lunedì 24 agosto 2015

Il "falso" Pirandello, il Leopardi tradito

L'estate, almeno nella sua accezione vacanziera, è terminata o si avvia al termine. Non starò qui, però, a propinarvi già da subito nuovi mini- saggi storiografici in forma di articolo su Medioevo o storia locale. Ci sarà tempo per il primo e per la seconda, e così in questo scampolo di agosto vi intrattengo con una miscellanea di aneddoti di personaggi storici del passato.
L'aneddotica non è una vera e propria branca della Storia: è qualcosa di (molto) meno delle biografie, e qualcosa di più dei pettegolezzi tipo Novella 2000 o Affaritaliani.it. Tuttavia, eventi episodici, se ben raccontati, hanno il pregio di mostrare perfettamente la cifra caratteriale e umana di personaggi del passato in maniera veloce e concisa. Perciò, mentre mi accingo a tornare a scrivere di cose più impegnate, godetevi tali “chicche”.

Luigi Pirandello: “Pirandelliana è la vita!”

Siamo negli Anni Venti. Luigi Pirandello, assurto a fama nazionale e internazionale già nel decennio precedente per le sue opere indagatrici del mutevole e instabile inconscio umano, era scontento mentre si provava in teatro “Sei personaggi in cerca di autore” e a nulla servivano le parole degli amici della Compagnia di Dario Niccodemi. Allora l'amico drammaturgo Renato Simoni, che ebbe poi l'ingrato compito di scrivere l'articolo sulla morte del romanziere nel 1936 sul Corsera, riuscì a persuadere lo scrittore a trascorrere con lui una giornata a Besozzo, piccolo paesino lombardo, presso la famiglia Bertuletti.
Pirandello nel 1932
Ma, a metà strada, Pirandello sempre d'umore terreo disse: “ Dovresti dire al tuo amico che io non sono Pirandello”. Simoni accettò e, giunti alla villa, alle entusiastiche accoglienze dell'ospite allo scrittore, disse che era tutto uno scherzo e che il suo accompagnatore non era il futuro premio Nobel. Al che Bertuletti disse: “ Se lei è Pirandello, l'onore è caro per me; se non lo è, è l'amico del mio amico e si abbia dunque il benvenuto di tutti noi”.
Durante il pranzo, il drammaturgo di Girgenti, di solito allegro conversatore, sembrò preoccupato e distratto, e partecipava poco ai discorsi. A un certo punto, dichiarò di essere davvero Pirandello. E poiché riteneva di non essere creduto, mostrò alcune lettere che gli erano indirizzate. L'episodio, raccontato dal Simoni nel 1946 sul Corsera, fu ripreso da Sciascia in un suo libro alcuni anni dopo, affermando però che il Nostro propose espressamente lo scherzo per gioco, non per volontà di non essere riconosciuto. E cosa ne pensava Pirandello stesso di tutta quella farsa?
Qualche giorno dopo, ricordando l'episodio di Besozzo, ebbe a dire: “Si ripete che la tragedia della personalità, dell'incomunicabilità del nostro Io, deformato nelle impressioni altrui per qualche nostro gesto secondario, l'ho inventata io. Ma a Besozzo ero io e non ero creduto io; e parevo e non parevo io. Vedete bene che il pirandellismo non è un mio trovato. Pirandelliana è la vita”.

Leopardi e Ranieri: un'amicizia tradita

Ci sono amicizie che sembrano fortissime ed eterne, che paiono superare ogni avversità per arrivare intatte fino allo spuntare di bastoni e capelli bianchi. Eppure, capita spesso che tali amicizie si rompano, per i motivi più bizzarri e banali. E allora si capisce che non erano vere amicizie. O meglio, lo erano solo per uno dei contraenti, mentre l'altro aveva indossato una stupenda e divertente maschera che, appena raggiunto un dato interesse che poteva arrivare dal rapporto, è caduta, rivelando la realtà.

