mercoledì 28 gennaio 2015

Studio di una foto


Piazza Santa Croce, primi anni del Novecento

Piazza Santa Croce - o popolarmente, "for a baracc"- è sempre stata l'ingresso principale di Cardito, attraversato dall'antica via pubblica che da Napoli portava verso l'interno. Questa foto riprende il sito nei primi anni del Novecento: la Croce, posta durante la missione dei Padri Passionisti del 1910 adiacente all'edificio frontale, non era ancora stata eretta, ma è presente una piccola edicola. A sinistra dell'edificio in questione (noto come palazzo Perone), vediamo l'attuale Corso Cesare Battisti (ma come si chiamava prima?) e l'arrivo della carrozza della tramvia, che partita da Cardito, attraversava il centro di Afragola e giungeva fino a Napoli. Non c'erano ovviamente i giardinetti che oggi separano corso Battisti dalla via Sannitica, sulla destra. Questa, che ancora oggi resta la principale via interna da Napoli a Caserta, presenta la pavimentazione in degrado. Gli edifici sulla sinistra sono il palazzo Rispoli, distrutto coi bombardamenti del 1944, e il palazzo Marseglia, con imponenti arcate, sotto le quali trovano rifugio alcuni passanti, forse in attesa della carrozza del tram.

domenica 25 gennaio 2015

La guerra ad Afragola III: i reduci afragolesi

La Caterina Costa.


Lo scorso anno trattai in due diverse occasioni dei due campi di prigionia di Afragola: uno tedesco, posto nel Casone Spena (vedi: LINK), l’altro angloamericano, posto nelle campagne orientali (vedi: LINK). Ho raccolto in questi mesi ulteriori testimonianze soprattutto sul secondo, che non hanno trovato spazio nella prima edizione de “Il caso Afragola” (LINK), e che conto di aggiungere alla ristampa del testo in primavera.

Oggi riprendo il discorso sul periodo bellico vissuto in città e dai suoi abitanti con le testimonianze di due nostri concittadini. Esse furono rilasciate in occasione di un convegno dell'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra, sottosezione di Afragola, presieduta dal maresciallo Roberto Giacco, organizzato nella biblioteca comunale nel novembre 2012. Fui io a moderare l'incontro (insieme agli amici Mariano Di Maso e Chiara Fornelli) e poi a riferirne sul n. 34 e sul n. 35 del “Nuovacittà” dello stesso mese. L'evento era propedeutico alla realizzazione di un “Libro della memoria” che per adesso non ha ancora visto luce.
Pubblico oggi la prima parte degli atti di quel convegno, lasciando la parola direttamente agli interessati. Alla fine delle testimonianze, darò come al solito qualche inferenza sulle stesse.
Il signor Golia è un reduce del fronte albanese, che ha vissuto sulla propria pelle i fatti susseguenti l'armistizio del settembre 1943.

