sabato 28 marzo 2015

Potenza politica e religiosa in Papa Leone Magno

Raffaello, "Leone Magno incontra Attila", Vaticano, 1513 - 1514

Il V secolo fu uno dei più decisivi per la storia successiva della civiltà mondiale. Esso si aprì con la presa alariciana di Roma, avvenuta il 24 agosto del 410 forse con la complicità dei popolani dall'interno delle mura, evento che provocò una fortissima emozione in tutto il mondo. Il sacco visigoto non generò gravi danni né alle persone né agli edifici, ma violò irreparabilmente l'aura di invulnerabilità che circondava l'ex capitale dell'Impero da più di otto secoli, e generò sgomento fra le genti dell'epoca, persino fra gli stessi popoli barbarici. Furono tuttavia i cristiani coloro che elaborarono con maggior originalità il lutto per una tragedia così colossale. San Girolamo, acerrimo critico di Roma vista come manifestazione del secolo e della mondanità demoniaca, scrisse che all'arrivo della notizia nella sua cella in Palestina rimase talmente scioccato da non ricordarsi più il proprio nome, perché si rese conto che “Il lume del mondo” si era spento. Tutti avevano coscienza che il mondo fino ad allora conosciuto e vissuto era giunto al capolinea, che si erano generati un “prima” e un “dopo” nel corso della Storia e che un modello politico, sociale e culturale avevano esaurito la sua missione in maniera plateale e pubblica.  Tale concezione, impalpabile ma non per questo meno forte, andò prendendo sempre più favori man mano che i rovesci imperiali, le lotte al vertice dello Stato, l'incalzare di nuove popolazioni barbariche riducevano a un puro ricordo la potenza romana di appena un secolo prima. Non sorprende quindi che la Chiesa assumesse, come sappiamo, sempre più peso politico. Era l'unica sovrastruttura che fosse ancora in piedi e ben organizzata nonostante le difficoltà e le diversità delle varie regioni imperiali (una situazione molto simile a quella che si presenterà nell'Europa all'indomani della fine del secondo conflitto mondiale) e aveva 5 centri apostolici di cui uno, sito proprio nell'antica capitale, andava acquisendo sempre più preminenza rispetto agli altri 4. Fu con il vescovato di Leone, eletto nel 440 mentre era impegnato in un'ambasceria in Gallia, che il Papato assurse a vette di importanza politica e religiosa che raggiungerà poi solo un secolo e mezzo più tardi con Gregorio Magno.
Leone I
Leone veniva forse dalla Toscana, ma si era inserito nel clero locale come diacono già sotto Celestino I ed era un ottimo rappresentante di quella mentalità cristiana tutta impregnata di romanesimo, che in quel momento si presentava come unica custode dei valori e delle tradizioni romane. Leone accettò la carica ben sapendo che non si sarebbe limitato, come i suoi predecessori, alla gestione delle anime dei romani, ma anche a quella dei loro corpi. Dai suoi Sermoni e dall'Epistolario, di cui conserviamo circa 140 lettere, emerge la sua concezione ecclesiologica tipicamente romana: la difesa del primato della Sede di Roma sulle altre in virtù dell'appello a lui rivolto dal Patriarca di Costantinopoli, Flaviano, in merito al concilio di Efeso che aveva approvato la dottrina monofisista del monaco Eutiche. Concilio da Leone definito “ladrocinio” e che condusse al IV Ecumenico di Calcedonia; l'opinione sui rapporti fra Chiesa di Roma e Imperatore, con quest'ultimo che si vede riconosciuto solo un ruolo di difensore della fede, sacro perché unto del Signore, ma incompetente in materia di governo della gerarchia ecclesiastica; gli strali contro la rilassatezza dei costumi che registrava nella stessa Urbe, uscita da poco dal secondo sacco della sua storia, ben più devastante del primo. Evitata l'invasione da parte di Attila nel 452 grazie alle sue doti diplomatiche, Leone non riuscì a fare lo stesso in occasione di quella di Genserico, tre anni dopo: ottenne che la vita degli abitanti sarebbe stata risparmiata, e così le tre basiliche patriarcali dell'Urbe. 
Questi due casi segnarono decisamente il passaggio di fatto del Papato da autorità religiosa e morale a “potenza” politica e diplomatica, cosa che risaltava maggiormente se si considera l'ignavia del senato, ancora esistente ma privo di funzioni se non quella vanagloriosa, e l'indifferenza degli imperatori d'Occidente e d'Oriente per la sorte della culla della civiltà. I Romani si rifugiarono nelle tre chiese dichiarate immuni, ma per il resto la città fu saccheggiata durante 14 lunghi giorni, e all'alba del quindicesimo l navi dei Vandali, cariche di oggetti preziosi e di migliaia di artigiani che dovevano servire al di là del mare per i lavori in Africa, abbandonarono un luogo che mai aveva conosciuto una simile devastazione. Leone parlò di una “romana captivas multis lacrimis digna” e istituì penitenze e digiuni per allontanare la collera divina dall'Urbe, da lui stesso definita “caput orbis”, ma si rese ben presto conto che la lezione non era servita ai romani, i quali, scampati al pericolo, tornarono alle loro vite mondane di tutti i giorni, cristiani o pagani che fossero. Gli ultimi 10 anni dei 21 che passò sulla cattedra di Pietro trascorsero senza incidenti esterni, nel mentre la sua autorità andava acquisendo un potere sempre più secolare e temporale a Roma e nel circondario. Quando, il 10 novembre 461, rese l'anima a Dio, i Romani manifestavano un sincero cordoglio per Leone, che aveva reso loro l'alto servigio di “romanizzare” il Cristianesimo – o “cristianizzare” la romanità, se volete – in modo da dare un'impronta secolare a quella che sarà definita Tradizione Romana.


