venerdì 30 maggio 2014

La chiesa della Scafatella ad Afragola


Cappella rurale di Santa Maria di Costantinopoli, detta Scafatella, ad Afragola
Terra di antica evangelizzazione, la Campania presentava fino a un secolo fa un territorio agricolo punteggiato da numerose cappelle e chiese rurali. Ma di esse rimangono pochi ricordi e ancor più pochi esempi. Lo sviluppo demografico postbellico ha portato a un'esplosione edilizia che ha avuto spesso effetti deleteri, modificando o facendo sparire del tutto le campagne.
Ad Afragola l'unica cappella rimasta è quella col titolo di “Santa Maria la Nova”, chiamata anche col dicatum “Scafatella”.

Origine e titolo

Si tratta dell'unico edificio sacro non ancora incorporato dal tessuto urbano, costruita per dare un punto di riferimento ai numerosi contadini che un tempo lavoravano nelle campagne orientali. Della sua origine e del suo committente non sappiamo nulla, ed è dai registri della Visite degli arcivescovi di Napoli presso la parrocchia di Santa Maria d'Ajello ( di cui la cappella è una rettoria) che troviamo le prime, scarne notizie sul tempio, spesso ridotte a semplici annotazioni.
Non è un caso raro, questo: nei secoli soprattutto medievali, la fondazione di un tempio permetteva una polarizzazione attorno ad esso della popolazione sparsa fra i pagi. In tal modo si poteva attuare un controllo capillare sugli abitanti del contado, e ciò si rivelava un'ottima occasione di elevazione sociale per le famiglie fondiarie prive di ascendenza aristocratica. La chiesa garantiva la cura d'anime che altrimenti sarebbe stata impossibile in aree così lontane dalle città, e garantiva il popolamento (o il ripopolamento) di zone disabitate, per il vantaggio del signore che si garantiva in tal modo manodopera per i suoi terreni.
Il campanile a due fornici della cappella
I nuovi templi erano dotati dai committenti, che potevano essere signori o complateari (cioè fedeli di una zona), ed erano da questi affidati a un sacerdote di loro scelta. Costui era indipendente dal clero diocesano, pur non potendo amministrare tutti i sacramenti, diritto che spettava al vescovo nella cui diocesi la chiesa ricadeva. La prosperità di queste chiese dipendeva dalla dotazione iniziale e dalle offerte dei figliani, spesso insufficienti per sostenere il clero. Si ricorreva dunque alla cessione di benefici individuali, consistenti nel diritto di percepire in perpetuo i frutti di un patrimonio ecclesiastico, in cambio dell'adempimento di obblighi di culto sacro,come la celebrazione di un certo numero di messe di suffragio. Tali benefici erano stipulati per garantire al clero rurale il proprio mantenimento,ed erano soggetti al divieto di cumulo con altri benefici. Essi erano solitamente erogati dalle signorie fondatrici, in modo da non perdere il controllo della chiesa, e a partire dal XVI si trasformarono progressivamente in giuspatronati laicali.
Con il passaggio dall'Alto al Basso Medioevo, e la rinascita delle città e dei casali, le chiese e cappelle rurali persero il loro ruolo di polo accentratore delle masse, e vennero abbandonate, insieme ai villaggi con cui erano sorte, e gli eventuali benefici ad esse annesse erano decaduti o trasferiti ad altri templi. Non tutte, ovviamente, seguirono tale destino: alcune sopravvissero, come la Scafatella, divenendo luogo di culto per i contadini nei periodi estivi, quando i lavori nei campi diventavano più duri, e diventavano punti di riferimento per nuove suddivisioni territoriali basate sulle masserie, una nuova struttura aziendale di tipo agricolo, sviluppatesi soprattutto nel Meridione italiano. Spesso, tuttavia, ciò portava alla perdita delle antiche funzioni ecclesiali, essendo adoperate perlopiù come magazzini per le derrate alimentari o stalle per il bestiame. Dal XVI secolo, in alcune fonti vengono indicate anche le figure degli eremiti, custodi di questi templi vetusti.
La cappella afragolese deve aver subito lo stesso percorso ( non abbiamo fonti per dare certezze) e deve essere sorta con ogni probabilità intorno al XIII secolo, essendo che, pur ricadendo nel distretto parrocchiale di San Marco, istituito nel 1356, appartiene da sempre a Santa Maria d'Ajello. Alcune evidenze, tuttavia, portano a considerare l'attuale costruzione come databile al più al XVI secolo.