Francesco Golia

Sono della classe 1923, dopo le elementari svolte al primo piano del Palazzo comunale con il maestro Luigi De Rosa, mio padre mi fece andare a lavorare in un 'officina nel rione San Giorgio per imparare un mestiere. A 19 anni, ai primi di gennaio 1943 i carabinieri mi portarono la cartolina di precetto militare, e il 7 gennaio mi trovavo già al distretto militare di Aversa, per raggiungere poi le casermette di Monopoli, dove dopo qualche mese di addestramento fummo imbarcati il 31 marzo 1943 per l'Albania. Durante la navigazione, che avvenne di notte, avevamo paura di essere attaccati da qualche nave nemica, e perciò eravamo scortati da due navi da guerra.
Arrivammo a Durazzo, e lì la popolazione ci accoglieva freddamente. Dovevamo guardare attentamente l'area intorno alle montagne di confine, e ricordo che l'8 settembre di quell'anno, quando ci fu l'annuncio dell'armistizio, ci fu una grandissima confusione, e il comando di fatto non c'era più. Io e altri compagni ci nascondemmo presso alcune famiglie albanesi, ma quando i tedeschi annunciarono che le famiglie che davano ospitalità agli italiani sarebbero state tutte trucidate, ci cacciarono. Tentammo di raggiungere Durazzo per ripartire, ma fummo presi e iniziò il lungo viaggio in Germania. Nei boschi albanesi, ero stato esposto a tutte le intemperie, e non si mangiava regolarmente come è facile immaginare; in breve, mi ammalai di pleurite. A Belgrado fui curato da un medico tedesco, espertissimo e gentilissimo, di cui conservo ancora il certificato medico con la sua firma: mi estrasse tutto il liquido pleurico e così guarii, anche se avevo comunque febbri. Appena fui giudicato abile al viaggio, arrivai nella Germania centrale, e fummo messi a lavorare nei campi di concentramento per un anno. Ogni giorno ci davano sempre lo stesso brodo di verdure con una fetta di pane, e ognuno di noi veniva a messo a fare qualcosa secondo le sue conoscenze, io per esempio lavorai di nuovo in officina.
Il badogliano Corsera annuncia la fine della guerra
La Germania si arrese nel maggio 1945, ma non tornammo in Italia: gli americani ci tennero ancora un po' lì, e si sostituirono ai tedeschi nel farci lavorare nei campi di concentramento, pur se con metodi migliori. Il ritorno fu a scaglioni, e a casa non davo più mie notizie ormai dalla fine del 1943. Tornai in Italia il 1 luglio 1946, dopo le elezioni per la Repubblica,e ricordo che a Roma il treno si fermò poiché era stato messo su un centro d'accoglienza dal Papa di allora, Pio XII Pacelli,e il 2 finalmente tornai a Napoli. Presi il tram e giunsi a piazza Belvedere ad Afragola. Un conoscente mi riconobbe, si assicurò che ero ancora io e mandò ad avvisare mio padre, che lavorava in una panetteria a Santa Maria. Mi ricordo che venne così di corsa, che aveva ancora le mani piene di farina quando lo rividi dopo quasi 4 anni”.

L'Albania era un protettorato italiano fin dagli Anni Venti del Novecento. Nel 1939, Mussolini decise l'occupazione militare del Paese, cosa che fu definita come “il rapimento della propria moglie” visto che il governo di Roma aveva già ampie libertà di manovre sul suolo albanese. Fu instaurato un governo fantoccio filofascista, in prospettiva di occupare la Grecia a dare avvio alla “guerra parallela” di Mussolini sul fronte balcanico, mentre le armate naziste travolgevano il Nord Europa. L'Albania fu poi evacuata dagli italiani alla fine del conflitto mondiale.
Il 3 settembre 1943, a Cassibile, fu firmato l'armistizio tra il generale Eisenhower, rappresentante delle forze militari alleate, e il governo di Pietro Badoglio. L'armistizio fu tenuto segreto fino all'8 settembre, quando fu annunciato alla radio dal generale americano (e futuro presidente USA) e fu poco dopo confermato da Roma. L'iniziale euforia delle truppe si trasformò ben presto in tragedia: gran parte degli ufficiali abbandonarono a se stessi i soldati, che dovettero cavarsela da soli davanti alle truppe tedesche, adesso nemiche.
Goria fu catturato e messo ai lavori negli “stalag” della Germania centrale. Ciò era il metodo preferito dai tedeschi per rimpiazzare i connazionali mandati al fronte. Finita la guerra, lui e gli altri IMI (internati militari italiani) furono presi in consegna dagli Alleati, che avevano diviso la Germania sconfitta in 4 zone d'influenza. Dall'accenno agli americani, è possibile che il Lander dove sia finito Goria (che non ne ricorda il nome) fosse l'Assia. Il rientro fu lento, e abbiamo anche il caldo episodio finale del ritrovamento dei parenti ancora in vita dopo 4 anni d'assenza.
Una visione completa del trattamento degli IMI in Germania la si può leggere nel libro “Gli internati militari italiani in Germania1943 1945” di Gabriele Hammermann, 380 pagine dense di episodi di nostri connazionali deportati e del loro rientro problematico in Italia.
Il signor Botta ha invece vissuto il periodo bellico in città, e la sua testimonianza presenta un curioso particolare.

