lunedì 11 dicembre 2017

Guida all'analisi delle fonti storiche in 10 punti.





L’attuale epoca storica, caratterizzata da un veloce, facile e quasi gratuito accesso alle fonti storiche disponibili, con riguardi particolari, presso le biblioteche o digitalizzate in Rete è, per paradosso, quella più esposta della Storia umana alle falsificazioni storiche e storiografiche. Ogni giorno siamo fatti oggetto di notizie propinate da giornali, telegiornali, radio, social networks dicotomiche, antitetiche, che ogni sorgente informativa tende a far passare come l’unica “vera verità”, in contrapposizione a quelle altrui etichettate come “fake news”, falsità a buon mercato.
Perché si falsifica una fonte? Per svariati motivi: per prestigio personale o familiare (le fantasiose genealogiche dei signori italiani del XV secolo che facevano risalire le origini della famiglia al Principato Romano), per screditare gli avversari (i Protocolli dei Savi di Sion del XX secolo, realizzati per giustificare le vessazioni contro gli ebrei europei nella Russia e nella Francia novecentesche), per motivazioni economiche (la scoperta dei diari di Adolf Hitler, improvvidamente autenticati da uno studioso di caratura come Hugh Trevor - Roper), per ordine diretto del Potere (e qui ci basti la cronaca quotidiana, che parla di revanscismi fascisti per quattro imbecilli mascherati).
E’ quest’ultimo caso il più pericoloso poiché sottende la volontà di modificare i fatti storici, perpetuarne e solo ciò che conviene, bollare come falsità o revisionismo (una delle linfe vitali della ricerca storiografica) studi che analizzano i fatti sotto altri punti di vista per mantenere in corso la Narrativa dominante.
Tra le branche del sapere, la Storia è quella più esposta, da secoli, alla manipolazione e alla “libera interpretazione” delle fonti, lette o interpolate o cassate affinché aiutino o non contrastino con la sunnominata Narrativa dettata. Non è il caso di pensare solamente al Novecento: ogni epoca ha avuto i suoi falsificatori, proni a interessi vicini o contrastanti i regimi nei quali si trovarono a vivere; da questo punto di vista, non c’è differenza alcuna fra gli scribi del faraone Horemheb che cancellavano dai documenti il nome del predecessore eretico dello stesso, Akhenaton, e gli anonimi redattori del “Constitutum Costantini”, base giuridica del potere temporale dei Papi prodotto forse nell’VIII secolo, 4 secoli dopo la morte dell’imperatore.
Come difendersi, quindi, dalle fake news storiche? Con uno studio serio e approfondito, innanzitutto. Ma ciò non è sufficiente. Chi intraprende la carriera di storico si avvede fin da subito che anche nei manuali specializzati e più analitici si ignorano fatti e note che pure aderiscono ai temi trattati nel libro, si rende conto che spesso accedere alle fonti primarie è difficile a causa del muro di gomma ostentato da istituzioni mediane, realizza che deve attendere settimane o mesi prima di scrivere se vuole sviscerare un argomento in tutte le sue possibili sfaccettature e non limitarsi a un semplice articolo informativo su riviste. Tutte queste limitazioni rendono complesso il tentativo dello storico di analizzare fonti storiche che gli vengono propinate come autentiche, senza avere le necessarie coordinate e i necessari raffronti. Nello stesso dilemma si dibatte il non specialista che, non volendo ragionare in maniera frettolosa e animato dalla curiosità, non possiede quelle conoscenze professionali che costituiscono almeno un salvagente per lo storico. Ecco quindi questa breve Guida alla lettura, un elenco di domande utili per una prima analisi (e conseguente smascheramento) delle fake news storiche che circolano su media e social (ovviamente la si può utilizzare anche per analizzare notizie non propriamente storiche).


  1. Da cosa è costituita la fonte (visiva, monumentale, documentale)?
  2. I fatti in essa riportate sono compatibili con il periodo storico nel quale si pretende che possa essere stata realizzata? Lo stile paleografico/costruttivo/diplomatico è compatibile con detto periodo?
  3. Da chi è riportata la fonte?
  4. Come ha fatto a giungere al giornalista/storico?
  5. Il giornalista/storico che l’ha riportata ha interessi particolari oltre al solo desiderio di pubblicare una fonte per lui rilevante? In altre parole, chi è il giornalista/storico, per chi scrive e perché ha pubblicato?
  6. E’ stata prodotta dal giornalista/storico o egli la riporta solamente?E in questo caso, chi gliel’ha rilasciata?
  7. E’ una fonte originale e primaria oppure deriva da qualche altra fonte?
  8. E’ una fonte che riporta i fatti in maniera diretta o ricorrendo ai “si dice che...”, “si racconta che… “forse che...”?
  9. Esistono interpretazioni diverse della stessa fonte? Ad esse viene dato lo stesso spazio che all’interpretazione autentica? E in che tono (piano, sarcastico, ironico, sprezzante) vengono analizzate?
  10. Che cosa ha voluto trasmettere la fonte? Per quale motivo essa è stata pubblicata e perché proprio in quel momento storico?


Questo breve vademecum vale tanto per lo storico di professione che per il comune lettore di articoli e link, storici e non. Dandosi risposte a queste domande, si riesce a comprendere meglio la realtà intorno a noi e il perché avvengono fenomeni che si sembrano anodini l’uno con l’altro e che invece sono collegati fra loro da sottili e sotterranei fili rossi.

mercoledì 6 dicembre 2017

3 giugno 1799: Afragola in rivolta.

L'esercito della Santa Fede saluta Sant'Antonio.


Il 1799 fu un anno cruciale per l’Italia e per il Regno borbonico in particolare, fondato appena 65 anni prima da Carlo di Spagna. Il vento della Rivoluzione che da 10 anni spirava dalla Francia aveva causato il crollo graduale di tutte le istituzioni politiche principali della penisola, con la fondazione prima della Repubblica Cisalpina (1797) poi della Repubblica Romana (1798). I regni di Napoli e Sicilia non erano stati toccati che marginalmente dal caos provocato dai giacobini francesi e dai loro successori: eccetto la sconfitta dell’esercito napolitano per mano di Napoleone Bonaparte nel 1796, avvenuta oltretutto lontano dal territorio regnicolo, Ferdinando IV di Borbone era rimasto in una situazione di osservazione passiva, ancorché rabbiosa, di quanto avveniva oltre i confini del suo Stato. La situazione precipitò per l’attacco del sovrano alla Repubblica Romana nel tardo autunno 1798: non solo i francesi del generale Etienne Championnet sbaragliarono le truppe napolitane, ma lo stesso Ferdinando dovette nottetempo lasciare Napoli con la famiglia e il Tesoro della corona e imbarcarsi per Palermo con l’aiuto inglese. Il 17 gennaio i francesi entrarono in una Napoli ormai lasciata a se stessa e il 23 gennaio 1799 venne proclamata la Repubblica napolitana.

La sollevazione sanfedista di Afragola.

Mentre la neonata Repubblica cercava di rendersi finanziariamente e politicamente indipendente dai francesi, senza riuscirci mai per davvero, questi ultimi occuparono le province e l’immediato contado della capitale, giungendo anche nel Casale delle fragole. Fu in questa occasione che dovette essere stato innalzato l’albero della libertà in Piazza dell’Arco (oggi Piazza Municipio), più noto per il basolo che fungeva da base che per sé stesso (della storia – direi più storiella – del basolo bianco leggi questo vecchio articolo: LINK). Le fonti, allo stato attuale della ricerca, tacciono su quanto avvenne in Afragola dalla proclamazione della Repubblica all’inizio della rivolta, eccetto che per un particolare, che qui non pubblico ma di cui parlerò nella 2a edizione de “Il caso Afragola” (vedi LINK). Notizie più corpose sono invece indicate a partire dal maggio di quell’anno quando, in seguito alla risalita dalla Calabria dell’ Esercito della Santa Fede del cardinale Ruffo, i francesi dovettero lasciare prima il contado di Napoli e poi la stessa capitale. Ciò favorì l’esplodere di rivolte antigiacobine in vari casale e varie città: Caserta, Portici, Acerra (ove il potere fu preso da tre ecclesiastici), Teano, Campobasso e infine Afragola. Parte della storia è in “Storia della Repubblica partenopea del 1799 e vite de’ suoi uomini celebri” di Clodomiro Perrone (un personaggio di cui spero di parlare prossimamente nella sezione “Napoli” del blog). Dalle sue parole sembra che sia stato in Napoli al momento dei fatti o che comunque ne sia stato successivamente toccato, poiché il racconto delle vicende (non solo relative ad Afragola) è particolareggiato ed esposto senza alcune. 
Scrive Perrone:
Ma la più terribile (delle rivolte, ndr) fu quella di Afragola promossa da Antonio Larossa (poscia uno de’ membri della Giunta di Stato) la quale scoppio a 3 giugno. Reciso l’albero della libertà e disotterate le armi nascoste all’uopo, per mantenersi furono chiamati in aiuto tutti que’ soldati di Campagna che trovavasi nei luoghi vicini, si passarono a ribellare tutte le altre terre de’ contorni, e si fe’ l’alleanza con Acerra, la quale somministrò al di là di tre centinaia di uomini e arrogantemente vennero essi ad attaccare i Partenopei. A 4 la Repubblica spedì contro i ribelli uniti 300 soldati tra Cavalli e Fanti: incontratili a Capodichino furono attaccati e volti in fuga per tutto il territorio di Casoria fino a un miglio da Afragola; la prudenza consigliò di non spingersi più oltre. I ribelli però quantunque ebbero molti feriti non persero che un sol contadino. Questo colpo fe’ rialzare gli alberi della libertà a’ paesi ribellati da Afragola, ma questa terra fu fatta rimanere ferma nella ribellione dal Larossa, il quale per resistere prima si portò dal Marchese della Schiava e poi dal Ruffo (…). Nel giorno 10 abboccatosi Larossa col Ruffo ebbe 308 sanfedisti a piedi (sotto il comando del prete Pietro Moscia) e 100 a cavallo (sotto il comando di Michele Rega) offrendosi introdursi a Napoli dalla via di Capodichino1.

