giovedì 16 febbraio 2017

Lo show dell'inciviltà.

Vota Antonio.

Come spesso mi accade, leggendo le vecchie mail della mia casella Libero trovo degli articoli che avevo persino dimenticato di aver scritto. Talvolta è un bene che restino dove sono, nel dimenticatoio; altre volte, decido che se sono andati bene per un giornale, possono andare bene anche per il mio blog. Come in questo caso: un articolo scritto a ridosso delle elezioni comunali della mia città, ormai 4 anni fa, che mi diverte ancora per le trovate lessicali che riuscivo a trovare. Lo ripubblico, con qualche leggera modifica, per chi mi segue.


In questo maggio caldo e radioso, la nostra città si appresta a rinnovare il suo civico consesso, e a darsi un nuovo sindaco, presumibilmente per i prossimi 5 anni. Che sia l'eredità che Nespoli lascia al suo successore, o che sia l'abituale focosità degli afragolesi quando si tratta di competere per un “posto”, per molti questa tornata elettorale sta diventando una specie di furiosa “resa dei conti”, contro amici e nemici e anche contro se stessi, alla caccia dell'ultimo voto. Finchè i candidati se la vedono fra di loro, tanto meglio per tutti; il problema è quando vogliono coinvolgere anche i cittadini nelle loro diatribe.
Questa tornata si è subito caratterizzata, e più delle altre volte, per l'uso smodato di tabelloni, striscioni, manifesti che spuntano a ogni angolo, balcone, finestra, pertugio della città. Se vi sembra assurdo che nell'era di Facebook e Twitter si faccia ancor uso dei manifesti elettorali per far conoscere i candidati, non vi preoccupate, quello che scrivo è tutto vero, e potete verificarlo girando un po' per la città.
Eccomi in via De Rosa, quella interessata dai lavori di rifacimento stradale dell'anno scorso. Alzo gli occhi vero le facciate dei palazzi, e mi stupisco. I balconi non esistono più: sono spariti, coperti da sorridenti facce di candidati al consiglio comunale, che coprono pure le finestre. Con il sole battente del pomeriggio, in effetti ci si può coprire bene con uno di quelli. Attraverso via Morelli: la selva di facce si è sfoltita, ma ecco che un nuovo bosco mi si presenta in piazza Gianturco. Destra, sinistra, centro, simil centro, simil destra, simil sinistra: ce n'è per tutti i gusti. Verso via Roma mi pare di intravvedere una specie di coperta che si alza a ogni refolo di vento. Non è il resto di un bucato lasciato sbadatamente appeso: è uno striscione da stadio di tutto rispetto, col solito viso che trasmette sicurezza e simpatia.
Piazza Castello: ecco un'altra teoria di visi che avrebbero fatto la gioia di Pirandello e delle sue mille maschere teatrali, spuntare ovunque: non solo nei settori appositi, ma anche alle finestra, sulle verande, sui muri, perfino sui cartelloni bianchi e rossi dei lavori in corso. Si alza il vento: ecco che i cartoni si alzano tutti insieme, quasi come una spaventosa riunione di anime che vuole prendere anche la tua: “Vieni con noi, vieni con noi...”. Fuggo subito in via Maiello e da qui in Piazza Rosario, ma mi va male: altre facce, blu, rosse, a sfondo bianco, nero, celeste, perfino rosa. Possibile che non ci sia scampo? Proverò a San Michele: può darsi che i candidati fuggano questo quartiere come il diavolo fugga l'omonimo angelo. Ma quando inizio a cantare vittoria, a gioire perchè la pazzia elettorale non è arrivata fin lì, ecco apparirmi in una via laterale un enorme striscione che, a mo' di veranda, copre un intero balcone. Non lo ombreggia, no, lo copre proprio, tale che non ci si può nemmeno affacciare. La solita faccetta felice e invitante sembra sfottermi: non ti libererai mai di me, tanto vale che mi voti.
Decido di scappare in campagna, per non vedere più le facce dei 500 candidati sorridermi.
Vado nei campi afragolesi, località Vatracone, la zone più lontana e sperduta dal centro, tanto che molti non sanno neanche di essere ancora nel territorio di Afragola. Mi dedico all'esplorazione delle vecchie masserie, o almeno di quello che ne rimane. Eccone una là, che si erge nei campi, diruta e abbandonata. Mi avvicino e faccio per fotografarla, quando mi accorgo di un misterioso rettangolo, indecifrabile ancora per la distanza. E chi è se non il solito candidato in facsimile, che mi occhieggia e parla di libertà, orgoglio, coerenza, crescita, rinascita, benessere, tutto realizzabile se si voterà lui/lei? Perfino lì, nel nulla assoluto, dove gli scavi per riportare alla luce i reperti delle antiche civiltà vanno a rilento proprio perché è difficile arrivarci anche in auto.
Per la serie: dove non arrivano gli archeologi, sono arrivati gli attacchini.

Una domanda: quando la pazzia elettorale che ha abbruttito la città sarà passata, chi pagherà la rimozione dei manifesti laddove non si potevano mettere? I candidati? Sarebbe bello sperarci, ma abbiamo già fin troppa esperienza di manifesti lasciati ingiallire per anni perchè colui/colei che vi era rappresentato si è “dimenticato” di farli rimuovere. Non credo che abbia un costo economico eccessivo eliminare questi colorati rettangoli che parlano di progresso ma sono la manifestazione stessa di regressione, in un'era di sociale network; dopotutto, se tutte le sozzure che si sentono in giro a proposito del denaro presuntivamente esborso per esporre quei manifesti fossero vere, non ci sarebbero difficoltà economiche di sorta. Che sia dunque menefreghismo, come è lecito sospettare? Sarebbe davvero conturbante che i candidati al civico consesso, pieni d'amore per la loro città, se ne strafregassero del suo aspetto estetico dopo le elezioni! Va bene il “Vota la Trippa”, ma il conto lo pagassero loro.

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