lunedì 28 luglio 2014

Ancora sulla croce templare di San Marco


Due critiche

L'articolo che pubblicai alcuni mesi fa sulla croce templare o almeno crociata della chiesa afragolese di San Marco in Sylvis ha destato molto clamore e prevedibili critiche .
Molte, moltissime sono piovute dal quartiere omonimo in cui sorge la chiesa, unendo in una melassa stantia e inguardabile semplici cittadini e affannati illusi che credono di essere detentori delle secrete cose.
Già il 25 aprile, facendo un giro per la sagra dedicata al Santo evangelista, ne incontrai uno che si infuriò con me per l'articolo sul manufatto presente in chiesa. Alle mie domande su cosa avessi sbagliato a scrivere, replicò: “Non è sbagliato lo scritto, è che proprio non dovevi scriverlo. Vieni qui fresco fresco e ci freghi lo scoop dopo anni? E poi vieni da Santa Maria, che te ne frega di San Marco?”. Ecco dunque il primo tipo di opposizione, quella campanilistica: vieni da un altro quartiere, appartieni a un'altra parrocchia, non puoi dunque scrivere sulla nostra chiesa, ci rubi il lavoro, vattene. Per chi si fosse estraniato, ricordo che tale conversazione è avvenuta il 25 aprile dell'anno di Grazia 2014...
La croce templare di San Marco in Sylvis

Un altro “sammarchese” scrive in calce all'articolo che “Grazie, ma la croce era nota da anni in parrocchia”. Al che io, molto pacatamente, replico nello stesso modo con cui ho replicato al bufalo del 25 aprile: “Se era nota, perché non vi è stato mai scritto niente sopra? Perchè non è stato mai consultato nessun esperto? Perchè, sospettando che questo manufatto fosse templare o almeno crociato, non si sono mai disturbati i soloni che in questa città pretendono di scrivere di storia cittadina? Me lo sa spiegare lei?”. Al che entrambi, con parole diverse, mi hanno dato la stessa risposta: “Ma io non sono uno storico, sapevo che era là e si diceva questa cosa”, con l'aggiunta di un'evidente vergogna del parolaio pseudo studioso del 25 aprile.
Il secondo tipo di opposizione è venuto prevedibilmente dall'elitè culturale cittadina, fatta di giudici in pensione, architetti, professori, giornalisti. Pur non prendendo posizione apertis verbis, costoro hanno iniziato un campagna di sminuimento dell'articolo sulla croce, affermando che “ Se ne avessi avuto tempo, l'avrei scritto io nel mio tempo libero”. L'autore di questa frase dal tono sufficiente è molto conosciuto: viene invitato regolarmente a ogni manifestazione, prende parola dopo l'assessore alla cultura di turno, passa per uno molto informato. E' uno che di contributi personali alla storia locale della città e del territorio in generale ha dato ben poco, e sta il suo curriculum a dirlo, non io; e che quando ci sono novità evidente, se ne esce con frasi come quella sopra riportata. E' a tipi simili che le varie amministrazioni, non solo afragolesi, si rivolgono per organizzare incontri che hanno la caratura culturale di un panino con la porchetta preso alla festa della Madonna dell'Arco il lunedì in Albis. E' nelle mani di tipi come questi che finora è stata la storia locale, e che si continuano a fare gli stessi errori di sempre.

Una novità...taciuta

Concludo con una mezza notizia, che vi butto lì. La presenza di un manufatto templare o almeno crociato nel nostro territorio, mi aveva fatto già presupporre che altro sarebbe stato trovato andando bene a ricercare nella zona orientale della città, che è sempre stata meno urbanizzata delle altre. Indubbiamente, se si potessero riaprire le antiche cripte della chiesa di San Marco in Sylvis, occluse da decenni, si potrebbe quanto meno sapere se c'è altro nel sito della chiesa. Ma forse, se qualcuno si spostasse un po' più oltre, nel pieno della campagna, nei pressi di un'altra antica cappella, potrebbe scoprire cose interessanti, e che potrebbero destare l'attenzione anche dei professoroni di cui sopra...e anche di qualcuno meno innocuo. Di più, in assenza della solita conferma, non dirò.
E forse nemmeno dopo: se c'è una cosa che ho imparato come divulgatore storico, è che non tutto va pubblicato, e che non tutto va, almeno in un primo momento, divulgato. Se non si cono le sinergie adatte, se non c'è una volontà comune a fare del bene comune, è meglio non aprire word, e osservare in silenzio ciò che avviene. E meravigliarsi di come la Storia, non quella locale, ma quella universale, a volte prenda le forme più strane: una pietra incisa, un quadro, un palo telegrafico, un viottolo...


