martedì 24 novembre 2015

Val Andrews e l'Holmes "falsificato"


Illustrazione per il racconto "Silver Blaze"

Come tutto nacque

Sono un appassionato delle avventure di Sherlock Holmes e del dottor John H. Watson dal 2002 allorquando, durante la piovosa estate di quell'anno, per ingannare il tempo e farlo passare velocemente (non avevo molti amici, anzi gli unici erano quelli di scuola a liceo, e non eravamo dotati allora di cellulari già dalla sala parto in poi), iniziai a collezionare i raffinati volumetti della Fabbri Editori dedicati al detective di Baker Street. Si iniziò con la long story centrale della saga, “Il mastino dei Baskerville”, poi si proseguì con “Le avventure di Sherlock Holmes”, dunque si tornò all'inizio con “Uno studio in rosso”, prima opera in cui il Nostro compare, scritta nel 1886, e seguii le uscite in ordine stavolta cronologico.
Autore della saga, nata per caso e che alla fine consterà di 4 romanzi e 56 racconti, fu lo scrittore Arthur Conan Doyle (1859-1930), baronetto per volontà di re Edoardo VII nel 1903 per i suoi servizi giornalistici relativi alla II Guerra boera conclusasi l'anno prima. Non mi soffermo sulla vexata quaestio della paternità delle sessanta storie, non è il vero tema di questa sera anche se ha il suo fascino e di certo il suo peso nella vicenda del “Canone degli apocrifi”, come viene chiamata la sterminata produzione di romanzi e racconti basati sul celebre dilettante londinese.
Scrivere un apocrifo, cioè una storia basata su personaggi e ambientazioni create da altri, è un'opera sovrumana: bisogna penetrare nella mentalità di un'epoca che magari non è la nostra, adattarsi al modo di scrivere e alla scelta stilistica di un autore che non siamo noi, scrivere qualcosa di nuovo che però non contrasti con l'opera principale, di cui l'apocrifo è una costola secondaria.
Dando per scontato che chi legge abbia avuto che fare almeno superficialmente con qualche storia del Nostro scritta da Doyle, e che quindi abbia una nozione anche approssimativa di Holmes, Watson, dello stile di scrittura di ACD e della Londra degli ultimi vent'anni dell'Ottocento, passo a recensire un'opera disgustosa, un esempio da manuale sul come NON si scrive un apocrifo holmesiano: “Sherlock Holmes e il mistero della sala egizia” di Val Andrews (1995).

Sei proprio elementare, Watson!

Innanzitutto, la prima cosa negativa da citare non riguarda l'opera in sé, ma la traduzione che ne è stata fatta. Nella edizione della Fabbri Editori, a pagina 4, possiamo leggere la seguente frase detta da Holmes a uno Watson appena alzato: “Parola mia, caro Watson, ho l'impressione che ogni giorno ti alzi un minuto più tardi!”. Ti? Ti?? Ma come ha osato il traduttore stravolgere così lo spirito dei due personaggi? Tutti, anche chi non ha mai letto le storie di ACD, sa che i due amici si davano del voi in segno di rispetto reciproco, e tale traduzione è quella più fedele allo spirito compassato di Holmes e Watson, inglesi fino al midollo e che avrebbe mal apprezzato, nella realtà, una confidenza così “latina”. Già questo basterebbe per lanciare il libro nel cestino e non pensarci più. Ma, visto che la traduzione, forse realizzata con Google Translate, miglior amico dei miei studentelli e peggior nemico per chi ama le lingue, non ci interessa, passiamo all'opera, che ho letto sia in italiano che nella lingua madre. Credevo che in inglese le cose migliorassero. Mi sbagliavo.
Pensiamo alla storia. In breve, Holmes viene ingaggiato da un illusionista affinchè ritrovi un anello scomparso durante uno spettacolo di magia. Il cliente però sarà ritrovato morto quella sera stessa, e il detective dovrà così occuparsi anche dell'omicidio, perpetrato da un nano.
L'anello sarà ritrovato, il nano impiccato e tutti saranno felici e contenti, eccetto il lettore.

I personaggi di Holmes e Watson, forse in onore della storia, sono ridotti a fenomeni di baraccone. Watson, che nelle avventure di ACD mai si permette di interferire nel lavoro del celebre amico pur dando la sua massima disponibilità in ogni avventura, blatera a ogni piè sospinto, interrompe Holmes nei suoi interrogatori, diventa nelle mani di Andrews un esperto di magia e si lascia abbindolare come uno sprovveduto dalla signora proprietaria dell'anello. Il buon dottore originale era soggetto al fascino femminile, ma fino a un certo punto, e non si fece mai fregare da una di esse se era in gioco un caso di omicidio. Come se non bastasse, lo vediamo geloso dell'amico, irritato per i mancati pasti e troppo nostalgico dei vecchi casi, messi qua e là nella storia quasi a voler instaurare per forza un legame fra questo orrido pastiche e gli originali.

Tu quoque, Sherlock?