Antonio Botta

Classe 1926, feci le elementari, e poiché avevo voglia di imparare, andavo a scuola da Afragola a Napoli, spesso accompagnato da mio padre in bicicletta. Il 10 giugno 1940, quando l'Italia dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, la vita cambiò anche per noi. A Baia c'era uno stabilimento per la produzione di siluri, e io fui mandato là. Sulla banchina c'erano i lanciasiluri, e con noi lavoravano i tedeschi. Ricordo che su un cartello all'ingresso dello stabilimento c'era scritto “Qui non si parla né di politica né di strategia, qui si lavora”. Al mattino prendevo un tram alle 4e23, e scendevo in piazza Carlo III, proseguivo fino a Montesanto e da qui alla Cumana per Pozzuoli. Avevo 14 anni, e la mia matricola era 6017. la sera rientravo sempre col tram, e i frequenti bombardamenti interrompevano spesso le linee. Da mangiare avevamo per primo legumi, e per secondo le crusche dei legumi, e di sera si viveva nella costante paura dei bombardamenti. Ricordo che più d'una notte la passammo giù nelle grotte. Mio padre era un impiegato dell' Enel, che allora si chiamava “Società Meridionale dell'elettricità”, e nei giorni di festa dallo stabilimento, mi portava con lui a piedi o su uno “sciaraballo” (un carretto) a riparare i guasti; la società, in tali occasioni, ci dava anche qualcosa in natura, come latte condensato, mezzo litro di olio, ecc. 
Una volta, a Napoli, nella zona di “Carriera Grande” (via posta tra Piazza Garibaldi e Via Foria, ndr) un italiano gettò qualcosa dalla finestra contro alcuni soldati tedeschi che passavano di là. Essi risposero catturando alcuni italiani, molti giovani; io mi rifugiai in un rifugio vicino piazza Ottocalli, e ricordo che ero stretto da tutte le parti, e tenevo tenacemente in mano una bottiglia di latte donata dalla società per portarla a casa. Un'altra cosa che ricordo fu un'esplosione incredibile un giorno al porto di Napoli: io venivo da via Marina e ci fu una deflagrazione di una nave forse diretta alle colonie, che esplose e l'onda d'urto ci gettò tutti a terra”.



Il sistema sotterraneo di grotte che Afragola possiede, e che fin dalle “Memorie” di Giuseppe Castaldi è arcinoto alla storiografia locale, si estende per tutto il centro storico della città. Vere e proprie caverne (chi scrive discese da piccolo nell'antro posto sotto via Caracciolo) servivano da cava per materiale edile, “cella frigorifera” e rifugio antiaereo come in questo caso. Similmente avveniva a Napoli, nel sistema di cave poi divenute “Napoli sotterranea” (vedi: LINK).
L'esplosione cui accenna Botta è quella della “Caterina Costa”, motonave da carico che seguiva le rotte dei rifornimenti delle truppe in Nord Africa, che esplose nel porto di Napoli il 28 marzo 1943 verso le 18, causando circa 600 morti, numerosi feriti e la distruzione del molo. I suoi frammenti arrivarono fino alla collina del Vomero, provocando incendi, e il boato fu sentito distintamente anche ad Afragola e nelle città vicine, poste a circa 20 km di distanza dal mare. Per la potenza dell'esplosione, e il numero di morti che seguirono, si può tranquillamente dire che il signor Botta fu molto fortunato, quel giorno.






venerdì 23 gennaio 2015

Bosco autunnale



Un bosco. Un mare di foglie. Un oceano di verde, giallo, rosso, ambra. Un mondo nuovo, in cui perdersi. Perdersi, per ritrovare se stessi. Un'immersione nella natura, per noi che siamo così innaturali. Una porta erbosa verso il proprio, primitivo, IO.

giovedì 15 gennaio 2015

15 gennaio 1715: omicidio in Afragola

E. Delacroix, "L'assassinio del vescovo di Liegi", 1829
Ho già fatto notare come, spulciando quella miniera d'oro che sono gli archivi parrocchiali o cronatistici del Sei – Settecento, si possano trovare notizie interessanti del vissuto dei nostri antenati. Relativamente al mondo cattolico, bisogna rilevare che gli archivi iniziano ad assumere importanza e sistematicità all'indomani del Concilio di Trento (1545 – 1563) e delle disposizioni qui prese affinché essi indicassero con chiarezza lo stato d'anime dei fedeli. Ovviamente, non tutti seguivano i dettami tridentini, se non nelle grandi linee; e la completezza o meno delle informazioni dipendeva da molti fattori: la cultura personale del parroco e dei figliani, l'emigrazione, le spinte o meno dei vescovi nelle Sante Visite.