Il traditore
Un esempio storico a noi vicino di tale assunto è l'amicizia, ma direi più il rapporto di dipendenza/interesse, fra il poeta Giacomo Leopardi e l'avvocato napoletano Antonio Ranieri. I due si conobbero a Firenze nel 1831. Leopardi, ottenuta l'indipendenza dalla casa paterna ma sofferente perché mancante di mezzi, accettò di buon grado la proposta del Ranieri di andare a vivere insieme a Napoli. Il poeta, afflitto della sindrome del genio continuamente assetato di elogi e affetti, pensava di aver trovato nel napoletano estroverso e chiacchierone quell'affinità elettiva che cercava da anni. Da parte sua, quest'ultimo, dal momento in cui Leopardi attraversò la soglia di casa sua in via Pero, gli si abbarbicò come una cozza allo scoglio. Il recanatese lo considerava “ fratello e unico amico” e tanto più infame appare il comportamento del Ranieri successivamente alla morte dell'autore dello Zibaldone. Il suo libretto “I sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, pubblicato nel 1880, diede il la alle leggende sulle stranezze comportamentali di Leopardi: scambiava il giorno per la notte, faceva colazione alle tre del pomeriggio e cenava a mezzanotte, si abbuffava di gelati e sorbetti al limone in via Santa Teresa degli Scalzi, si mise ai fornelli assieme al cuoco di casa Ranieri per preparare sue particolari ricette. In queste pagine di autoglorificazione, arrivò a scrivere di aver mantenuto a sue spese Giacomo, mentre è vero il contrario, che cioè il duo, divenuto trio con l'arrivo della sorella del Ranieri, viveva esclusivamente con l'assegno che arrivava a Leopardi da parte del padre. Un'eco delle difficoltà del soggiorno napoletano si ritrova nelle lettere che il poeta inviava al padre, nelle quali scrive di non poter sopportare più a lungo di vivere “in questo paese semibarbaro e semiafricano (…). A Napoli ogni affare di una spilla porta un'eternità di tempo ed è così difficile il muoversi di qua come il viverci senza crepar di noia”. Almeno dal mio personale punto di vista, posso dire che in 180 anni nulla è cambiato dai tempi del Leopardi. Altrove scrisse: “Sento il bisogno di fuggire da questi lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e baron fotturi degnissimi di spagnoli e di forche”. Di Napoli gli piacevano solo le bellezze naturali e il clima, due delle tre sole cose che gli stranieri di tutti i tempi amano della città del Golfo (la terza sono le chiese e le opere d'arte ivi contenute). Affetto da colera, nel pomeriggio del 14 giugno 1837, Giacomo urlò: “Soffoco, apri quella finestra, fammi vedere la luce”. Morì a 39 anni.

Il tradito
Antonio Ranieri si vantò sempre di aver sottratto la salma del poeta delle fosse comuni dei colerosi- Forte di un certificato di padre Felice degli Agostiniani scalzi (che aveva assistito il poeta in punto di morte) e con attestati medici che dichiaravano che il poeta non era morto di colera, si adoperò affinché il parroco di S. Vitale accogliesse la salma nella sua chiesa, prima nella cripta e poi, 7 anni dopo, nel pronao. L'accordo fu trovato grazie alla cessione al parroco di un cesto di pesce fresco. Quando nel centenario della nascita, il 1898, si procedè all'esumazione e ricognizione della salma, si trovò un pezzo del soprabito verde scuro, un tacco di scarpa, pochi avanzi di costole, e neanche una traccia del teschio. Dopo questa riesumazione, si dovette giocoforza accettare l'altra verità, che cioè il recanatese sia stato effettivamente sepolto nel cimitero comune, come confermato dai registri della chiesa Annunziata a Fonseca, parrocchia di appartenenza del poeta.

Al Ranieri non bastò, però, aver infangato la memoria del suo ospite: come tutti i traditori, voleva un trionfo completo. Nel 1888, avvertendo la morte prossima, lasciò come volontà testamentaria che le due donne di servizio restassero usufruttuarie dei suoi beni, e che tutti gli scritti inediti di Leopardi, che erano in mani sue da 40 anni, fossero dati alla Biblioteca Nazionale dopo la di loro dipartita. La famiglia del poeta denunciò la cosa, e morto Ranieri, lo Stato ordinò l'esproprio e la pubblicazione degli scritti. È proprio grazie a questo atto di forza che fu pubblicato lo Zibaldone, diario letterario del Leopardi, noto a tutti, anche agli studenti italiani che tanto lo amano (va bene, sto scherzando).

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