sabato 21 marzo 2015

Suessula e il Riullo

Suessula

Non ho finora avuto la fortuna di rivisitare, da adulto, gli scavi di Pompei. Durante le famose visite guidate alle elementari non si riusce mai a cogliere appieno il significato storico di ciò che si vede, sia per una comprensibile incapacità infantile di concentrarsi su determinati argomenti, sia per la ristrettezza solita degli itinerari. E' mia intenzione da sempre di recarmi a Pompei, tanto più che ieri hanno riaperto dopo due anni di restauri la Villa dei Misteri; ma determinate cose per adesso mi impediscono la visita.
Sono stati invece ospite per due volte degli scavi “cugini” di Suessula, l'antica cittadina romana, che era posta a nord – est dell'attuale territorio di Acerra, in località Calabricito, ai confini con Cancello. L'area è nota a chi segue questo blog: è la stessa in cui, nel 2013, riemerse il Riulloo Gorgone, noto affluente del Clanio dotato di acque ferrose. I Romani impiantarono qui delle strutture termali, ancora visibili nonostante la vegetazione le copra, e approfittavano del fiume anche per trasportare legni e tronchi a valle, verso il mare. E' evidente che tali terme furono costruite dopo l'elevazione della civitas Suessula, che è riemersa anch'essa dalla terra da “poco”, storicamente parlando, appena un secolo e mezzo.