Sherlock diventa, nella versione deell'Andrews, un falso di se stesso. Quando doveva mostrare il detective uscirsene con delle deduzioni, ACD aveva premura di mettere a disposizione del lettore, per mezzo della penna di Watson, tutti i dati che servivano. Era una sorta di sfida tra l'autore e il suo pubblico, ed era anche un modo per giocare “ad armi pari”. In quest'opera, invece, Holmes deduce cose così, all'improvviso, e per giustificare l'exploit finale senza senso viene fatto riferimento a cose accadute fuori scena, di cui chi legge viene a sapere solo alla fine: una vera slealtà che Doyle non commise mai, neppure negli ultimi anni quando la sua sciatteria divenne evidente anche ai ciechi.
Ma Doyle è morto quasi un secolo fa, e ora a noi tocca leggere racconti in cui Holmes, nel bel mezzo dell'inchiesta, chiede a un teste del tabacco forte da pipa perché è in crisi di astinenza. E ciò che a prima vista può sembrare un ingegnoso trucchetto legato all'indagine, già usato nelle storie originali, si rivela alla fine essere solo un episodio anodino, senza senso, non legato a niente e dunque totalmente squallido nel suo mostrare la fredda macchina calcolatrice di ACD così in crisi di astinenza da chiedere tabacco a un possibile indagato.
Eredi, seh!
E che dire dell'ultima trovata, il nano nascosto nella scatola? Per 90 pagine non se ne era fatta menzione, e alla fine Holmes se ne esce persino col nome del tizio assunto, guarda caso, proprio nel teatro dove si esibiva la vittima con cui anni prima aveva avuto dei dissapori. Arma del delitto: un meccanismo da orologiaio, improvvisamente scomparso e che naturalmente l'Holmes versione Andrews non aveva collegato in prima battuta all'omicidio. Ma come era arrivato il dilettante al nano? Ma tramite voci, naturalmente, il peggior metodo secondo l'Holmes originale per lavorare nel campo della deduzione. E con ciò si conclude quest'opera, indegna di tanto nome.

Val Andrews è morto nel 2006, lo stesso anno in cui comprai questo libro a una fiera di paese, nel giorno del solstizio d'estate. Leggo che è stato un famoso attore e mago, e un prolifico autore di apocrifi holmesiani. Ma una lettura dell' Egyptian Hall basta già per farsi un'idea della sua produzione. Dicono che non bisogna mai giudicare un libro dalla copertina. In questo caso, è falso: già dalla miniatura si poteva vedere che non era lo Sherlock vero.

Titolo precedente di questa rubrica: "L'amoralità fatta romanzo: Moll Flanders", vedi QUI

