lunedì 26 ottobre 2015

San Gennaro, un patrono dimenticato

(In attesa di una più ampia trattazione del tema, lascio qui un breve appunto che riprenderò in seguito).

Tutti gli afragolesi sanno che il patrono “effettivo” della città è San Gennaro. Non sappiamo, all'attuale stato della ricerca, in che modalità sia stato introdotta nell'antico casale la venerazione verso il Vescovo di Benevento martirizzato a Pozzuoli; fatto sta, che Afragola è l'unico Comune della diocesi di Napoli a condividerne il culto con la Capitale, particolare inusuale, che non si riscontra per nessun altro antico casale. Eppure, a tutt'oggi, la ricorrenza liturgica del 19 settembre è ricordata solo per le scuole chiuse e il noto prodigio che avviene a Napoli, con lo scioglimento del sangue. Le uniche testimonianze della fede nel santo martirizzato sono due statue, una conservata nella chiesa del Ss. Rosario, e l'altra a Santa Maria d'Ajello. Quest'ultima, in particolare, ha avuto un ben strano destino: nonostante fosse di buona fattura, negli Anni Sessanta del secolo scorso fu mandata nel ripostiglio della chiesa dal parroco Gennaro Balsamo, visto che da essa si “ricavavano” poche offerte! E il fatto che nessuno si meravigliasse per la scomparsa dell'effigie del patrono, la dice lunga sulla tiepidezza dell'amore afragolese verso San Gennaro.

Statua di San Gennaro nell'ex confraternita
del Purgatorio (Santa Maria d'Ajello)
Ben più nota è la devozione a Sant'Antonio da Padova, espletata da secoli ormai: già Giuseppe Castaldi, nelle sue Memorie (1830), testimonia della processione che avveniva in occasione della ricorrenza liturgica del Santo (specificando però, curiosamente, che la questua avveniva un mese prima di tale data, il 13 maggio).
Il culto del Santo delle Tredici Grazie era stato introdotto nelle nostre terre già nel Seicento, ma ebbe un placet reale a partire da inizio Ottocento, dopo il “fattaccio” avvenuto nella Cattedrale di Napoli nel 1799. I francesi del generale Etienne Championnet avevano conquistato Napoli, e i francesi desideravano assistere al prodigio dello scioglimento del sangue nonostante si fosse a fine gennaio. A dispetto delle sicurezze granitiche dei napoletani, il sangue si sciolse, e ciò fu considerato erroneamente come un segno di stima del cielo verso i francesi. Allorchè il regime borbonico fu restaurato un anno dopo, il sovrano Ferdinando IV di Napoli decise di “vendicarsi” dell'affronto, sostituendo a San Gennaro l'omologo portoghese, e diffondendone così il culto in tutto il Regno- o rafforzandolo laddove esso già esisteva, come ad Afragola.

Il Santo beneventano tornò poi in auge, ma almeno qui da noi era stato “surclassato” e non riprese mai il podio. Negli ultimi tempi, sempre più fedeli hanno richiesto la comparsa della statua a Santa Maria: che “guadagni” oppure no, sempre resta patrono della città. 

Articolo correlato: "Curiosità antoniane" (clicca su questo LINK).