martedì 22 luglio 2014

Della Storia (immaginaria) di Afragola


Fare il divulgatore storico è un'attività molto emozionate, ma per molti versi anche ingrata.
Per troppi anni, la storia locale è stata un oggetto misterioso nel panorama storiografico, cosicché è diventata un campo di speculazione per tutti, meno che per gli storici di professione. Non partecipo alla melassa onnicomprensiva che va tanto di moda, e mi trovo a ribadire l'ovvio: solo gli storici, cioè coloro dotati di metodologie adeguate a descrivere e spiegare la storia, devono occuparsene. Del resto, se per aggiustare un impianto fognario si chiama un idraulico, se per progettare un edificio a 9 piani si consulta un ingegnere, per quale motivo per scrivere e farsi spiegare la storia, locale o generale, si dovrebbe chiamare altri che uno storico? Eppure, per decenni è accaduto il contrario: e così le vicende dei territori sono finite in mano a ciarlatani, venditori di fumo e trovadori moderni. Quando poi essa è passata nelle mani apparentemente rassicuranti di avvocati, architetti, professori di italiano, i risultati non sono stati meno peggiori. Al margine di dubbio che lasciavano i primi, è subentrata la certezza della boria dei secondi.

Nella città in cui vivo, grosso centro a nord di Napoli, per decenni, la storia locale è stata un insieme di inesattezze, incredibili dimenticanze e colossali sviste: ancora oggi, nel mentre si blatera ancora delle origini di San Marco senza conoscerle, il ben più recente Casone Spena dei nazisti èdiventato una cloaca, e il centro storico cade a pezzi.
Ultimamente, nell'analisi critica dei testi che sto conducendo, mi è capitata tra le mani un'opera di alcuni anni fa. E' intitolata “Della Storia di Afragola” di Luigi Catalano. Sarebbe stata scritta in gran parte negli anni Trenta, e poi rivista 50 anni dopo, per essere poi pubblicata nel 1990.
Benché presenti spunti alternativi alla tradizionale storia, e per tale motivi desti interesse, pure è piena di inesattezze che oggi si fa fatica a credere che si potessero fare, e che anche allora secondo me dovettero apparire surreali.
Analizziamone i punti salienti, e spero che non smetterete la lettura per manifesta incredulità alle prime righe.

La storica chiesa di Santa Maria d'Ajello, ad esempio: la tradizione ci dice che essa sorse nel 1190, ed è lapalissiano che almeno a metà del Duecento la chiesa, pur sotto forma di cappella, esistesse già, costruita ad opera di contadini del luogo e sorta su un terreno di proprietà della Curia arcivescovile di Napoli. Tutto torna, no?
Santa Maria d'Ajello (da ager, lat.:piccolo campo)
No, per Catalano ciò è un errore colossale. Santa Maria, e con essa tutta Afragola, fu fondata nel IX secolo dai monaci cenobiti dell'isola di Megaride a Napoli (dove ora c'è Castel dell'Ovo), fuggiti dalle razzie dei Saraceni verso l'interno. Qui “invocavano santi a protezione ed ecco che ci spieghiamo l'erezione di una chiesa a Santa Maria su un'altura, “S. Maria que appellatur hat salitum de summa platea”, cioè S. Maria al balzo in cima allo spiazzo”. Che prove porta, l'autore, per dire ciò? Semplice: il tempio è raggiungibile salendo 16 gradini di piperno, si trova quindi sopraelevata rispetto alla piazza e questo ci fa concludere che si chiama S. Maria “hat salitum” e non “d'Ajello”.
Piuttosto surreale come prova storica a sostegno di un'argomentazione...
E i monaci? Da dove spuntano fuori? Scrive il nostro: “Non abbiamo prove a documento, ma neppure il duca Gregorio di Napoli nel 907 conosceva quali fossero i possedimenti che il monastero di S, Severino aveva prima di lasciare Megaride”. Conclusione magnifica! Non si hanno prove, epperò si è certi che Afragola si stata fondata nell'880 – 900 ( che precisione!) da monaci in fuga dal litorale.

