venerdì 18 aprile 2014

Il Ventre di Napoli: reportage dal cuore della città - parte III

Lasciati i sotterranei e i menadri soffocanti di Napoli sotterranea (vedi QUI) eccomi di nuovo nel circolo caotico della vita di questa città, che da 3000 anni non conosce davvero la notte e il silenzio.
Mi avvio lungo via Tribunali: ecco il campanile di Pietrasanta, il più antico di Napoli, in mattoncini rossi e marmi scolpiti, indifferente alle masse variopinte che si muovono sotto di lui; ecco il Conservatorio di San Pietro a Majella, ex convento di Celestini, dove risuona musica classica, certamente registrata, a vedere che tipo di gente vi esce, che difficilmente
Il campanile di Pietrasanta, della
omonima Basilica nel centro storico
accosteresti a Bach o Mozart; passo sotto le arcate di Port'Alba, aperta nelle mura della città perchè i napoletani non avevano voglia di farne il giro, e rivedo me stesso mentre sfogliavo con delizia i libri delle bancarelle, i sabati mattina di tanti anni fa. Fu qui che iniziai a infoltire la mia biblioteca con i grandi maestri: Seneca, Giovenale, Cicerone, Stevenson, Conan Doyle, Dickens, Verne, Gide, Balzac, Cornwell... Fu qui che, al prezzo di 1 euro, acquistai una copia dei Promessi Sposi bisunta, risalente al 1891, il testo più antico in mio possesso; e sempre qui passavo al ritorno dalle mie lunghe camminate per la città.
Oggi, nulla è rimasto di allora: la mitica “Guida” ha chiuso i battenti dopo decenni, e davanti alle sue porte vuote c'è la vetrina della vicina friggitoria: tanto è tutto spazio inutilizzato, no? Non c'è più quel signore cortese che mi sorrideva ogni volta che entravo da lui, con i libri scelti dalla bancarella davanti al suo negozio: due giovani spenti l'hanno sostituito. Anch'io, del resto, sono diverso dal me stesso di allora: meno illuso, meno sognatore, meno paziente. Perfino i libri non mi interessano: getto un'occhiata appena alla statua di Dante Alighieri nell'omonima piazza, e scendo di nuovo nelle profondità della terra, ma per prendere la metro.
Con essa torno al Museo Archeologico, e qui cambio linea, diretto verso Mergellina, la contrada che fino a 80 anni fa era composta solo di terra, scogli, casupole e barchette, e che ricorda nel suo nome il mitico Mergoglino, giovane dall'immensa bellezza, morto d'amore per una sirena (ci racconta Matilde Serao).
Vista da Mergellina, altezza Rotonda Diaz
Esco fuori dalla stazione fascista, dalla facciata severa e ridondante. Il sole è esploso: fa un caldo da morire, e osservo la facciata bianca e grigia della Basilica di Piedigrotta.


Piedigrotta: “ai piedi della grotta”, e tale grotta altro non può essere che la Crypta Neapolitana, un tunnel romano costruito nel I secolo per collegare Mergellina ai campi dell'area di Fuorigrotta (anche questo quartiere prende il nome dall'antro), passando attraverso al collina di Posillipo. Ma questo episodio così prosaico e poco poetico non andava bene ai napoletani del Medioevo, che attribuirono la creazione del tunnel a Virgilio. Il dolce poeta latino, sepolto secondo la tradizione proprio davanti all'ingresso della Grotta, aveva per l'occasione aveva posato il pennino e preso il calderone, per realizzare il tunnel, tutto in una notte per di più. 
La Crypta Neapolitana, antico tunnel scavato nel tufo da
Lucio C. Aucto per scopi militari. E' visibile il punto luminoso
che indica l'ingresso da Fuorigrotta, in via Grotta Vecchia
Penso a questo mentre, costeggiando il lato destro della Basilica, e salendo verso il tunnel che porta al Viale Augusto, mi incammino verso il Parco Virgiliano di Mergellina. Meno famoso del suo omonimo a Posillipo, questo parco consiste in due rampe, dove una folta vegetazione mediterranea accompagna il visitatore fino in cima. Eccomi al cancello, ed entro liberamente – l'ingresso è gratis. Una pace davvero secolare scende su tutto, ed è interrotta solo dal lontano frastuono dei treni delle metro. Salendo, incontro dapprima un marmo enorme, che mi ricorda i lavori di Re Alfonso D'Aragona per riattare il percorso della Grotta, e poi un busto di un giovane Virgilio, dove sembra avere non più di 30 anni. Continuo a salire: sulla mia sinistra inizia a delinearsi una massa solida, alta, torreggiante: è la Tomba di Giacomo Leopardi.
"...una tomba ignuda mostravi di lontano"