Un parroco “in esilio”

Afragola fu caratterizzata da violenti fatti di sangue nei secoli XVII e XVIII. La causa precipua di tali eventi erano le vendette private fra le famiglie, in seguito a sgarri o omicidi, e spesso finivano per coinvolgere anche le chiese, dotate di diritto di asilo – diritto rivendicato strenuamente dagli ecclesiastici per evitare tragedie maggiori o per motivi “politici” verso le autorità del Regno.
Tali eventi erano segnalati spesso negli archivi, in maniera esplicita o tramite accenni. Il caso che vi racconto è della prima categoria.

Francesco Marucci, sacerdote nativo di Tropea in Calabria, fu parroco della chiesa di San Giorgio Martire dal 1711 al 1719 e, dopo un periodo di allontanamento, nuovamente fra il 1736 e il 1751. Non si conoscono i motivi del suo allontanamento, ma un suo lontano successore novecentesco, Vincenzo Marseglia, scrive nella sua opera a proposito delle vicende della chiesa, che “le nubi attorno al suo nome e alla sua condotta s'erano, per buona sorte, dissipate”. Da cosa fossero costituite tali “nubi” è ignoto, ma essendo il Marucci uno straniero, è probabile che si sia trovato sotto il fuoco di fila di dicerie e malevolenze del clero locale, desideroso di affidare una parrocchia afragolese a uno “di loro”. E' proprio il Marucci che ci riferisce un episodio increscioso, accaduto giusto tre secoli fa. Scrive dunque il sacerdote:

A dì 15 gennaio 1715 perseverò la Chiesa Parrocchiale di S. Giorgio di questa terra di Afragola ad essere assediata dalla così detta Squadra di Campagna; cosicché sino alli 9 di Gennaio non si officiò in Parrocchia nostra, e i Sacramenti si prendevano da quella di Casapoco, come ivi venivano condotti i neonati per il loro battesimo; e i defunti sepolti nel sottosuolo del Purgatorio; e tutto ciò a causa che un tal Peterlese Santo uccise, la sera avanti, al largo Nunziatella, il signor Ferdinando Cassino; e l'homicidio si divulgava proditorio; e per detto spazio di più giorni io celebravo nella chiesa dei Padri Predicatori, mentre li poveri figliani andavano dispersi. Grande fu però l'allegrezza di tutti, allorchè sabato ad hore 24 g. di Febbraio questa povera Parrocchia vedesi finalmente liberata dalla vessazione, e alla domenica appresso si officiò solennemente con organo, predica, e Messa cantata”.