Visitai per la prima volta gli scavi in compagni di un amico il 1 giugno 2012, in occasione dell'apertura degli stessi disposta dall'Archeoclub di Acerra. I resti che vedemmo riemersero nel corso di svariate campagne di scavo, ci dissero: la prima avvenne nel 1878, quando i conti Spinelli di Scalea, proprietari del fondo, avviarono i lavori per la trasformazione della loro residenza, la villa spinelli – ancora esistente ma in rovina – in un grande museo privato archeologico. Nel secondo dopoguerra, i tedeschi in rotta verso Maddaloni razziarono i reperti conservati, e gli americani non fecero di meglio quando trasformarono la residenza in un loro acquartieramento. Gli scavi furono ripresi negli anni Novanta, e riportarono alla luce le fondamenta di un edificio civile e di uno religioso, e poi furono nuovamente bloccati.
Via Popilia

Suessula fu fondata dagli Osci, popolo appenninico che rappresentava un limite all'avanzata greca che veniva dalla costa. Si pensa che gli Osci si possano essere spinti ancora più a sud, fino a fondare un villaggio ad Afragola, ma allo stato attuale della ricerca – complice l'insabbiamento del sito preistorico afragolese – non è possibile dare certezze. Si sa che il villaggio Suessula (= buona terra) fu poi invaso dai Sanniti e fu conteso tra questi e i Romani: nel 341 a. C. Suessula fu il teatro di una grande battaglia che segnò la vittoria dei Romani e l'espandersi del loro dominio nella Campania interna. La civitas suessulana divenne poi sede di prefettura dopo la rovina di Capua, punita da Roma per la sua alleanza con Annibale. Divenuta il maggior centro della zona, esclusa Neapolis a sud, fu uno degli snodi principali della via Popilia, una delle maggiori strade romane, che metteva in comunicazione Capua con Rhegium (Reggio Calabria). In epoca cristiana, divenne sede di diocesi, con un proprio vescovo. Nell'VIII secolo fu occupata dai Longobardi, e fu eretta la torre che ancora oggi domina parte della proprietà Spinelli. Questa torre longobarda divenne uno dei vertici del triangolo ideale che rappresentava il confine occidentale del Ducato di Benevento – gli altri due sono il Castello Matinale sulla collina di cancello e la Torre Artus sulla collina di Maddaloni.
Torre longobarda nel 2013
Nel X secolo fu distrutta da un attacco dei Saraceni e a questo punto il suo destino si unì a quello di Acerra, cittadina anch'essa osca ma di minor importanza: i suessulani si trasferirono in massa nella civitas Acerrae a sud, abbandonando i campi della città natale che non fu più ricostruita, a differenza di Capua. L'ultima fonte che parla di vita organizzata a Suessula ce la cita come “vicus”, cioè un piccolo centro con poche capanne e al massimo 7 o 8 stradicciole che li univano, e risale all'XI secolo. Da allora, e fino al 1878, l'area fu abbandonata a se stessa, e trasformata perfino in una tenuta di caccia borbonica.

Una visita agli scavi è molto istruttiva e la consiglio a chiunque non appena si terrà un nuovo evento (di solito l'Archeoclub tiene le visite guidate una volta l'anno in maggio/giugno). Gli scavi hanno riportato alla luce vari strutture frutto di una stratificazione edilizia che va dall' VIII secolo a. c. al IX d. C. : un muro sannita posto entro le fondamenta della basilica romana (che era un edificio con usi civili come l'amministrazione annonaria e il censimento), il basamento di un tempio e di una fornace, e un tratto dell'antica via Popilia, con basolati bianchi irregolari. La torre longobarda poco distante e soprattutto il torrione isolato posto in un campo antistante gli scavi, non solo testimoniano che Suessula fu vissuta anche dopo l'epoca romana, ma inducono a pensare che i suoi resti sepolti si estendano ben oltre la località Calabricito.  

venerdì 13 marzo 2015

Poesia del tramonto


E tramonta così il sole
in questa sera marzolina, 
mentre pensieri volano lontano
verso terre care al cuore
dove doglie non ci sono
e il sorriso più libero è. 
Si rinnova l'antico ciclo,
sta per schiudersi la nuova vita
nulla cambia e nulla resta
se non un'eco delle antiche, grecali gesta.

Nisida

sabato 7 marzo 2015

Una sorprendente scoperta!

