mercoledì 12 febbraio 2014

Terra dei fuochi: un'eredità sessantottina che nessuno vuole



Articolo pubblicato in "Nuovacittà" n. 32, 2 novembre 2013 e in "Meridiana Magazine" 28 ott. 2013

Non mi sono mai piaciute le marce che ultimamente proliferano, contro i “roghi tossici”. Benché non abbia nulla da eccepire sul senso civico dei partecipanti, le ritengo inutili. A tratti, dannose.

Prima che i soliti esponenti della “società civile” mi qualifichino come “collaborazionista”, faccio una semplice considerazione. E' bello che migliaia di persone manifestino per la propria salute; è giusto che si chieda al Nord, dopo averci tolto storicamente l'indipendenza, di riprendersi i propri fusti inquinati, è persino doveroso che la popolazione manifesti contro un sistema Stato che ignora volutamente il problema, perché non può/vuole risolverlo. Ma se tutti coloro che hanno responsabilità devono presentarsi al banco degli imputati, i primi a doverlo fare sono i cittadini campani stessi. E in ciò già vediamo la prima, grossa contraddizione del movimento che vuole manifestare contro i roghi tossici: la mancanza di autocritica.
Il fenomeno dei rifiuti tossici del Nord sepolti nella Piana campana è iniziato, come tutti concordano, 20 o persino già 30 anni fa. Un territorio vasto, vera riserva agricola del Meridione, privo di grosse industrie inquinanti, che però è paradossalmente più inquinato di altri ad alta industrializzazione perché trasformato in una pattumiera, con forse 13 milioni di tonnellate di scarti industriali messi a “stagionare” sotto terra. Come sia accaduto tutto ciò, ormai è verità storica, anche se non ancora giudiziaria: grossi poli industriali del Nord venivano a seppellire gli scarti di produzione in Campania, con la collaborazione della criminalità organizzata e il silenzio assenso del sistema politico che ha retto la regione dagli anni Ottanta in poi: Dc prima, Ds e Pd poi. Su questo sono tutti d'accordo. Meno invece sulla responsabilità dei cittadini.
L'Italia di quel tempo viveva un boom economico e occupazionale da rasentare i livelli degli anni Sessanta: aumentava il potere d'acquisto, aumentavano i consumi, aumentavano le comodità delle famiglie. Un altro mondo, soprattutto paragonato a questo periodo di crisi.Ai giovani campani di quel tempo non importava molto dell'ambiente in cui si viveva, visto che per loro la priorità era il godimento immediato e non futuro. Mentalità tipica della cultura sessantottina, dell' “Ora e subito”, senza pensare minimamente alle conseguenze future.
Un'eredità in fumo
Un mondo godereccio in cui contava solo il benessere, da raggiungere a ogni costo, e si ignorava volutamente o inconsciamente la liceità dei metodi per raggiungerlo. L'omertà, vuoi per paura di ritorsioni, vuoi per un distorto concetto del “vivi e lascia vivere”, ha senza dubbio giocato un ruolo nel fenomeno collettivo del mettersi la testa sotto la sabbia, ma non è stata la sola causa dell'ignavia di quei cittadini.
Trent'anni dopo, quei giovani che hanno consentito tutto questo, voltandosi dall'altra parte o pensando a godersi la vita, si sono improvvisamente riscoperti ambientalisti. Anzi, alcuni si sono messi a capo dei movimenti contro il fenomeno dei roghi tossici dei rifiuti, e sfidando ogni residuo senso di dignità hanno iniziato a rumoreggiare contro lo “Stato assassino” (non lo era quando garantiva loro una vita con pochi debiti) e contro le nuove generazioni, accusate di viltà e disinteresse. Alla domanda che qualcuno ha provato a fare loro: “Ma voi, dove eravate?”, hanno risposto: “ Io non ne sapevo niente, non potevo saperne niente”.
Come se in 30 anni, dicesi 30 anni, gli unici che sapevano degli scarichi fossero solo camorristi e politici venduti al soldo nordico, in un'area a quel tempo in gran parte agricola e dove file di camion non sarebbe passare inosservate....se si fosse voluto non farle passare inosservate.
Insomma: i corresponsabili del disastro dei rifiuti sepolti fra le province di Napoli e Caserta, coloro che vedevano e non hanno impedito che ciò avvenisse, che hanno dato in eredità ai giovani d'oggi un territorio avvelenato, e che riacquisterà il suo equilibrio ecologico solo fra un secolo (ammesso che parta la bonifica di massa), accusano i giovani d'oggi di essere poco motivati a difendere l'ambiente, e pretendono di comandarli, ordinarli, schierarli. Ecco perché, preoccupato come e più di loro di quello che mangio, come e più di loro di come cresceranno i miei figli, dico a chiare lettere che proprio loro non hanno la faccia per guidare o anche solo per commentare azioni sacrosante di protesta su questo tema, che se hanno un difetto è quello di non svolgersi direttamente sotto le industrie del Nord e in maniera permanente, tali da costringerne i dirigenti a parlare almeno delle proprie colpe. Perché queste sono azioni che segnano il successo di una mobilitazione civica; tutto il resto, termina quando il Napoli scende in campo al San Paolo.



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