Citata come Santa Maria la Nova nelle succitate Sante Visite (come in quella del cardinale Giacomo Cantelmo nel 1698), è conosciuta anche col titolo di "Madonna di Costantinopoli", che apparteneva anche a un'altra chiese afragolese, di cui restano solo le mura (vedi QUI) Non ci sono fonti a supporto, ma ritengo che il titolo sia passato alla cappella in seguito alla distruzione della chiesa del Salice. Il curioso termine “scafatella” (che significa sia “vaso” sia “piccola barca priva di vela”) si pensa derivi dal fatto che per raggiungere la zona dove sorge, in occasione di allagamenti, si dovesse far uso di piccole imbarcazioni, delle “scafatelle” appunto, appellativo poi passato a indicare la chiesa stessa (altri avanzano l'ipotesi che si possa riferire ai vasi di terracotta ritrovati in zona).
Per raggiungere la chiesa si deve percorrere tutta via Arena, o la strada provinciale Capomazzo, in modo da trovarsi all'incrocio fra il sentiero che porta all'edificio e l'ingresso al parco commerciale "Le Porte di Napoli".

Descrizione

La sua posizione marginale, al confine con la città di Acerra, ha avuto la duplice funzione di isolarla sia dal resto del circuito ecclesiastico presente nella nostra città, sia di preservarla da restauri non necessari.
La cappella presenta una facciata piatta e adornata solo da due grandi nicchie, con pochi lacerti di affreschi, che un tempo dovevano rappresentare San Pietro e San Paolo. Al loro interno, sono visibili monofore murate, che tradiscono l'origine medievale del tempio (un'altra è presente sul lato sinistro). Sopra l'ingresso, in un'edicola, è presenta l'immagine della Madonna che salva la città di Costantinopoli da uno spaventoso incendio. Caratteristica principale della chiesa è il campanile a vela a due fornici, privo di campane, che rappresenta un unicum nel panorama degli edifici sacri afragolesi. La facciata presenta inoltre tre epigrafi marmoree: una del 1961, che testimonia la donazione di 100000 lire fatta da Criseide Gargiulo a favore della chiesetta; le altre due della famiglia dei custodi, Pietro Russo nel 1925 e il nipote Pietro catalano, morto nel 2009 nella cappella. 
Sant'Isidoro Agricoltore
Appena entrati nell'unica navata, terminante con un abside semicircolare, alle pareti troviamo affreschi rovinati risalenti alla metà del Settecento, opera del pittore afragolese Giovanni Cimmino: a destra “
Sant'Isidoro Agricoltore, santo spagnolo dell'anno Mille protettore degli agricoltori, rappresentato come un vecchio contornato dagli angeli, e a sinistra la “Vergine di Foggia, episodio che ritrae l'apparizione miracolosa della Madonna a Foggia sopra un albero, con accanto una pentola di olio e ai piedi un nobile e un contadino. Entrambe le opere sono rovinate dalla forte umidità del luogo, ma sono ancora recuperabili. Dietro l'altare, troviamo una copia dell'affresco originale del XVI secolo della Madonna con Bambino, il cui ritrovamento è un vero e proprio caso. Infatti, negli anni Sessanta esisteva un affresco con diverso soggetto risalente al Settecento, che però fu rubato e mai più ritrovato; andando a rompere la parete durante alcuni lavori in un pomeriggio domenicale, come mi fu riferito da Michele Tuccillo, con una "sciammarella" (piccola picozza), fu ritrovato questo più antico, ora conservato in Santa Maria d'Ajello e portato in processione durante la festa dell'Ascensione. Una porticina sulla destra ci porta alla sagrestia e quindi al locale superiore, che scopriamo essere una vera e propria camera.
La Vergine di Foggia
Difatti, fino al secolo scorso, la cappella fu custodita da un eremita, che qui risiedeva e curava l'edificio. Da secoli
la famiglia Russo, ora Catalano, custodisce e tiene in buone condizioni sia l'edifico quanto lo slargo antistante.