mercoledì 21 ottobre 2015

I barbari e la "germanizzazione" del Cristianesimo


I secoli altomedievali videro la crescita dell'influenza della Chiesa in seno alle nuove nazioni barbariche allorché queste ultime decisero di abbandonare i costumi pagani e di consacrarsi al Cristianesimo. Non tutti i nuovi arrivati erano legati a tradizioni religiose politeistiche: i Longobardi, ad esempio, costituirono una spina nel fianco di Gregorio Magno (540 ca. - 604, Papa dal 590) in quanto ariani, quindi cristiani eretici, non già pagani. L'infiltrazione della nuova fede presso le società barbariche venute dalle steppe dell'Asia centrale avvenne per gradi, e non in modo univoco: il successo o il fallimento delle conversione dipendevano da diversi fattori, non ultima la personalità e il carisma dei missionari inviati presso i nuovi popoli. Riguardo ai metodi di conversione, anch'essi furono molteplici, a seconda degli uomini e delle epoche: il caso delle conversioni forzate dei Sassoni ne è la rappresentazione più estrema, ma non certo la regola nella storia dei movimenti religiosi medievali verso “l'altro”. In termini generali, possiamo dire che ci fu quasi sempre la pratica dell'”accomodamento” da parte della Chiesa nei confronti delle tradizioni barbariche, lo smussamento degli angoli più spinosi della dottrina evangelica riguardo la vita dei nuovi popoli per render emano difficoltosa la conversione. A questo proposito, scrive Paolo Brezzi che “il celebre passo evangelico che invita chi ne ha già avuta percossa una a porgere l'altra guancia veniva di solito saltato, perché era una frase troppo ardita e dura per i barbari ed esprimeva un'idea di perdono troppo generoso per uomini combattivi quali essi erano!”1.
Gregorio Magno 
Abbiamo già parlato in un post precedente di un esempio classico di tale corrispondenza tra i precetti cristiani e l'ideale di vita barbarico, a proposito del culto micaelico in Italia meridionale (vedi QUI). Erano episodi in cui si tentava di convertire i nuovi popoli a piccoli passi e cercando di raggiungere l'intima convinzione del cuore, tenendo ben presente il motto di sant'Agostino per il quale “fides suadenda est”, una convinzione religiosa non poteva essere imposta con la forza (e a maggior ragione, l'impresa sassone resta più un'eccezione che la regola). I vantaggi della cristianizzazione dei barbari occidentali non potevano essere trascurati – in primis, quelli politici – anche se sul lungo periodo portarono più danni che benefici. Possiamo congratularci con il già citato Gregorio Magno quando egli rileva che nel solo giorno di Natale del 597 avevano preso il battesimo ben 10000 Angli; ma ci domandiamo, a distanza, quanta conoscenza della fede che abbracciavano avessero; e quanta di questa fede abbracciata corrispondesse realmente, espurgata di tutti gli “accomodamenti” dei missionari, a quella professata dai latini2.
Grande organizzatore della Chiesa di Roma e geloso custode delle prerogative romane nei confronti delle altre Chiese, Gregorio I inviò per l'Europa diversi missionari per ottenere la completa cristianizzazione delle terre allora conosciute. Non vide la fine del processo a cui aveva dato avvio, conclusosi ben oltre la fine della sua vicenda terrena; e di certo, da uomo intelligente e acuto, dovette domandarsi quanto di profondo e convinto ci fosse in queste conversioni di massa, avvenute sulla scia di quelle dei sovrani (un precedente importante, che verrà poi ripreso un millennio dopo circa alla fine della Guerra dei Trent'Anni). I secoli successivi avrebbero giudicato con severità eccessiva questo “venir incontro” ai nuovi arrivati: il contatto con i popoli germanici, portatori di una cultura completamente differente dal mondo classico, avrebbe portato a una “Germanisierung des Christentums”, cioè a una “germanizzazione” del Cristianesimo nei secoli VI- VII, intendendo con ciò un abbassamento del livello spirituale della fede cristiana. Senza che per questo il messaggio evangelico ne guadagnasse in comprensione: c'è chi vi ha detto che Lutero si spiega con un'inesatta comprensione storica del Cristianesimo verificatasi nei popoli germanici al tempo delle conversioni.
V'è da dire comunque che, nell'introdurre le proprie costumanze nella nuova fede, i Germani non fecero nulla di diverso da quanto operato prima di loro dai Greci in Asia Minore, agli albori dell'era cristiana. E che, nonostante tutti gli “accomodamenti”, i Germani non destabilizzarono mai i fondamenti della fede e della morale cristiana.

1Paolo Brezzi, La civiltà del Medioevo europeo, 1978, vol. I, pag. 226

2Papst Gregor der Grosse und die Christliche terminologie der Angelsachsen, in “Zeitschrift fur Missionwissenschaft und Rwligionwissenschaft”, n. 40, 1956

venerdì 16 ottobre 2015

Un blog sempre più social: al via "Instagram".

Solitudine

Da oggi il blog sbarca anche su "Instagram", col profilo "domenico_vetus". Seguiteci anche lì!

giovedì 15 ottobre 2015

Un santuario tra le nuvole

Panorama dal santuario del Ss. Salvatore

Non c'erano ombre sull'A1, quel pomeriggio di domenica 30 agosto, mentre la percorrevamo in direzione Capua per raggiungere la nostra meta, io e i cugini. Un caldo soffocante aleggiava su tutta l'autostrada, e i finestrini lasciavano entrare un vento caldo che ci essiccava invece di rinfrescarci. Essì che non eravamo diretti verso il Vesuvio: dovevamo visitare il santuario del Santissimo Salvatore di Croce, nel comune di Rocchetta e Croce. In realtà, era prevista anche una capatina al paesino abbandonato di Croce, che però non è stato possibile visitare, a causa di un disguido che scoprirete nel leggere questo resoconto.