Spieghiamo alcuni termini del testo che nella nostra epoca ci appaiono poco intellegibili.
L'episodio increscioso si situa pienamente nel contesto violento dell'Afragola del periodo del vicereame spagnolo.
L'uccisione di Ferdinando Cassino avvenne il 15 gennaio 1715: la data seguente del 9 gennaio è una svista del copista. Il luogo del delitto fu “al largo Nunziatella”, corrispondente grosso modo all'incrocio attuale fra via Nunziatella, realizzata circa 50 anni prima in seguito alla peste del 1656, e via Pietro Nenni. Tale slargo esisteva fino al secolo scorso, essendo che via Nenni non esisteva e la strada per il quartiere San Marco era chiuso dal palazzo Iorio.
L'omicidio provocò l'intervento della “squadra di campagna”, cioè una banda di banditi senza scrupoli e morale, per rivalersi da sé contro l'assassino Santo Peterlese. Non si sa se l'ucciso facesse parte della banda, o fosse stata la sua famiglia a richiedere vendetta a questa non confidando nelle forze statali. Mi sembra più probabile quest'ultimo caso, giacché solitamente nessuno osava sfidare apertamente uno squadrista, neppure i baroni locali.
Sebbene non sia detto apertamente che il Peterlese si sia rifugiato nella chiesa di San Giorgio, è lapalissiano che le cose siano avvenute così: avendo l'assassino trovato asilo nel tempio, esso era circondato dai brigati, pronti ad acciuffare il reo non appena avesse messo piede fuori dal suolo sacro. Di conseguenza, non si potevano più tenere funzioni, e i fedeli assistevano alla Messa e ai riti sacri del battesimo e dei funerali nella chiesa di “Casapoco”, nome storpiato di Casopico, vale a dire l'attuale San Marco all'Olmo, la chiesa diocesana più vicina a San Giorgio. Ciò provocava numerosi disagi: gli afragolesi sapranno bene a cosa mi riferisco, paragonando mentalmente le modeste dimensioni della chiesa di San Marco con quella dedicata al Santo cavaliere. Marucci, dal canto suo, espletava ai suoi obblighi ecclesiastici nella “chiesa dei Padri Predicatori”, vale a dire il Santissimo Rosario, gestita dai Padri Domenicani, presenti ad Afragola dalla fine del XVI fino all'epoca napoleonica.
L'assedio si concluse dopo quasi un mese, nel febbraio successivo. Il parroco non dice come si sia risolto, ma i modi possibili sono solo due: la cattura del colpevole da parte della squadra di campagna, o l'allontanamento di questa da parte dell'autorità costituita.
Un analogo episodio era accaduto quasi un secolo prima, stavolta nella chiesa di San Marco in Sylvis. Ma di questo parleremo un'altra volta.

Info su Francesco Marucci:

1. Vincenzo Marseglia, “Cenni storici della parrocchia di San Giorgio Martire” Aversa, 1938.

2. Giuseppe Esposito, “I parroci di Afragola”, Afragola, 2008.





domenica 11 gennaio 2015

La nave d'oro. Solo nel nome.

Con questo articolo, dedicato a “La nave d'oro” dello scrittore italiano Marco Buticchi, edito nel 2003, inauguro una nuova rubrica a carattere letterario, che si occuperà di recensire le opere che man mano finiscono sulla mia scrivania bianca. Non sarà uno spazio con cadenza fissa, essendo che i libri non hanno una durata di tempo standard per essere letti: ricordo che divorai in 20 giorni i tre volumi de “La fiera delle vanità” di Thackeray, mentre impiegai 7 mesi non continuativi per leggere il “Diario dell'anno della peste” di Defoe, tanto che mi annoiava. Non si sorprenderà il lettore se ci saranno cosiddetti “spoiler”: se bisogna parlare di un'opera, io ne parlo a 360 gradi, senza limiti.
Da circa 2 anni, sto attuando una rilettura di tutti i volumi della mia biblioteca, che è ancora lontana dal concludersi. In questo momento, ho appena terminato quella dell'opera di Buticchi, e quindi passo subito a renderne conto.