Affacciandosi dalla piccola finestra della stanza, si gode di un panorama unico: in un solo sguardo, l'occhio spazia dalla mole azzurra del Vesuvio, alle fronde degli alberi della campagna, al campanile di Santa Maria d'Ajello, che nei lunghi pomeriggi estivi di solitudine, doveva ricordare al custode la sua missione in quelle terre dove, dopo il tramonto, non c'era nessuno.
Un luogo legato al passato agricolo della nostra città, a una vita dure e trascorsa in gran parte tra le fatiche della terra, ma in cui c'era un'attenzione non indifferente per il sacro. Mezzo millennio dopo l'intuizione dell'anonimo committente, la Scafatella si presenta degradata in un contesto degradato, ma ancora resiste, nonostante indifferenza e restauri malcondotti, dimostrando una volta di più come l'arte può sopravvivere non solo agli autori, ma anche ai suoi cultori.



Icona della prima metà del Cinquecento della Madonna con Bambino, ritrovata nella Scafatella





domenica 25 maggio 2014

Il Sebeto, il fiume di Napoli

Molte volte, da questo blog, ho criticato lo scempio cui è stato sottoposto il nostro territorio da parte di amministratori incapaci e gente senza alcuno scrupolo verso l'eredità paesaggistica e storica lasciataci dai nostri avi. In un precedente articolo, si parlò della rinascita del Riullo, affluente del fiume Clanio (leggi: LINK), riemerso nelle terre di Acerra dopo decenni di emungimenti da parte di industrie sulla collina di Cancello. In un altro, a proposito di Napoli, sottolineai la malinconia che assale visitandone i meandri (leggi: LINK).
Questa volta tratto invece di un fiume ben più importante, ma di cui le tracce erano così labili già in epoca moderna da far persino dubitare che sia mai esistito: il Sebeto, il fiume di Napoli.

Il corso del fiume

Gli studiosi sono concordi nel dire che il Sebeto fosse un corso d'acqua naturalmente perenne che nasceva dalle sorgenti della Bolla presso Tavernanova, a Casalnuovo. Secondo l'abate Teodoro Monicelli, che scrive nella prima metà dell'Ottocento, esso scaturiva da 4 punti, che andavano poi a incanalarsi nella Casa dell'Acqua, edificio cinquecentesco ancora esistente tra Casalnuovo e Volla.
Cartina di A. Baratta (1618)
Era dunque un fiume di risorgiva, ed era alimentato anche da altre sorgenti, come quelle di Lufrano, che man mano incontrava nel suo percorso. Da Casalnuovo scorreva seguendo il pendio verso Volla, Ponticelli e forse all'altezza di Barra si divideva in due rami: uno svoltava verso occidente andando a perdersi nell'area dell'attuale Piazza Municipio a Napoli, l'altro proseguiva la sua corsa fino a incontrare il Mar Tirreno sotto il Ponte della Maddalena. Tale supposizione si deve alla diversa posizione che alcuni fonti assegnano al fiume.