Provetti montagnoli

Alla data del 30 agosto, avevo già “scalato” il Vesuvio (vedi QUI) e il monte San Michele a Maddaloni (vedi QUA), e potevo quindi affrontare con un certo allenamento la salita alla cima del Monte Maggiore, sui cui sono alloggiati i due paesi di Rocchetta e Croce. Uscendo dal casello di Capua, e percorrendo una strada provinciale immersa nel verde, abbiamo iniziato la salita lungo una via che si inerpicava con curve fantastiche sul fianco della montagna. Rocchetta, concentrata lungo un viale principale, è un paesino grazioso che però non presenta nulla degno di nota. Superandolo, si apre un panorama incredibile su tutta la Terra di Lavoro, impossibile da osservare altrove. 
Il sentiero del monte
Si giunge così a Croce, agglomerato di casette medievali, e al sentiero che porta al santuario.
Parcheggiata l'auto, ci incamminiamo lungo il viottolo costeggiato da rovi e sterpi. Dopo le prime curve a gomito, c'è la presenza di gradoni di pietra, chiamiamoli così, che facilitano l'ascesa, di per sé non difficile – o forse non mi è sembrata tale, visto gli “allenamenti” forzati che avrete netto nei link in alto. Non difficile però non significa non faticosa: i tornanti erano resi impervi dall'acciottolato, e se pur eravamo riparati dal sole dagli alberi che hanno creato una galleria naturale lungo tutto il percorso fino in cima, pure non si potevano evitare le pietre taglienti. E difatti, alla fine di quest'avventura le mie scarpe, compagne fedeli di tante esplorazioni, hanno preso la strada per l'ultimo loro destino: la pattumiera.
Il percorso, protetto dalla calura da pini e abeti, presenta una croce della Via Crucis a ogni tornante. Sapevamo quindi che saremmo dovuto arrivare all'ultima, e quindi percorrere 14 tornanti, prima di arrivare in cima. Sorvolo sull'ascesa: non è il massimo salire un monte con il caldo afoso, e chi vorrò seguire i miei passi, se ne accorgerà a sue spese. Basti sapere che, arrivati alla 14esima Stazione, ce n'è una 15 esima, la Resurrezione, e da lì c'è un bivio: a destra per il Ss. Salvatore, a sinistra per un santuario posto ancora più in alto. Andiamo a destra.

Un'antica badia benedettina

Al santuario si accede per il tramite di un basso cancello di ferro. La costruzione, più lunga che larga, comprende la chiesa e uno spazio superiore. La storia dice che in questo punto c'era un'antica badia benedettina, forse grancia dei benedettini di San Vincenzo al Volturno, e che qui venne in meditazione Anselmo d'Aosta, religioso medievale di profonda intuizione teologica, e che finì la sua vita come Arcivescovo di Canterbury, nella lontanissima Inghilterra. La badia era posta su uno spiazzo circondato da tre lati dallo strapiombo del Monte Maggiore, lontano dalle entità demiche sottostanti, come ogni costruzione benedettina che si rispetti. Osservando il luogo, posso immaginare come dovesse sentirsi Anselmo nel XII secolo qua sopra, e come dovesse trarre ispirazione per la sua opera su Dio e il suo amore per gli uomini. Meno certo sono sul fatto che proprio qui sorgesse una comunità popolata di monaci: anche se sono passati 900 anni, non penso che la conformazione del luogo sia molto cambiata, e non penso che potessero viverci contemporaneamente più di due o tre religiosi alla volta.
Il santuario è in pietra ricoperta da calce bianca per respingere il calore. Ha un campaniletto a vela che presenta una piccola campana dal suono argenteo e dolcissimo, davvero melodioso. Non ho registrazioni, ma credo che sia il tipico suono delle chiese alpine – e in fondo, eravamo a 846 metri d'altezza! L'interno, cui si accede da una semplice porta di legno, è un'unica navata con un unico altare coram Deo, sovrastato da una teca che presenta la statua di Gesù. Una curiosità dell'altare è la scritta sotto il paliotto, che ricorda che lo stesso fu eretto nell'estate del 1945 al termine “della seconda guerra europea”. Non mondiale, europea.
Interno del santuario
La chiesetta presenta una volta ad arco in corrispondenza del presbiterio, due piccole finestre e una botola presso le scale ingresso, che conduce alle cripte. Volevamo andarci, ma era sigillata a poi la presenza di un piccolo scorpione ce ne ha dissuaso. Sull'altare, abbiamo visto un calice di legno, un crocifisso fluorescente e varie immagini sacre, mentre le pareti erano occupate da bacheche con immagini di defunti. Non c'erano le specie sacre, e da altri segni è chiaro che qui si viene appositamente e solo per determinate occasioni per celebrare messa. C'era però un libro delle visite: le ultime firme erano al 28 agosto, prima della nostra. Ovviamente ho firmato sia con la mia firma sia a nome del blog. Sopra la chiesa c'è uno spazio vuoto usato come ripostiglio e dalla cui finestra si osserva lo stupendo panorama che vedete in foto a lato. Nello spiazzo fra il tempio e la roccia che lo isola, c'è un vero pozzo di acqua fresca, anche se non ne abbiamo bevuto. Improvvisamente, qualcosa di non meglio identificato, è caduto nel pozzo e nell'acqua, e questo ha posto fine a ogni desiderio di bere l'acqua – mio cugino Antonio afferma che era una piccola fogliolina, ma ho preferito non indagare oltre. Un arco a ogiva, che sul culmine presenta il campaniletto, conduce a uno spazio sul retro della chiesa, dove si erge una colossale croce – che sia quella che dà il nome al paese sottostante?