Riferite alle altre chiese dell'allora casale, si fa menzione del tempio di Santa Maria la Nova al Salice (vedi QUI), già presente nel 1265 quando vi passò vicino Carlo I re di Napoli per incontrarvi il popolo napoletano.
Santa Maria la Nova al Salice
E fin qui tutto bene, ci sono fonti a sostegno. Ma due pagine dopo, la chiesetta viene detta “ non menzionata in precedenti documenti, e insieme ad altre dovette essere costruita dopo il 1576, alla fine della feudalità dei baroni Bozzuto, per una religiosità più ostentata che sentita”. Come è possibile che l'autore dimentichi quello che ha scritto due fogli prima, e faccia risalire la fondazione del tempio a una non meglio precisata data dopo l'ultimo quarto del XVI secolo? E come sa che la religiosità espressa da queste chiese è pura ostentazione?

Non si migliora parlando della feudalità ad Afragola, della quale si conosce il termine ad quem (1576), mentre si ignora allo stato della ricerca attuale come sia iniziata. Per il nostro autore, essa iniziò con il Ducato di Napoli : “Non abbiamo alcun documento in merito alla feudalità, e non conosciamo nemmeno il nome del primo barone di Afragola, che dovette essere un funzionario del Duca di Napoli, il quale diventò vassallo del re con l'avvento dei Normanni”.
Prima non conoscevamo manco il nome del feudatario, ma un rigo dopo sappiamo che fu un funzionario del Duca (preposto a che cosa, poi?) e che cambiò schieramento passando col re.

A proposito della famosa “via Avignone” (ora denominata molto più modestamente via Minzoni), è pacifico che essa abbia avuto tale nome durante o dopo il periodo della cattività avignonese dei Papi (1309 – 1377), ma non si sa quando, precisamente. L'abitudine di denominare vie urbane ed extraurbane era già diffusa, a ma non abbiamo una cronologia esatta della successione delle varie denominazioni stradali. Catalano la pensava diversamente, se scriveva “A nostro parere, già prima della morte della regina Giovanna I (1382, ndr) doveva esistere la strada intitolata via Avignone”. Come fa a dirlo? Lo ignoriamo: non abbiamo le sue fonti, di certo migliori delle nostre, e il dubbio è l'unica cosa che resta a noi poveri profani.
Vi state annoiando? Fermi, non cambiate blog, che sennò vi perdete il meglio. Continua Catalano:
“La strada che oggi si intitola via Principe di Napoli una volta si chiamava S. Leonardo. Siamo convinti che prendesse tale nome al tempo di re Carlo II, il re che tenne le redini dell'asino di Celestino V”.
Il povero Celestino V, non abbastanza citato a sproposito,
viene tirato in ballo anche parlando di Afragola 
Cosa c'entra S. Leonardo con Carlo II? E perché, tra le tante cose per cui quel re è ricordato nella Storia, lo si cita a proposito dell'asino che portava Pietro del Morrone, se non per citare, per l'ennesima volta fuori contesto, quel disgraziato Pontefice? Ammettiamo che dopo aver parlato di una chiesa che sorge su una rupe a mò di castello inespugnabile, la citazione di un Papa che cavalca un asinello accompagnato da un re, fa la sua bella figura. Ma ancora non si spiega cosa abbia a che fare tutto ciò con San Leonardo e con la via a lui dedicata ad Afragola. Perché non affermare, seguendo la stessa logica, che la via sia stata intitolata ai tempi di Carlo Magno?