Afragola sanfedista.

La descrizione della rivolta e del successivo scontro con i napoletani, anche se sintetiche, rappresentano scene di storia viva difficilmente ritrovabili in altri testi coevi a questa “Storia” riguardanti i fatti della Repubblica. Col il nome di “Antonio Larossa” dobbiamo intendere la figura di Antonio Della Rossa, nato a Sant’Arpino nel 1748 da una famiglia benestante locale. Il 30 ottobre 1777 sposò Vincenza Castaldo, afragolese, nella chiesa di Santa Maria d’Ajello2: fu in seguito a questo matrimonio che si trasferì ad Afragola, esercitandovi la carica di magistrato civile e tenendo aperto uno studio anche a Napoli. Realista fino al midollo, organizzò le rivolte sanfediste in Afragola e nei comuni vicini, entrando nelle grazie del Re e divenendo prima capo della polizia, nel luglio del 1799 e successivamente, con la seconda restaurazione, membro del Sacro Real Consiglio.
Analizziamo alcuni punti salienti della fonte. Al momento della rivolta, vediamo che i sanfedisti (chiamati ribelli dal repubblicano Perrone) disotterrano delle armi nascoste “all’uopo”: segno che la rivolta era attesa da tempo e si attendeva solo la partenza dei francesi per agire. L’Albero della libertà fu abbattuto e di esso rimase solo una pietra, nella stessa piazzetta ove sorge la chiesa di San Giovanni Battista, che sarà successivamente restaurata proprio da Della Rossa. Costui riesce in meno di 24 ore a raccogliere 300 uomini da Acerra e altri dai casali vicini: tale efficienza è da spiegare col continuo contatto che i borbonici tenevano fra loro, in modo da aggiornarsi e da aggiornare su quanto accadeva nella Capitale. Afragola, essendo il casale più vicino a Napoli fra quelli rivoltatisi, opera come testa di ponte della restaurazione borbonica. Né bisogna però immaginare che la Repubblica non avesse propri uomini e proprie spie sparse nel contado: alla notizia dell’organizzazione della rivolta, i repubblicani, orfani dell’aiuto francese, inviano 300 uomini. Lo scontro avviene a Capodichino: bisogna quindi immaginare che la marea umana di afragolesi e acerrani abbia percorso tutta Casoria, seguendo il percorso dell’attuale via Sannitica, fronteggiando i napoletani forse al quadrivio della Calata di Capodichino. I repubblicani sono meglio organizzati e riescono a rintuzzare la marcia dei casalini verso la Capitale, inseguendoli fin dentro Casoria per poi fermarsi. E’ un successo per la Repubblica che conta solo un altro mese di vita ancora; ma, come lo stesso Perrone sottolinea, i “contadini” perdono un solo uomo (non sapremo mai chi) e, pur feriti, restano attivi. La notizia della sconfitta dei sanfedisti antigiacobini corre per i casali “sottomessi” da Afragola, che rialzano gli alberi della libertà abbattuti il giorno prima. Dobbiamo supporre che tali casali siano Casoria, Casalnuovo, Licignano, Caivano, Cardito e forse Frattamaggiore, tutti nell’immediato circondario di Afragola e Acerra. La nostra città rimase ferma nel suo sanfedismo grazie a Della Rossa, che anzi riesce ad ottenere, in meno di una settimana, oltre 400 uomini di rinforzo per marciare su Napoli, l’11 giugno. 
E qui noi lo lasceremo, per il momento.

Note: 


1 Clodomiro Perrone, Storia della Repubblica partenopea del 1799 e de’ suoi uomini illustri, Napoli 1860, tomo III, pag. 328-9.

2 Libro dei Matrimoni, anno 1777, APSMDA.

venerdì 1 dicembre 2017

Bill Denbrough, how are you?

Jonathan Brandis (1976 - 2003)



Quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta”.
Così si conclude “IT”, forse il più noto romanzo di Stephen King, pubblicato nel 1986, dal quale sono state tratte due adattamenti video, una miniserie del 1990 e il film uscito quest’anno. La chiusa si riferisce a Bill Denbrough, il coprotagonista assoluto del libro (assieme al mostro) che rappresenta l’ideale dell’amico di infanzia di tutti noi. Alto, magro, capelli rossi e occhi azzurri, affetto da una balbuzie psicosomatica che invece di sminuirlo aumenta il suo carisma agli occhi dei giovani amici, William Denbrough è il componente che, fra i 7 membri del Club dei Perdenti, più ha a che fare col mostro che vive sotto Derry, in una fetida tana posta a 900 metri sotto la superficie della città. Inutile raccontarvi i particolari del libro: lo farò in un’apposita recensione che scriverò non appena mi sarà passata l’ansia che sempre provo ogni volta che finisco di leggere le 1238 pagine del libro. E’ successo di nuovo ieri, quando alle 22e45 ho letto quell’ultima frase per la terza volta in 5 anni, che si riferisce alla perdita di memoria del Bill adulto dopo la fine delle vicende accadute nelle fogne di Derry, città apatica, spesso violenta, indifferente al Male perché da esso compenetrata (e quanto la mia Afragola somiglia alla Derry di Bill? Quanto questa città, che non riconosco più, rassomiglia a quell’immaginaria cittadina del Maine?).

Fatico ogni volta a staccarmi da questo romanzo e da Bill in particolare, devo ammetterlo. Ogni volta che si avvicina la fine di un’opera e e con essa il congedo dai personaggi che l’hanno animata mi sale una leggera ansia, che termina con la posa del libro sullo scaffale, dove sarà lasciato a dormire per alcuni anni, prima di essere ripreso. Con Bill Denbrough è diverso. Lui è l’amico che da piccoli ci trascinava nei giochi, è l’amico che aveva le idee migliori, è l’amico che attraeva le ragazzine perché bello ma non faceva ingelosire gli altri perché era simpatico, è l’amico da cui si correva per parlare dei grandi problemi dell’esistenza infantile, tipo il classico bullo delle classi superiori o il rinvio del cartone animato su Italia 1 per far spazio ad altri programmi. Carismatico anche fisicamente, con la capigliatura rosso fuoco: il rosso, colore diverso sia dai comunissimi marrone e nero sia dal regale biondo, associato alla malizia (e Bill non sfreccia tante volte sulla sua Silver per “battere il diavolo”?). 
Faccio fatica a staccarmi ogni volta da Bill perché è come un inconscio rinnovarsi dell’abbandono del mio Bill reale, in carne ed ossa, che mi lasciò in un triste giorno di quarta elementare, mai più rivisto da allora. E, da allora, nessun altro l’ha sostituito: ci sono stati conoscenti, compagni e due o tre persone che ho chiamato amici (intendendo con ciò qualcuno per il quale avrei sacrificato volentieri me stesso) che mi hanno non solo tradito quando non ero più utile ai loro scopi (principalmente economici, come mi avvidi troppo tardi) ma anche diffamato presso gli altri comuni conoscenti. Non ritrovai più Bill in nessuna delle numerose persone con cui ebbi a che fare nei successivi 22 anni dalla partenza di quello originario: forse perché la vera amicizia nasce nell’infanzia o nell’adolescenza e, perso quel momento magico, tutto risulta più difficile.

domenica 26 novembre 2017

Un ospedale ad Afragola. Nel 1873.