Altare e statua di Cristo
C'era una pace meravigliosa, rotta solo dal vento fresco – finalmente!- e il sole iniziava a calare (erano le 17e30: ci avevamo impiegato un'ora a salire). Fossi vissuto un secolo fa, non avrei esitato a chiedere di diventare il rettore di questo posto, o anche diventare l'unico monaco benedettino a viverci. Un'ultima occhiata alla chiesa e abbiamo iniziato la discesa, facendo una puntatina anche alla Grotta di San Michele. La discesa ci ha preso una mezz'ora, considerando anche i tratti di corsa folle che facevamo, a rotta di collo, lungo i tornanti. Giunti a Croce, eravamo stanchi, ma siamo discesi comunque per un percorso diverso da quello di andata. Ero convinto che così facendo saremmo giunti comodamente all'altro santuario, e al ritorno potevamo aver tempo per visitare Croce. Ma se credevo di “fregare” tutti e salire con tutta tranquillità, devo ammettere invece di essere stato fregato: il percorso che vedevamo ci ha condotti, invece che in alto, in basso, nel paesino di Pietramelara – sembrava che fossi tornato in Germania, a causa dei boschi e delle casette col tetto spiovente. 
Il Monte Maggiore, enorme e maestoso, ci dava le spalle nella luce del tramonto: arrivederci alla prossima, sembrava dire.  



Scorcio di Croce ripreso due settimane prima dell'esplorazione, durante un nubifragio con i cugini Marco Zanfardino e Teresa

lunedì 12 ottobre 2015

Prospettive anonime


Dipinta forse nel 1490, questa Prospettiva architettonica di un anonimo autore dell'Italia centrale è ora conservata alla "Walters Art Gallery" di Baltimora (Maryland).
In primo piano abbiamo un ottagono inscritto in un quadrato (il XV secolo fu il tempo anche della riscoperta delle scienze matematiche), nel cui centro è una fontana sormontata da una statua. Agli angoli del quadrato, quattro colonne poggianti su altrettanti basi reggono altre statue allegoriche delle virtù. Due massicci palazzi che dobbiamo pensare rettangolari contornano la piazza, separata dal piano delle costruzioni da una serie di gradinate. Lo sfondo è occupato da tre edifici che sono un richiamo al classicismo: un anfiteatro richiamante le forme del Colosseo a sinistra, un palazzo simile al Battistero fiorentino a destra, e un arco di trionfo al centro, che riporta alla memoria quello dell'imperatore Traiano a Benevento. Nell'arco centrale è ospitato anche il punto di fuga. Gruppi di persone, compatti sullo sfondo e dispersi in primo piano, si muovono in questo spazio regolare, grande, a tratti quasi eccessivamente vuoto.
Nella città famosa per la sua università e più ancora per essere stato l'ultimo luogo terreno di Edgar Allan Poe, la tela giunse in seguito a passaggi di mano multipli, portando via dall'Europa una delle tante rappresentazioni prospettiche che abbondavano nel Rinascimento italiano.

domenica 11 ottobre 2015

San Marco all'Olmo: un appunto.