I fatti, prima di tutto. L'opera alterna gli eventi di tre epoche storiche: la Roma di Nerone, le lotte tra cristiani e saraceni nel Mediterraneo del Trecento, e l'epoca moderna.
Un ammiraglio italiano, Guglielmo Grandi, trova degli oggetti che sospetta essere risalenti all'epoca neroniana. Cerca un collega di ricerche in Henry Vittard, navigatore francese, e insieme partono alla volta del Mar Tirreno per ricercare altri reperti. Le loro mosse sono seguite da due gruppi di persone, con diversi fini: quello guidato dal giapponese Yasuo Maru, capo di una multinazionale che si occupa della gestione delle acque in tutto il globo e appassionato di Nerone, e quello di Oswald Breil, primo ministro israeliano ed una volta maggiore del Mossad. Breil arriva a Grandi e Vittard dopo che i due contattano la ricercatrice italiana Sara Terracini, sua amica da anni, e proprio mentre la multinazionale di Maru ottiene un contratto per l'esclusiva della cura del fabbisogno idrico di Israele.
Dopo aver trovato una testa di lupo con un'iscrizione araba, i due protagonisti rinvengono un'anfora contenente alcuni papiri, che inviano subito alla Terracini.
Questa, decifrandoli, arriva a scoprire le memorie di Lisicrate di Atene, precettore e aiutante dell'imperatore Nerone. In queste memorie, Lisicrate descrive il clima da vero e proprio Terrore ante litteram che avvolgeva la residenza imperiale, provocato dalle trame di Agrippina prima e da suo figlio Nerone poi. Accorgendosi che il favore dei popolani verso il Cesare era ormai decaduto, Lisicrate convince Nerone a far costruire una mastodontica nave, tutta ricoperta d'oro, metallo prezioso proveniente in parte dai possedimenti di Nerone in parte dal tesoro della regina cartaginese Didone, ritrovato da Lisicrate. Le memorie si chiudono con la descrizione della fuga di Nerone e la descrizione della morte di un suo sosia al suo posto.
La Terracini invia la traduzione dei papiri giusto prima di essere rapita dagli uomini di Maru, il quale ha già provveduto a far montare uno scandalo di proporzioni mondiali per far dimettere Breil dalla carica di primo ministro israeliano. I due amici vengono catturati anch'essi, mentre Breil si dà alla fuga in America e gli uomini del Mossad vengono eliminati uno dopo l'altro. Con l'aiuto della mafia americana, i tre ostaggi sono liberati poco prima di fare la fine del topo dentro una camera blindata colma d'acqua, e Breil riesce a a far scoprire alle autorità giapponesi il tesoro di opere d'arte trafugato da Maru negli anni, oltre a sventare un attentato terroristico alla Cina. La resa dei conti avverrà fuori il Palazzo di Vetro a New York, dove il gruppetto di amici sarà salvato per puro miracolo e Maru esploderà in aria.

Marco Buticchi, il maestro italiano della noia.

“La nave d'oro” è decisamente un'opera prolissa, a tratti noiosa, e che se mostra slanci d'avventura (che sarebbe poi il suo genere di appartenenza) lo fa quasi imitando i canoni di Clive Cussler o Emilio Salgari. E come ogni copia, è piena di difetti.
Innanzitutto, avrete notato che non ho parlato della fase medievale dell'opera, che riguarda le lotte sul mare fra il guerriero cristiano ma convertito all'Islam Muqatil, e il giapponese alle dipendenze della Repubblica di Venezia (sì, avete eltto bene) Hamurawa, che lo contrasta. Non ne ho parlato perché, se si esclude il ritrovamento della testa di lupo citata, non c'è nessun nesso fra Lisicrate, Breil e Muqatil. Altro non è, questa sezione, che il solito polpettone politicamente corretto, per mostrare i cristiani come tagliagole e il guerriero musulmano come un eroe senza macchi e senza paura. L'idea poi che un samurai del Giappone possa essere vissuto in Europa in pianta stabile è a dir poco folle. Dice: è un'opera di fantasia. Ma pure “Time Line” di Michael Crichton, che pure utilizza lo sfasamento narrativo tra le epoche, è un'opera di fantasia incentrata sul multiuniverso, ma non per questo l'autore ha piazzato un amerindo nel mezzo dell'Europa contagiata dalla peste. Essendo avulsa dall'economia della narrazione, la biografia del Muqatil è uno dei demeriti di quest'opera. Che purtroppo, ne ha troppi.

La prolissità, dicevo. Che senso ha far ripetere, da Lisicrate stesso o da chi è in scena, che è stato il precettore di Nerone? A ogni pagina cambiavano i lettori o i personaggi e bisognava rifare tutto daccapo? Similmente, perché Oswald (Don't touch my) Breil è chiamato di continuo ex dirigente del Mossad, in ogni pagina che lo introduce? I lettori abituali di Buticchi sono così tardi che non ci arrivavano la prima volta?