venerdì 20 novembre 2015

TUTTI DOTTORI

Veglia a Molenbeek (Belgio)
Dieci ore. Sono bastate dieci ore, quelle immediatamente successive alla tragica notte parigina di venerdì scorso, per trasformare quasi tutti coloro che hanno un account Facebook/Twitter in esperti di terrorismo, strategia militare, servizi segreti, rapporti Occidente- Islam, storia dell'Islam, complottismo, storia segreta dell'Islam, anticomplottismo, colonialismo (intendendo i coloniali da bar), crociate (intendendo le parole crociate), differenze fra sunniti e sciiti, differenze fra cristiani e islamici, differenze fra mele verdi e mele rosse- che non c'entra niente, come tutto il resto.
I social sono diventati agorà telematiche, nuovi templi del Sapere, e gli utenti sono stati investiti d'autorità-la propria- del titolo di poter parlare di tutto senza sapere niente.
Ho letto in questi 7 giorni status di un'ignoranza abissale che avrebbero meritato di essere coperti col pietoso velo dell'anonimato, citazioni coraniche sbagliate e messe lì tanto per passare per dialogatori ecumenici- perché tanto si sa che nessuno va a controllare le stronzate che posti-, pensieri sul rapporto tra cristiani e musulmani scritti da persone che hanno pure viaggiato parecchio e che pretendono di sapere per certo che l'algerino che ti orina sotto casa sia la fotocopia dell'iracheno tanto compito e cortese che ha conosciuto in albergo tempo fa, tanto sono musulmani entrambi, no?
Gente che scrive “PrayforParis” e poi urla, labbra distorte e bava alla bocca, contro la reazione francese contro i terroristi in Siria. “Muoiono dei civili innocenti!” scrivono su Facebook. Ma perchè, scusate, i 130 morti a Parigi cos'erano? A un atto di guerra si risponde con un altro atto di guerra, punto. Occhio per occhio rende il mondo cieco, siamo d'accordo, ma solo se anche gli altri lo sono. Perchè se io vengo attaccato e predico la tolleranza contro il mio stesso sangue che ribolle, contro il mio stesso istinto di reazione, ciò avviene solo a patto che anche l'altro si fermi. E non consideri la mia rinuncia all'azione come un invito a continuare a malmenarmi. E dubito fortemente, cari pacifinti e care pacifinte, che i tagliagole islamici si sarebbero fermati ammaliati dalla possibile inoperosità francese. Quindi, via alla risposta. Non sto dicendo che mi piace, non sto dicendo che sia giusto che il sangue chiami altro sangue. Sto dicendo che è legittimo.
Poi c'è la giornalaia che scrive che “Cristianesimo e Islam alla fine sono uguali”. E no, cara stronza, non so chi ti abbia insegnato la storia o che razza di prete terzomondista hai avuto quando andavi al catechismo, ma Cristianesimo e Islam NON sono la stessa cosa. Il primo indica uno stile di vita; il secondo lo impone. Cristo indica cosa bisogna fare per accedere al Regno, e se non lo fai, ti aspetta la Geena e sono affari tuoi, ti protegga San Michele; ma i Paesi cristiani ed ex cristiani europei e americani hanno avuto un percorso storico per cui Cristo e i suoi insegnamenti sono una cosa, lo Stato e le sue leggi ne sono un'altra: io non vado in carcere perché bestemmio, ma ci vado se diffamo una persona. E la Bibbia ha subito nei secoli una profonda esegesi: oggi nessun cristiano crede che Dio abbia creato il mondo in davvero 6 giorni. In molti Paesi islamici no, Stato e Moschea coincidono, e guai a te se sgarri dal Corano o dalla Sunna del Profeta. Se uno dissente dal Corano, non è un islamico moderato, è un apostata. E lo dice il Corano, non io.
Non potevano mancare gli intellettuali della Magna Grecia, gente sistemata dalla politica in posti amministrativi che, avendo scalato tutti i gradini della scala dei raccomandati, si sentono in diritto di ciarlare di terrorismo e di rapporti Occidente/Islam per il fatto stesso di essere laureati, che sia in Sociologia o in Scienze Aerobiche poco importa, è il foglio quello che conta. Personaggi per i quali i musulmani sono o allegri compagnoni di bevute (contravvenendo così al loro stesso credo) oppure oggetti sociologici mai conosciuti ma da studiare e di cui parlare perché è la moda del momento.
Tutti esperti, tutti dottori, tutti che sapevano cosa sarebbero successo, e dove, e quando, e che cazzo, una chiamata a Parigi potevate anche farla, visto che sapevate tutto, no?
E naturalmente, neppure gli immigrazionisti sinistorsi potevano lasciarsi sfuggire l'occasione di dire la loro. Da quella deputata Pd che vuole i matrimoni gay per combattere il terrorismo (mio Dio, davvero è diventato un porcile Montecitorio) ai giddini per cui non bisogna interrompere il processo di integrazione. Giusto, ma a interromperlo sono stati gli ospiti per i quali quel processo è iniziato, cari voi: mi rendo conto che fin da ragazzetti vi plasmano per vedere le cose in senso inverso alla realtà, ma cavoli gli occhi per vedere ce li avete in fondo.
Oddio, non sto dicendo che ho la verità in tasca e che sono dispensatore di secrete cose riguardo quello che è successo a Parigi, in Sinai e che sta accadendo in questo momento, proprio mentre scrivo e voi leggete, in Mali. Ma ho abbastanza buon senso dal dire l'unico dato di fatto, almeno riguardo la Francia: che regalare la cittadinanza francese, come premio di guerra, agli algerini, fu un colossale errore, e lo dico da anni, non sulla spinta del momento.
E' un fenomeno ricorrente in tutti i livelli di emigrazione: la prima generazione si omologa al luogo in cui arriva, per il quieto vivere e per rifarsi una vita, la seconda e la terza iniziano la riscoperta delle radici. Non sono sentiti come diversi, sono loro che iniziano a differenziarsi. Pensiamo agli italiani a New York, esempio che sulle bacheche di questi ignoranti torna ogni volta che si parla di emigrazione: i nonni si sono omologati, i figli ribellati, i nipoti hanno strutturato e continuato le abitudini italiane in salsa americana.
E vi pare, dottori laureati all'Alma Mater “feisbucchiana”, che ciò non potesse avvenire in un Paese con 5 milioni di musulmani cittadini francesi in base allo ius soli, e dove la laicità, aborrita dagli islamici, trionfa ormai da decenni?

Chi scrive non è diventato Charlie dalla sera alla mattina perché gliel'ha imposto il web e ha pur pregato per i morti parigini, ma per davvero, non postando alcune Torre Eiffel stilizzata a mo' di supplica, come fanno molti per i quali la religione è la vera causa di tutto il male attuale (ah sì? E il petrolio no? E il gas naturale, via Israele, no? E l mancanza d'acqua in Medio Oriente no? E poi quale religione? Tutte? Anche lo shintoismo in Giappone?).
Credo che la liberà la si dimostri ogni volta che serve, non quando va di moda o quando bisogna fare gli alternativi, come quelle che escono al minuto di silenzio dalla classe perchè si sono ricordati solo i morti parigini- seguendo la stessa logica, bisognerebbe chiudere le scuole, visto che ogni giorno avvengono stragi che il tg o il webjorunal di fiducia non vi racconta.

Purtroppo, e i fatti di questa settimana, e i primi post sui fatti di oggi in Mali lo confermano, i social sono come il diritto di voto: non dovrebbero essere accessibili a tutti. E, a differenza del diritto di voto, i social fanno un danno in più: dalla giovane raccomandata all'intellettualoide napoletano, dal complottista perugino all'alternativo comodamente seduto a bersi un drink a Trafalgar Square mentre dà del razzista ai greci sotto pressione degli arrivi siriani, i social rendono manifesta un'ignoranza che dovrebbe restare rigorosamente nascosta.

lunedì 16 novembre 2015

Le edicole votive

Madonna del Buonconsiglio, edicola a tabernacolo, androne privato in via Santa Maria
Pubblicato su "Nuovacittà", n. 32, del 14 novembre 2015

