lunedì 13 febbraio 2017

L'avventura del casale abbandonato.

Quello che si trova andando a esplorare...

E’ da molto che desidero parlare di una delle esplorazioni più enigmatiche del gruppo di Vetus et Novus, catalogata sotto il nome de “L’avventura del casale abbandonato. E’ passato molto tempo da quando io, Rob e Shirohige ci trovammo in quel luogo: parlo del novembre 2015, sul finire del mese. Il motivo di tale reticenza sta in alcuni particolari dell’avventura, in alcuni eventi che accaddero in quella lontana domenica e di cui non capimmo al momento la causa. Anche adesso che molti di quegli eventi hanno trovato una spiegazione razionale (e legale) devo omettere alcuni particolari, come il luogo, a differenza di quanto faccio di solito.

Era dunque il pieno autunno del 2015 quando, su una soffiata della mia fonte Bimbo Alieno, noi gruppo di Vetus partimmo alla volta della Campania interna, direzione nord – est, presso Maddaloni. La storica cittadina ai piedi del santuario di san Michele non era, per una volta, al centro delle nostre intenzioni (leggi QUI e QUA), ma dovevamo passarci per giungere alla nostra meta, posta poco lontano da essa. I monti intorno a Maddaloni, avamposti del Sannio profondo verso l’area extraurbana di Caserta, ci accolsero in quel pomeriggio fresco di fine novembre. Parcheggiata l’auto presso il grande Ponte vanvitelliano, ci siamo avviati lungo una via verso il bosco che era la prima tappa della nostra esplorazione. La vegetazione alta (lecci, sugheri) e bassa (arbusti spogli, per lo più) ci circondava completamente, e le nostre scarpe da ginnastica sembravano scivolare sul manto di foglie accartocciate e secche che cospargevano la strada. Mentre salivamo, vedemmo a un tratto una specie di pontile, che passava sopra le nostre teste da un lato all’altro del sentiero. E, a fianco a una delle due basi, precisamente a destra, ecco la prima sorpresa: una chiesa, o meglio una cappella, completamente diruta. Ispezionammo l’ambiente: le uniche cose ancora al loro posto erano le mattonelle al pavimento, consunte e rotte per di più. Gli arredi sacri erano stati eliminati, l’altare era stato distrutto e privato delle reliquie, quindi era dissacrato. AL di sopra di esso, una cornice che forse ospitava un’immagine del Patrono titolare, ormai vuota. Il soffitto era composto da pietre a incasso, prive di malta da copertura, e la vegetazione spuntava da tutte le parti: infissi di porte che non esistevano più, lati dell’altare, angoli nascosti. Il luogo doveva essere stato abbandonato da molti decenni. Scopriremo in futuro che eravamo entrati nella cappella di San Carlo, che fu costruita per permettere agli operai che lavoravano al grande Ponte di espletare i loro obblighi religiosi. Un luogo sacro settecentesco quindi, e abbandonato da chissà quanto, anche se non pareva proprio in procinto di “crollare da un momento all’altro”, come scrive la polemica autrice di un blog riguardo la chiesetta. 