Gli espedienti narrativi, poi, sono da far pietà. Travolto dallo scandalo montato ad arte, Breil fugge in America, e da qui spedisce una lettera alle autorità israeliane annunciando le sue dimissioni. Comunichi con pc di ultima generazione con i tuoi sottoposti a Tel Aviv e a Tokyo, e poi per comunicare con il tuo vice devi spedirgli una lettera dall'altro capo del mondo. Ce lo vedete il postino che entra nella Knesset e consegna la missiva tranquillamente al capo del Parlamento? Magari aveva timore di essere intercettato dagli amici di Maru, ne convengo; timore che però viene subito dimenticato mezza pagina più sotto.
Quando Vittard e la Terracini entrano in una chiesa spagnola per scoprire indizi sul tesoro di Didone, si trovano davanti a un marmo della Madonna con Bambino, e la ricercatrice chiede al prete del tempio:”E' sicuro che si tratti di arte cristiana, padre?”. Al che il reverendo replica: “Sembra che lei abbia una certa dimestichezza con la materia”. Certo: io entro in una chiesa, sto davanti a un'acquasantiera e nutrendo dubbi sul fatto che sia del Cinquecento o del Medioevo, passo per esperto della materia. Per tacere del modo con cui i due trovano a colpo sicuro la chiesa che custodisce l'ultimo indizio: altro che Sherlock Holmes!
La psicologia dei personaggi sembra quella di una commedia atellana: c'è la bella (Terracini), il fascinoso con un passato difficile (Vittard) il bonario aiutante (Grandi), l'antieroe (Don't touch my Breil), il cattivo (Maru), e anche i personaggi di contorno risentono dello stesso schema. Avesse lasciato perdere le effusioni d'amore fra il navigatore e la ricercatrice, e si fosse concentrato più sull'intreccio, Buticchi avrebbe risolto qualcheduno degli errori del suo libro. Taccio infine dell'espediente ridicolo con cui (Don't touch my) Breil e compagnia si salvano da due missili ultraveloci sparati da Maru dal suo elicottero: ho in me il sentimento della pietà.
“La nave d'oro”: titolo dorato, trama ambrata, personaggi grigi, merito oscuro.


sabato 3 gennaio 2015

Fatti e fatterelli storici afragolesi.


In questo periodo caratterizzato dal disimpegno e dalla “forzata” pausa dal quotidiano, anche io ho deciso di dedicarmi a cose più leggere. Ovviamente l'ambito è sempre quello storico, e altrimenti non potrebbe essere: sarà una mia idiosincrasia, ma più vivo le cose di questo secolo più penso che sarei a mio agio in qualcuno dei precedenti. Prima di iniziare una nuova serie di questioni impegnative, dedichiamoci alla lettura di qualche episodio particolare avvenuto in passato in questa città dalla corta memoria. Le fonti sono le più genuine e le più ignorate da chi fa il mio lavoro: gli archivi parrocchiali, vere e proprie casseforti della vita dei nostri antenati.

La fine del bosco di San Marco

Fin da quando abbiamo sentito parlare della chiesa di San Marco “in Sylvis”, ci è stato detto che quella locuzione latina stava a indicare l'antica boscaglia (silva in latino) che circondava il vetusto tempio posto a est della città. C'era effettivamente un bosco in quell'area, che dalle guerre fra Bizantini e Longobardi era stata abbandonata a se stessa e mai più coltivata, ammesso che lo fosse in epoca precedente, anche se la locuzione del tempio è un'invenzione della fine dell'Ottocento per dare lustro al culto dell'Evangelista, decaduto da tempo.
Foto d'epoca di San marco vecchio
Ma quand'è che è scomparsa quella piccola foresta? Molti affermano che sparì con la Seconda Guerra mondiale; qualcuno con velleità storiche tira in ballo il periodo postunitario; i più audaci affermano che già con i murattiani gli alberi furono sostituiti da campi.
La verità è contenuta nell'archivio parrocchiale della stessa chiesa, relativo al Seicento. Nel registro dei Matrimoni del 1646-1689, il parroco di allora, Giacomo Antonio Infernuso, riporta:”Addì 18 agosto 1653, Fu nell'Afragola una grandissima Pioggia con Venti terribilissimi e Tempesta inesblicabile Tuoni, lampi, saette, et Grandini , che parve al giorno precedente all'universal Giudizio essendo durata la Tempesta più di quattro ore e poi replicata più volte(...) . Pericolò l'antica teglia avanti la nostra Chiesa di San Marco, che fu spezzata questo per mezza da una saetta come fusse stato secato il suo Corpo, e rimase mezza in piedi con due rami, e detta teglia era rimasta per unica memoria dell'antica Selva ch'era in qo loco, et morì anco un figliolo il di cui Corpo fu portato dalla lave a galla”.
Quindi l'ultima testimonianza dell'antica foresta di San Marco sparì per “cause naturali” nel 1653, durante un acquazzone estivo.