Lo sfortunato poeta, in presa a crisi esistenziali che metterebbero in difficoltà anche Freud, morì qui a Napoli nel 1837, durante un'epidemia di colera. Era venuto qui a Napoli per guarire dai suoi mali fisici e depressivi, e pare che, col sole la vita gioiosa e un buon quantitativo di gelati e sorbetti che gustava in via Santa Teresa degli Scalzi, ci stesse anche riuscendo. Ma il destino volle diversamente, e poco mancò che finisse in una fossa comune. Il suo ospite napoletano, Antonio Ranieri, che successivamente si dimostrò ben poco caritatevole nello scrivere dei suoi anni passati con Leopardi, ne salvò le spoglie, per custodirle nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta. Quando il tempio andò distrutto, le ceneri del vate di Recanati passarono qui, o almeno così è ricordato da un marmo del Re Umberto I. Osservo l'opera: perfino la sua tomba emana una senso di solitudine, come doveva emanarne l'ospite oltre un secolo e mezzo fa.
Continuo la mia ascesa, ed ecco l'ingresso della Crypta: un antro nero, profondo, da cui spira un vento gelido nonostante il sole. Un punto, minuscolo, tremolante ma visibilissimo, mi segnala l'altra estremità, in via Grotta Vecchia, che andai a vedere due anni fa e trovai coperta da enormi ragnatele. Da anni nessuno più accede all'interno di questa caverna, per molti secoli unico passaggio diretto verso Pozzuoli senza dover attraversare le colline. L'unica concessione ancor più interna all'esplorazione è data dall'acquedotto romano, ormai asciutto, e che passava per di qui, in canali scavati nel tufo giallo, per portare l'acqua a una Napoli assetata.
Interno dell'acquedotto
Il marmo che ne indica l'ingresso mi sembra così anacronistico, così fuori posto, che mi verrebbe voglia di toglierlo. Il cunicolo è stretto, ma arioso; una lampada indica il percorso, anche se non ce n'è bisogno. Arrivo a una specie di soppalco, che si addentra nell'atrio della caverna ma non abbastanza per scavalcare le reti di protezione.

Emana un certo fascino, questa grotta: chissà come doveva essere bello attraversarla, a piedi o in carrozza, immergendosi nella frescura e nel mistero. Fu sede di riti in onore del dio Priapo: in una notte di settembre, ragazzi e ragazze si accoppiavano assieme, nell'oscurità, non sapendo l'un l'altra con chi, in un'orgia divina infinita, che aveva fine prima dell'alba, affinché l'identità dell'amante restasse un segreto. Tale celebrazione si perdeva nella notte dei tempi, e immaginiamo era vista di buon occhio, visto che per una volta all'anno tutti i vincoli dell'energia sessuale e della convivenza civile erano tacitamente sciolti. Un po' come a Carnevale, ma molto più "intrigante".
Edicola con la Madonna e il Bambino, posta dentro
l'ingresso della Crypta Neapolitana

Il cristianesimo non poteva certo permettere simili riti, e se ne appropriò: la grotta divenne una specie di chiesa (e si vedono lacerti di affresco della Madonna e di San Giovanni) e la festa pagana fu sostituita dalla ben nota festa di Piedigrotta. Chissà cosa ne avrebbe pensato il dio Priapo!
Salgo, l'ascesa più pesante per queste gambe non atletiche come anni fa, ma anche più gratificante: eccomi al colombario di Virgilio, dove la tradizione ne individuava la tomba, dopo la morte repentina a Brindisi. E' un ambiente spoglio, con nicchie scavate nell'opus reticulatum, dove venivano poste le ceneri dei defunti. Difficile immaginare che tanto spazio sia stato dato per una sola persona. Inutile anche cercarne i resti: saranno spariti in una delle tante ristrutturazioni cui la Crypta e il colombario sono stati sottoposti. Difatti l'entrata di quest'ultimo in principio era allo stesso livello della prima, ma nel corso dei secoli si è convenuto abbassare il livello della Grotta e cosi il sacello si è ritrovato....più in alto, senza muoversi- cosa che è ben evidente dal piede della struttura.
 Al centro della sala, un treppiede in ferro, che contiene alcuni messaggi. “Virgì, sono Giusy, ti prego di far stare bene Vincenzo e di farmi prende 30 all'esame, un bacio”, oppure “Virgilio, dammi tre numeri al lotto”. Virgilio in sostituzione di Sant'Antonio non si era ancora mai visto, in effetti. Un culto per il poeta latino che ricorda curiosamente quello per le anime pezzentelle del cimitero delle Fontanelle alla Sanità . Qui, fra le mie mani, ci sono testimonianze della fede tutta scaramantica, o piuttosto “pratica”, che i napoletani hanno sempre avuto riguardo l'aldilà.
Tomba di Virgilio vista dal soppalco 


Il pomeriggio sta prendendo piede, è ora di andare. Uscendo da quella tomba aperta, mi volto indietro, osservandone l'interno vuoto. E mentalmente saluto quel grande poeta, e lo ringrazio per aver regalato la luce del latino agli occhi orbi del mondo.

Tomba di Virgilio, interno
Prima parte del reportage: QUI


Secopnda parte del reportage: QUA

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