Il complesso antoniano di Afragola a fine Ottocento.



Mi scuseranno i miei pochi lettori per aver trascurato il blog in questi ultimi due mesi ma la ricerca su Angelo Mozzillo è giunta finalmente al termine (almeno, la sua prima parte). Adesso è tutto un sentire parlar di Mozzillo, quando Vetus è stato il primo a rinverdirne, dopo decenni, la memoria. Meglio così, più se ne occupano meglio è.
Riprendiamo il discorso sulle fonti riguardanti Afragola nell’Ottocento che inaugurammo con l’analisi del testamento Fatigati (LINK per chi se lo fosse perso). Stavolta la fonte non è un documento di natura privata, ma pubblica: trattasi della Relazione del cavaliere Giuseppe Arpa, Regio Delegato del governo, del 1873. Arpa rivestì la carica di Commissario straordinario del governo in Afragola fra il 1870 e il 3 luglio 1873, data in cui convoca il Consiglio comunale appena rinnovato e presieduto dal consigliere anziano Nicola Setola, successivamente sindaco dello stesso casale per due diversi (e lunghi) mandati. In una Guida alla città, del 1993, don Gaetano Capasso lo dava come commissario dal 1873 al 1876: c’è quindi una discrepanza di date fra quanto datato nella Relazione e quanto scrive il defunto sacerdote. Ovviamente noi propendiamo, in mancanza di altri riferimenti, per la data desunta dalla Relazione; non sarebbe del resto né il primo né il più grave degli errori del cultore di storia locale Gaetano Capasso (leggi questo LINK). La Relazione ci informa ci notizie interessanti e sopratutto complete sullo stato del casale di Afragola nei primi anni Settanta del XIX secolo. Noi oggi ci soffermeremo in particolare sulla questione dell’igiene pubblica.

L’ospedale di Afragola.

Città popolosa e dai vasti confini, Afragola giace ancora oggi priva di una struttura ospedaliera organizzata. Le promesse fatte negli ultimi decenni da personaggi ancora sulla ribalta politica danno il senso di straniamento e della perfetta inutilità dell’indignazione che esplode nei social e non nelle urne. Eppure non è sempre stato così. Afragola, nel corso della sua storia unitaria, ha avuto ben due ospedali. Uno nel 154, presso la chiesa di Santa Maria d’Ajello; l’altro nel periodo di cui trattiamo, sito nel convento di Sant’Antonio, trasformato dopo l’Annessione del 1861 in una struttura sanitaria e per i mendici. La situazione non era affatto florea, come desumiamo dalla Relazione Arpa. Scrive il Commissario, a pagina 21: “Sì da il pomposo titolo di Spedale Civico a cinque angustissime celle senz’aria, senza luce nell’interno dell’ex Convento di Sant’Antonio dove si trovano dieci miseri lettucci. Questo Spedale è sussidiato dal Comune con L. 1000 annue, più la somministrazione di medicinali, ciò che porta un aggravio all’Amministrazione Municipale di L. 2000 circa. Il servizio è fatto dai Monaci che tuttora abitano detto Convento, e alla deficienza d’entrata si supplisce ricorrendo alla carità cittadina”. Il funzionario prosegue affermando che “non esistono in guardaroba che pochi stracci di biancheria”, proponendo che il nuovo Consiglio si adoperi per l’istituzione di “una sala ampia, ventilata, e che presenti tutte le garanzie igieniche, il che potrebbe facilmente ottenersi valendosi della terra esterna al primo piano già coperta, per cui non occorrono altre spese se non tenuissime riparazioni al soffitto”.
Questo passo ci fornisce molteplici informazioni. Innanzitutto, lo stato del Convento doveva essersi degradato nei 13 anni di assenza di cure da parte dei frati (qui chiamati monaci): screpolature nel soffitto, finestre crepate, celle asfissianti. I religiosi abitavano ancora la struttura, evidentemente sotto la spinta di San Ludovico da Casoria, che nelle strutture dei francescani fondò un mendicicomio. Non venivano però usati tutti gli spazi a disposizione dell’ex struttura religiosa, per motivi che la fonte non riporta: c’è da supporre che tali spazi non fossero agibili o che venissero volutamente lasciati a disposizione dei frati. L’amministrazione forniva 1000 lire all’anno per le spese di mantenimento della struttura, oltre ad altre 2000 per l’acquisto di medicinali: in rapporto alla popolazione di Afragola dell’epoca, che assommava a circa 18000 abitanti (come riporta la Relazione in un altro passo), era una cifra bassa, che non riusciva a coprire tutto il fabbisogno. Arpa invitava il Consiglio comunale ad affidare la struttura alla “Congregazione della carità” (San Ludovico da Casoria) per alleviare il peso per le casse statali, considerando anche che era la carità pubblica che sopperiva alla mancanza di denaro. 

Sì alle vaccinazioni!

Buona la situazione dei medici condotti nel casale, numerosi presso le tre parrocchie di Afragola, e notevole anche l’attenzione di Arpa per la vaccinazione di massa. Scrive difatti Arpa alle pagine 25-26:
E’ stata eseguita una straordinaria vaccinazione sopra numero 410 bambini, e perché riuscisse più sicura ed efficace, deliberai d’accordo con i Medici e col Commissario del vaccino del Circondario di servirmi del pus attinto direttamente dalla vacca, che più volta venne condotta in Afragola, e se ne ebbero splendidi risultati”. Non è indicato contro cosa ci fu questa vaccinazione di massa, ma vista l’epoca e il luogo la malattia non poteva essere che il vaiolo; le vaccinazioni contro il tetano iniziarono nel 1880, quelle per le altre malattie a inizio Novecento. Il vaiolo era più comune di quanto si pensi in Afragola: durante l’epidemia del 1834, neppure 40 anni prima del giorno in cui Arpa leggeva la sua Relazione nel Palazzo di città, Afragola era stata decimata di un terzo della propria popolazione a causa della pestilenza.

(Continua)

martedì 14 novembre 2017

Democrazia apocalittica.

L'ex  Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, fautore della riforma costituzionale.

Articolo pubblicato su una rivista locale nel dicembre 2016, ora riproposto a un anno quasi di distanza.


Ho già preparato tutto. Ho messo da parte centinaia di chili di alimenti surgelati, ho raccattato quanto più denaro possibile nelle più diverse valute dei più diversi Paesi, ho rinforzato quanto più potevo le pareti del mio bunker sotterraneo delle campagne di Afragola, ho dato abbracci commossi ai miei più cari amici che hanno scelto altre vie di salvezza. Sono dunque pronto. All’Apocalisse referendaria, ovviamente.
In queste settimane più che di un referendum costituzionale si è parlato della fine dell’Italia, dell’Europa e va da sé del mondo il giorno dopo il referendum stesso. Il popolo, i politici, la gente comune, perfino i vescovi e i preti si sono divisi nelle due tifoserie del sì e del NO, nel solito tifo da stadio di ogni tornata elettorale italiana. Però questa volta i toni sono stati totalitari, biblici, apologetici, escatologici. I partigiani del sì hanno promesso la Terra Promessa, un nuovo Ordine (mondiale?), una nuova Alleanza fra Governo e Popolo, e più terra terra un risparmio per le casse pubbliche che è tutto da verificare. I sostenitori del NO hanno gridato che siamo già in Israele, ma niente funziona perché sono i farisei del sì che non vogliono che qualcosa funzioni, che la Costituzione, la nostra Bibbia, funziona perfettamente e non ha bisogno né di modifiche né di esegesi alcuna.
Entrambi gli schieramenti hanno promesso che, se vincono gli avversari, arriverà la fine del mondo, hanno solo diversificato le modalità di estinzione dell’italica razza. Se vince il NO, quelli del sì dichiarano che il governo illuminato cadrà e farà buio su tutta la Terra (e non si capisce perché anche austriaci e cileni debbano essere condannati al nostro stesso destino), la Borsa crollerà, le banche perderanno milioni di dollari/euro/yen (ma non lo fanno già oggi, tipo Monte dei Paschi?), l’equilibrio europeo si spezzerà , lo spread s’innalzerà (insieme al livello del mare, che salirà di botto di due metri ovunque), arriveranno terremoti che manco in Irpinia nel 1980 e via di seguito. Se vince il sì, i sostenitori del NO annunciano che saremo nelle mani dei potentati lobbistici stranieri, che aumenterà la povertà ovunque, che milioni di italiani lasceranno l’Italia per un destino ignoto (ma non succede già adesso?), che torneranno i Savoia (e questo sì che sarebbe apocalittico), che prevarranno le Porte dell’Inferno, vale a dire che con il giochino della nomina dei sindaci al Senato ci terremo per vent’anni personaggi politici sullo stomaco.
L’Apocalisse, dunque, al netto delle trombe degli angeli sterminatori per chi non ha fede religiosa. Forse solo nelle Politiche del 1948 si arrivò a un tale stato di ansia, di scontro frontale, di accuse di annientamento della specie umana se avesse vinto il fronte avversario.
Ora, al netto dell’ironia, bisogna guardare alla realtà: la Costituzione ha bisogno di modifiche perché sono 70 anni che ha solo limature e non cambiamenti organici, e il mondo va più veloce della luce. Ma essa non ha bisogno di QUESTE modifiche, che neppure stavolta ci faranno votare da soli e senza intermediari il Presidente della Repubblica, che in caso di approvazione sarà eletto da una Camera dominata da un solo partito e da un Senato che funzionerà meno senza per questo costare anche di meno.
I sostenitori del sì parlano del “treno che arriva una sola volta nella vita”, dimenticando che è già la seconda volta in 10 anni che votiamo sulle modifiche alla Costituzione; e non riuscendo a farci capire perché chi vota NO è un troglodita uscito dalla caverne mentre chi vota sì è un progressista che punta al futuro, quando il capo stesso della riforma appartiene al partito più antico presente oggi in Parlamento.