Alla fine la mia fonte ha avuto ragione: il colpo grosso non è stato fatto. Fin dalla primavera scorsa una fonte mi aveva avvisato che, in occasione della visita del cardinale Crescenzio Sepe alla chiesa di San Marco all'Olmo, si sarebbe annunciata la “scoperta” di nuovi testi in grado di “sconvolgere” la storia locale e, perché no, regionale. Ma già a fine agosto mi rivelava che nulla sarebbe stato annunciato. La festa comunque, mi dicono, è riuscita lo stesso. Io non c'ero, impegnato a Napoli in una visita guidata a un amico genovese, ma fa piacere sapere che le cose siano filate lisce.
Mi ha fatto meno piacere scoprire che molti di quelli che avevano assistito all'evento, sapessero poco o nulla dell'anniversario storico che esso celebrava. Quattro secoli di storia della chiesa di San Marco, ok: ma qual è questa storia?
Tutto cominciò 400 anni fa, allorché alla Curia napoletana arrivò la richiesta della confraternita del Santissimo Sacramento di avere una nuova sede per le sue funzioni. Fino ad allora, i confratelli si riunivano nella seconda cappella destra dell'antica chiesa medievale di San Marco, che era lontano mezzo chilometro dall'abitato ed era irraggiungibile al calar della sera e con le piogge invernali. Fautore della richiesta fu l'allora parroco di San Marco, don Sabatino Fatigati (1555 ca. - 1625, parroco dal 1604)1 il quale doveva probabilmente avere qualche contrasto con i confratelli per la coabitazione nel tempio della selva. Il 6 ottobre 1615, la Curia di Napoli diede il permesso di costruire il nuovo oratorio confraternale, e tra il 1616 e il 1617 la confraternita comprò due moggi di terra “in loco dicto all'olmo”, con atto del notaio Selvaggio Castaldo2.
Quindi la chiesa, che assunse il titolo di Santissimo Sacramento, nacque non come “succursale” di quella della selva, come pretende un parroco ottocentesco3, ma come oratorio distinto da quella. Lo spazio angusto dell'originaria unica navata della chiesa si spiega col fatto che il movimento laicale non attecchì mai molto nel quartiere e quindi non c'era necessità di realizzare un grande edificio. Nella sagrestia del tempio è ancora presente una lapide che ricorda che “eius parociae sacrarium fuit primitus sacellum sodalitatis a S. Cruce nuncupatae”, insomma che il luogo fu la sede delle riunioni della Santa Croce, confraternita succeduta a quella estinta del Ss. Sacramento. . Un dipinto coevo, che ritrae un angelo che sostiene il Santissimo nel suo ostensorio, adorato da San Marco e da due confratelli incappucciati, è un'altra fonte documentaria sull'origine della chiesa.
Mezzo secolo più tardi, nel maggio 1668, la Curia di Napoli dispose che l'oratorio divenisse la nuova sede parrocchiale di San Marco: l'epidemia di peste del 1656 e la carestia seguita avevano ridotto ai minimi termini la popolazione di Afragola e del rione orientale in particolare, e il cardinale Innico Caracciolo dispose che i superstiti avessero a disposizione una sede più comoda. I confratelli divennero quindi ospiti in casa loro, come ricorda anche la succitata epigrafe, fino a quando fu realizzato l'attuale oratorio, adiacente alla chiesa.
Ho già descritto nei mesi scorsi qualche contrasto avvenuto tra i parroci e la Confraternita (vedi la “lotta” per il possesso di San Marco in Sylvis, QUI). Le cause dei dissidi furono sempre diverse, dalla cura delle processioni alla ristrettezza degli spazi della chiesa e dell'oratorio. Penso però che l'incomprensione di fondo, che ha dato la stura a tutte quelle dei secoli a venire, sia stata la celerità incredibile con cui avvenne il trasferimento: il 16 maggio 1668, a San Marco in Sylvis, fu battezzata Vittoria Infernuso e già il 24 maggio don Domenico Laudiero (1608 – 1792, parroco dal 1657) battezzava Francesco Salzano nella nuova sede all'Olmo, senza neppure dare il tempo, immaginiamo, ai confratelli di trovarsi un'altra sede. Resta l'ultima curiosità derivante da questo trasloco di sede parrocchiale: a rigor di logica, essendo che un'intitolazione ufficiale non è mai stata data, la chiesa possiede formalmente ancora il titolo di Santissimo Sacramento, e quello di chiesa dell'Olmo sarebbe solo un nome informale dato dalla popolazione.
Queste piccole chicche diventano quisquilie rispetto a fatti ben più seri tramandati dai documenti e dalle cronache, come ad esempio gli omicidi avvenuti nel febbraio del 1660. Ma di questa storia parleremo un'altra volta.


1 Giuseppe Esposito, I parroci di Afragola ieri e oggi, 2007. Voce “Don Sabatino Fatigato”, p. 53
2 Romualdo Cerbone, “La confraternita del Sacramento e della Croce”, riprodotto in Archivio Afragolese n.4, p. 55
3 Luigi Maria Iazzetta, Notizie storiche dell'antichissima Chiesa di San Marco in Sylvis in Afragola, 1897, p. 46.




lunedì 5 ottobre 2015

Profilo storico della lingua italiana - II parte

Qui il link della I parte: LINK


Dal Quattrocento all'Illuminismo

In età umanistica si riscoprì il latino ciceroniano e il volgare fu messo all'angolo, anche se paradossalmente proprio la testardaggine dei filologi nel voler imporre il latino, fece sviluppare la lingua romanza in ampi strati della popolazione.
Il volgare divenne “lingua di koinè”, cioè lingua regionale o macroregionale, e si sviluppò anche presso le corti e le cancellerie.
Con l'introduzione della stampa, esso si diffuse ulteriormente e nel 1525 furono pubblicate le Prose della volgare lingua di Pietro Bembo, una grammatica ispirata ancora a criteri umanistici, ma basata sostanzialmente sulla lingua delle “Tre Corone”. Le principali proposizioni teoriche che fanno da sfondo alle Prose sono:

  • Teorie “cortigiane” e “italiane”= sono contrarie al primato del tosco – fiorentino e accomunate da un'idea di lingua colta ed eclettica.
  • Teorie “fiorentiniste”= sostengono l'usco del tosco -. fiorentino, considerato portatore di regolarità

Nella seconda metà del Cinquecento, le Prose divennero una vera e propria grammatica, e di conseguenza la lingua toscana divenne la “vera” lingua..
Tuttavia l'assorbimento da parte dei vari ceti sociali fu molto lento, e diede vita a scrittura semicolte di artigiani e bottegai che avevano avuto appena un'infarinatura di studi nelle scuole parrocchiali, e che mostravano una forte invadenza del parlato regionale negli scritti. Fra i letterati toscani, d'altro canto, non fu gradita la critica del Bembo vero il fiorentino cinquecentesco, e ciò portò alla fondazione dell'Accademia della Crusca (1582). Il forte rigidismo degli accademici condusse all'accusa di portare in auge lingue antiche o costruite artificialmente (vedi anche QUI).
Uno dei peggiori scrittori della storia
italiana: Alessandro Manzoni
Nel corso del Seicento, ci fu l'introduzione di numerosi francesismi nella lingua scritta, in conseguenza anche della preminenza culturale francese sullo scenario europeo. I francesismi attecchirono dapprima nella sfera sociale (abbigliamento, arredamento), per poi espandersi nei vari campi letterari e scientifici e presso i vari strati sociali, i cui appartenenti parlavano il francese per scarsa conoscenza dell'italiano,. In questo contesto, spiccò dunque il tentativo dell'Arcadia, nel Settecento, di tornare a una poesia dal linguaggio” puro” e semplice, dopo gli eccessi della poesia barocca. Nella poesia arcadica dominavano il latinismo e la parola rara, e da questo punto di vista essa si avvicinava alle posizioni della Crusca.

Dall'Ottocento a oggi

Passata l'epoca napoleonica, ci si ritrovò con un italiano gallico – dialettale, pieno di francesismi e interferenze regionali. Si avvertiva dunque l'esigenza di una riforma. Alessandro Manzoni, com'è noto, se ne prese la responsabilità, arrivando a rivedere nel 1840 i suoi “Sposi promessi”, scritti in una prima edizione dalla lingua fortemente gallo – lombarda 13 anni prima,. Dopo l'Unità, il Manzoni fu autore di una Relazione sull'unità della lingua e i mezzi per diffonderla (1868) nella quale consigliava l'adozione del fiorentino vivo come mezzo per sostituire alla selva dei dialetti una sola lingua sia per il parlato che per gli usi scritti. La relazione fu contrastata dall'autorevole linguista Graziano Isaia Ascoli, che nel Proemio dell'Archivio glottologico italiano, criticò l'imposizione dall'alto della lingua unitaria e consigliò la creazione di condizioni culturali diverse e più progredite per l'avanzamento della lingua. Tuttavia, prevalse la tesi manzoniana e la scuola pubblica puntò a sradicare il dialetto, a ignorarlo e rifiutarlo. Solo a partire dagli anni Settanta del Novecento, complice anche l'istituzione delle regioni a livello amministrativo, i dialetti iniziarono a essere riconosciuti come patrimonio culturale degli studenti..


Tra le fonti, ricordo: “Elementi di Linguistica italiana”, di Masini e altri, 2008. 

giovedì 1 ottobre 2015

Il convento "maledetto" di Sicignano

Il convento di Sicignano


Ho abituato spesso i lettori abituali di questo blog a leggere qualche mia avventura per i posti più desolati della Campania, essendo che la passione per la storia e l'esplorazione in genere mi porta (e con me spesso anche i miei sventurati accompagnatori) in località molto lontane dai circuiti turistici. Anzi, posso dire che quando una meta inizia a divenire “turistica”, allora perde quasi ogni interesse per il sottoscritto.
Ora, sulla mia scrivania ho due resoconti di tale genere: quello della mia visita all'antica badia benedettina di Croce, nell'Alto casertano, e l'altro circa l'esplorazione a Sicignano degli Alburni, nel Vallo di Diano, in provincia di Salerno. Scelgo di parlare di quest'ultimo episodio, riservandomi il resoconto di Croce per qualche altro tempo.