Fonti antiche

Il primo ad accennare del Sebeto fu Virgilio nel suo capolavoro, l'Eneide. Nel Libro VII dell'opera, ai versi 733 – 736, il poeta scrive: “Nec tu carminibus nostris indictus abibis, Oebale, quem generasse Telon Sebethide nympha fertur, Teleboum Capreas cum regna teneret, iam senior”. Cioè: “Né tu sarai ignorato nei nostri versi, o Ebalo, che Telone generò, si dice, dalla ninfa Sebetide, quando dominava su Capri regno dei Teleboi, ormai vecchio”. Virgilio non parla di fiume, ma di ninfa del Sebeto, e lo fa in riferimento all'eroe Ebalo, di cui la ninfa era madre.
Poco dopo, nel I secolo d. C., Lucio Columella, autore spagnolo ma con vaste proprietà agricole in Italia, nel Libro X della sua opera De re rustica (40 ca.), descrivendo le produzioni agricole dei vari centri della Campania, scrive al verso 135: “Doctaque Parthenope Sebethide roscida lympha”. Cioè: “E la dotta Partenope irrigata dalle acque del Sebeto”.
Papinio Stazio, parlando di Partenope, scrisse nel Libro I delle Silvae (90 ca.): “Di gloria immortale vedrò il Sebeto per te, più gonfio andar festoso al mare (..). Il Sebeto vada orgoglioso per la bellezza di colei che nutrì”. Qui il Sebeto è indicato come fiume, e precisamente come corso d'acqua che nutre Partenope, l'antica colonia greca di cui già parlammo in questo blog.

Semplici citazioni, ma che situano geograficamente il fiume nell'area napoletana. La conferma dell'esistenza del corso d'acqua e della sua ubicazione ci viene anche dal ritrovamento di una moneta greca del V o IV secolo a. C., che riporta la scritta “Sepeithos” sul fronte e “Neapolites” sul recto: l'immagine riportata, quella di un giovane con un corno in fronte e i capelli trattenuti da una bandana, rappresenterebbe il dio fluviale partenopeo “Sepeithos”; tale termine greco indicherebbe tanto “andar velocemente”, tanto “marcire” secondo diverse scuole di pensiero, e sarebbe poi stato latinizzato in “Sebetho”. Questa parola ricorre infatti in un’epigrafe in marmo di età imperiale, rinvenuta scavando nei pressi di Porta del Mercato: rappresenta un tempietto in onore al Sebeto che porta la scritta “P. Mevius Eufychus aedicolam restituit Sebetho” a testimonianza del fatto che P. Mevio Eutico consacrò un'edicola al fiume.
Fontana del Sebeto (1635)
Largo Sermoneta a Mergellina
Nel Medioevo la memoria del fiume venne a perdersi, e ce lo testimonia Giovanni Boccaccio, residente a Napoli in pieno Trecento per affari finanziari della sua famiglia. Nel trattato De Fluminibus, afferma: “ Sebethus, ut quidam dicunt, Campaniae fluvius est apud Neapolim...”. Cioè: “Il Sebeto, come alcuni dicono, è un fiume della Campania presso Napoli...” aggiungendo subito dopo di non averlo mai visto nella sua permanenza nella capitale perché neppure gli abitanti sapevano dove si trovasse. Francesco Petrarca, anche lui a Napoli presso la corte di Roberto d'Angiò a metà Trecento, afferma di aver trovato appena un rigagnolo che scorreva tra le vie. Evidentemente nel corso del millennio che separa Stazio e Columella da Boccaccio e Petrarca, la portata d'acqua del fiume si era talmente ridotta da degradarlo a mero canale costretto fra le abitazioni di una città già allora afflitta da un impressionante aumento demografico.
Un secolo e mezzo dopo, il Sebeto fu citato non più come entità fisica ma come elemento poetico: Giovanni Pontano, nella sua Lepidina (1496), afferma che il Sebeto fosse un dio innamoratosi della sirena Partenope, e che al rifiuto di questa del suo amore, si sciolse in un...fiume di lacrime! Dello stesso periodo è la citazione che Jacopo Sannazzaro fa del Sebeto nella Prosa XII della sua Arcadia: il fiume trasformava in un paradiso arcadico la terra che bagnava. Ancora nel 1635 fu realizzata la fontana del Sebeto, opera di Cosimo Fanzago, fatta erigere dal vicerè spagnolo Manuel de Zuniga y Fonseca, conte di Monterey: è ripresa la tradizione del dio fluviale, non più giovane ma anziano e con una lunga barba, disteso su un fianco. La fontana si ammira tuttora a Largo Sermoneta a Mergellina, poco prima dell'inizia della salita di via Posillipo.