Una sorprendente notizia mi è appena arrivata circa i fatti raccontati nell'articolo “Ottobre 1622: Afragola di sangue”, che racconta di un orrendo fatto di cronaca avvenuto 400 anni fa in città.
Ci eravamo lasciati, come qualcuno aveva notato, con una frase monca e priva di quella caratteristica chiusura che do ad ogni articolo. Il motivo per cui lasciai così il pezzo, per ora, non lo rivelo perché riguarda un altro articolo che spero di pubblicare ad aprile.
Fatto sta che, pochi giorni fa, l'amico don Giuseppe Esposito, sacerdote afragolese parroco del Ss. Salvatore a Pompei e unico storico effettivo in città, mi aveva rivelato che, mentre Scipione Guerra, la mia fonte principale, riportava tutti i fatti essenziali, nutriva invece forti dubbi su quello che scriveva Carlo Cerbone, che indicava nell'antica chiesa di San Marco la location dell'eccidio (chi non avesse letto l'articolo in questione, lo troverà in fondo al presente).

Così, proprio poche ore fa, mi ha inviato queste informazioni che vi riporto pari pari, per poi commentarle alla fine.

Ciao Domenico come ti ho detto desideravo darti queste informazioni:

<A dì 2 8bre 1622 furono extratti de la chiesa di S.ta Maria d'Ayello cinque contumaci nomine: Aniello Cimino, Dominico Cimino, Antoniello guerra, Andrea russo di casoria, Sabbatino Castaldo et poi furono ammazzati di notte alle sei hore et li furono troncate le teste dalla guardia di campagna che vi fu il caporale gio: lorenzo alias Sciacca che per questa fu appiccata. APSG, Libri dei defunti vol. I anni 1608-1635>.
Tutto è scritto sul frontespizio del libro dei defunti della parrocchia di San Giorgio. Da questi nomi il parente di Scipione Guerra (citato dalla terza fonte, quella Treccani, che riportai nel precedente articolo, ndr) sarebbe Antoniello.
Tutta la tragedia si è consumata in 2 giorni, dal 2 al 4 ottobre. Infatti: <A dì 3 de 8bre 1622 fu sepelito Sabbatino Castaldo non più casato figlio delli qm Francisco Castaldo et Diana Castaldo de Tuccillo per ordine del R.do Capitolo de Napoli per essere morto senza electione de sepoltura dentro S.ta Maria de Ayello. APSMD, Libri dei defunti, vol. II a. 1622 f. 68.

A dì 3 8bre 1622 fu sepelito Aniello Cimino marito de Laura Carbone per ordine del R.do Capitolo de Napoli per essere morto senza electione de sepoltura dentro la cappella di S.to Andrea de Gio. Pietro Cimino construtta dentro S. Maria de Ayello.

A dì 4 8bre 1622 fu sepelito Antoniello Guerra non più casato nato à dì 28 de gennaio 1597 figlio de Pierro Antonio Guerra et loysa Piscopo per ordine del r.do Capitolo de Napoli per essere morto senza electione de sepoltura dentro S.ta Maria de Ayello.

A dì 4 8bre 1622 fu sepelito Dominico Cimino non più casato nato a dì ultimo (31) de Agosto 1599 figlio de Gio: Pietro Cimino et dela qm locretia Valentino alla Cappella del detto Gio: Pietro per ordine del R.do Capitolo de Napoli per essere morto senza electione de sepoltura dentro S.ta Maria de Ayello>

Il quinto cioè Andrea Russo di Casoria, non c'è nella lista per cui penso sia stato seppellito a Casoria nella sua chiesa ossia o San Mauro oppure San Benedetto”.