Le urne diranno chi ha convinto di più. Intanto, se pure non vi sarà nessuna Apocalisse (in Austria e in Cile ringraziano) pure mi rinchiuderò nel mio bunker da domenica sera, ché sentire i commenti post-voto dei politici è pur sempre una tortura da risparmiarsi.

venerdì 10 novembre 2017

"Riscatteremo Angelo Mozzillo!"

Madonna con i sette Santi fondatori, olio su tela, 1777, chiesa di San Lorenzo martire, Ottaviano.

La nostra ricerca delle opere del pittore afragolese Angelo Mozzillo (1736 - 1810) è quasi conclusa. Come già annunciato, il gruppo di Vetus et Novus si è limitato all'area napoletana nel corso delle campagne fotografico - esplorative della Campania, tralasciando per gli anni a venire le ricerche nelle altre zone della regione ove il maestro ha lasciato opere sue.
Quest'oggi mi limito a lasciarvi una delle tante foto raccolte durante la visita nell'area vesuviana, ricadente nella cura d'anime della diocesi di Nola. La tela "Madonna con i sette Santi", risalente al 1777 (firma e data sono visibili nell'angolo formato dai piedi dei santi, a sinistra) esposta al soffitto della chiesa di San Lorenzo martire, si presenta inscurita nonostante un restauro conservativo di alcuni anni fa. Il tempio si trova nel centro storico di Ottaviano, città con la quale Mozzillo ebbe un rapporto particolare, come spiegheremo tra qualche settimana.

domenica 5 novembre 2017

Lo stemma di Afragola. Un appunto.

Lo storico simbolo di Afragola.


Afragola fu fondata da Ruggero il Normanno”.

E’ uno dei mantra storici della città, una delle peggiori leggende a sfondo storico più dure a morire fra la massa dei popolani e anche fra parecchi appartenenti alla cosiddetta “società civile”. A dispetto del magnifico monumento posto nell’Oberdan, non è affatto certo che Ruggero I (1095 – 1154, dal 1130 Re di Sicilia, duca di Puglia e principe di Capua) sia passato per le terre che sarebbero diventate Afragola. Certamente, se vi passò, non fu per fondare qualcosa ma per distruggere: nelle fonti normanne del XII secolo, relative all’anno 1137, è descritta concisamente la lucida rabbia del condottiero di fronte agli attacchi che gli venivano da nord e da sud, distruggendo Aversa, per poi attaccare Napoli, devastandone il contado e prendendo essa e il suo duca Sergio VII per fame, e tornando quindi ad Aversa, anche stavolta, facendo bruciare i campi e abbattere ogni qualsivoglia casupola che si incontrasse nel cammino fra la costa e l’interno. Il territorio della futura Afragola sorgeva proprio su questa direttiva e quindi fu devastato dai franco- normanni: è un po’ difficile pensare che uomini di tal genere potessero ri-fondare qualcosa che avevano distrutto precedentemente.
Accanto a questa, sussiste l’altra favola per la quale il termine “Afragola” significherebbe “senza fragola”: come illustri grecisti si affannano a spiegare su Facebook, la -a sarebbe privativa ed escluderebbe la presenza del falso frutto nel territorio afragolese fin dal Medioevo. La leggenda ebbe origine quando Giuseppe Castaldi, nel 1830, scrisse nelle sue “Memorie storiche del Comune di Afragola” che il nome dell’allora casale significava “absque fragis”, proprio “senza fragole”. Ora, per uno di quei curiosi fenomeni per i quali le nostre azioni hanno effetti opposti a quelli che desideriamo (faccio sfoggio anche io di cultura e vi dirò che tali fenomeni hanno il nome di “eterogenesi dei fini”) Castaldi, scrivendo per confutare quella leggenda, le diede inavvertitamente nuovo vigore, ed ecco oggi novelli grecisti ripetere quello che dicevano loro le maestre delle elementari, cioè che mentre tutta l’area a nord di Napoli produceva fragole proprio da noi mancavano. Amen.

Ma ci sono due ma. 
Il primo: ai tempi del Castaldi come fino alle soglie del Terzo Millennio, Afragola produce(va) fragole proprio come i territori vicini, semmai più aspre, ma ne produce(va). 
Il secondo: guarda un po' i casi della vita, credi di vivere in una città che è maledetta da chissà per non produrre il falso frutto e però possiede uno stemma che riproduce una mano che stringe 4 fragole. Un simbolo araldico che è variato nel corso dei secoli – le prime versioni riproducevano tre frutti – ma che ha sempre mantenuto i simboli della mano, delle fragole e degli steli, aggiungendo la corona turrita all’indomani del titolo di città del 1935, assegnato dal Re Vittorio Emanuele III. Castaldi ne descrive una prima forma nel 1830, il che significa che l’immagine dovesse esistere ben prima di tale data, forse fin dal XVIII secolo.

Possibile, chiedo ai miei 4 lettori, sicuramente dimezzati a causa delle partite, che i nostri avi avessero un tale senso dell’umorismo da tenersi uno stemma contenente una mano con delle fragole quando le campagne non ne producevano? Non credo, considerando anche che, dalle fonti storiche, risulta che i nostri nonni di senso dell’umorismo ne avessero ben poco (leggi QUI e anche QUI). Gli stemmi sono simboli, che devono riassumere in una sola immagine la caratteristiche di un territorio o di una comunità (o di entrambe le cose, trattandosi di un’amministrazione civica). Se quindi il nostro riporta delle fragole, e le riporta da secoli, significa che Afragola di fragole ne produceva eccome, e che quindi qualcuno ha avuto delle maestre elementari un po’ bugiarde o un po’ ignoranti sulla storia locale. Ora vi direte: allora questo nome “Afragola” da dove spunta fuori? Io ne ho già scritto anni fa e vi lascio con questo articolo in merito, che vi farà vedere le cose da un altro punto di vista. Buona lettura: LINK.



venerdì 27 ottobre 2017

Luoghi del passato, luoghi dal passato.



Mi piace passeggiare, quando ho tempo, per i campi sterminati della Pianura Campana. Perdersi tra i viottoli, avventurarsi nei lembi di terreno, godersi il panorama che, nelle belle giornate che seguono un temporale, regala una vista mozzafiato dai monti azzurrini dell'Appennino al Vesuvio, alla penisola sorrentina.
Mi piace inoltrarmi nelle masserie che punteggiano il territorio, antichi luoghi di fatica, di dolori, di soddisfazioni. Entrare in una di queste antiche abitazioni, esplorarne gli ambienti, far risuonare dopo decenni una voce umana tra quelle mura un tempo tanto movimentate.
Entro in una di esse, una delle 48 sparse nei campi di Afragola. Entro nella corte interna, vedo arcate laggiù, al piano terra. Dove ora l'erba domina sovrana, fino a 50, 70 anni fa anonimi braccianti lavoravano la canapa lasciata ammollire nelle vasche poco lontano dalla masserie, mandriani si occupavano delle stalle, inservienti intrecciavano capi d'aglio e di cipolle. Là, dove un cumulo di spazzatura copre il buco, c'era un pozzo che riforniva uomini e animali. Qui, dove la volta è crollata lasciando intravvedere il piano superiore, c'erano le cucine e i forni, più d'uno per le necessità dei numerosi coloni che curavano, piegandosi sotto il sole cocente della primavera campana, le terre del signore. Ecco le scale che portano alle stanze del padrone: una serie di ambienti, un tempo più caldi rispetto a quelli sottostanti e adesso simili a questi per la distruzione arrecata dal tempo e dai vandali. Mi intrufolo incuriosito in queste stanze dal soffitto altissimo, e dalle finestre piccole. Niente balconi, solo un loggiato dove affacciano tutti questi locali, divenuti vuoti ambienti, un tempo pieni di vita, oggi freddi più della morte.
Qui, in questa sala che affaccia su un Vesuvio dalla cima tagliata di netto da una bizzarra nuvola, il padrone comandava famiglia e coloni, decideva con una parola l'andamento economico di interi nuclei famigliari, poteva rendere sollevati o disperati padri di famiglia, arrogante come non mai, vero signore del colono ignorante più del lontano re a Napoli.
E ora? Dove sono quei coloni ansiosi di non perdere un lavoro massacrante? Dove sono quei padroni che giocavano con destini di loro simili solo per eredità mal guadagnate? Cosa resta di quei tempi? Pietre distrutte ed erba alta.