Altro problema storiografico: la presenza degli ordini mendicanti in città. Essa iniziò subito dopo la fine della feudalità, e fu sostenuta anche dall'allora Università (intesa come ente civile con limitati poteri di autogoverno) per favorire la religiosità popolare. Credete che sia così? Macché! E' ancora una volta il Nostro a svelarci gli altarini: “L'Università chiamò i frati domenicali nel tentativo di liberarsi del rettore della chiesa di S. Giorgio Martire, non gradito esponente di antichi soprusi baronali”. Ecco: si chiamano i domenicani non per la religiosità, ma per fare da spauracchio verso il rettore di una chiesa del casale che non si sapeva cosa avesse fatto, e perché mai dovesse essere identificato con il baronaggio. Sicché, se per ipotesi l'Università avesse sollecitato la fondazione di una nuova parrocchia, si sarebbe potuto concludere che essa veniva creata in odio ai domenicani. Per molto tempo si sono tratte conseguenze simili, e così è stata tratta la storia locale di questa città.

S. Giorgio Martire
Passò alla fine, per non tediarvi e rovinarvi la cena. Nel 1889 arriva ad Afragola come commissario il cav. Giovanni La Monica, che tiene una relazione sullo stato del casale durante il suo mandato. Riporta note storiche, notizie interessanti sulla popolazione, lo stato delle strade, degli edifici, come apportare migliorie, ecc. Insomma, fornisce dati certi.
E come commenta Catalano? “La sua relazione non ci convince”.
Come! Dopo aver blaterato per 200 pagine di chiese su cocuzzoli di collina, di monaci fuggitivi, Papi che cavalcano asini (non spiegando cosa c'entrino con Afragola) e frati “poliziotto”, e tutto basandoti su mere supposizioni e pindariche interpretazioni dei documenti, te ne esci che l'unica relazione con dati oggettivi non ti convince? Eccerto: i dati concreti hanno il brutto vizio di essere per l'appunto, concreti e reali; e su di essi non si possono costruire castelli di sabbia e chiese volanti.


Mi fermo qui. Le ingenuità del Catalano sono evidenti, anche senza conoscere nei dettagli tutte le vicende locali. Ne ho riportate alcune, a mo' di saggio per far capire come è stata trattata la storia locale finora. Voltaire diceva che : “L'opinione è la regina degli uomini”. Gli pseudo storici di questa città l'hanno preso in parola.


martedì 15 luglio 2014

Santità, ci salvi dai suoi papolatri

“In occasione della finale tra Argentina e Germania, rimarrò rigorosamente superpartes per ovvi motivi”.

E' stato questo “pensiero” di Facebook ad aprire la mia timeline qualche giorno fa, prima della finale del Mundialito. A prima vista, potrebbe sembrare un messaggio inutile, e in effetti lo è.
L'autore si definisce “vaticanista”, cioè un giornalista che si occupa di vicende legate al Vaticano e al papato. A differenza dei suoi colleghi di cronaca nera, che a ogni ora si trovano fin troppo pieni di lavoro, o di quelli di cronaca sportiva, i quali possono sempre assistere a qualche amichevole fra le nazionali del Burundi e della Nuova Zelanda, egli deve riportare almeno un paio di volte la settimana notizie dallo Stato più piccolo del mondo, aggiungendovi piccoli scoop sempre graditi per i quali deve continuamente millantare rapporti con gole profonde e informatori ben addentro alle Sacre Stanze. Non dirò delle storielle, ora divertenti ora denigranti, sui rapporti che intercorrono fra tali informatori – e non si sa quanto informati – e i nostri eroi: bisogna avere un forte stomaco e nessun senso del ridicolo per farlo, e io non riuscirei a raccogliere informazioni sulla salute del Papa Benedetto vicino allo scaffale della carta igienica di un centro commerciale romano, alternando domande sulla pressione a quelle sulla delicatezza della carta sulle natiche, senza farmi una grassa risata o facendomi rosso per la vergogna.
Sì, certi incontri con gli informatori sembrano
presi da una puntata di "Ai confini della realtà"
Il mio contatto, tra l'altro, è pure uno di quelle che si vanta di avere contatti con alte sfere ecclesiastiche – anche se spesso non vanno oltre la sua piccola diocesi – e dunque capirete che non solo di squadre ci parla, ma anche di allusioni ai due principali inquilini dei Sacri Recinti. Laddove gli “ovvi motivi” sono ovviamente il timore di perdere il consenso di una delle due “squadre” - ratzingeriana e bergogliana – in cui si sarebbe diviso il campo da calcio mondiale che sarebbe la Chiesa. Quindi non si prende posizione per nessuno, avendo però cura di comunicarlo all'universo mondo e quindi agli informatori di entrambe le tifoserie papaline.
E' solo l'ultima, bizzarra prova del clima di paraculismo, ruffianeria, e ipocrisia che si è instaurato da più di un anno nel mondo di chi si occupa delle vicende degli inquilini dei Sacri Palazzi. Intendiamoci, esse c'erano già prima, come in ogni corte che si rispetti; ma dal marzo dell'anno scorso è come se ci fosse stato un rompete le righe, e certi atteggiamenti che prima erano manifestati nelle penombre delle sacrestie ora sono esposti al mondo reale per ricevere applausi, e virtuale per ricevere “mi piace”.

