sabato 14 giugno 2014

Quei campi ardenti nel cuore della Campania - parte II

Lasciato il lago d'Averno e il suo carico di misteri che si perdono nel passato, mi avvio per il faro di Capo Miseno. Il tragitto è lungo, ma perlomeno oggi non c'è traffico ( è un giorno feriale, niente vacanzieri). Percorrendo il litorale, è come se mi tuffassi nei secoli che furono: ecco Bacoli, ecco Baia e il suo castello aragonese – un giorno lo visiterò – eccomi a Monte di Procida. Qui venni un'unica volta prima d'oggi: fu una sera dell'estate 2007, con due amici conosciuti nel mio anno di pausa “forzata” dagli studi, Fabio ed Egizia, di recale l'uno, e di Pozzuoli l'altra. Mangiammo una pizza in un bel localino, e nonostante fosse luglio, venne a piovere a dirotto. Ricordo che ci divertimmo, e ci riproponemmo di replicare all'inizio della mia avventura universitaria, l'anno seguente. Così però non fu, e perdemmo progressivamente i rapporti. E ora? Dove saranno loro? Che strade della vita hanno percorso, e dove li hanno condotti? Mentre cerco di raccapezzarmi per la via del faro (come al solito non si cono indicazioni stradali) penso a loro e agli anni che sono passati, e a quella cena così divertente. Non credo che li rivedrò più.
Faro di Capo Miseno visto dalla scalinata
Finalmente giungo alla mia destinazione, Miseno. Anche qui la geografia si confonde con il mito. Miseno, timoniere di Enea, morto in seguito ad avversi fati, fu qui sepolto dall'eroe virgiliano, e tale fu il suo tumulo da creare un promontorio, Capo Miseno appunto, che fune da spartiacque fra i golfi di Pozzuoli e Gaeta. Mi fermo poco qui: il faro non è ovviamente accessibile, e inoltrandomi per una scala tra la vegetazione, i troppi anni di vita sedentaria iniziano a farsi sentire, e quasi subito inizio la discesa. Non prima però di aver fatto una foto alle isole Ischia e Procida, che sembrano vicinissime viste da qui. Torno indietro per l'unica strada che collega al faro e che attraversa una galleria stretta e sporca, e rivedo i ruderi romani già visti all'andata, ma non sono in grado di verificare a quali vestigia corrispondano. Metto la foto, qualcuno più esperto saprà riconoscerli.
Resti romani da me non identificati
Mi fermo a mangiare in un ristorante, che sembra una specie di bazar versione italica. Mangio fritture che sanno di plastica e una pizza che si salva solo per l'aglio, mentre nella sala semideserta la cassiera vaga annoiata e fuori alcuni vecchi prendono il sole delle 14. Io, che odio il caldo oltre i 30 gradi e sopratutto detesto mettermi in movimento a pancia piena nelle ore più calde del giorno, mastico lentamente, solo per far passare il tempo, e mi informo sulla mia prossima e ultima meta: la Solfatara di Pozzuoli.

Come al solito, non ci sono indicazioni: mentre i cartelli invitano allettanti a proseguire verso l'anfiteatro romano, nessuno indica il sito del vulcano. Vado alla cieca, e a un certo punto invece della vista, uso l'olfatto. Infatti nell'aria si spande l'odore di uova marce, tipico della mia meta, e così arrivo a destinazione a colpo sicuro! Venni qui la prima volta con un amico, Marco, nel maggio 2008, in un giro similare per i Campi Flegrei. Allora ricordo che pagammo 5,50 euro; oggi il costo del biglietto d'ingresso è di 8: la crisi tocca anche le emissioni sulfuree del vulcano...
Ingresso della Solfatara
Entrando, sembra tutto normale: c'è un boschetto attraversato da un sentiero, turisti che camminano pigramente, e solo le alte pareti del bacino, corrispondenti alle “sponde” della caldera, ricordano di stare in un vulcano. Camminando per il sentiero, si nota a un certo punto il terreno farsi biancastro, e i fusti scomparire come tagliati di netto. Intanto, un rombo lontano mi arriva alle orecchie, ma non posso ancora identificarlo. Spunto all'improvviso in una specie di radura bianca come il calcare: vedo palizzate che contornano una circonferenza interna, un cartello giallo che mi segnala le temperature del luogo, e lassù sulla cresta dei palazzi. Sono arrivato al centro della Solfatara!