Questi monumenti al passato che sono le masserie dei nostri avi sono patrimoni abbandonati, che gridano attenzione all'ignaro passante dei campi. Da queste pietre il vento della Storia accarezza il viso del viandante, e gli ricorda un passato lontano e recente, e un presente tecnologico, comodo, ma meno vissuto rispetto a quelle epoche. 
Perché, come è stato detto, “ai nostri tempi la vita è un mestiere. Allora, invece, era un'esistenza”.

domenica 22 ottobre 2017

Segni dei tempi e segno del Tempo.

Verso il mistero...

Bisogna discernere i segni dei tempi” ci dicono da pulpiti religiosi e laici, ci dice (ci impone) il baraccone massmediatico di fronte ai cambiamenti sempre più veloci, sempre più violenti, del nostro vivere quotidiano. 
Ma cosa sono, esattamente, questi segni? Sono univoci o sono tutti diversi fra loro? Segni dei tempi che corrono sono essere le conquiste democratiche dei Paesi del Sud- est asiatico, per troppi anni ridotti nell'immaginario collettivo a semplici paradisi esotici. Segni ulteriormente positivi possono essere le conquiste in campo tecnologico del MIT di Boston, che accelerano la ricerca per la cura delle malattie più spaventose del nostro secolo. Ma segni dell'epoca sono anche i naufragi dei clandestini sulle coste della classicità greca, fallimento eclatante dell'Europa dei diritti e accusa fatta carne agli egoismi di Turchia e Arabia Saudita. 
Simbolo di questo momento storico è anche l'omicidio a un festino omosessuale a base di droga, stupro e immoralità, nella Roma un tempo cristiana, compiuto “per vedere che effetto fa”. Tutti segni, di uguale potenza ma contrario effetto, che mostrano un'epoca febbrile, che non sa neppure essa cosa voglia essere: sviluppo o immoralità, vita o morte, assoluta libertà o licenza assoluta di uccidere.

Ma chi li deve interpretare, poi, 'sti segni? La massaia che vive nel bozzolo caldo e stretto della propria cittadina del Cilento, o il magnate della Silycon Valley che riceve 50 mail al giorno da ogni punto del Globo? E a chi deve comunicarli? La verità è che di segni ce ne sono moltissimi, molti di noi li sanno capire, ma nessuno riesce a spiegarli univocamente, perché c'è sempre un parere diverso, una lettura ulteriore, una prospettiva che dissente. Solo su una cosa sono tutti d'accordo, dallo spazzino che alle 6 di mattina pulisce le strade ancora deserte alla modella delle sfilate milanesi con 5 centimetri di trucco sul volto: il segno del Tempo sui corpi, sulle cose, sulle anime. Il Tempo, quello vero, scorre, e nessuno lo può fermare: perfino i Greci, che pure davano agli dei poteri colossali, affermavano che lo stesso Zeus non poteva fermare lo scorrere continuo dei secondi. E' questa la differenza, che tutti discerniamo stavolta, fra equivoci segni dei tempi e univoco segno del Tempo. I primi sono soggettivi, perché toccano l'esterno della realtà. Il secondo è oggettivo e universale, perché tocca l'intima realtà di ognuno di noi, di ogni cosa che ci circonda. Davanti a un omicidio sadico, dire che esso sia simbolo della nostra epoca decadente è opinabile, ed è un'opinione che troverà sostenitori e denigratori. Ma davanti a una ruga, o a un capello argenteo, tutti saranno d'accordo nel dire che il tempo sta passando, e un pezzo di vita se n'è andato per sempre. 
Tutti, eccetto i poeti. Ma questi sono giustificati: non vivono nel Tempo, ma durano per sempre. 

venerdì 13 ottobre 2017

Un porto antico.

Porto di Napoli, Peter Bruegel il Vecchio (attribuito), 1556 ca.

Porto di Napoli, anonimo, 1485 ca.


martedì 10 ottobre 2017

Il "pezzo di carta" più antico d'Europa.




A Palermo, nell’Archivio di Stato, è conservato il documento cartaceo più antico d’Europa. Si tratta di una lettera bilingue, in greco nella parte superiore e in arabo in quella inferiore, di Adelasia del Vasto (1074 – 1118), terza moglie di Ruggero I conte di Sicilia e Calabria (1130 ca. - 1101), fondatore della dinastia dei Normanni nell’isola. Adelasia scrisse il mandato nel 1109 per ordinare ai vicecomiti della terra di Castrogiovanni (oggi Enna) di proteggere il monastero di San Filippo di Demenna, che rientrava nel suo patrimonio personale.
L’eccezionalità del documento è duplice: testimonia sia lo scambio culturale e continuo che avveniva con il mondo musulmano stanziato sull’isola – la carta è composta da una pasta di fibre di grano di provenienza africana – sia l’uso, per quanto secondario, di questo nuovo materiale per la scrittura. L’uso della carta, già nota presso gli arabi e in Estremo Oriente, iniziò nelle aree europee a dominio musulmano verso al fine dell’XI secolo, principalmente in Spagna a Cordoba, Toledo e Granada. Successivamente, dal XIII secolo in poi si diffusero le cartiere in tutta Europa: la più nota in Italia fu quella di Fabriano. La carta sostituì gradualmente e lentamente la pergamena, essendo considerata un materiale di scarto. Le pergamene venivano usate per documenti diplomatici e catastali, destinati a durare nel tempo; fu probabilmente per questo che Adelasia, dovendo comunicare ai suoi vassalli una sua volontà, utilizzò la carta, a mo’ di rescritto di secondaria importanza. La lettera di Adelasia finì nello speculario dell’abbazia di San Filippo di Fragalà, che nei secoli successivi fu acquisito dall’Ospedale Grande di Palermo e quindi all’Archivio di Stato.
Dal punto di vista dell'informazione interna, il documento fa intendere che il monastero era soggetto a minacce esterne o a vessazioni di altri feudatari, non adeguatamente respinte dai vassalli della contessa; ciò spiegherebbe il motivo della missiva.

Adelasia del Vasto, di origine ligure, sposò in prime nozze Ruggero di Sicilia per suggellare l’alleanza fra i Normanni e gli Aleramici, signori dell’area ligure avente come centro la Marca di Saluzzo. Le nozze furono celebrate nel 1089 e dall’unione nacquero i figli Simone (morto nel 1105) e Ruggero II, detto il Normanno, fondatore del Regno di Sicilia nel 1131, e due femmine. Ruggero I morì nel 1101 e Adelasia assunse la reggenza. Nel 1113 sposò Baldovino, re di Gerusalemme, nella speranza evidentemente di aumentare l’eredità del figlio Ruggero, ma il matrimonio fu un fallimento e fu annullato dopo 3 anni e mezzo, in seguito anche alla malattia di cui fu affetto Baldovino, la lebbra (torneremo a parlarne in un prossimo articolo). Tornata in Sicilia nel 1117, condusse con sé i padri Carmelitani, iniziandone la diffusione, e morì il 16 aprile 1118.

mercoledì 4 ottobre 2017

Acchiappali tutti?!

Sì, anche io resto basito come Psyduck, leggendo e osservando certe cose...