                                                                   Il Sebeto oggi
Il Sebeto riemerso a Casalnuovo nel 2009

Negli Anni Trenta dell'Ottocento, l'abate Monicelli scriveva di aver esplorato più volte l'area attorno alla Bolla fin quasi a ridosso del Monte Somma senza trovarvi quelle grotte in cui già a suoi tempi si diceva che nascesse il fiume. Suppose quindi che esso fosse alimentato da più bocche, di cui riuscì o ipotizzò la posizione. Testimonia inoltre che nel 1822, in occasione di una perdurante siccità che aveva asciugato le riserve idriche dei paesi vesuviani, l'intendente di Napoli ordinò che si sondasse il sottosuolo per ritrovare il Sebeto e ripulirne il corso per aumentare l'acqua a disposizione. Da ciò deduciamo che, benché si siano perse le tracce del corso del fiume, la sua memoria era ancora viva nelle popolazioni dell'area orientale di Napoli. Con lo scavo del Fosso reale (canale di scolo delle acque ristagnanti) e i continui emungimenti, il fiume venne del tutto privato dell'alimentazione idrica, e scomparve del tutto. O quasi
.
E' possibile attualmente osservare questo mitico fiume in due punti, e in due condizioni molto diverse tra loro.
Nel 2009, durante gli scavi per la costruzione della piattaforma del TAV a Casalnuovo, in località Tavernanova, emerse improvvisamente dal sottosuolo acqua di risorgiva. Le proteste di alcuni abitanti ivi residenti, che denunciavano allagamenti continui, convinsero a operare pompaggi per estrarre l'acqua. Ma ci si avvide che il flusso era continuo e non cessava nonostante i continui sforzi.
Il Sebeto riemerso a Casalnuovo nel 2009
L'azienda del TAV, per non ritardare oltre i lavori, fece realizzare una serie di condotti a cielo aperto per lo scolo dell'acqua che sgorgava di continuo, e che continuavano fino a
via Filichito all'estremo confine fra Casalnuovo e Volla.
Ciò ha prodotto negli ultimi anni, la creazione di un habitat naturale tipico degli stagni: canne, bisce, rane, pesci hanno cominciato a popolare l'area sottostante i ponti del TAV, grazie alla continua acqua limpida che veniva dal sottosuolo. Tanto che sono stati realizzati anche pontili e organizzati percorsi, abbandonati però già nel 2013, quando visitai per la prima volta l'area. Che le acque ritornate in superficie siano quelle del fiume napoletano, che questo ritorno sia dovuto solo ai lavori della TAV, e che esso non porti conseguenze estreme in un'area densamente abitata, sono tutte questioni che a mia notizia non si sono ancora affrontate.

Il secondo punto in cui è possibile vedere l'antico corso d'acqua che alimentò Partenope si trova nell'area orientale di Napoli, all'incrocio fra via Francesco Sponsilli e via Galileo Ferraris. Percorsa via Sponsilli, bisogna tornare indietro e introdursi in via Ferraris: fatti all'incirca 50 metri, si vedrà sulla sinistra un il ponte della Tangenziale e, sotto di questo, della vegetazione che in parte copra una specie di lago nero. 
Eccovi il Sebeto, versione anni Duemila: un'enorme pozza di acqua nera e vomitevole in cui galleggiano bottiglie di birra, piante morte, una sedia e Dio sa cos'altro, sito in una periferia assolata, cementificata e degradata. Tutt'un altro spettacolo rispetto all'acqua trasparente di Casalnuovo 20 km più a nord!
Il Sebeto, o presunto tale, riemerso a Napoli in via G. Ferraris

E quindi qui si conclude questo reportage alla ricerca del Sebeto, fiume di vita ai tempi di Virgilio, fogna fetida due millenni dopo.

Articolo del "Corriere" che parla del Sebeto in via Ferraris. Una particolarità da notare: pezzo e foto sono di tre anni fa, ma la sedia galleggiante è la stessa di quella che ho pubblicato e scattato 4 giorni fa: LINK.