Segni della devozione cristiana del passato, le edicole e le cappelle votive che vediamo ancora oggi per i vicoli del centro storico e negli androni dei palazzi antichi sono la testimonianza concreta delle fede dei nostri antenati. L’usanza di costruire piccoli tabernacoli ospitanti i simboli cristiani risale agli albori della nuova fede, quando i primi convertiti, non potendo realizzare propri templi di culto perché in contrasto con quello degli imperatori romani, ebbero la necessità di avere comunque luoghi di incontro in comune. Le edicole venivano realizzate ai crocicchi, e ritraevano spesso il pesce, l’agnello o un pastore con le pecore, simboli eminentemente evangelici che non destavano sospetti nelle autorità imperiali. Sotto l’immagine dipinta, i cristiani pregavano, prendevano veloci disposizioni circa l’organizzazione delle loro comunità, e pronunciavano voti solenni- da qui il nome con cui ancora oggi sono conosciuti questi tabernacoli. continuate (per queste ultime, c'erano gli spazi piccoli ma adeguati delle cappelle, di cui parleremo nelle prossime settimane). In seguito, sul luogo di questi piccoli tempietti di forma triangolare o semicircolare si costruirono le chiese e le basiliche del IV secolo, quando i cristiani ottennero la libertà di culto, usanza che poi si mantenne anche in epoca medievale. Proprio all’Alto Medioevo risale inoltre l’uso “civico” delle edicole, con l‘apposizione di candele o, successivamente, lampade ad olio, che servivano da punti di riferimenti per i viandanti che di notte dovevano camminare per le strade, immerse nel buio più assoluto.
Sant'Anna e S. Maria, corso E. De Nicola
Non è assolutamente dimostrato, invece, che presso di esse si svolgessero messe o adorazioni eucaristiche
Ad Afragola, lo scempio e l’opera di distruzione sistematica del centro storico ha risparmiato, incredibile a dirsi, moltissime edicole, che ancora oggi possiamo ammirare. Il soggetto più rappresentato nelle edicole è la Vergine, in quasi tutti i suoi predicati (Madonna Addolorata, Assunta, delle Grazie, dell’Arco, del Carmine,di Pompei,del Buon Consiglio, con il Bambino), segno della devozione mariana diffusa in seguito al Concilio di Trento nel XVI secolo – si ricordi che tutte le edicole attualmente esistenti sono state realizzate fra Sei e Ottocento. Seguono, in questa “classifica” – mi si passi il termine- di soggetti religiosi Sant’Antonio di Padova ( il cui culto risale al Cinquecento, un secolo e mezzo prima dell’arrivo dei frati minori ad Afragola), San Giovanni Battista, Sant’Anna, San Marco (solo nell’omonimo quartiere). Le fonti storiche, come le Sante Visite pastorali o gli scritti privati di cessione di beni e terreni, ci testimoniano che esistevano in passato anche altre edicole dedicate a San Nicola, San Leonardo (in via Principe di Napoli, sita più o meno dove adesso c’è un negozio di scarpe) e San Gennaro, compatrono della nostra città. Personalmente, fra crocicchi e androni di edifici, ne ho contate almeno 29, in gran parte in stato di medio degrado, ma con alcune che si sono conservate abbastanza decentemente. La più nota delle edicole afragolesi è quella realizzata da Angelo Mozzillo (forse nel 1787) all’incrocio fra via Pigna e via Morelli, ritraente la Madonna delle Grazie. la Madonna con Bambino e Angeli. Mentre la parte superiore si è ben conservata, coi graziosi volti della Vergine incoronata e del Bambino benedicente,quella inferiore è pressoché scomparsa, in corrispondenza della parte illuminata dal lumicino notturno. E’ una delle opere più note del pittore afragolese, ed è anche l’emblema dell’assoluta mancanza di senso storico e artistico della presunta elitè culturale cittadina. Ben conservata è anche l’edicola sita in via Nunziatella, al civico 90, in un androne privato (bisogna chiedere il permesso ai proprietari per vederla da vicino, anche se da lontano è già visibile), rappresentante mentre di discreta qualità è quella diSant'Anna e Maria al Corso De Nicola, attraversata da una crepa e posta al di sopra di un negozio di bomboniere. Quasi totalmente scomparsa è la Madonna del Carmine posta in due androni privati in via Galileo Galilei, che potrebbero essere recuperate con un buon restauro, essendosi solo scurite, Mentre sono in buone condizioni le 4 visibili lungo via Vincenzo Maiello, al di fuori di palazzi privati. Diverso è il discorso delle cappelle rurali e urbane. Ma di esse parleremo un'altra volta.  

Madonna delle Grazie, opera di A. Mozzillo, via Pigna

Madonna delle Grazie, via V. Maiello
Madonna Assunta, via V. Maiello
Madonna del Rosario fra i santi Antonio e Vincenzo,
androne privato, via Fratelli Rosselli
Madonna del Carmine, androne privato, via G. Galilei



lunedì 9 novembre 2015

Tocco Caudio, o la desolazione fatta paese


Tocco Caudio, cima del paese

Se c'è una cosa che detesto più dei raccomandati che vogliono farti la predica sul merito o della genovese a ora di pranzo, è il caldo superiore ai 25 gradi. Non ci possono far niente, è una mia questione di costituzione fisica e sopportazione mentale. Vivere nel Sud Italia e non poter soffrire l'estate mediterranea – subtropicale è di certo l'espiazione perfetta per un penitente, ma se dopo 5 anticicloni africani mi devo subire pure il caldo fuori stagione di questi giorni, è un supplemento di sofferenza e nervosismo di cui proprio non sentivo il bisogno.
Ma perché vi affliggo con questa premessa? Niente, era per dirvi che soffro il caldo, nulla di più. E proprio per questo vi racconterò della mia avventura dell'11 ottobre scorso, quando con Rob, Shirohige e l'amico Alessandro mi sono avviato verso il Sannio alla volta del paese abbandonato di Tocco Caudio. E poiché quella domenica pioveva a dirotto, forse riesco a rinfrescarmi per induzione mentale, diciamo così.