Visitata la cappella o quel che ne rimaneva, siamo tornati all’auto e ci siamo avviati per l’altro versante della montagna, l’impresa più difficile dal punto di vista della fatica, per raggiungere la nostra meta. Parcheggiata di nuovo la nostra fedele amica a 4 ruote, in un punto più impervio della stessa boscaglia, abbiamo iniziato a salire per un sentiero appena visibile tra gli alberi, mentre il sole cominciava a tramontare (era circa le 16). Tutto intorno a noi era silenzio, rotto solo dal gracchiare delle foglie sotto le nostre suole. Ogni tanto, dai rami più alti degli alberi, udivamo un frullio d’ali improvviso, e un uccello si allontanava. Il sentiero a volte usciva fuori dalla boscaglia, e in tal caso avevamo un’ottima panoramica del monte e del ponte vanvitelliano, ormai ai nostri piedi, e che osservavamo per tutta la sua lunghezza. A un tornante, alla fine, apparve la nostra meta, un casolare abbandonato a prima vista, che ci era stato riferito essere altrimenti un edificio storico. La salita era stata breve ma faticosa: io ero stanco, Rob scattava fotografie, Shirohige desiderava arrivare in cima prima che calasse la notte. Così abbiamo percorso l’ultimo tratto, tenendo sempre d’occhio la posizione dell’edificio rispetto a noi, Shirohige davanti, Rob nel mezzo e io a chiudere la comitiva. A un certo punto, ci siamo trovati davanti a un bivio, se tale poteva chiamarsi il contorno confuso di fogliame che si divideva a destra, verso il fitto del bosco, e proseguiva diritto, per perdersi chissà dove. Gli alti alberi ci impedivano di osservare la nostra posizione, ma intuivamo che non dovevamo essere molto lontani dalla meta. Dopo alcuni minuti di incertezza, decidemmo di svoltare. Bene facemmo, come venimmo a sapere in seguito: il sentiero proseguiva verso l’altro versante della montagna, portandoci dunque indietro. Fatti un centinaio di metri, ci rendemmo conto di essere sulla buona strada: alzando lo sguardo, vedemmo sopra di noi la mole dell’edificio in pietra, le arcate enormi, il timpano diruto. Fra noi e la massa di oscurità in cima c’era l’ultimo tratto del sentiero, che però era occupato da rovi taglienti. Sì, proprio masse di rovi, raggomitolate, sciolte, pendenti, taglienti. Era un imprevisto, ma potevamo affrontarlo: mentre Shirohige tagliava i più lunghi col suo coltellino, io mi dedicavo a distruggere i più piccoli con un ramoscello, dando colpi secchi che sferzavano l’aria e originavano un sibilo rumoroso nel silenzio. Rob faceva luce a entrambi: la sera era scesa, e io temevo non tanto per la ridiscesa al buio, visto che non era la prima volta che il nostro gruppo si trovava a ridiscendere un rilievo nell’oscurità, ma per gli animali selvatici del bosco. Mi dicevo che era troppo freddo per i serpenti e che i cinghiali non potevano esistere lassù, ma osservavo comunque il bosco dietro di noi, che andava inscurendosi, con una certa apprensione. E quei dannati rovi sembravano non finire più: ne tagliavamo alcuni, avanzavamo di mezzo metro ed ecco pararsi davanti a noi un’altra massa di quelle liane spinose, intrecciate quasi apposta. 

Lavoravamo da un venti minuti buoni, quando un improvviso grugnito risuonò vicinissimo a noi, alla nostra sinistra. Ci fermammo subito, Rob puntò le torce verso gli alberi. Con la sera era sceso anche il freddo, e così ci decidemmo ad andare via, a tornare più preparati un’altra volta. Tornammo sul sentiero, e fu allora che accadde: una serie di luci nel bosco apparvero all’improvviso. Esploratori come noi? Cacciatori? Qualcosa di peggio? Le luci scomparvero un secondo, per poi riapparire: cos’erano? Il nervosismo si impadronì di noi, e nel momento in cui Shirohige aprì bocca, ancora visibile nella poca luce disponibile, una specie di grugnito venne dalla parte di fondo, in direzione delle due luci che non si muovevano né tremolavano. Decidemmo in silenzio: ripristinammo la nostra composizione militare, con me dietro che marciavo osservandomi le spalle ogni due secondi, cercando di accelerare la marcia senza far eccessivo rumore. Il grugnito intanto aumentava di volume, sembrava essere dietro di noi, poi immediatamente alla sinistra: quando uscivamo sui tornanti panoramici, profumati di ginestre secche, respiravamo aria fredda ma salutare. La discesa fu veloce, a un certo punto, dove la pendenza era elevata, quasi a rotta di collo. Arrivammo all’auto, presso il nostro amato Ponte, e mentre salivamo io vidi in alto: l’edificio era un’oscurità più buia del buio che l’avvolgeva, e le due luci erano visibili, si erano spostate sul sentiero e si trovavano sul tornante panoramico da noi percorso 3 minuti prima. Erano ferme. Shirohige mise in moto e discendemmo, avviandoci verso casa, senza aver ultimato la nostra esplorazione. 
Per dirla con Tolkien, la montagna ci aveva sconfitti.


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