lunedì 3 febbraio 2014

Il Ventre di Napoli: Reportage dal cuore della città – parte I


Chissà se il greco Eumelo Favelo (il nome è già mitico), nel fondare il villaggio sulla collina di Pizzofalcone, immaginava che storia avrebbe avuto il suo piccolo emporio, nei secoli a venire. Chissà se, nel suo legittimo orgoglio di padre, immaginava che il nome della sua amata figlia morta, Partenope, che lui dava al villaggio, sarebbe stato attuale ancora 2500 anni dopo quel VI secolo in cui lui e un gruppo di altri Greci sbarcavano sulla spiaggia di Megaride.
Oggi, a vederla così com'è, nella sua mescolanza disordinata fra vestigia del passato e palazzi moderni che già sembrano vecchi di secoli, si potrebbe pensare che Napoli, diretta derivazione di quell'antico villaggio posto sulla collina di fronte Castel dell'Ovo, pur essendo una città diversa dalle altre metropoli per il suo folclore e il suo mare, abbia ben poco altro da offrire.
Eppure, a chi sappia ben vedere, e a chi abbia ancora voglia di esplorare senza condizionamenti delle solite guide turistiche da quattro soldi, Napoli offre una fisionomia così particolare, con le tante stratificazioni artistiche e perfino linguistiche, che poche altre città possono competere con essa. Forse, solo Roma, del resto ieri come oggi sempre Caput Mundi.
Per il resto: Firenze è essenzialmente medicea, quattro – cinquecentesca, e ha un centro storico che, allorché lo visitai un paio d'anni fa, mi sorprese per la sua poca estensione; Milano si concentra attorno al suo Duomo, cui preferii il Castello sforzesco quando visitai la città; Vienna è quasi esclusivamente asburgica, ordinata quanto vuoi, ma “nostalgica” del suo impero, il cui ricordo per i viennesi si riduce al marchandising e per me a una noia epica; Londra non è manco più imperiale, essendo stato distrutto da un incendio l'impianto edilizio dei tempi di Elisabetta I, e oggi è una città che ha la Borsa, ha attrazioni nuove, ma è uguale a se stessa in ogni sua parte.
Solo Napoli presenta ancora le chiare impronte della polis greca del V secolo sorta quando, divenuto insufficiente il villaggio di Pizzofalcone, un gruppo di Cumani fondò un nuovo polo nel sito dell'attuale centro storico. Esso prese il nome di “Neapolis” (città nuova); il primo, quello fondato da Fevalo, fu chiamato “Palepolis”(città vecchia).
Ma questa città è come una donna; offre le sue grazie solo a chi si dimostra interessato a essa, e sopratutto, sa come cercarle. Non pretendo di diventare io stesso una guida per Napoli: ognuno deve saper corteggiare da sé questa signora vecchia di 25 secoli eppure ancora così bella. Mi limiterò a dare un filo: seguirlo poi sarà compito di chi legge.

