lunedì 14 settembre 2020

La nuova vita di Vetus et Novus. Arrivederci a tutti.

Vetus et Novus si rinnova e si trasferisce. Giù il link della nuova piattaforma e del perché di tale scelta. Ci vediamo lì! Il nuovo Vetus et Novus: LINK Un nuovo inizio: LINK.

mercoledì 2 settembre 2020

Attendendo Francesco II...



E' da molto che non mi occupo di affari vaticani. Per una semplice ragione: non me ne interesso più. Quando questo blog vide la luce, eravamo appena entrati nell'era Francesco: i suoi gesti, le sue parole, le sue dimenticanze e i presunti scivoloni dottrinali scatenavano i campioni degli opposti fronti della Chiesa, giunta al redde rationem dopo 50 anni e passa di scontri fra progressisti e tradizionalisti. Bergoglio, gesuita e argentino (non dimentichiamo mai che Pietro è uno, ma l'uomo che ogni volta lo impersona porta con sé nella sua nuova vita tutte le idiosincrasie, caratteriali e culturali, che aveva nella precedente), sembrava fatto apposta per dare la stura alla ridda di posizioni ultramondane che da tempo si annidavano in seno alla Cattolica.

Pruriginoso alla tradizione, sponsorizzato dai più progressisti cardinali del secolo (con in testa il purtroppo mai dimenticato cardinale Lehman di Magonza) eppure vicino ai lefebriani con cui aveva un buon rapporto in Argentina, esigente come un gesuita della vecchia generazione senza essere al contempo altrettanto preparato in materia dottrinale, Francesco Bergoglio suscitava una sfegatata ammirazione ovvero un insopportabile nervosismo a seconda del commentatore.

La polemica però trascendeva la sua persona. Non si mai andati, almeno fra gli esperti più acuti, sul personale: si apprezzava o si condannava, nei primi mesi del pontificato, più quello che avrebbe potuto fare in futuro piuttosto che ciò che aveva svolto effettivamente in 11 mesi.

Erano i tempi in cui i campioni delle opposte fazioni erano Antonio Margheriti, detto il Mastino, dalla parte avversa al nuovo corso, e un certo don molto televisivo dall'altra.


Ora tutto è concluso.

Il pontificato fraceschista è entrato nell'VIII anno di durata, alcuni dei grandi elettori del conclave del 2013 sono trapassati (fra cui il succitato Lehman, che solo per caso non mi ritrovai come mio nuovo vescovo quando mi trasferii nella sua diocesi), le speranze progressiste sono tramontate senza che per questo le paure tradizionaliste si siano placate.

E i campioni non lottano più: il Mastino scomparve dai social e anche dalla vita pubblicistica del Paese, chiuse il suo “Papalepapale.com” e non diede più notizie di sé; il don telegenico, dal canto suo, divenuto direttore di una rivista di teologia, non ha mai perso la sua spocchia ben poco cristiana, giungendo a criticare post mortem il socio fondatore di detto sito e accettando perfino pubblicità e donazioni (o Dio o mammona, vero don?).

E quindi? E quindi, mentre si consumano le ultime fiamm(at)e dell'albi – celeste pontificato, una voce inizia a circolare dentro e fuori i Sacri recinti, dentro e fuori le diocesi di tutto il mondo, perfino (ma solo un ingenuo si sorprenderebbe) dentro e fuori le laiche cancellerie: chi verrà dopo Bergoglio?


Un Sacro Collegio franceschista.

Al 1 settembre 2020, il Sacro Collegio conta 221 cardinali, ma 99 di essi hanno superato il limite di 80 anni per accedere al futuro conclave, secondo le disposizioni fissate da Paolo VI quasi mezzo secolo fa. Quindi gli elettori sono 122, 2 in più del limite paolino di 120.

I 122 elettori sono così ripartiti:

Papa

N. cardinali creati ancora elettori

Giovanni Paolo II

16

Benedetto XVI

40

Francesco

66



La maggioranza assoluta del Collegio è quindi di creazione bergogliana, formatasi attraverso i concistori indetti dal Papa in questi 7 anni e mezzo di regno.

Franceschisti sono i cardinali elettori più giovane e più anziano, rispettivamente Dieudonné Nzapalaiga, arcivescovo di Bangui (Repubblica Centrafricana), 53 anni, e Lorenzo Baldisseri, segretario del Sinodo dei vescovi, che tuttavia il prossimo 29 settembre compirà 80 anni e uscirà dal novero dei cardinali votanti.

In diminuzione ma ancora nutrito il gruppo delle creature benedettiane, che detiene però meno del terzo dei voti necessario per bloccare l'elezione di un possibile candidato dell'ala bergogliana.

Ovviamente in declino il numero di cardinali creati da Papa Wojtyla (ultimo concistoro: 2003) ma l'influenza del pontefice polacco si farà sentire ancora per anni nel Collegio: Peter Erdo, arcivescovo di Budapest, il più giovane di essi e ultimo a lasciare l'elettorato attivo cardinalizio, compirà 80 anni nel lontanissimo 2033.