Oddio, non voglio denigrare la categoria. Provate voi a scrivere, per tutta la vita, di santi uomini dei quali talvolta si dubita della santità; a mostrare sorrisi e equilibrio, laddove vi verrebbe voglia di mandare tutti all'inferno; a indossare perennemente una maschera pirandelliana da buonista, da amante dei Papi, a gridare “Questo Papa è più innovativo dei suoi predecessori” e a gridarlo a ogni Papa, cosicché che innovativo risultino tutti, e l'ultimo è sempre quello più smart; a colloquiare con vescovi e cardinali e a sottolinearne il curriculum straordinario, salvo poi dimenticarli quando le loro “carriere” non sono più così folgoranti come all'inizio. E provate a fare tutto questo ora, con la situazione surreale di due Papi, e quindi a barcamenarvi nel vano tentativo di glorificare Francesco senza sminuire Benedetto. Un'impresa da incubo.
Da qui è iniziata la valanga
La maggior parte se ne esce con articoli melensi in cui dà un “bravo” a Francesco e un “lungimirante” a Benedetto, che ne avrebbe preparato le riforme e gli interventi: così tutti sono felici. E' il caso del mio contatto di cui sopra, tesi a non offendere nessuno per timore di dover fare la fila, come ogni buon cristiano, per baciare l'anello del Papa.
Altri aggirano il problema, approfittando del fatto che il Pontefice tedesco si sia ritirato in un monastero e quindi si dedicano a quello argentino, scrivendo articoli così proni da pensare che la serie pontificale sia iniziata adesso e non duemila anni fa. E' il caso del sito di informazioni Vatican Insider del quotidiano “La Stampa”: accanto ad articoli di alto valore, ne pubblicano altri così sbrodolosi da far ritorcere nella tomba la buon'anima di Benny Lai.

Altri ancora, una minoranza, hanno affrontato di petto la situazione dopo la sbandamento del febbraio 2013: commentano gli atti del Papa “pampero” e ne raffrontano l'azione con quella del predecessore bavarese, in maniera oggettiva e senza confondere le loro opinioni con le notizie, o semmai facendole intravvedere dalla particolare costruzione delle frasi, e dall'uso di sottili allusioni: è il metodo per “dir tacendo”. Costoro non hanno paura di perdere favori o informatori, vista la loro grandezza e la loro conoscenza vasta della Chiesa, centrale e periferica, e la loro lunga frequentazione dei protagonisti della Chiesa degli ultimi 3, e talora persino 5, pontificati. Non a caso non sono vaticanisti, ma giornalisti che si occupano di Vaticano, il che non è la stessa cosa. A questa categoria appartiene l'insuperabile Sandro Magister.

Ora, quando leggo status come quello dell'incipit; quando vedo che costui e altri suoi simili sono considerati dei veri conoscitori della Chiesa; quando vedo le loro foto in cui sembrano impazzire di gioia a farsi ritrarre in compagnia di cardinali e scrivere che essi sono loro amici; ecco, mi viene un forte senso di sconforto, e mi domando: ma a che punto siamo arrivati? Come mai quelle stanze, dove non si entrava se non con timore reverenziale, ora sono diventate un'anticamera di una corte dei miracoli in cui simili pagliacci hanno accesso? Dov'è che si è sbagliata strada e si è finiti quaggiù, in un mondo dove ignoranti che ignorano la storia tremenda e meravigliosa della Chiesa sono accreditati come sapienti? In un mondo dove costoro scrivono continuamente che amano il Papa, si preoccupano del Papa, parlano col Papa, e non parlano mai di Cristo o della fede cattolica, e arrivano perfino a minacciare di scomunica (loro, dei laici!) chi osa avanzare riserve sugli atti del Papa?