Tocco Caudio. Un insieme di case abbarbicate sul monte Taburno che visitai già 3 anni fa, durante un'altra estate caldissima. Era il giugno del 2012 quando, insieme a Marco M., ebbi il primo contatto con il paesello, discendendo dalla montagna. Di allora, ricordo solo un sole accecante, polvere che si levava in grandi nuvoloni, un caldo boia e un cane che abbaiava insistentemente. Ci fermammo poco, appena 15 minuti, e ripartimmo alla volta di casa.
Si inizia a salire
Quella domenica di metà ottobre, partiti da Afragola, dove iniziano i sogni e le avventure, percorremmo la strada interna per Acerra, San Felice, Arienzo e giungendo a Montesarchio. Da questa città in poi, la pioggia iniziò a cadere a secchiate, e iniziammo a preoccuparci per la riuscita della nostra esplorazione. La salita al Taburno avvenne per un sentiero completamente circondato da erba alta, che ci impediva di orientarci visivamente, e il freddo si faceva sentire. In tutto questo, Shirohige ebbe la sciagurata idea di affidarsi al navigatore del cellulare del fratello, con un risvolto che nel tardo pomeriggio quasi si rivelò fatale. Giunti a Tocco nuovo, individuammo dall'alto la zona antica del paese. Suggerii di svoltare a destra, e naturalmente si andò a sinistra, per la regola che non bisogna mai stare a sentire chi è già stato in un posto e ne sa più degli altri. Risultato: finimmo in un viottolo fangoso dal quale non si riusciva più a venirne fuori, e poco mancò che si ponesse fine per sempre a ogni sorta di esplorazione per dipartita di tutto il gruppo. Non vi dirò come ne venimmo fuori perché stento a crederci anche io un mese dopo. Tuttavia, ripartimmo e giungemmo finalmente ai piedi dell'ex insediamento di Tocco vecchio.
Tocco Caudio è un paese sito a mezza costa sul monte Taburno, a 500 metri circa sul livello del mare. Di origine medievale, sembrerebbe avere fondazione longobarda, ma ne dubito fortemente, e comunque anche se così fosse nulla è rimasto di quegli antichi guerrieri germanici. Dal XIII secolo (ma secondo altri, dal XIV) divenne feudi della famiglia Toctus, da cui prese il nome. Sede vescovile per un certo tempo nell'XI secolo, Tocco è sempre stata funestata dai terremoti, e quelli del 1962 e del 1980 furono fatali: gli abitanti decisero per l'abbandono dell'antico centro e la ricostruzione in altro sito dell'entità comunale.
Scorcio
La visita al paese prese poco tempo: una lunga salita si snodava dal sentiero fino al punto in cui nuova e vecchia area comunale si incontrano, e da quel momento si saliva avendo davanti agli occhi lo stupendo panorama delle colline d'intorno “galleggianti” in un mare di nuvole basse. Noi stessi siamo stati avvolti da una di queste nubi, una sensazione davvero gelida nel vero senso della parola – provate a immaginare non di essere sotto la pioggia, ma dentro essa! Le case abbandonata si presentavano sfondate, prive del tetto, con mura diroccate, e spoglie di ogni mobilia. In un paio di essere abbiamo trovati, cosa curiosa, degli affreschi con motivi paesaggistici, e qua e là delle tegole sparse. Allontanandomi dal viale principale mentre gli altri scattavano foto agli edifici, ho scoperto un cunicolo che conduceva all'interno di una di queste case, più grande delle altre, ma non ho avuto tempo di verificare cosa fosse. Siamo saliti fino alla cima, e lì ci aspettava il pugno nell'occhio e nello stomaco a chiunque sia appassionato di esplorazioni in luoghi abbandonati: la chiesa, restaurata e naturaliter chiusa, dell'antico casale. Immaginate di ricevere una torta a tre piani con i primi due al cioccolato fondente e quello in cima con glassa al limone: stesso effetto mi fece vedere quella cosa in quel contesto. Dove altri avrebbero applaudito alla riscoperta di tesori nascosti, io criticai la scelta di restaurare un luogo lasciandolo al contempo in mezzo alla desolazione. Perché davvero Tocco Caudio poteva essere definito la quintessenza della desolazione, in quella giornata: case distrutte, erba alta ovunque, pioggia battente, freddo, nubi basse, escrementi di capra che abbondavano sul sagrato della chiesa restaurata, e quest'ultima che invece di trasmettere un messaggio di riscatto culturale, ne sottolineava la morte, lassù, dove si sentivano solo i nostri passi e dove, quando tacevamo e stavamo fermi, solo il vento era l'unico a provocare suoni.