Sicignano degli Alburni: un paesello posto su una collina rocciosa, a 600 metri sul mare, all'interno del Parco del Cilento. Un mondo sconosciuto per chi vive la sua vita fra i grigi ambienti cittadini, dove la cosa più naturale che esista è l'acqua del rubinetto (lo si spera).
Un luogo che per molti non dirà nulla, e neppure diceva qualcosa a me, finquando mio cugino Antonio non mi fece notare un sito che trattava del “monastero abbandonato” che ivi sorgeva. Secondo questo sito, che in verità riportava notizie di un altro blog non più esistente detto “Nero Gotico”, il monastero era abitato da monaci che costrinsero a una brutta morte uno di loro, e da allora il fantasma di costui si aggirerebbe fra le rovine di quel luogo abbandonato da secoli. La storiella può essere letta qui: link. A me la cosa non quadrava, poiché in siti più seri non si faceva riferimenti ad alcun monastero nei paraggi. Così fu che, in una linda domenica di fine estate, io, Antonio e Rob (che conoscete già per le sfacchinate sul Vesuvio e a Maddaloni) ci mettemmo in auto alla volta del paesino cilentano. Abbiamo percorso la A3 Salerno – Reggio Calabria, che io percorsi l'ultima volta 4 anni fa durante un'interminabile notte che mi conduceva in Calabria, giù fino a Tropea. Estate 2011, una vita fa: meglio non ricordare. Superata Salerno, abbiamo raggiunto Eboli, ma non ci siamo fermati come dissero che accadde a Nostro Signore, e siamo andati dritti, mentre il panorama marino del Golfo di Salerno veniva sostituito da colline e montagne e pale eoliche. Usciti dalla A3, abbiamo iniziato a salire per Sicignano, su una strada impervia. Giunti al cimitero del paesino, abbiamo chiesto informazioni a una signora su come si arrivasse a questo presunto monastero. E questa ci ha fatto scendere per un sentiero che si diparte proprio dal cimitero, oltre il guardrail di protezione dallo strapiombo sottostante. Siamo discesi dunque per un sentiero pieno di sterpaglie dove però si riconoscevano qua e là scalini consunti dalle intemperie e dalla vegetazione incontrollata, fino ad arrivare a un muro di pietra: eccoci al nostro luogo. Già ora si poteva scartare la denominazione di monastero benedettino: i seguaci di S. Benedetto amavano stare in luoghi alti, lontani dalle città, e qui eravamo a poche decine di metri dal paese, seppure più a valle dello stesso. “Di certo erano francescani” ho pensato: e infatti vedi che era un convento di cappuccini.

Cortile esterno del convento

L'ingresso principale era sbarrato, e stavamo quasi per andarcene, delusi, quando Antonio ha scoperto un altro varco secondario, quasi totalmente crollato, che dava accesso al luogo. Evidentemente il posto era più “turistico>” di quanto pensavamo: qualcuno ci aveva preceduto. Il passaggio era abbastanza largo da far passare una persona alla volta; e così abbiamo deciso di iniziare l'esplorazione, tanto non violavamo nessuna proprietà privata. Siamo entrati attraverso quello che sembrava il passaggio per la servitù, e ci siamo ritrovati nel cortile esterno della struttura. C'era un corpo centrale di 3 piani, un corpo laterale e, invisibile dal cortile ma raggiungibile svoltando un angolo, la chiesa. Nelle due ore di esplorazione, ci siamo concentrati sul convento, tralasciando il corpo centrale. Non so se ci siano altre strutture oltre a queste e ai resti di edifici sventrati che abbiamo visto: erano le 16e40 e poi non eravamo lì in spedizione archeologica.