Articolo visionato e modificato il 6 luglio 2018. 

venerdì 23 maggio 2014

Il basolo bianco di Piazza Municipio: dai Romani ai giorni nostri

Molti conoscono di certo il famoso basolo bianco di Piazza Municipio: è quella pietra bianca e levigata che si nota nel mezzo dello slargo fra la piazza e via Santa Maria.
Ma quanti ne conoscono anche la storia, o almeno quella che si presuppone essere la sua storia?
Innanzitutto: da dove viene quella pietra? E' un marmo bianco profondamente infossato nel manto d'asfalto della piazza, e che non è stato mai sollevato proprio perché era considerato un punto di riferimento per la città.
Il basolo bianco
La sua provenienza è oscura: mentre alcuni ritengono che sia di origine persino romana, è molto più probabile che risalga al momento del passaggio di Afragola dalla feudalità all'indipendenza amministrativa, nel 1576.
In verità, l'ipotesi romana non è da escludere, e per alcuni fatti oggettivi.
Nello studio pubblicato nel 1987 da studiosi francesi come Gérard Chouquer e altri (Structures agraires en Italie Centro-Méridionale. Cadastres et paysage ruraux. Collection de l’Ecole Française de Rome - 100, Roma 1987), si evidenzia come il territorio della futura Afragola fosse già interessato dalle centuriazioni romane, da due in particolare:

Ager Campanus I : realizzata nel 131 a. C. in seguito alle riforme agrarie di Tiberio Gracco, comprendeva il territorio che va dall'attuale Capua ad Afragola nella direzione nord – sud e da Caivano a Villa Literno in direzione est – ovest.

Acerrae – Atellae I: è quella che ancora oggi influenza le attuali conformazioni viarie dei nostri comuni. Fu realizzata sotto Augusto e partiva da Acerra per giungere fino a Casoria, in senso est – ovest.

Le centuriazioni erano divisioni quadrate del terreno che servivano, oltre che per delimitare i campi privati, anche a segnare il passaggio dei decumani (direzione est – ovest) e dei cardi (direzione nord – sud).
Afragola nel 1957, con in evidenza quanto rimane delle
antiche centuriazioni romane del I secolo a. C.
Ora, osservando la mappa a lato, risalente agli Anni Sessanta del Novecento e pubblicata dall'Istituto di studi atellani, possiamo osservare le due centuriazioni di cui sopra: quella detta Campanus I, di colore azzurro, e quella Acerrae – Atellae, di colore verde. Possiamo notare come quest'ultima comprenda i cardi dell'attuale via Salicelle e delle attuali Via Santa Maria – Piazza Municipio – Via Rosselli.

La nostra pietra è posta proprio in mezzo a quest'ultimo cardo, al centro dell'asse che, ancora oggi, conduce da Corso Napoli, e quindi dalla Sannitica, a Piazza Ciampa, e di lì ad Acerra. Non sappiamo ovviamente se essa esisteva allora, ma è indubbio che sul territorio afragolese fu ritrovata un'ara del tempo di Augusto (lo stesso imperatore che realizzò la centuriazione che ci interessa) e che ancora oggi persistono due reperti romani in città, di cui uno conosciuto come la Pietra di San Marco.

Passando attraverso i secoli, la pietra divenne, secondo lo storico Gaetano Capasso, il punto in cui nel 1799 i giacobini afragolesi eressero l'albero della libertà, per unirsi alla Repubblica Partenopea appena nata. Fu un episodio effimero e non documentato dal Capasso attraverso documenti; tuttavia le amministrazioni successive ritennero di non dover rimuovere quella pietra, divenuta un simbolo. Nel corso degli anni, la pietra divenne il punto di incontro per gli agricoltori che reclutavano a giornata gli operai, e per coloro che avevano conti da regolare nottetempo con i propri avversari.
Oggi il basolo bianco giace abbandonato proprio di fronte alla casa comunale. Circondato da uno spartitraffico durante l'amministrazione Nespoli, pur non essendo stata messa in rilevanza la sua importanza storica, era almeno protetto. Cosa che non avviene più con i recenti lavori di riqualificazione. Non siamo geometri e urbanisti e non sappiamo se i marciapiedi possono essere modificati in modo da evitare il passaggio delle auto sopra il marmo. Tuttavia, chiediamo che un minimo di protezione esso ce l'abbia, come avveniva fino a un anno fa. E' inutile tenere eventi culturali se la storia viene schiacciata sotto i copertoni di un auto.