<A dì X de 8bre 1622 fu sepelito Laurienzo Salese alias Scaccia iustitiato per ordine de comm.o de Campagna dentro Santa Maria de Ayello" : APSMD, Libri dei defunti, a. 1622 vol. II f. 69 at >

Queste le preziose informazioni di padre Giuseppe Esposito, che fanno emergere subito due problemi, anzi tre.
Primo: i fatti sono elencati sul frontespizio del Libro dei Defunti della parrocchia di San Giorgio, che riferisce che essi sono avvenuti a Santa Maria. A maggior ragione, in quest'ultima parrocchia tale strage (5 persone decapitate sul sagrato della chiesa) dovrebbe trovarsi descritta nei minimi particolari.

Secondo: come fa Carlo Cerbone a dire, a pagina 45 di “Archivio Afragolese” n.1 del 2002, che l'omicidio avvenne a San Marco, specificando per di più “nell'antica chiesa?” Un errore, una svista? Eppure Cerbone in ogni suo scritto ha bacchettato senza pietà i cultori storici che l'avevano preceduto nella storiografia afragolese: Castaldi interpretava male le fonti, Catalano non sapeva quel che diceva, Capasso era un ingenuo che sbagliava volentieri...E poi, proprio lui, va a cadere in un errore così grossolano? Un omicidio avvenne, in effetti, a San Marco, ma nella nuova chiesa, non nella vecchia, e alla fine del Seicento, non all'inizio. Che Cerbone abbia confuso le date e i luoghi? Non possiamo spiegarci altrimenti questo errore. Per altre informazioni, che qui non riporto perché, ripeto, sono "work in progress", aspettate aprile e poi ne riparliamo.

Terzo: se Antonello Guerra era davvero parente di Scipione (ipotesi che non ritengo fondata, e che padre Esposito non conferma) perché non richiederne il corpo, una volta espletate le formalità, al Regio Capitolo di Napoli ma invece farlo seppellire a Santa Maria (e in quale punto della chiesa, del resto?).
Quesiti che cercheremo di sciogliere nelle prossime settimane. Intanto, ringrazio ancora don Giuseppe per averci lasciato queste informazioni.