Il convento, dunque. L'ingresso era accessibile, e nel vestibolo si aprivano 4 vani, due a destra e due a sinistra. In fondo, una finestra mostrava un cortile interno che doveva essere stato il chiostro del convento. A sinistra, abbiamo visto le cucine e i resti di un ambiente che poteva essere il refettorio degli ospiti; a destra, la prima porta conduceva a una serie di oscuri locali, uno di seguito all'altro, che dovevano essere stalle o bagni – ho riconosciuto dei lavatoi di pietra che dovevano essere parecchio antichi. Il secondo vano di destra conduceva alle scale, che abbiamo salito. C'era ancora abbastanza luce, ma la penombra creava effetti scenici da film dell'orrore. Al primo piano, si è aperto un corridoio lungo e inquietante: la luce, proveniente da alcune finestra sul lato destro, illuminava le porte del lato sinistro.
Lugubri corridoi...
Esse davano accesso a delle stanze polverose e dall'intonaco incrostato, con le finestre sbarrate e vari mobili: sedie, panche, armadietti, scaffali vuoti, perfino una lavagna!
La fioca luce del chiostro non riusciva a penetrare le finestre chiuse da assi del secondo piano, più lugubre e polvere di quello sottostante. Cataste di tegole erano depositate lungo il pavimento, e una strada scritta in spray, forse lasciata dai nostri predecessori, indicava l'accesso al tetto, che non abbiamo attraversato: ci fosse andata bene, avremmo fatto un volo di 10 metri verso terra. Le stanze erano totalmente al buio, e con l'aiuto delle nostre due torce (veniamo sempre preparati durante le nostre esplorazioni) abbiamo illuminato letti e comodini sgangherati. 
Riguadagnato il primo piano, abbiamo gironzolato per l'altra metà dell'oscuro corridoio, accedendo a locali chiusi che dovevamo aver conosciuto tempi migliori. A un certo punto, girovagando per giungere dall'altro lato del convento, ci siamo ritrovati alle scale, cioè al punto di partenza! Un vero labirinto! Roberto rideva in maniera incerta, mentre io e Antonio eravamo indecisi se continuare l'esplorazione, poiché avevamo notato che la luce di fuori diminuiva di minuto in minuto, e non si sapeva ancora quanto fosse vasto quel luogo. Una certa punta ansiogena allo stomaco ha iniziato a farsi strada in modo fastidioso, più che altro a causa dell'incertezza su dove andare.
Più si sale, peggio è...
Abbiamo ripreso la via del corridoio, stavolta stando attenti alle stanze che percorrevamo per quanto si poteva in quell'oscurità polverose. Sembrava davvero di stare nella situazione descritta da Seneca in una delle sue lettere, mentre tornava da Pozzuoli verso Napoli: la luce non fendeva l'oscurità per mostrare i luoghi, ma illuminava l'oscurità stessa! Improvvisamente, ci siamo ritrovati prima in una stanza che aveva un altare interno (forse la stanza del superiore?) e poi sopra il palco del coro della chiesa, che sovrastava l'unica navata. L'emozione è stata forte: poco prima avevamo cercato di entrare nella chiesa, ma non ci si era riusciti poiché l'ingresso era chiuso e non si apriva minimamente, e l'altro era sbarrato. Abbiamo ridisceso le scale e ci siamo ritrovati nella navata. Uno spettacolo pietoso: detriti, polvere, un pianoforte rotto diventato un covo di grossi ragni, tre altari laterali fatti a pezzi e comunque messi meglio di quello maggiore, semplicemente distrutto, sembra, a martellate. Sul lato destro, in Cornu Evangelii per usare un'espressione antica, c'era tre cappelle comunicanti, e perfino un antico confessionale. Mentre i cugini osservavano questo (mi sa che non si confessano da un bel po', ma io non sono da meno), ho ispezionato la porta. Sfido io che non si aprisse: dietro i battenti è stato incastrato un grosso palo di legno, forse pioppo. Una lapide marmorea accanto all'ingresso recitava (in latino) che il tempio fu costruito nel 1578, consacrato 5 anni dopo e restaurato nel 1935. Noi sappiamo che nel 1973 la struttura fu completamente abbandonata, e ciò è stato un vero peccato ( e vorrei saperne anche il motivo).
Chiesa sconsacrata (una volta lo era a Sant'Antonio)
C'era lastre di marmo spaccato ovunque, staccate evidentemente dagli altari, e anche l'edicola sovrastante quello maggiore era vuota. Di monaci fantasmi neppure l'ombra, dunque. Ciononostante, erano le 18e37 e la luce era quasi assente, ormai. Pensavo che, sconsacrata che fosse o meno la chiesa, non volevo certo starci quando le prime ombre sarebbero calate; d'altronde, chi ci aveva preceduti attraverso il varco poteva sempre tornare e forse non con buone intenzioni, e così ho proposto ai cugini di levare le tende. Anche loro mi sono parsi avere la stessa idea, anche se Roberto voleva continuare a investigare all'esterno- e io avrei volentieri investigato su come precipitasse dal belvedere dinanzi l'esterno della chiesa.

Alfine abbiamo ripercorso i nostri passi, siamo usciti nel cortile esterno e abbiamo osservato gli ultimi sprazzi del tramonto sull'immenso Vallo di Diano – un tramonto che avrebbe ricordato Giacomo Leopardi a qualcuno di mia conoscenza. Alle 18e50 riattraversavamo il pertugio fra le pietre e alle 19 in punto eravamo all'auto, pronti a tornare a casa e a salutare dal basso il convento di Sicignano. Che non sarà maledetto, ma non è comunque consigliabile a chi non ama i film alla Dario Argento. 

Esterno visto da una finestra