Un colpo al cerchio, e uno alla botte


Santità, mi rivolgo a Lei. 
Rimasi sorpreso quanto questi lecchini che ora La adornano quando Lei si affacciò dalla Loggia delle Benedizioni, ma a differenza loro non griderò “Il Papa è dimesso! Lunga vita al Papa!”. Non dirò di quello che penso su quanto ha fatto finora: chi sono io per giudicarla? Ma Le chiedo una grazia: liberi le Sue stanze da questi parassiti, cacci via a pedate questi ignoranti dalle mura leonine, e vieti loro di presentarsi a lei, perché non se ne può più. Per un cristiano che li applaude, ce ne sono 4 che si domandano come lei si faccia fotografare assieme a loro. Magari non saranno 4 cristiani coerenti e frequentanti, ma almeno essi a quel Dio di cui Lei è il Vicario ci credono, e quando Lei terminerà la Sua missione – ci auguriamo con la cesura di sorella morte – non correranno subito da tutti i cardinali elettori per farsi la foto col “Papa prima che diventasse Papa”, come fece uno di loro nel 2013. Liberi il Vaticano da questi papolatri, che blaterano di umiltà e sono più arroganti del fariseo in piedi nel tempio: sarà la prima, vera riforma del suo pontificato.

Per l'articolo sulla doppia canonizzazione papalina
http://vetusetnovus.blogspot.it/2014/04/bergoglio-i-papi-santi-e-quella-strana_27.html

giovedì 10 luglio 2014

Il Tempo scorre...

Il Tempo passa, e la Natura cambia intorno a noi, troppo distratti per accorgercene. A volte però basta poco, come un anonimo albero, per ricordarci che la sabbia nella Clessidra dell'Universo non cessa mai di scorrere. 