Un Santo...con poca pazienza

Dire Afragola è, per alcuni, dire Sant'Antonio. Io ho il massimo rispetto per il Santo delle Tredici Grazie, benché rifugga dal principio che Afragola debba essere nota nel mondo solo per Lui o per i ritardi storici nella costruzione della stazione Tav. Ma non è di questo che voglio parlarvi.
Sant'Antonio con Bambino
Il nostro Taumaturgo ha sempre avuto una forte devozione qui in città, tanto da meritargli due appellativi, a mio parere entrambi poco caritatevoli. Santo “cammorrista” (per la sua “capacità” di ottenere grazie presso il Signore per chi si rivolgeva a lui) e Santo “ntussucuso” (cioè facile ad offendersi). Proprio quest'ultimo appellativo è originato da una storiella divertente che mi fu raccontata qualche tempo fa. In un anno imprecisato, il Santo compiva la sua solita processione per le strade nel mese di giugno. Ora, si dà il caso che passasse in una via dove viveva una coppia: estremamente devota lei, estremamente scettico lui. All'invito della moglie di andare ad omaggiare la statua del Santo, l'uomo rispose:< Non vorrai che io vada appresso a sto tuocco ntussucuso?”. Con ciò voleva dire che la statura altro non era che un legno vuoto e divorato all'interno dalle formiche, tale da essere fradicio. La donna scese comunque e rese riverenza al santo., Quando tornò a casa, vide uno spettacolo orrendo: il marito era disteso sul letto, morto, e divorato dalle formiche rosse che uscivano dalla bocca!
Del resto si è sempre detto: gioca coi fanti e lascia stare i santi.

La pietra del mistero

E' una vecchia leggenda, quella del basolo bianco di Piazza dell'Arco, oggi P. Municipio.
Secondo questa tradizione, nel 1799 su di esso fu innalzato l'albero della Rivoluzione, in concomitanza con l'instaurazione della repubblica napoletana. Ma dopo pochi mesi, l'albero fu abbattuto, e quando nel 1810 il syndicus di Afragola, Domenico Romano, prese possesso della sua carica, non volle interessarsi alla questione del preservarla o eliminarla. I suoi 42 successori nei 200 anni seguenti fecero lo stesso, e così la pietra giace ancora lì. 
Il basolo bianco di Piazza dell'Arco.
Ma è vero che, in quel punto, sorse l'albero rivoluzionario? L'unica fonte a riferirci tale fatto è don Gaetano Capasso, cultore storico di cui già parlai in questo blog (clicca qui: link)., e che non è proprio quella che si direbbe una fonte attendibile. Innanzitutto, da dove prende l'informazione? Non lo dice nei suoi libri, del tutto privi di note  di richiamo, né noi lo sappiamo. L'unica cosa certa è che quello fosse un punto di ritrovo dell'Afragola rurale: di giorno i caporali vi si riunivano per decidere il numero dei braccianti da utilizzare nei campi; di notte vi si davano appuntamento persone sanguigne per regolare i propri conti. Di tutto ciò non parla Capasso, che scrive proprio negli anni 50/60, cioè in diretta rispetto agli aventi. Ma del resto, questo cultore storico non ha annotato diverse cose che accadevano a suo tempo (clicca qui: link)
Oggi il basolo è del tutto dimenticato, e torna agli onori dell'attenzione solo quando qualche webjournal locale se ne ricorda, utilizzando immancabilmente la foto che vedete in alto, di mia proprietà e scattata nel dicembre 2012. Foto presa senza il mio consenso e spacciata per propria, ma pazienza, dicono che più ti copiano più vali.

Quindi, non possiamo dire con certezza che il basolo bianco rappresenti il punto presso cui i rivoluzionari del 1799 si riunirono per festeggiare l'arrivo della repubblica. Ma, vox populi vox Dei, e con ciò vi lascio e vi rimando al prossimo update.