Qui è Silent Hill
Mezz'ora: tanto durò la visita al paese, che ci lasciò un senso di solitudine e di inquietudine. Ma era destino che, quella domenica, tutto andasse storto. Vi ho detto del navigatore di mio cugino, che già una volta ci fece allungare il viaggio di ritorno in maniera assurda, a Sicignano degli Alburni (vedi QUI). Ebbene, dopo essere discesi dal monte ed esserci rinfrancati con un paio di grappoli d'uva gentilmente offerti da un produttore locale (appena tre giorni prima delal devastante alluvione che colpì il Sannio), quello sciagurato aggeggio che doveva portarci giù...ci ha ricondotti su, spingendoci nel pieno della nebbia che avvolgeva la cima del Taburno! 
Mentre mi avvio alla chiesa...
Non è la prima volta che capito in un banco di nebbia: mi è accaduto diverse volte, la prima delle quali nel 2007 a Massalubrense. Ma qui era diverso: salivamo i tornanti della montagna e non vedevamo a due metri dall'auto. Shirohige saliva lentamente, e vedevamo le curve solo quando eravamo praticamente davanti a esse – e fortunatamente nessuno scendeva mentre noi salivamo. Il bosco in cima, così rigoglioso nel 2012 quando ci andai la prima volta, ora era diventato un ambiente lattiginoso, in cui non si distingueva nulla se no dei fusti e dei rami quando vi eravamo accanto. Navigavamo in un latte fatto d'aria, praticamente. Finquando, superata la galleria e arrivati all'altro versante del Taburno, ci siamo ritrovati davanti un bel tramonto sulla valle telesina. Eravamo fuori dal banco di nebbia...ma anche dalla aprte opposta rispetto alla nostra meta. Inutili che vi riporti i commenti sul cellulare di Rob, che rese più lungo il viaggio che l'esplorazione stessa!
E con questo chiudo per stasera, sperando in un novembre che sia più “se stesso” rispetto ad ora.


Ringrazio la mia fonte Minion, lei sa perché.


Desolazione

giovedì 5 novembre 2015

La guerra ad Afragola V: un tenente dimenticato

Laureando in giurisprudenza, valoroso ufficiale dell'esercito italiano, caduto nell'inospitale terra d'Albania sotto il piombo teutonico nell'ottobre 1943. Fulgido esempio di indomito coraggio, fremente amor patrio”.

Così recita la targa marmorea affissa nell'ingresso della scuola elementare di Piazza Ciampa, all'estremo limite del quartiere di Santa Maria. Fu apposta il 29 agosto 1960, alla presenza del sindaco Giuseppe Tremante e del suo predecessore Armando Izzo, e nelle intenzioni di chi l'affisse doveva colmare un lungo vuoto nella memoria civile della città.
L'epigrafe
Nato ad Afragola il 26 aprile 1916, appassionato di studi giuridici, interruppe gli studi universitari a 25 anni, allorché il Distretto militare di Napoli lo chiamò alla difesa dei confini orientali. Fu arruolato col grado di sottotenente di complemento e fu spedito in Albania.
Il piccolo Paese balcanico era entrato a far parte del Regno d'Italia nel 1939, quando le truppe italiane per ordine del governo Mussolini invasero, dal 7 aprile e in successive missioni, tutto il territorio del regno di Tirana. L'occupazione dell'Albania fu efficacemente descritto dal giornalista Bruno Vespa come “il rapimento della propria moglie1: da anni il governo italiano reggeva le sorti di quello albanese, decidendo perfino il comandante in capo delle forze militari albanesi – che era un italiano- e condizionandone fortemente la politica estera. E tutto col perfetto accordo del re Zog, che vedeva nell'alleanza con Roma un formidabile mezzo per entrare nell'elitè delle grandi potenze. Invadere il Paese sembrò quindi, ai più, una prova muscolare ad uso e consumo del pubblico delle potenze europee, piuttosto che la conquista di un nuovo territorio. Vittorio Emanuele III acquisì la denominazione di “Re d'Italia e Albania e Imperatore d'Etiopia” e Roma dispose l'invio massiccio di battaglioni e navi da guerra per organizzare la campagna di Grecia.
All'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, gli italiani sul territorio albanese si trovarono tra due fuochi: da un lato la popolazione locale, che aveva approfittato dello sbandamento dei quadri militari italici per ribellarsi alla dominazione di Roma, e dall'altro le numerose truppe tedesche, stanziatesi fin dal 1942 sul territorio balcanico, che non avevano voglia di farla passare liscia agli ex alleati. E' stato calcolato che circa 120000 militari italiani si trovassero a mal partito in Albania dopo l'8 settembre, fatti bersaglio della guerriglia autoctona e del fuoco teutonico. Il tenente Castaldo apparteneva al 129esimo Reggimento Fanteria, che al momento dell'armistizio era dislocato nel settore Scrutari- Kossovo e dovette subire gli attacchi tedeschi presso Argirocastro (oggi Gjirokastra). Castaldo fu uno dei soldati in ritirata che riuscirono a raggiungere Porto Edda (oggi Saranda), nel sud dell'Albania, e a tenere testa ai nazisti in una “disperata resistenza” conclusasi con la sconfitta e la cattura il 5 ottobre, e il reggimento fu dichiarato sciolto due giorni dopo2. Fu fucilato a Porto Edda (oggi Saranda), nel sud dell'Albania, il 5 ottobre 1943. Aveva 27 anni. Fu sepolto nella cittadina albanese3, anche se una differente versione afferma che i suoi resti furono gettati in mare insieme a quelli dei compagni.
I famigliari del tenente non seppero della fine del loro congiunto fino a dopo la fine del conflitto, e solo nel 1953 fu consegnata loro la medaglia d'argento al Valor Militare per il coraggio dimostrato dal tenente nel frangente della cattura.