Articolo visionato il 6 luglio 2018.

Nota esplicativa. 
Questo articolo fu scritto ai tempi della collaborazione dello scrivente con il sito "Fragola Napoli - Media Sud Informazioni". Risente, come il lettore osserva, del taglio giornalistico spiccio e sintetico. Pur non dicendo nulla di falso o inventato, com'è uso per lo scrivente, tale articolo non mi è mai aggradato, neppure all'epoca. Con la revisione che sto operando al sito dopo 4 anni e mezzo, mi sono posto la domanda se fosse il caso di conservarlo in Rete o eliminarlo. Ho deciso per la prima possibilità. Intanto lo stesso circola anche sui pixel del sito succitato sempre a mia firma, e sarebbe dunque inutile farlo sparire qui dove è stato pubblicato per la prima volta. Secondariamente, sono del parere che gli scritti passati non debbano mai essere cassati: sono una testimonianza del percorso che si è compiuto per migliorarsi. Quindi l'articolo, con tutti i suoi difetti, resterà qui. (DC, 6 luglio 2018).

sabato 17 maggio 2014

lunedì 12 maggio 2014

Quei campi ardenti nel cuore della Campania - I parte

Con l'aggettivo phlegraios, ardente, i Greci solevano designare gran parte della Campania, dal monte Massico ai monti Lattari, e in genere ogni terra che come questa pareva ardere continuamente dal sottosuolo. In epoca medievale, l'espressione “Campi flegrei” passò a designare quel territorio inquieto e stupendo compreso tra Posillipo e Cuma.
Qui, tra gli effluvi delle viscere della Terra e i fruscii misteriosi dei boschi sulle colline formate da antiche caldere, gli antichi collocarono il teatro di innumerevoli miti: qui Caronte accoglieva le anime dei defunti e le trasbordava nell'aldilà; qui Ulisse ed Enea incontrarono le ombre dei loro morti: qui la Sibilla Cumana dava i suoi criptici responsi per mezzo di foglie disperse al vento: Ma qui ci fu anche la sede degli otia romani, della prima “dolce vita” campana, qui ci fu la tappa estrema del Grand Tour settecentesco dei nobili del Nor Europa, che lasciavano per ultime non le vestigia della gloriosa Roma ma quelle della regione “ove i vulcani, la storia, la poesia hanno lasciato più tracce” (Madame de Stael).
E come dare torto alla grande romantica, quando ti ritrovi davanti a un monumento imponente come la Casina vanvitelliana sul lago Fusaro?
La Casina nel dipinto di Hackert (1783)
Realizzata sul finire degli anni Settanta del Settecento, questa casina di caccia ottagonale costituiva un ottimo rifugio per Ferdinando IV Borbone che la fece realizzare. Il sovrano, che successivamente avrebbe fatto replicare un po' ovunque il modello della casina del Fusaro (vedi LINK), amava non solo la caccia ma anche la privacy, che qui giunse all'estremo di costruire il rifugio su un'isoletta del lago. Nel dipinto di Philipp Hackert del 1783 ne possiamo avere un'idea: la Casina, sospesa tra aria e acqua e raggiungibile solo per mezzo di barche, sembra l'accesso a un altro mondo, distante migliaia di miglia da quello, rappresentato dai cacciatori, che pure le è fisicamente così vicino.
Oggi invece, un anonimo ponte, in parte anche rovinato, collega la Casina al parco antistante e confinante con case private. L'edificio è costantemente chiuso, e si spera da anni in un'apertura illimitata durante l'anno, anche a pagamento, per avere la sensazione di estraniamento che il "Re Nasone" doveva provare quando se ne veniva qui.
La Casina oggi