Ora capisco come potessero trovarvi l'accesso agli Inferi, gli antichi. Strabone, nel V libro della sua Geografia, affermava che qui Efesto, il divino fabbro dell'Olimpo, aveva la sua officina (nell'etna invece era la sua residenza), mentre Petronio, nel suo Satyricon, testimonia: “Vi è un luogo posto nei campi tra Partenope e Dicearchia, bagnato dalle acque del Cocito: il vapore che si sprigiona, si spande con calore mortifero. Non in autunno questa terra verdeggia, non fa crescere l'erba il fertile campo”.
Lago di fango ribollente
In una pozza, vedo quella che sembra acqua che bolle: in realtà è fango, esposto a una temperature di 150 C!. Dal suolo, poi si alzano piccoli sbuffi di vapore da alcune gobbette verdastre: sono le fumarole, piccoli getti di vapor acqueo emanati dai vulcanetti di zolfo, che danno la tipica colorazione al terreno. Come notai l'altra volta, le fumarole non spuntano ovunque, ma solo da queste piccole formazioni, il resto del suolo è “calmo”...anche se non si sa quanto si possa essere tranquilli sapendo di essere sospesi sopra la bocca di questo canale di fuoco e gas. Non fosse per la temperature elevata delle 4 del pomeriggio, di certo innalzata anche da questi forni naturali, crederei di essere in Islanda, la terra dei geyser. Intanto, individuo la fonte del rombo che mi arrivava alle orecchie fin dal boschetto: laggù, oltre la palizzata, si innalza una colonna di fumo che quasi subito si disperde nell'aria, talmente potente da rimbombare ovunque. E' la cosiddetta Bocca Grande, il maggior sfintere del posto.
Vero la Bocca Grande...

Le pietre rosse, gialle e arancio che circondano l'apertura sono dovute al realgar, minerale di colore rossastro, proveniente dal sottosuolo. La temperatura è infernale, e il gas che esce di continuo dalla Bocca crea un'atmosfera tipo Silent Hill, e investe me e gli altri turisti senza possibilità di scampo.
E' qui che l'atmosfera infernale raggiunge l'acme, per ambiente e cromaticità: il bianco del suolo argilloso – siliceo, il grigio del fango ribollente, il rosso – giallo delle pareti e delle rocce, il giallo citrino dei cristalli di zolfo...Tutto contribuisce a pensare che il tempo si sia davvero fermato a Petronio, e a quei romani che qui venivano per curarsi i reumatismi presso la fangaia o presso le piccole grotte scavate nella roccia, e adesso coperte dalle stufe dell'Inferno e del Purgatorio.

Bocca Grande. Notare la colorazione delle rocce

Il sole tramonta dietro il contorno frastagliato della caldera della Solfatara. Il tempo a disposizione per questa giornata, e per questo reportage, è terminato. Mentre mi avvio all'uscita e al ritorno al mondo moderno, indulgo ancora qualche minuto a osservare il gas furioso che esce dalla Bocca Grande. Da quasi 4000 anni la Solfatara è attiva, senza interruzioni, fregandosene del succedersi degli inquilini presso le sue sponde, del bradisismo, del ciclo degli anni.
Da 40 secoli la Solfatara ci testimonia come siamo irrilevanti, appena un battito di ciglia, davanti ali tempi della Terra.

Solfatara o Silent Hill?

2 commenti:

  1. Complimenti! Trovo molto interessante il tuo articolo. Il paragone della solfatara con Silent Hill è davvero sorprendente, devo notare che l'ambiente è abbastanza simile.

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    1. Grazie. Volevo aggiungere anche Cuma, ma sarebbe venuto fuori un saggio, non un articolo. Sarà per un'altra volta.

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