Articoli correlati:

Armando Izzo, il sindaco partigiano: LINK
La guerra ad Afragola: I (link), II (link), III (link), IV (link).

1 Bruno Vespa, “L'Italia spezzata. Un Paese a metà fra Prodi e Berlusconi”, Roma, 2006

2 Www.regioesercito.it/reparti/fanteria

3 Www.difesa.it/onorcaduti




lunedì 2 novembre 2015

Il castello, il Papa e l'abbazia. Vairano medievale.

Corte interna del castello di Vairano (XI secolo). Quello vestito d'arancio sono io.

Ritengo che il Medioevo sia l'epoca migliore della storia europea. Durante quei mille anni, si sono formate le tradizioni, le lingue, gli usi e le fondamenta delle scienze dell'epoca attuale. Il Rinascimento e l'epoca barocca hanno di certo ravvivato le arti e le scienze liberali, ma solo perché amanuensi medievali ne avevano perpetuato il ricordo nei lunghi pomeriggi passati a ricopiare antiche carte. L'Illuminismo avrà di sicuro dato spunti alla critica del pensiero, ma è venuto dopo San Tommaso d'Aquino e la Scuola federiciana. La religione sarà divenuta più “alla mano” nel Novecento, ma Giovanni XXIII viveva pur sempre in un bel Palazzo rinascimentale, mentre Leone Magno condusse i suoi vent'anni di pontificato in un patriarchio aperto a tutti.
Oggi il termine Medioevo è sinonimo di oscurantismo per chi non ha avuto la fortuna di studiare, e perciò costoro sono scusabili; meno lo sono i culturisti di cui abbondano i social, che pure si presuppone non si siano fermati alla vecchia terza media.
Ma perchè questo pistolotto iniziale, per un post che parlerà di esplorazioni? A prima vista, per niente: volevo solo introdurre l'argomento, tutto qui. Per stavolta.

Era domenica, come al solito. Precisamente: domenica 27 settembre. Un'altra esplorazione, stavolta a nord, dopo essere stati a sud (vedi QUI). Partecipanti: chi scrive, Rob, Paolo e “Shirohige”, il Distruggi-e-Vai. Direzione: castello e abbazia di un borgo medievale,Vairano Patenora, Alto casertano.
Usciti al casello autostradale di Caianello, abbiamo proseguito in direzione della frazione Vairano Scalo, per poi proseguire a Vairano Patenora. Qui, e non a Teano, sarebbe avvenuto l'incontro fra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi, durante il quale il ladrone dei due mondi avrebbe idealmente consegnato al sovrano i territori occupati col consenso inglese, l'ignavia dell'esercito e senza dichiarazione di guerra alcuna. Ma, francamente, poco ci importa del sospetto figlio di un macellaio e dei suoi incontri campagnoli.
Corte interna del castello vista da sud
Vairano si abbarbica su una collina, e la parte vecchia del paese attornia i resti del castello medievale. Questo è documentato fin dal XII secolo, e avrebbe resistito a un assalto portato dall'imperatore Enrico VI nel 1193. Un secolo dopo, come ricorda una targa all'entrata principale, ospitò il re angioino Carlo I (1265 - 1285) e Papa Gregorio X (1271 – 1276). Pare che abbia seguito la genesi di tutte le costruzioni medievali difensive dello stesso tipo, vale a dire inizialmente come torrione isolato nel punto preminente del territorio, e solo successivamente come complesso murario dotato di cucine, carceri, stalle e altri locali. Attualmente, il maniero si presenta come un edificio diroccato e abbandonato a se stesso, di medie dimensioni, da cui è possibile avere un'ampia visuale sulla valle sottostante e sui monti del Matese distanti una decina di chilometri in linea d'aria (e ciò consentiva un controllo fondamentale sui passaggi fra Alto e Basso Sannio, cioè fra il Molise e l'attuale ex provincia di Benevento). La corte interna è connotata da un forte degrado, ma gli impianti originari sono ancora in parte riconoscibili. Una scalinata piuttosto consumata porta al piano superiore, e abbiamo avuto la possibilità di passeggiare per i ballatoi e di entrare in una delle torri. Il lato ovest è rimasto in piedi (quello est è crollato), e permette di farsi un'idea delle stanze poste fra torre e torre (dovevano essere tre per ogni muro perimetrale, a giudicare dai varchi per le finestre). Fra la torre di sud – ovest e le mura abbiamo rilevato la presenza di un'edicola ad arco a ogiva interamente riempita di pietra calcarea (in abbondanza qui in zona). La torre citata, anche se massiccia, non è tuttavia quella di miglior aspetto “estetico”, rispetto a quella di nord – est, ma è l'unica che abbiamo potuto visitare essendo che altrove sono crollate tutte le scale. Entrati salendo due gradini alquanto rovinati, siamo entrati nel primo piano della struttura, che presenta un varco di un'antica finestra e, alleluja!, lacerti di affreschi che adornavano le pareti sotto la linea che doveva corrispondere al tetto della stanza (e al pavimento di quella sottostante). Era rimasto qualcosa della scale che portava ai piani superiori, e Rob è riuscito a giungere al primo piano, o a quello che un tempo ne costituiva la piattaforma; ma oltre non si è potuto andare. Visitata la torre, ci siamo divisi per le diverse parti del maniero. 
Personalmente, sono disceso fino a quelle che dovevano essere le carceri, al di sotto della torre di nord – ovest: ho prestato particolarmente attenzione, visto che al posto dei gradini c'era terra liscia e scivolosa, e non sapevo se il suolo al piano sottostante avrebbe retto il mio peso, cosa possibilissima in un edificio di almeno 750 anni. Nulla di pericoloso è accaduto, e mi sono ritrovato di nuovo nella corte centrale. Gli altri erano scomparsi, e mi sono ritrovato per pochi minuti- pensa un po' te- padrone del castello. Risalendo al ballatoio del piano superiore, mi sono guardato attorno, in silenzio, mentre il sole iniziava la sua lenta discesa fra a ovest, in questa prima domenica d'autunno ma ancora estiva. Avrei voluto tanto sapere dove fu alloggiato Gregorio X, nella sua visita nel 1272. Il Pontefice era diventato tale pochi mesi prima, eletto mentre si trovava in Terrasanta da un collegio di cardinali diviso da diverse fazioni. Aveva scelto di risalire l'intera penisola prima di giungere a Roma, e per alcune ore era stato anche qui, ospitato fra queste mura da Carlo I, lo “Svevicida”. La Storia era stata qui, aveva ammantato queste pietre bianche e aveva dato loro dignità momentanea, conscia che gliel'avrebbe negata successivamente.
Sono stato distratto da questi pensieri poetici da grida e schiamazzi che venivano dalla mia sinistra: il gruppo aveva trovato un passaggio segreto!. O almeno così diceva: un cunicolo, dotato di scale, che discendeva verso il basso, costruito nelle mura del lato est del maniero, e che conduceva...al nulla. Il budello porta al precipizio opposto del castello rispetto alla cittadina, e percorrendolo con molta difficoltà, con un rischio di morte per caduta accidentale valutato intorno al 60% e di morte per infarto mentre si cadeva da lassù prima di toccare terra stimato al 100%, abbiamo letteralmente girato intorno alle mura perimetrali e ci siamo trovati al borgo che le attornia. Uno spreco di energie, visto che le case del borgo abbandonato sono comodamente raggiungibili da un sentiero che si diparte dal castello stesso...