Novembre 2013










 Gennaio 2014
 Aprile 2014
Giugno 2014

sabato 5 luglio 2014

Storia (semplificata) di Afragola - II parte

Qui il link della I parte


La calma portata al vertice del Regno dalla dinastia Sveva (1197 – 1265) e in particolare, lo stimolo allo sviluppo economico dato dal Re e Imperatore Federico II (1220 – 1250), permisero innanzitutto di portare a compimento il prosciugamento del Clanio, uscito dal suo alveo intorno al Mille. Anche la città fu interessata da questa rinascita agricola, e i possidenti maggiori iniziarono la costruzione delle masserie, che prendevano il nome da essi (come nel caso dell'area a nord di Napoli) o dalla località in cui sorgevano (più frequentemente in Puglia).
Agli inizi del Duecento, il casale di Afragola presentava un centro demico compatto, costituito dai villaggi gravitanti intorno alle chiese di Santa Maria e San Giorgio (e corrispondenti pressapoco agli attuali quartieri di: Santa Maria, Rosario, Ciampa e San Giorgio), un nucleo di case sparse poco lontano da S. Giorgio, costituente Casavico, un ampio bosco a sud est, all'interno del quale sorgeva la chiesa di San Marco, case sparse a sud presso Arcora e Salice, e vaste campagne a nord est, con le ricordate masserie.
S. Maria d'Ajello
Quindi ci troviamo di fronte a un centro che è poco più di un villaggio, non circondato da mura e quindi definito “casale”, e considerato più come una propaggine di Napoli che come entità a se stante. Le attività principali sono ovviamente legate al mondo agricolo, soprattutto con la coltivazione del grano, che copre ampi brani del nostro territorio. Lo sconquasso al vertice dello Stato, con la sostituzione della dinastia Sveva con quella Angioina (1265 – 1458) ha conseguenze indirette anche qui: Arcora, villaggio posto in direzione di Napoli, viene completamente abbandonato; le imposte aumentano, per rimpinguare le esauste casse del Regno; e soprattutto, il feudalesimo assume dimensioni pressochè totali nel casale, chiamato in questo periodo alternativamente Villa Afragorum, o Afraore.
Non sappiamo precisamente quando, ma è in epoca angioina che viene fondata l'Università, ente statale retto dai possidenti del casale, con limitati poteri di autogoverno. Intanto, la parte orientale del casale era oggetto degli abusi del barone, che dalla metà del Trecento appartiene ininterrottamente alla famiglia Bozzuto.
Nel 1576, l'Università a richiedere il Regio assenso per la compera della parte del casale tenuta dal barone Paolo Bozzuto, corrispondente all'attuale area di san Giorgio. Fu una mossa dettata da una situazione imprevedibile: Bozzuto aveva chiesto a sua volta, poco prima, di rendersi unico signore del casale ( al netto dei terreni che appartenevano, e in alcuni casi appartengono ancora oggi, al Capitolo della Cattedrale di Napoli). In tal modo tutto il casale passò al Regio Demanio.
Tomba di Matteo Arcane
Siamo alle soglie del Seicento: le industrie di A. sono quella della fabbricazione dei cappelli e dei tessuti. La canapicoltura e l'agricoltura in genere sono le occupazioni principali degli abitanti. A. si identifica con Napoli, e difatti i casali a settentrione di questa ne sono parte integrante. Questo il motivo del perché, in linea generale, si registrano pochi eventi, se si escludono fatti di sangue: durante il secolo XVII, due afragolesi finiranno sotto i processi dell'Inquisizione, mentre i parroci denunceranno nei loro libri la sempre più costante presenza di squadre di campagna, vale a dire bande organizzate in lotta fra loro. Il secolo barocco origina anche il primo afragolese vescovo: Marco Baccina, vescovo di Trevico in Irpinia alla fine del secolo. Nel Settecento, inizia un periodo di rinnovamento artistico: le chiese di Santa Maria e San Giorgio sono restaurate e allargate ( nel caso della seconda, persino rifatte da capo), e l'ondata barocca investe persino palazzi civili e piccole cappelle: è in questa occasione che viene messa a nuovo, per la prima volta a quel che si sa attualmente, la cappella della Scafatella, ultimo lembo afragolese prima di Acerra.
La Scafatella
Evitato di nuovo il rischio di cadere nella feudalità (rischio che divenne realtà invece per la vicina Fratta), A. affronta l'epopea napoleonica spaccandosi nettamente in due: la fazione giacobina innalza l'albero della libertà in Piazza dell'Arco, poi Piazza Municipio, in prossimità della pietra detta “basolo bianco”; quella reazionaria prende il sopravvento e condanna a morte i rivoluzionari, che in gran parte fuggono.

Storia (semplificata) di Afragola - I parte.


Resti del villaggio preistorico, foto di Paolo Sibilio.

La Campania, e in particolare la regione dell'entroterra di Napoli, è stata crocevia di popoli e culture ben da prima dello sbarco dei Greci su Megaride nel VI secolo a. C. Si può dire, però, che mentre il litorale abbia avuto fin da subito una caratterizzazione greca ben definita e costante nei secoli ( a Napoli il greco sarà la lingua ufficiale e poi ufficiosa fino al Ducato bizantino nel X secolo), l'entroterra è stato soggetto a cambiamenti, incontri e scontri tra culture diverse, di volta in volta egemoni.
Questo discorso vale per Afragola più che per altre realtà: la posizione “mediana” fra il mondo greco a sud (Parthenope, Pitecusa, Cuma), quello osco a nord ( Suessola ) e quello poi sannita a est, ne faceva un territorio di confine dunque di “melting – pot” culturale. I primi insediamenti demici nel territorio della futura Afragola risalgono all’Età del Bronzo, al XVIII secolo a. C., secondo quanto risulta dai ritrovamenti archeologici di un villaggio nell’attuale contrada Quattrovie. Il villaggio fu sepolto dall’eruzione vesuviana delle Pomici di Avellino, 3780 anni fa, e fu ritrovato nel 2005 in seguito agli scavi dell’area del TAV (leggi: LINK). E’ quindi da riconsiderare l’origine greca dei reperti ritrovati, seppur la scoperta getta nuova luce sugli avamposti commerciali e demici dell’entroterra napoletano. Evidentemente, il territorio di quella che poi sarà Afragola si presentava, proprio per la sua caratteristica di confine fra due mondi, a scambi commerciali che non potevano avvenire altrove. 