Ormai non ci sorprendiamo quasi più di nulla. 
La morfina quotidiana che viene somministrata da tv, giornali, social ha reso gran parte della popolazione dormiente e indifferente davanti alle spaventose idiozie che accadono nel mondo e che hanno un influsso diretto sulle nostre vite. Per fare un esempio, l’Italia è in recessione demografica, non nascono più italiani figli di altri italiani, però l’attenzione è concentrata sui matrimoni gay e sulla legalizzazione della cannabis. Le banche italiane sono debolissime, Monte dei Paschi di Siena è moribonda e perde in continuazione soldi, però si è tutti euforici per la riapertura del campionato di calcio. Il Regno Unito decide di lasciare la dittatoriale Unione Europea? Noi abbiamo altro a cui pensare, come le Olimpiadi e le curve delle nostre atlete. Si è arrivati a una perdita del senso delle priorità, a uno smarrimento della bussola dei valori che realmente contano in un’esistenza, per dedicarsi ad amenità varie che interessano, tutto sommato, solo una piccola parte della popolazione nazionale (e mondiale).
La mia generazione, che ha ereditato un mondo avvelenato e tumorale da quella sessantottina (LINK), è quella più esposta al lavaggio del cervello che le lobby mediatiche propinano ogni giorno. Sarà per la crisi economica, sarà per gli anni Duemila, sarà per quel che si vuole, ma una minchiata (scusate) come quella della “caccia” dei Pokemon tramite cellulare poteva attecchire solo tra gli idioti della mia generazione (e di quella successiva, quella dei ragazzini di 16 anni tutti fighetti e già esperti del mondo, ma poi ne parleremo). Abbiamo balene in via di estinzione, abbiamo cani abbandonati per strada, abbiamo orsi bianchi sempre più dimagriti a causa del cambiamento climatico, e questi minus habens di 20, 25, 30 anni pensano a girare per le città con un cellulare in mano a catturare creature immaginarie. Per cosa poi? Che premio si vince alla fine? Cosa ha vinto quel 22enne che ha mollato il lavoro in Australia per andare a catturare i mostriciattoli giapponesi? Cosa vincono quelli che provocano incidenti, mortali per sé e per gli altri, mentre tentano di catturare esseri virtuali mentre sono alla guida di autoveicoli? L’unica che vince in questa storia è la Nintendo, il colosso giapponese dei videogiochi, i cui responsabili si fregano le mani e sorridono compiaciuti per l’ennesimo trionfo di marketing, per l’ennesimo successo che riempie e riempirà ancora a lungo i loro portafogli. Nel Medioevo gli untori della peste veniva armati di campanello appeso al collo e fatti allontanare dalla città; oggi, nei tempi illuminati della scienza, gli untori della peste mentale divengono ricchi e attraggono nella loro rete anche i potenti (vedasi il caso del Presidente dello stato d’Israele). E non si dica che bisogna essere dei liberali: vorrei vedervi se foste ancora così aperti di mente se quel 28enne di New York si fosse schiantato con la propria auto addosso a voi e non addosso a un albero, distratto da Pikachu&Co. Che fare, soprattutto in questa Italia del Duemila ostaggio di tutte le mode estere? Bloccare l’app su tutto il territorio nazionale, come ha fatto la Corea del Sud? 
Oppure, molto più semplicemente, appioppare due ceffoni ben assestati a questi giovani uomini e donne che sembrano più bambini dei bambini? Uno schiaffo fa male, ma educa: ed è proprio l’educazione (ai valori del vivere civile, alle priorità nella vita) la grande assente di questi anni. 
Acchiappiamoli tutti, i giovani plasmati dai videogiochi, prima che li acchiappi lo psichiatra. 

lunedì 2 ottobre 2017

Angelo Mozzillo in Valle di Suessula.

L'Addolorata tra gli angeli, chiesa di S. Nicola Magno, S. Maria a Vico.

Angelo Mozzillo, pittore degli angeli: LINK

Angelo Mozzillo e l’edicola da salvare: LINK

Un Mozzillo casoriano: LINK

Passione mozzilliana: LINK

Il nostro gruppo prosegue la ricerca sulle orme di Angelo Mozzillo, pittore afragolese del XVIII secolo. Come già scrissi, per motivi redazionali il nostro campo d’indagine si limita al Napoletano e al Nolano, lasciando fuori a malincuore la produzione del maestro in Terra di Lavoro, nel Sannio, nel Cilento e in altre zone – con la promessa di riprendere questi filoni in futuro. Oggi però presentiamo eccezionalmente alcune delle numerose foto riprese nella chiesa di San Nicola Magno, in Santa Maria a Vico (Caserta), nella Valle di Suessula. Ne abbiamo scattate molte, ma vi rilascio solo queste: i “ricercatori” da scrivania che utilizzano i lavori altrui sono sempre in agguato.


Il Battesimo di Gesù.


La vocazione di San Pietro.

mercoledì 27 settembre 2017

Una descrizione di Afragola del 1934.

Stemma di Afragola.

Afragola fascista: I parte (LINK), II parte (LINK)

Il 26 maggio 1934 il podestà Luigi Ciaramella indirizzò all’Alto Commissario per la Provincia di Napoli “il voto al Governo del Re perché sia concesso il titolo di Città a questo Comune”. Nel documento inoltrato alla Provincia e da questa al Ministero degli Affari Interni si ricostruiva la storia del casale delle fragole in diversi punti:

1. Origine del Comune
2. Popolazione
3. Pubblica istruzione
4. Industrie e commerci
5. Assistenza e beneficenza
6. Monumenti, uomini illustri e cenni storici.

I punti 1 e 6 risentono delle leggende e degli errori storici commessi e perpetuati dal 1830 a oggi: si afferma che Afragola fu fondata nel 1140 da Ruggero I, che il castello sia stato la dimora preferita di Giovanna II d’Angiò, si elencano gli uomini illustri citati da Castaldi un secolo prima e dà interessanti note di storia del primo Novecento che, tuttavia, in questa sede non verranno trattati. Il documento dà interessanti notizie sullo stato del casale all’inizio degli anni Trenta, dopo 12 anni di regime fascista e 5 anni prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale. Avendo presente ciò di cui parlammo alcune settimane fa (vedi i link in capite), possiamo notare l’evoluzione (talvolta, devoluzione) economico-sociale degli afragolesi, analizzando i punti e dando le rispettive inferenze.

2. Popolazione. Attualmente il comune di Afragola, giusta i risultati dell’ultimo censimento, ha una popolazione di 28540 abitanti tutti agglomerati in un sol centro. E’ Capoluogo di Mandamento e sede di tutti i più importanti uffici pubblici.

*Afragola aveva avuto un intenso sviluppo demografico dal 1860, data di annessione del Regno duosiciliano al Regno sabaudo, al 1915, momento in cui l’Italia scese in campo durante il primo conflitto mondiale. Trecento furono gli afragolesi morti in 3 anni e mezzo di conflitto, e la crisi economica investì anche il casale, sia pure in misura minore rispetto agli altri centri per la sua vocazione agricola. L’espressione “tutti agglomerati in un sol centro” fa pensare che non si tenesse conto delle case sparse della borgata Saggese e dell’area del Salice, o che queste zone fossero così scarsamente abitate da risultare ininfluenti. Dobbiamo ricordare anche che l’attuale estensione della città non corrisponde affatto a quella del 1934: a quei tempi, il tessuto urbano afragolese terminava in corrispondenza delle attuali vie San Marco, Degasperi, Francesco Russo e Gentile ed era meno esteso di quello contemporaneo. Per “Capoluogo di Mandamento” si intende al sede di una pretura.

3. Pubblica Istruzione. Ha una popolazione scolastica che supera i 3000 alunni; 5 scuole elementari: una scuola di Avviamento al Lavoro; una scuola di Perfezionamento nell’Arte Edile; un Asilo Infantile Municipale; due scuole Infanzie dipendenti da opere pie: il Collegio Missionario Antoniano, ove si preparano giovani francescani per portare nei più lontani angoli del mondo la parola di Cristo e la civiltà di Roma.

*Conseguenza dell’alta natalità era il gran numero di studenti delle scuole di base. L’istruzione era sia pubblica sia privata (precettori) sia religiosa. Non era ancora presente l’istituto “Guglielmo Marconi”, la cui costruzione iniziò nel 1938. Erano segnalate anche scuole “di arti e mestieri” per incanalare i giovani all’occupazione quanto prima, e il Collegio dei francescani, che formava nuovi figli di S. Francesco. Notare l’ultima frase, tipica dei toni altisonanti dell’era fascista.