Per l'articolo in questione, vedi qui



martedì 3 marzo 2015

Il sito preistorico di Afragola: cronaca di un antico terrore

Sito preistorico di Afragola, ripreso nel 2005. Foto di Paolo 

Articolo pubblicato sul n. 7  di "Nuovacittà" del 28 febbraio 2015

Chiudendo il mio contributo sul sito archeologico delle Cinquevie (leggi: LINK) sul “Nuovacittà” del 9 novembre 2013, mi auguravo che potessero esserne pubblicate le foto fatte a campo appena scoperto, da parte dei fortunati che erano riusciti a scattarle in tempo. La vicenda è nota: nel 2006 , durante i lavori per lo scavo del tracciato del TAV nelle Cinquevie, fu casualmente scoperto un villaggio, che dai reperti e dalla cenere vulcanica trovata fu fatto risalire a 3800 anni fa.
Da allora, volutamente restai in silenzio, conscio che, se il tacere favorisce i criminali, il troppo parlare è ugualmente dannoso. Tuttavia, restai sempre all'erta per captare ogni minima notizia sull'antico villaggio dell'età del Bronzo Medio, oggi vergognosamente coperto da una condotta fognaria. Fu parlando con una cara amica, in modo del tutto casuale, che venni a conoscenza di nuove informazioni, e fui messo in contatto con Paolo S., uno dei fortunati di cui sopra. Non solo fui informato di tutta una serie di dinamiche riguardanti la scoperta del 2006, ma ottenni anche le foto, sia sue sia della stessa Sovrintendenza archeologica. Insomma, una vera miniera d'oro! Il proprietario disse di non essere neppure contrario alla pubblicazione delle foto, e così, dopo avergli chiesto conferma per ben 5 volte, ottenendo sempre il permesso senza remore alcuna, ho deciso di allegarle al presente articolo.
Direzione delle pomici dell'eruzione.
Pianura Campana, 1780 a. C. Un boato di proporzioni immani scuote tutta la Campania Felix, e genera un terrore improvviso tra i pastori e i contadini che vivono in un modesto villaggio di capanne, in quel punto dell'entroterra, a circa 20 km a nord della costa, che 3 millenni dopo sarà conosciuto col nome di Afragola.
La fonte dell'esplosione è una montagna azzurrina, a sud- est dal villaggio, che improvvisamente innalza nel cielo una colonna alta 35 km, e scarica nell'atmosfera qualcosa come 100000 tonnellate di roccia fusa, lapilli, polveri, scorie al secondo. Gli abitanti di quel villaggio stanno assistendo in diretta a una delle più devastanti eruzioni del Vesuvio, quella definita “delle Pomici di Avellino”, dal nome della città in cui sono state ritrovate quantità massicce di cenere lavica. Ma i nostri antenati, non cogliendo certamente il valore storico di tale evento, se la diedero a gambe, mentre una “pioggia” di lapilli, vere e proprie pietre, precipitava su di loro. Mentre correvano all'impazzata, non sapendo dove ma istintivamente fuggendo in direzione opposta alla fonte di quell'improvviso inferno, una polvere sottilissima, bianca, cadeva loro addosso, ricoprendo le capanne e un piccolo edificio usato forse come laboratorio o magazzino. Questa cenere, che si sarebbe diffusa in tutta la Campania orientale, sarebbe stata l'unica testimonianza visiva della vita di queste genti arcaiche. Depositandosi sul terreno, infatti, impresse come in un “negativo” fotografico le centinaia di orme dei fuggitivi e dei loro animali (fra cui anche un cane), rendendo possibile farsi un'idea, ad Afragola quanto a Nola, del sistema abitativo campano prima della grande colonizzazione greca conosciuta sotto il nome di Magna Grecia. La polvere di pomice ricoprì tutta la campagna intorno a Vesuvio, e ad Afragola raggiunse un'altezza di circa 20 cm.
Assieme alle impronte, si conservarono sotto lo strato di cenere anche frammenti di ceramica non tornita, mentre oggetti in metallo non furono rivenuti.

Impronte dei primi "afragolesi". Foto di Paolo Sibilio.
Quei nostri antichi antenati, quegli afragolesi “ante litteram”, non riuscirono a salvarsi tutti: 
chi non morì soffocato quasi subito dalle polveri che gli occludevano i polmoni o con il cranio sfondato dalle pietre che cadevano a 150 km orari, subì ustioni su tutto il corpo, e non tornò più al villaggio sepolto. L'eruzione delle pomici di Avellino generò un collasso demografico delle popolazioni della Campania, che terminò solo mille anni dopo con la nuova colonizzazione greca. Il silenzio scese su quelle umili capanne, fino a quando, per caso, non furono ritrovate durante i succitati scavi del Treno ad Alta Velocità, e si recuperarono con speciali calchi, le impronte di quei nostri antenati in fuga da un terrore che neppure possiamo descrivere.
Attualmente il sito giace ancora sepolto, per disinteresse sia della popolazione, che delle elitè culturali che da decenni insistono sul territorio. Oggi, grazie a queste foto e grazie all'amico Paolo, ne abbiamo finalmente un'immagine chiara. E un'immagine vale più di mille parole. 


Aggiornamento: il sito preistorico di Afragola inizia a essere conosciuto anche in ambito scolastico. Il 28 ottobre 2016, in una cerimonia tenutasi nel Palazzo del Campidoglio in Roma, la IV A della scuola primaria “Europa Unita” di Afragola ha ritirato la medaglia d’oro per il concorso dell’Ama – Atlante dei Monumenti adottati dalle scuole italiane – presentando un progetto proprio sul sito preistorico di Afragola. Referente la docente Adele Sibilio, che ha portato i ragazzi sul sito coperto del campo archeologico per una visione diretta della zona. Il video realizzato dai ragazzi è visionabile sul sito dell’AMA.