sabato 14 febbraio 2015

Rossoporpora: due parole sul Collegio "bergogliano"



La lagna degli Italiani

Iniziamo da un punto fermo: che Papa Francesco decida di creare cardinali i vescovi delle diocesi più lontane da Roma, tradizionalmente non cardinalizie, aumentando così la possibilità di avere un successore anche lui proveniente dalla fine del mondo, a me non può far che piacere. Mi fanno sorridere le paginate di vaticanisti che lamentano una scarsa considerazione degli ecclesiastici italiani da parte di Bergoglio, che in due anni ha sfornato solo 8 promozioni cardinalizie per i nati al di qua delle Alpi, di cui 2 già non elettori nel futuro conclave perché con più di 80 anni. Sorrido perché queste geremiadi sono il sintomo del classico provincialismo tutto italiano duro a morire, per il quale va bene avere ogni tanto Papi stranieri, ma il papato deve restare un “affare” degli Italiani, per usare le parole della buon anima di Giancarlo Zizola, che alle dinamiche interne del collegio dei cardinali dedicò un libro informatissimo ma non privo di sviste. Non che non mi faccia piacere avere un Pontefice nostrano, ma il Papa è Papa a prescindere dalla nazionalità che possiede; e poi, considerando che gli scandali che hanno portato alla rinuncia da parte di Benedetto XVI (altro che la perdita del vigore...) hanno tutti origine in seno alla compagine dei porporati del Belpaese, ben ci sta tutta una serie di Papi “stranieri”.
Il Papa e i cardinali,
codice miniato del 1443
Era in un certo senso fatale che gli ultimi tre pontificati riducessero sensibilmente la quota italiana nel Sacro Collegio elettivo: oggi ne abbiamo 27 su 125, il 21% del totale, un calo drastico rispetto a 100 anni fa, quando erano 33 su 65 e quindi quasi il 50% del peso elettorale complessivo. Per di più, anche in questa seconda infornata, il Papa argentino ha deciso prevedibilmente di essere imprevedibile, assegnando la berretta rossa agli arcivescovi di Agrigento e Ancona e non ai pastori di Torino e Venezia, sedi tradizionalmente cardinalizie (ma lo sono ancora?). Una scelta che dai Sacri Recinti dicono essere basata sulla pastoralità; come a dire che il Patriarca Francesco Moraglia a Venezia passa le sue giornate a passeggiare beato in Piazza San Marco mentre il suo omologo e omonimo ad Agrigento, Francesco Montenegro, si sfiacca per portare la parola di Cristo negli angoli più remoti dell'isola – e quando gli resta tempo, anche per generare polemiche che poco hanno a che fare con la“pastoralità”. E' lapalissiano che sono tutte scuse per coprire con una foglia di fico la scelta ormai chiara del Papa di non seguire le orme dei predecessori ed eludere ogni cosa che si avvicini alla “tradizione”, non solo in campo liturgico.

Il Sacro Collegio di Bergoglio

Le sue creazioni si attengono a due principi: primo, che i neocardinali provengano da esperienze diocesane ai limiti, sia geografici (come il vescovo delle Isole Tonga nel Pacifico, distante 30 ore di volo da Roma) sia pastorali (è il caso di Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia creato cardinale l'anno scorso, pastore in una terra di Santi che ora è un modello da manuale di laicizzazione); secondo, che provengano dal mondo diplomatico, e di esempi ce ne sono tanti: dal Segretario di Stato, Pietro Parolin, al segretario del Sinodo dei Vescovi Lorenzo Baldisseri, passato già alla storia come il “cardinale a metà”. Sono nomine eccellenti, di peso, di pastori che ben fanno per le loro pecorelle e per la Cattolica: si pensi al cardinale Andrew Soo-jung, arcivescovo di Seul, primate di Corea e quindi del terzo Paese asiatico in cui il cattolicesimo è in continua crescita ; a Gerhard Ludwig Muller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, che si può definire uno degli ultimi baluardi a difesa della fede tradizionale; a Berhaneyesus Souraphiel, arcieparca di Addis Abeba, pastore in una delle capitale africane più martoriate dalla violenza e dalla fame, peggio della prima.
Assenti quasi del tutto le nomine nel mondo curiale, e finora solo in un caso un curiale già tale al momento dell'elezione di Francesco è diventato cardinale. Uno stacco netto rispetto ai concistori dei pontificati precedenti, che vedevano una Curia ben rappresentata nel Sacro Collegio sia in base al peso che essa aveva un tempo nella direzione della Chiesa, sia per i perfidi meccanismi di promozione e di carrierismo che portavano spesso delle vere nullità nel senato ecclesiastico.
Perdita di peso curiale? Finalmente i cattivoni che hanno spossato a tal punto Benedetto da farlo dimettere, ricevono la giusta punizione? Sì, e no. Quando i vaticanisti più noti, come Andrea Tornielli o Aldo Maria Valli, accennano alla perdita di potere della Curia nelle scelte pontificie, mi viene sempre in mente quello che mi diceva un mio professore liceale, padre gesuita (come Bergoglio): “Per chi scende la scala del potere, c'è sempre qualcun altro, dall'altra parte, che la sta salendo in quel momento”.

Il cardinal Tauran Con Giovanni Paolo II
Questo articolo era già tutto scritto, quando un amico che come me si interessa di Papi è Vaticano (solo che lui è un “modernista”, mentre io mi limito al Medioevo), mi chiama e mi segnala sghignazzando che Francesco a fine dicembre ha nominato Jean Louis Tauran nuovo camerlengo della Chiesa Cattolica. Tauran ve lo ricorderete certamente: annunciò lui al mondo, nel marzo 2013, l'elezione di Jorge M. Bergoglio. La figura del camerlengo, che regna sovrana durante la Sede Vacante fra un pontificato all'altro, è una di quelle centrali nella Chiesa. Nulla di strano che sia ricoperta da un cardinale di lungo corso come il francese. 

Chiedo cosa ci sia da ridere tanto. “Come, te lo immagini Tauran, affetto da Parkinson, che gestisce il Vaticano durante la Sede Vacante?”.
“Tauran sarà stato pure un pessimo ministro degli Esteri vaticano, ma almeno è un sant'uomo” replico, “ e prenderlo in giro per i suoi tic non sta bene”. Al che il mio interlocutore dice che non vuole sfottere Tauran per la malattia, ma perché è vecchio, ed è meglio far avanzare i più giovani. “Mica si può avere tutto, e poi le grosse personalità, le superstar del tempo di Giovanni Paolo II sono ancora in circolazione. Ma vedi, gli hanno dato un vice di 56 anni, giovane”.
“Ah, giovane a 56 anni? E questo diventa superstar a 70” replica l'amico modernista.
“E che vuoi, o a 56 o a 70, tutti diventano stelle del cielo, attorno alla Stella principale”.






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