L’area fu successivamente abitata o almeno frequentemente visitata anche dai Sanniti, come ci testimoniano i ritrovamenti archeologici avvenuti in passato, dall'Ottocento a oggi, e in particolare quelli degli anni Sessanta del secolo scorso nella località Cantariello. Il più importante di questi reperti è una tomba a doppia cassa, che conteneva gli oggetti di lavoro dell'ospite, più alcuni monili e dipinti. Tale ritrovamento è importante ai fini della ricerca, poichè indica anche che un certo tenore di vita agiato era stato raggiunto in quest'epoca. Oggi è esposta al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Del periodo dei Romani restavano, fino a circa 50 anni fa, poche ma significative tracce: un'ara commemorativa, indicativamente del I secolo d. C. poichè riportava il nome di Cesare Augusto, usata per secoli come abbeveratoio nella zona di San Marco, per poi essere distrutto a metà del Novecento per formarne del brecciame per il rifacimento delle strade dal locale comando dei Carabinieri (!) ; resti di 3 colonne romane, di cui ne è attualmente sopravvissuta una sola, nel quartiere San Giorgio (leggi: LINK); e la famosa Pietra di San Marco, che è quanto rimane forse di un antico altare ed è attualmente incastonata dietro la chiesa di San Marco in Sylvis. Caduto l'Impero d'Occidente, venne meno anche un'autorità statale in grado di garantire la sicurezza del territorio,e così la campagna si spopolò. Il Clanio, unico corso d'acqua delle vicinanze, privo di manutenzione regolare degli argini, si impaludò,e l'area attorno diventò invivibile. Per circa mezzo millennio c'è una totale assenza di fonti relative al nostro territorio.

In evidenzia gli assi viari di presunta origine romana.

I pochi abitanti si radunarono in villaggi sparsi,di cui oggi restano solo i toponimi: Arco Pinto, Cantarello, Salice, Arcora. Essi sono segnalati e identificati dal Castaldi nelle sue "Memorie". Arco Pinto si trovava a nord - ovest dell'attuale territorio e si pensa che sorgesse nei pressi di un arco dell'acquedotto romano, toponimo che del resto si trova in altre zone della città (come Piazza dell'Arco) e dell'area attorno a Napoli (come Pomigliano d'Arco). Cantarello era a sud- est, identificato con il sito dell'attuale cimitero. Il Salice e Arcora sono oggi in territorio di Casalnuovo; del secondo resta a memoria la chiesa di Santa Maria dell'Arcora, risalente al periodo medievale,che si trova appena usciti da via San Marco sul Corso Umberto I di Casalnuovo. Tali villaggi di piccole dimensioni iniziarono a svuotarsi in concomitanza della nascita di tra centri di dimensioni più grandi,che corrispondo ai tre quartieri più antichi della città: Contrada Regina (poi quartiere di Santa Maria), San Marco e San Martino ( poi San Giorgio). Proprio in questo periodo nasce anche il toponimo AFRAORE, ben prima quindi dell'anno 1140,indicato come nascita del casale. La fondazione da parte del re Ruggero prende il via dalla prefazione di un certo “Bocrene”alla terza edizione, nel 1682, di un poemetto di stile rozzo, attribuito al frate Domenico de Stelleopardis che lo avrebbe scritto nel 1390. La prefazione seicentesca afferma che il re Ruggero donò nel 1140 a 10 famiglie, ci sui si fanno anche i nomi, il territorio in cui sarebbe sorta la nostra città. Tale prefazione si rifà a uno scritto di un parroco di San Marco del finire del Cinquecento (che riporta la data ma non i nomi delle famiglie), e né il parroco né “Bocrene” che ne riprende le parole un secolo dopo ci dicono da quale fonte prendano il 1140 come data di fondazione. Dobbiamo quindi concludere che tale datazione sia erronea, e che Afragola si sviluppò come accentramento di più villaggi vicini nel corso dei secoli. Verso il Duecento, un primo nucleo compatto della città era tuttavia già presente.

Seconda parte: LINK