lunedì 24 marzo 2014

Afragola oscura: il caso dei ragazzi emo




Articolo pubblicato in "Nuovacittà" n. 30, 19 ottobre 2013; "Meridiana Magazine", 12 ottobre 2013

Che Afragola sia sempre stata diversa dalle città vicine, vuoi per il carattere degli abitanti, vuoi per l'essere al centro di tutte le vie di comunicazione da e per Napoli, credo che chiunque se ne sia reso conto. La diversità della nostra cittadina non si manifesta solo nell'aspetto “visibile”, ma anche in quello più nascosto: poche realtà urbane presentano una faccia alternativa così diversa da quella “ufficiale”. 
Potremmo dire che esistano due città, una diurna e una notturna, una visibile e l'altra nascosta, con quest'ultima scandalosamente più interessante della prima. Anche oggi, ci sono angoli o episodi cittadini sconosciuti ai più, oppure conosciuti e facenti parte di quella categoria di argomenti “che si conoscono ma di cui non si parla”. Questa volta cerco di rompere l'omertà, trattando un caso spinoso: i cosiddetti ragazzi “emo”.
Il fenomeno “emo” indicava negli anni Ottanta un sottogenere musicale rock, per poi passare negli anni successivi a delineare uno “stile” di comportamento delle nuove generazioni, caratterizzato da capigliature lunghe e spesso colorate, vestiario dimesso, linguaggio alternativo. Oltre a questi caratteri peculiari, la “cultura emo” si caratterizza anche per una profonda sfiducia nel futuro e per l'autolesionismo, che porta coloro che seguono tale moda a provocarsi ferite, via via sempre più marcate, ai polsi o alle caviglie. Il motivo di tale atteggiamento, secondo gli psicologi, sta nella debolezza di tali individui nell'affrontare la vita in società, e nel conseguente rifiuto di accettarne i codici di comportamento. Dal rigetto delle norme della società si passa alla scarsa considerazione per la propria incolumità, e quindi ad atti di autolesionismo sempre più gravi.
Già da alcuni mesi, entrando in contatto per motivi di lavoro col il mondo adolescenziale, mi era giunta voce che questa perversa moda era giunta anche fra i giovani della nostra città, ma lo ritenni un fenomeno transitorio ed eccentrico, essendo i casi troppo pochi per far creare allarmismi. Ma con la ripresa autunnale, da più fonti mi sono arrivate notizie dell'espansione del fenomeno, soprattutto fra ragazzi compresi tra i 12 e i 17 anni, e la richiesta esplicita di parlarne, se non altro per metterne a conoscenza i genitori. Ho dunque raccolto testimonianze, che mi hanno dato un quadro fosco. Una di queste, rilasciatami da un residente del quartiere S. Michele, Giuseppe D. afferma: “Gli emo si riuniscono ogni venerdì e sabato sera al corso Napoli e nella via di fronte al Gelsomino (via Borsellino, nda) e se ne stanno lì senza fare apparentemente nulla. Sono 10 o 15 in tutto. Parlano dei fatti loro, e si mostrano le ferite che si sono fatti l'un l'altro. Con gli altri si comportano normalmente, anzi lo dicono apertamente di essere emo. Se qualcuno vuole entrare nel loro gruppo, deve farsi tagliare leggermente il palmo della mano o il polso con un pezzetto di vetro”. Apprendiamo quindi che questi ragazzi convivono apertamente con i loro coetanei non facenti parte del “loro” mondo. Alla domanda di come si comportino con i genitori, la nostra fonte dice: “Si comportano normalmente, e per nascondere i tagli si mettono braccialetti ai polsi, perché all'inizio i tagli sono leggeri”.
Divertente, vero? Ma non quando le cose si fanno serie...
Un'altra ragazza, stavolta di piazza Castello, e che non conosce la nostra prima fonte, e che chiamiamo Elena, ci dice: “Si mettono braccialetti colorati in estate per non farsi vedere dai genitori, mentre li tolgono in inverno perché sono coperti da maglie e camicie. I genitori non si accorgono mai di niente, perché sono distratti e pensano che stanno giù a causa della scuola, e gli insegnanti credono il contrario, cioè che stanno male perché in famiglia le cose non vanno bene. Ma di solito chi si taglia viene da famiglie normali, benestanti, senza problemi”. Questa nuova fonte segnala un altro elemento: non sono i figli di famiglie in difficoltà a seguire questa nefasta moda di aprirsi i polsi, ma quelli di famiglie bene, con genitori che magari lavorano entrambi, e che sono troppo distratti per accorgersi della depressione dei figli.
Alla domanda principe, che ho lasciato per ultima, cioè “Perché lo fanno?”, le fonti rispondono pressoché nello stesso modo. Giuseppe: “Dicono che non si accettano e che vogliono cambiare e sentire qualcosa di nuovo, ma penso perché non vengono molto considerati”. Elena: “Alcuni affermano che è per attirare l'attenzione, così i prof o i genitori si accorgono di loro. Altri non dicono niente, non sanno perché lo fanno, gli piace e basta”.
Moda...
Ecco: attirare l'attenzione e per semplice piacere. Nel primo caso, un atteggiamento assunto per reclamare l'attenzione che normalmente non hanno, da parte di insegnanti e genitori troppo presi da altro per rendersi conto della depressione dei figli, nell'altro, a mio parere se possibile ancora più grave, c'è semplice emulazione, un seguire un modello senza domandarsi a cosa serve o perché attragga tanto.
Col pubblicare questo primo contributo a una ricerca sociologica di più ampio respiro su un fenomeno che mai avrei immaginato potesse assumere tali proporzioni, lancio un semplice invito ai genitori: PARLATE CON I VOSTRI FIGLI.

Pubblicato su "Nuovacittà" nel settembre 2013

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