Innanzitutto, esistono due Napoli: una luminosa e superficiale, l'altra oscura e sotterranea, con quest'ultima, a tratti, più interessante della prima. E' da qui che bisogna partire, da questi luoghi appartati, intimi, se si vuole conoscere lo spirito caotico eppure sempre creativo dei napoletani.
Il nostro reportage parte da un luogo simbolo: il cimitero delle Fontanelle, all'interno del rione Sanità, uno dei più veraci dell'antica capitale. Eccomi a piazza Cavour, davanti a via dei Vergini: sto per entrare in un quartiere che, diciamo, non è noto per la pedissequa osservanza della legge, e per la non troppa signorilità degli abitanti. Inutile attendere: entro.
La prima cosa che noto, appena faccio 100 metri nella via, è un'antica arciconfraternita, chiusa chissà da quanti decenni, il cui campanile è diventato sede di case private, a giudicare dai balconi che vi spuntano. Certo che qui non si butta via niente: un campanile diventa un condominio, un paio di pali indicativi delle fermate del bus si trasformano, più avanti, in un'altalena per bambini... Ecco un bivio: svolto a sinistra, mentre una vecchia reclamizza le sue ortaglie dal bancone, e 5 o 6 motorini sfrecciano a velocità fantastiche, evitando pedoni, auto, cani. Proseguo, e in questa giornata soleggiata stranamente vedo poche persone in giro, almeno in questa via. I palazzi sono grandi, e molti hanno archi a bugnato larghi tanto da far passare un camion tranquillamente. Ce n'è uno ad angolo, molto profondo, e con due sirene o mostri marini come sostegno al balcone del piano nobile. Chi ci vive(va), doveva aver conosciuto tempi migliori: nonostante l'architettura massiccia, gli archi grandiosi, la scalinata ampia che vedo nella corte interna, tutto è ricoperto di una patina grigia, sudicia. Vado avanti: la strada è stretta, e in fondo vedo più luce.
Basilica di Santa Maria alla Sanità
E infatti, eccomi a Piazza Sanità, dominata dall'omonima basilica (di cui parlerò in altra occasione), oltre che dal Ponte di Murat e dalle bandiere del Napoli.
Qui c'è vita: ragazze e ragazzi, vecchi e bambini, operai, baristi, ambulanti, studenti, vigili urbani: sembra che tutto il rione si sia dato appuntamento qui. E qui è il mio di appuntamento, con la comitiva diretta al cimitero delle Fontanelle. Insieme a turisti emiliani e a qualche conterraneo mai stato laggiù, ci avviamo per via Fontanelle, arrivando al cuore della Sanità. Mentre cammino sul marciapiede, ecco un vecchio uscire da una porta, sederci ad angolo e gustarsi i suoi spaghetti. Do un'occhiata dentro, di passaggio: in un'unica stanza c'è una tavola al centro, un letto ad angolo, tre mocciosi per terra e una tenda che forse nasconde un'altra apertura. E' un basso, uno di quei famosi vasc di cui Matilde Serao 100 e più anni fa descriveva il degrado. Mi guarda e dice: “Vuò favurì guagliò”? “No, buon appetito”, e mi guarda con comica compassione, come a dire: non sai che ti perdi. Ci avviamo dentro un budello con edifici bassi, non monumentali come quelli di prima, e man mano che saliamo per il lieve pendio, vedo la collina di Capodimonte farsi più imponente. Finalmente, eccoci arrivati all'ingresso della caverna. Perché una caverna è, questo immenso ossario posto in quella che era la necropoli pagana, fuori dalle mura della Napoli greca prima e romana poi. Si apre a fianco a una chiesa intitolata alla Madonna del Carmine, e migliora patrona, oltre a San Gennaro, non poteva esserci per queste ossa di poveri sconosciuti, qui raccolte pazientemente negli ultimi anni dell'Ottocento da alcuni fedeli guidati da padre Gaetano Barbati. Entro nell'antro, scavato nel tufo giallo e dalla forma pressoché trapezoidale. Narravano le antiche cronache che qui, a partire dal Settecento, venivano depositati i corpi di coloro che non trovavano spazio nelle chiese, e che, prima dei lavori del Barbati, a ogni temporale un po' più forte degli altri, regolarmente, la zona si allagava e le ossa confluivano giù per la città, arrivando perfino sotto le botteghe di via Toledo, trasportate da veri e propri fiumi chiamate “lave”.
Fa freddo, qui. Subito, all'ingresso, si dipartono due staccionate che corrono lungo le pareti tufacee: vedo, protetti da staccionate, i teschi delle anime pezzentelle, illuminati da luci elettrice alternate a candele: sono gli uni sugli altri, piccoli e grandi, integri e rotti.
Tetra catasta di ossa raccolte nell'Ottocento
Il cimitero è formato da varie cave, una decina in tutto: in una, una tetra catasta di tibie, saranno migliaia, che riempiono ogni spazio disponibile; in un'altra, un fantoccio di San Vincenzo Ferrer, O' Munacone come veniva chiamato, con le ali e senza testa, regge un fiore appassito; nell'ultima in fondo, un crocifisso di legno, sbiadito, impolverato, con un altare privo del Tabernacolo, con accanto statue della Sacra Famiglia, che hanno visto anch'esse tempi migliori. Qui c'è la tradizione di adottare un teschio: ecco quello del Capitano, che si dice riveli i numeri vincenti al lotto per chi lo cura; ecco quella di donna Concetta, ma a differenza di quel che si dice, non lo vedo “trasudare”; forse a causa dei troppi curiosi che con i flash non fanno godere di niente.
Perché, difatti, con tutti questi turisti dell'ultima ora, l'unico assente qui dentro è il silenzio, che dovrebbe permeare tutte le cave. Mi avventuro in un'apertura, e finalmente sono solo: qui, lontano dai maniaci della foto “da tanti like su Facebook”, sono al silenzio, nel buio che lascia spazio solo alla luce soffusa di qualche candela. I napoletani di 400 anni fa, che perirono durante la peste del 1656, e quelli delle epoche più recenti, mi guardano. Mi sembra che gli faccia piacere qualcuno che si soffermi a osservarli e non rompa con i flash, che abbia rispetto per una cosa intima come la morte.
Memento mori
Da quelle occhiaie vuote, dense di un'ombra piena di secoli, traspare quasi curiosità per il visitatore. Non è uno spettacolo macabro, anzi: malinconico, certo, ma non brutto. E' un pensoso memento mori, un “ricordati che devi morire”, non festoso come quello di Laurenti su Mediaset. Questi “volti” una volta sorridevano a un amico, si incupivano per una disgrazia, si contraevano per la povertà, erano tesi per l'incontro con l'amata o l'amato. E ora? 
Eccoli, da tempo privi di ogni espressione, indicati a dito eppure sconosciuti, senza nome, famosi ovunque eppure ignori. Così, dunque, tutto ha termine? Una vita di stenti e dimenticanza, per poi finire esposti ai posteri? "Questo è il mondo? Questi i diletti, l'opre, gli eventi?". Sì, verrebbe da dire. Il freddo si fa più acuto, qui. 
Torno alla luce. La visita mi ha lasciato un non so che di vuoto, un rimescolamento totale. Ma lasciamolo sedimentare. E' ora di tornare sui propri passi: altrove, ridiscenderemo nel ventre di Napoli, altrove avremo modo di pensare ancora a tutto questo.
Memento mori.


Seconda parte del reportage: clicca QUI

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