Allontanandomi dal lago Fusaro e immettendomi in un traffico impazzito, non posso fare a meno di pensare a come dovesse presentarsi la zona 100 e piu anni fa, quando il verde disordinato eppure così pulito della macchia mediterranea la faceva da padrone, in luogo di queste catapecchie scolorite che pretendono di essere villini turistici all'ultimo grido...d'orrore! Mentre evito automobilisti che non danno al precedenza in una rotatoria – forse quando si comprarono la patente non gli spiegarono che quelle strutture circolari non servono a fare giro giro tondo ma a circolare – e pedoni che si lanciano in mezzo alla strada proprio un attimo prima che passo – se sperano in una “lettera”, li deluderei: non ne scrivo da quando stavo in prima media – arrivo a quel miserabile specchio d'acqua, quello stagno lurido e puzzolente che è il lago Lucrino, un tempo ampia insenatura della costa e porto romano, oggi pozzanghera un po' troppo cresciuta e soffocata da ristoranti. Non mi fermo, ho di meglio da vedere: allungo per un viale a basoli e mi immetto nella provinciale “Canneto” che mi porta alla mia seconda vera tappa: il lago d'Averno.
Ospitato in un cratere vulcanico esploso circa 4000 anni fa, circondato da boschi fittissimi, cupo e tenebroso per le sue acquee plumbee, fu per i classici luogo di leggende e di imprese ultraterrene.
Il lago d'Averno e le sue acque
Nei suoi pressi, Enea tentò la discesa negli Inferi; le sue acque esalavano acri vapori di zolfo che uccidevano gli uccelli in volo sopra di esso (da qui il nome: Avernoi, senza uccelli); dalle grotte poste un tempo ai suoi margini, fuoriuscivano nottetempo i Cimmeri, uomini che rifuggivano la luce del Sole e vivevano sottoterra.
Benché i tempi della modernità abbiano intaccato anche l'Averno, pure non è possibile incamminarsi lungo la sua riva senza sentire, anche se in minima parte, l'eco di quegli episodi lontani. Mentre cammino lungo il viale basolato e poi inghiaiato, penso alle generazioni d'uomini che hanno compiuto quella mia stessa passeggiata, e che hanno visto un panorama sempre diverso e sempre identico durante i millenni. Vedo avvicinarsi una mole enorme mentre mi avvio lungo la sponda orientale del lago: un grandioso edificio che un tempo era a due piani: E' il cosiddetto Tempio di Apollo, in realtà una grande aula termale, databile intorno al II secolo d. C., cioè nel periodo d'oro del popolamento romano dell'area flegrea.
Lungolago
Costruito in mattoncini ricoperti poi di malta, presenta ampi finestroni che un tempo dovevano permettere ai termali di affacciarsi sul lago e ricevere luce: Dell'aula è rimasta solo una sezione semicircolare, occupata da vegetazione foltissima all'interno.   Mi avvicino: la rete che circonda l'edificio è contorta, e dall'esterno vedo bottiglie vuote di birra e altro materiale...umano. Evidentemente, se qualcuno voleva proteggere quello che resta di questo palazzo, si è illuso. A tre metri dal torrione principale, c'è la riva del lago: anche in questo caso, posso solo immaginare cosa dovevano vedere i miei coetanei di duemila anni fa, e le urla gioiose, le grida, i discorsi, i pettegolezzi di gente morta e dimenticata da millenni....
Mentre indugio nel prato davanti alla costruzione, noto dei sassi colorati: non sono semplici pietre, hanno una consistenza diversa. Mi viene subito in mente di quando, l'anno scorso, visitando gli scavi di Suessula (Acerra), un archeologo mi disse che i Romani usavano ricoprire di frammenti di marmo, provenienti dall'Egitto, i pavimenti dei luoghi pubblici: basiliche, templi...terme!
Osservo queste pietre bianche, rosse e blu, e vedo che anche la parete dell'edificio ne presenta simili pezzi incastonati tra i mattoncini. Sorrido: è come se quegli antichi villeggiatori senza volto mi mandassero un messaggio attraverso una singolare “macchina del tempo”, l'aula termale. 
Meglio di Michael Crichton!

Ambiente interno dell'aula termale (II sec. dopo Cristo)

Qui il link per la II parte: LINK.

Articolo visionato e modificato il 6 luglio 2018.