniziata anni prima per volontà dello stesso de Respinis3.
Capasso e Castaldi concordano nel dire che la chiesa, originariamente a unica navata, fu dedicata subito a Sant’Antonio da Padova. Ma un’altra tradizione afferma che il tempio fu inizialmente dedicato prima all’Immacolata, poi a San Francesco e quindi al Santo delle 13 Grazie. Fantasie? Non proprio. Nella sua opera manoscritta riguardo alla storia del quartiere di Casavico (San Marco), Romualdo Cerbone trascrive le sepolture di alcuni afragolesi, riportate nei registri dei defunti della parrocchia di San Marco.
Accennando alla sepoltura di Benedetto Iorio, morto il 2 agosto 1688, Cerbone scrive : “Sepolto nella chiesa di Sant’Antonio (Sancti Francisci de Terra Afragolae)”4. La scrittura latina è evidentemente originaria del testo del registro copiato da Cerbone, e quindi testimonia che nel 1688 la chiesa era conosciuta (anche intitolata?) a San Francesco d’Assisi. Secondo me, e parlo per ipotesi, la dedicazione a Sant’Antonio avvenne al momento della consacrazione del tempio, il 28 aprile 1715, ad opera del vescovo di Crotone, Michele Guardia.

La decadenza, la rinascita.

Nel Settecento il Santuario fu oggetto di ingrandimenti e abbellimenti5. Ai tempi del Castaldi, il prospetto del tempio aveva nel frontespizio un marmo recante lo stemma di Afragola6, presentava una sola navata adorna di altari in marmo e nella terza cappella v’era custodito il Crocifisso di frate Umile da Petralia, del quale parleremo in un prossimo articolo. Castaldi ricorda anche la festa del Santo, che iniziava un mese prima del 13 giugno e continuava per luglio compreso. Anche in questo caso, devo chiedere a voi 4 lettori di avere pazienza e attendere un prossimo articolo ad hoc.
Il 7 luglio 1866 giunse il decreto del governo sabaudo unitario che ordinava la chiusura del convento e il suo passaggio alle dipendenze del Comune. Dal 1876 al 1872 il complesso fu affidato al Santo Ludovico da Casoria, che vi aprì un mendicicomio e un ospedale civico, mentre solo la chiesa restò a testimoniare l’origine religiosa della struttura. Nel 1902 chiuse però anch’essa, e restò attivo solo l’ospedale. I tempi antireligiosi dell’Ottocento erano però giunti al termine: nel novembre 1906 il Comune vendeva ai frati il complesso, in totale abbandono e disfacimento. I francescani tornarono, e iniziarono un ciclo di lavori strutturali che perdurarono per tutto il secolo: nel 1911-19 furono costruite le cappelle del lato destro, negli anni 1953-65 furono realizzati il campanile in tufo, il deambulatorio del Trono e le due aule laterali del presbiterio7. L’aspetto attuale della chiesa risale agli ultimi lavori, realizzati all’inizio del XXI secolo. Nel 2004 il Santuario fu elevato in Basilica minore pontificia.

(Continua…).

Note

1 Gaetano Capasso, Afragola. Dieci secoli di storia comunale, 1974, p. 90.

2 Giuseppe Castaldi, Memorie storiche del Comune di Afragola, 1830, p.46.

3 Castaldi, op. cit., p.47.

4 Romualdo Cerbone, Vita quotidiana a Casuobbeche, manoscritto, p. 45.

5 Gianfranco d’Andrea, Sant’Antonio in Afragola, 1994, p. 22.

6 Castaldi, op. cit., p. 47.

7 Gianfranco d’Andrea, op. cit., p. 22.