4. Industrie e Commerci. Nei primi tempi l’agricoltura formava l’unica risorsa del paese, ma in seguito lo spirito di iniziativa, la tenace volontà di progredire e migliorare le condizioni economiche e sociali, spinsero questo popolo fattivo e intraprendente verso più vaste e svariate attività (…). Le distillerie di alcool, le fabbriche di ghiaccio, i pastifici, i canapificii, le fabbriche di calzature, le fornaci di calce ecc. sono fra le più importanti della Provincia. L’industria edilizia annovera i più forti e tecnici costruttori della regione. Il commercio dei vini, dei cereali, della frutta, della canapa e degli altri prodotti della terra alimenta i più importanti mercati d’Italia e dell’estero. Ogni anno ha luogo una rinomata fiera che richiama migliaia di commercianti ed acquirenti dai più lontani paesi della Provincie vicine. Settimanalmente si svolge un importante mercato ove, per il considerevole concorso di pubblico, trovano sicuro collocamento i più svariati prodotti. V’è una Stazione di Monta Equina la più accreditata della Provincia. La sede di Afragola della Banca Agricola Commerciale del Mezzogiorno ha un giro di affari annuo che supera i 40 milioni. L’Ufficio Postale e Telegrafico ha un’attività di circa 30 milioni di lire. L’Ufficio del Registro ha un introito annuo di circa un milione e mezzo. La Prefettura ha un’attività di oltre 1200 sentenze penali e civili. Il Comune è collegato con Napoli dalle FF. SS. e da una Tramvia Elettrica con partenza ogni 20 minuti.

* In un precedente articolo, a proposito della Relazione Stellacci, avevamo già elencato tutta una serie di attività che avevano luogo in Afragola nel, 1932, due anni prima di questa. Ne esce rafforzata la tesi di un’economica a impianto agricolo, con una significativa presenza di un’industria edilizia che non limitava i propri orizzonti al solo casale ma era rinomata in Campania e nelle altre province meridionali. Ciò portava naturalmente a un notevole giro d’affari, testimoniato dalla notevole mole di danaro che banche e poste statali custodivano, davvero anomala per un casale agricolo. Lascia dubbi quella cifra, 1200, riferita all’attività della pretura di Afragola: verosimile che al mandamento giudiziario non si rivolgessero solo afragolesi ma tutti gli abitanti dei Comuni vicini, pure tale numero di sentenze penali e civili lascerebbe di stucco, sempre in riferimento alla dimensione rurale del territorio distrettuale di Napoli. Curioso, infine, quell’accenno alla stazione delle Ferrovie dello Stato che, benché denominata Casoria – Afragola, è compresa interamente nel territorio della prima città. La situazione si spiega tenendo presente della volontà, già da alcuni manifestata, di accorpare realtà demografiche vicine in un unico ente territoriale. In particolare, avuto il titolo di città, l’ipotesi di unire fra esse Afragola e Casoria sotto l’unico nome di “Grande Afragola” prenderà sempre più corpo. Il progetto non avrà successo per l’opposizione di un cardinale casoriano, ma una testimonianza di quell’antica idea sopravvive tuttora nella doppia denominazione della stazione di Casoria. Per notizie sulla Tramvia elettirca, rinvio a questo articolo: LINK.

5. Assistenza e Beneficenza. Per l’assistenza e beneficenza il Comune eroga annualmente la somma di L. 200000, regolarmente stanziate in bilancio. Vi è una Congrega di Carità, un Orfanotrofio modello, un Mendicicomio per uomini, uno per le donne, un dispensario di profilassi sociale per la prevenzione e cura delle malattie tubercolari, un centro assistenziale per la Maternità e Infanzia. A tutti i servizi pubblici si provvede esaurientemente, niente viene trascurato in materia di igiene e pulizia urbana, seguendosi in ogni ramo i progressi della tecnica e della civiltà moderna. Il paese dispone di una completa rete di fognatura, di un nuovo e moderno acquedotto, di un completo impianto di luce elettrica, di un servizio pompieristico, di ampie strade, piazze e giardini pubblici. Alla polizia urbana è addetto un efficiente e numeroso Corpo di Vigili. La cittadinanze è dotata di un Campo Sportivo. E in corso di esecuzione il nuovo Rione del Littorio ove sorge un nuovo imponente Edificio Scolastico, un nuovo campo sportivo, il Parco della Rimembranza e una Villa Comunale.

* Dopo aver delineato il profilo economico del casale, il podestà passa ad evidenziare la salubrità ambientale e sociale dello stesso, dotato di reti fognarie ed elettriche complete, il che induce a pensare che la regola, nella realtà italiana degli anni trenta, fosse piuttosto il contrario, relativamente alle contrade rurali: pozzi neri e scarsa o inesistente illuminazione notturna. Ciaramella accenna all’edificio scolastico “Guglielmo Marconi”, in costruzione presso il Rione Littorio, l’attuale quartiere Marconi, il complesso di strade a scacchiera posto fra il cimitero e la Basilica antoniana; non sono riuscito invece a individuare, per il momento, il sito del citato Parco delle Rimembranza, un richiamo al famoso Parco posillipiano, che avrebbe dovuto sorgere nel nuovo rione ma non in alternativa alla Villa comunale, citata a parte e tuttora esistente.

La relazione podestarile termina con la richiesta di elevazione del Comune a Città:
Ritenuto che dal complesso di quanto innanzi è esposto risulta evidente che questo Comune abbia raggiunto un progressivo miglioramento materiale e morale, per cui é lecito sperare che le aspirazioni cittadine possono pienamente realizzarsi; concorrendo tutti li estremi di legger per la benevola concessione della richiesta:
udito il parere della Consulta Municipale:
determina

di far voti a S.E. il Presidente del Consiglio dei Ministri Capo del Governo e Ministro dell’Interno perché si degni promuovere dall’Augusto Sovrano il Decreto di conferimento del titolo di Città al Comune di Afragola”.

Il decreto sarà rilasciato il 5 ottobre 1935: Afragola, dopo 800 anni, diveniva città.

lunedì 18 settembre 2017

Chicche di arte tedesca (3).

Casa a traliccio in Gross Bieberau (Assia).

Chicche di arte tedesca: 1 (LINK) e 2 (LINK).

Gli edifici a traliccio sono una delle caratteristiche più note della Germania. La tecnica costruttiva consiste nel costruire un’intelaiatura di travi lignee disposte in varie direzioni (orizzontale, verticale o obliqua) lasciata a vista, riempiendo gli spazi con pietre o mattoni. Oggigiorno gli edifici di questo tipo adornano i centri storici delle città tedesche grandi e piccole, mentre nei moderni quartieri residenziali si preferisce l’utilizzo abitativo dei condomini o le abitazioni a isola senza travi visibili. Nel corso della mia permanenza in Germania, nel 2014 e sopratutto nel 2016, mi avvidi di come l’architettura a traliccio non riguardava solo le abitazioni, ma anche le sedi istituzionali, finanche qualche chiesa (abbandonata). 
Casa a traliccio in Gross Bieberau
La cura di queste costruzioni è attentissima, come sempre in questi casi. Un giorno io e un mio zio imbianchino che aiutavo nel lavoro passammo, in auto, per Gross Bieberau, cittadina linda e carina dell’Assia, Germania centrale, non distante da dove vivevo (Reinheim). A causa del traffico ci fermammo in coda alle altre auto accanto alla casa della foto accanto e mi disse che per ripitturare la facciata di un edificio del genere bisognava stare attenti a lavorare solo all’interno dei riquadri, senza mai toccare il legno a vista, pena una multa salatissima e una cattiva nomea negli affari. Nel corso delle mie esplorazioni a piedi, sono tornato a Gross Bieberau, e ho fotografato sia la casa sia l’edificio della foto in apertura, che ospitava una sede istituzionale. Magari si vedessero cose simili in questa Italia meridionale sempre più africanizzata.

domenica 17 settembre 2017

La Storia, ricerca di se stessi.