L'Abbazia cistercense della Ferrara (XIII secolo) di Vairano Patenora
Il borgo non l'abbiamo ritenuto interessante, e così ci siamo avviati alla seconda meta del nostro viaggio: l'abbazia della Ferrara, nota per essere stato per 15 anni (secondo altri 18) il luogo di studio di Pietro Angeleri, divenuto poi Papa per pochi mesi col nome di Celestino V. Usciti dal paese, ci siamo diretti verso le montagne imbiancate ad est, e seguendo le indicazioni di un allegro signore, siamo arrivati alla collinetta su cui ci sono i resti dell'abbazia cistercense.
Le mura di quello che doveva essere un maestoso edificio si raggiungono salendo un sentiero. La prima cosa che si vede è la corte interna, essendo che gran parte delle mura, come vedete dalle foto, è crollata. Eravamo nel verde assoluto, in tutte le sue possibili gradazioni. Sullo spiazzo erboso c'erano ciottoli ed escrementi di cane, e su di esso si apre quello che doveva essere un pozzo, forse risalente alla fabbrica originaria del XIII secolo. Era la prima volta che visitavo un'abbazia- o quello che ne rimane- e mi sono domandato se Gregorio X passò anche da qui. Le mura del lato ovest (che “danno le spalle” al lontano castello visitato mezz'ora prima) presentavano aperture di vari locali, tutti spogli e disadorni, in pietra. All'angolo, un varco più profondo degli altri conduceva a uno spazio largo, forse l'antico giardino interno. Una stanza laterale conduceva a un'altra che presentava una strana corda attaccata a qualcosa oltre il tetto sfondato. Tornati allo spiazzo, ci siamo nuovamente divisi, cercando la chiesetta del XIII secolo. L'abbiamo trovata poco dopo, puntellata da tutte le parti da travi in legno, e circondata da rovi spinosi. L'abbiamo raggiunta incuneandoci in un sentiero boscoso, che non lasciava trapelare la luce. Una scala di pietra ci ha condotto all'unica stanza, dotata di un unico altare (restaurato) e ospitante una nicchia con l'affresco che cercavo. 
L'affresco del XIII secolo con Pietro Celestino V
L'opera, restaurata 4 anni fa col contributo di una banca (anche i banchieri hanno un cuore) ritrae la Vergine col Bambino che assiste ai funerali di un nobile monaco, Malgerio Sorel. La Vergine è circondata a destra e a sinistra da due santi, e nel livello inferiore dell'affresco, a lato del corpo senza vita del Sorel, troviamo una teoria di monaci, fra cui sarebbe ritirato anche Pietro Angeleri, decenni prima di diventare Papa. Le foto che vedete sono state scattate nell'assoluta oscurità 8erano già le 18e45) e forse proprio per questo sono così ben fatte.
Usciti da lì, abbiamo dato un'ultima occhiata al panorama prima di avviarci all'auto: a nord si erano accese le prime luci bianche e arancioni sul monte dirimpetto, e a fianco si potevano osservare lunghi tubi che incanalavano l'acqua del vicino Volturno – una cosa simile vidi a Sarno nel 2008 e ad Alfedena nel 2004; a nord- est, i monti del Matese erano di un bianco rosato, per la neve, e da quella parte il cielo era di un viola cupo profondo.

L'autunno è alle porte, ho pensato.


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