Nessun uomo è un'isola.
Nessun essere umano vissuto su questa Terra è tanto estraneo agli altri, da non volere, almeno una volta nella sua vita, sapere chi l'ha preceduto in questo mondo, cosa ha fatto nella sua vita, cosa abbia lasciato a chi sarebbe venuto dopo di lui. Il più svogliato studente, il più indifferente dei finanzieri, il più cinico dei politici, il più opaco degli intellettuali, sente il bisogno, di tanto in tanto, di incuriosirsi per i fatti del passato, siano essi scritti in un libro, in un blog, in un articolo visto su un social.
Perché, questo? Perché l'uomo sente questo desiderio di conoscere il proprio passato? Viviamo in un'era ipertroficamente tecnologica, in cui con un click riusciamo ad avere tutte le informazioni necessarie per fare, realizzare, condurre una cosa in porto. Non ci servono, apparentemente, le esperienze passate degli altri: abbiamo le notizie per realizzarci bell'e pronte.
In realtà, tutti noi sentiamo qualcosa di più profondo: sentiamo che la Storia passata, quella che gli Illuministi criticavano e che i Futuristi volevano cancellare, ci riguarda da vicino.
La Storia siamo noi, e chi ha fatto di questa frase il titolo di una trasmissione televisiva meriterebbe il Premio Pulitzer, categoria “Idea vincente”.
Dei circa 80 miliardi di esseri umani che potrebbero essere vissuti sulla Terra nell'ultimo milione di anni, tutti, anche il più umile, ha lasciato un segno del suo passaggio. Tutti, anche i neonati vissuti poche ore, o il più nullafacente degli esseri umani. Prima negli affetti, poi nelle opere realizzate, visibili o nascoste (pensiamo forse di aver ritrovato tutti i manufatti custoditi sotto la crosta terrestre?) e infine anche geneticamente, per chi è arrivato ad avere discendenza. Studiare o anche solo interessarsi alle storie del passato, siano esse epiche avventure o aneddoti paesani, significa per noi non solo onorare gli avi, ma anche ritrovare le proprie radici linguistiche, genetiche, culturali. Come i salmoni che risalgono controcorrente i fiumi, così noi risaliamo le acque del Tempo per arrivare alla fonte. La differenza fra l'uomo comune e lo studioso di Storia, alla fin fine, è che il primo si ferma alla prima cascata, magari alla successiva; mentre il secondo tende a risalire fino alla vetta del monte. Entrambi cercano di arrivare alla sorgente dei fatti, entrambi sanno che non ci riusciranno mai del tutto. Ma a entrambi fa piacere percorrere la salita, chi per pochi minuti, chi per tutta la propria esistenza. Perché ricercare la Storia è ricercare le nostre radici profonde nella pelle della Terra.
E' ricercare l'intimità con noi stessi.

sabato 16 settembre 2017

Un Papa duro, non "pazzo".

Papa Francesco.


Tre episodi con tre spiegazioni.

In principio furono i suoi confratelli di Buenos Aires: tornato Jorge Mario Bergoglio dalla Germania, dove si era recato per avviare una tesi di dottorato su Romano Guardini (mai completata), lo spedirono immediatamente a Cordoba, a 800 km dalla capitale, “perché malato, pazzo”. 
Poi ci furono le indiscrezioni apparse sul “Quotidiano Nazionale”, riprese da vari altri giornali, nell’ottobre 2015, circa il tumore al cervello di Bergoglio, eletto Papa due anni e mezzo prima. Fu intervistato un oncologo giapponese, il professor Fukushima, che negò decisamente la ricostruzione apparsa sul quotidiano. 
Adesso abbiamo le parole stesse del Pontefice, che afferma di essere stato in cura per 6 mesi da una psicologa ebrea quando aveva 42, nel 1978.
Tre fatti, in apparenza anodini, che insistono tutti su un punto: la psiche dell’attuale Vicario.
A una prima occhiata, tutti questi episodi hanno o possono avere una spiegazione razionale. Bergoglio fu definito “pazzo” per la sua gestione della Compagnia di Gesù all’epoca del suo incarico come Superiore provinciale dei Gesuiti in Argentina, che provocò gravi dissi in seno all’Ordine e la fuoriuscita di centinaia di confratelli, alcuni dei quali passati perfino all’agnosticismo e a un’aperta opposizione alla Chiesa Cattolica. 
Riguardo alle voci di un tumore al cervello, esse furono interpretate successivamente come “segnali” mandati a Bergoglio da certi settori della Curia a mezzo stampa, a causa del ritardo nell’applicazione delle riforme. Impossibile accertare (e, per quanto mi riguarda, anche accettare) la fondatezza di tale interpretazione, che porrebbe sul banco dell’accusa gli elettori progressisti del Papa. Fu però curioso notare, all’epoca, che a difendere il Papa da queste insinuazioni furono gli ambienti cosiddetti “tradizionalisti”, quelli più pesantemente sanzionati da alcune scelte del pontificato del gesuita argentino. 
Infine, riguardo la rivelazione papale di essere stato in cura presso una psicologa, dobbiamo ricordare che quelli erano anni difficili in Argentina: Bergoglio ricopriva incarichi di responsabilità, doveva governare fra le Scilla e Cariddi della dittatura militare e le infiltrazioni della Teologia della Liberazione (da lui avversata) nel clero argentino e fra gli stessi gesuiti. Nulla di strano che ricorresse a un aiuto, sia pure fa specie che un uomo di fede si rivolga a un medico per ritrovare la tranquillità del proprio Io interiore. Ma è da rilevare come Papa Paolo VI, nel 1967, concesse la possibilità per i sacerdoti di ricorrere a “all’aiuto di un medico o di uno psicologo competenti”, quindi l’allora superiore non violò nessuna regola della Chiesa. Certo, fa effetto sapere che colui che siede sul Seggio di Pietro è stato un paziente di una psicologa, per sua stessa ammissione, cosa che ricorda in modo impressionante un film degli ultimi anni, opera mediocre di un mediocre registra, in cui l’attore che interpreta il Papa si fa psicanalizzare, anche in questo caso da una donna (perché poi proprio una donna?).

Il Papa tra la folla, quando è spontaneo e quindi è più se stesso.

Malattia mentale? No. Ma...

Questi episodi suggeriscono tutti un’idea: l’instabilità mentale del Papa, la sua debolezza psichica rispetto al grave compito di guida delle coscienze di un miliardo e passa di esseri umani su questo pianeta. E riaprono la questione della possibile rinuncia all’esercizio della funzione pontificale da parte di Bergoglio.
Tale questione è tornata alla ribalta in seguito ai fatti suesposti, ma abbiamo visto come essi, se pure insistono nel sottolineare una presunta deficienza di cognizione del Papa, hanno spiegazioni che fanno uscire di scena il medico e fanno entrare in campo le voci di corridoio, gli inciuci di carta, gli equilibri di potere nella Città Leonina.
Bergoglio non è pazzo, ma sicuramente è molto furbo. Se qualcosa non va nella sua personalità, sempre rispetto alla carica che ricopre (fosse rimasto cardinale, neppure avremo affrontato la discussione, poiché non c’è nulla di personale contro di lui), è il suo mostrare due volti, uno pubblico e l’altro privato. Della famosa intervista di Miguel Ignacio Mom Debussy, ex gesuita e intimo dell’attuale Papa ai tempi del provincialato in Argentina, mi è rimasto nella memoria questo passaggio: “Bergoglio politicamente è molto abile ed è una persona molto intelligente. È molto capace di muoversi tra due acque e far sentire tutti vicino a sé”. Non avessimo avuto riscontri nel corso di questi anni a quanto detto in questa intervista dell’aprile 2013, l’avremmo volentieri classificata come il rigurgito d’odio di un ex gesuita un tempo amico del Papa – che a mio parere ben fece a rompere i rapporti con questo terzomondista voglioso di compagnie e non della Compagnia. Ma visto che gli episodi a conferma del carattere poliedrico del Papa ce ne sono stati a bizzeffe, dobbiamo riconoscere che, con tutto il suo odio verso ciò che un tempo aveva venerato, questo ex gesuita divenuto agnostico ci aveva avvisati per tempo. O meglio: aveva avvisato per tempo chi non conosceva Bergoglio, chi non aveva letto qualcosa di lui dopo il conclave del 2005, chi s’era affrettato ad applaudirlo la sera dell’elezione. Perchè l’autoritarismo, il piglio forte, il carattere adamantino, l’attendere per le “soddisfazioni” personali di essere in posizione di potere, l’ambiguità del “ma anche” erano tutte cose già note della pastorale dell’arcivescovo di Buenos Aires a chi si occupava di Chiesa prima dell’Abdicazione benedettiana.

Sa aspettare e sa quello che vuole. Sa che deve costruirsi un’immagine bonaria, e l’ha fatto fin dal primo affaccio dalla Loggia delle Benedizioni. Non che la cura dei poveri e dei diseredati lo lasci indifferente, anzi, fa parte del suo modo d’essere e gli va reso merito per questo, ma sa che esse sono anche un mezzo per accattivarsi l’opinione pubblica, la mediaticità di facciata e far passare i suoi affondi verso gli altri come “opere necessarie alla riforma”, come scrivono i lacchè. Ecco la furbizia di Bergoglio, il suo “muoversi tra due acque”, la sua poliedricità nell’operare a seconda dell’interlocutore e della situazione – del resto, il poliedro è la sua figura geometrica favorita. Volontà di operare, volontà di procedere, studio attento della situazione, stroncature giuste al posto giusto: fossero queste qualità indirizzate nel solco dell’ortodossia, sarebbe finalmente il Papa domatore della Curia che si attendeva dai tempi del primo Wojtyla. E starei qui a scrivere un panegirico, perché sono un realista e so che per governare un’istituzione serve polso fermo e talvolta anche un pugno d’acciaio. Indirizzate invece, come sono tali qualità di governo, contro i settori ortodossi di questa Chiesa sempre più pazza – essa sì che lo sembra – ci impensieriscono, e ci preoccupano.