Attualmente i voti necessari all'ascesa al Soglio sono 83 (2/3+1 del plenum dei votanti) e pare difficile, vista la spaccatura presente nella Chiesa che inevitabilmente si riflette nel Collegio, che i più antichi porporati, dell'era wojtyliana, possano accodarsi a quelli più recenti.

Rebus sic stantibus, il prossimo Pontefice sarà sicuramente di compromesso. Ma, a differenza di quello che scrivevo anni fa (LINK), alcune posizioni sono in netta diminuzione. Resta ancora fra i papabili l'arcivescovo di Manila, Luis Antonio Tagle, anche se ci si inizia a domandare se l'essere esponente della Scuola di Bologna, famigerato gruppo iperprogressista che porta avanti l'idea di rottura e rinnovamento riguardo il Vaticano II, basti per essere candidato al Soglio. Si pretende dare al cardinale filippino un grande afflato pastorale; nulla quaestio, ma a questo riguardo si potrebbe pensare anche alle esperienze africane, il succitato Nzapalaiga, sfavorito dall'età giovanile, o Arlindo Gomes Furtado, vescovo di Capo Verde e membro della Congregazione del Culto Divino, di 69 anni. Difficile che venga eletto il cardinale Robert Sarah, che della succitata congregazione è il prefetto: guineiano, 75 anni, è stato troppo attenzionato negativamente dopo l'incidente riguardo il libro scritto con vescovo emerito di Roma, Benedetto XVI, che lo creò cardinale nel 2010.

Guardando al continente nordamericano, restano molto quotate le candidature di Timothy Dolan di New York (70 anni) e Sean O'Malley di Boston (76 anni), come nel 2013, anche se è più probabile che fungeranno da kingmakers più che da candidati. 

Nessuna notizia dal Sudamerica: Bergoglio è bastato e avanzato, evidentemente.


Il panorama italiano presenta come unico uomo di valore il segretario di Stato, Pietro Parolin: 65 anni, lunga esperienza in Venezuela, discretissimo laddove il predecessore Tarcisio Bertone parlava a vanvera, copre istituzionalmente le bordate bergogliane senza mai apparire e sta cambiando la Curia in silenzio, posizione dopo posizione. Relegato nelle retrovie Nunzio Galantino, che sembrava essere l'astro nascente del pontificato ma che già da qualche anno non brillava più (LINK), Parolin sta imponendosi come il candidato naturale di Francesco pur senza i suoi slanci in avanti in dottrina (eccetto sul celibato ecclesiastico, riguardo il quale si è allineato alla linea di Santa Marta) che tanto hanno caratterizzato questo settennato albi-celeste. Un profilo che rassicura i benedettiani senza che passi il messaggio di una “rivoluzione” tradita.

Priva di fondamento, e spinta solo dai giornali, la candidatura al papato di Matteo Zuppi di Bologna: bene prendere un prete di strada e farlo arcivescovo e cardinale, ma un conto è la cattedra di San Petronio e un altro quella di San Pietro.

Questa la situazione, secondo gli ultimi spifferi. E non mi vengano a parlare, le anime belle, di malaugurio a proposito di simili ragionamenti col Papa felicemente regnante: il Papato è una monarchia (verità mai più riaffermata come durante questi 7 anni e mezzo) e parlare della successione petrina è legittimo nonché dirimente per capire la genesi di certe posizioni e il perché di taluni silenzi. E, come si soleva dire un tempo: intelligenti pauca.


lunedì 31 agosto 2020

Suggestioni micaeliche. Sant'Angelo d'Alife.



Sant'Angelo d'Alife, paese abbarbicato sul massiccio del Matese, a 400 metri dal livello della pianura sottostante, è facile da raggiungere: arrivi ad Alife, sali per la provinciale ed eccoti nel centro della cittadina. Su di essa non ho nulla da dire, ahimé, visto che l'ho attraversato solo di passaggio per raggiungere la meta dell'esplorazione compiuta l'altro ieri, sabato 29.

L'obbiettivo era la grotta dell'Apparitio di San Michele Arcangelo, che dà il nome al paese.

L'antro si raggiunge seguendo un sentiero mezzo asfaltato dalla sommità della provinciale: conviene parcheggiare l'auto nella rientranza della strada, al fresco dei pini, poiché la discesa e la salita sono ripidissime e, a meno di non avere un fuoristrada, il percorso fatto in auto è abbastanza difficoltoso (e pericoloso per i principianti).

E poi che esplorazione sarebbe, se fosse fatta tutta comodamente in auto?



La discesa alla grotta consta in tre lunghi tornanti, mezzi asfaltati e mezzi no, costellati di pietre cadute dalla parete rocciosa. Il panorama è notevole: davanti a noi si estendeva tutta la valle telesina, delimitata a sud dal Monte Maggiore (da me visitato anni fa, nel suo versante sud – occidentale, nascosto alla vista da Sant'Angelo, leggi qui: LINK) e nel lontanissimo sud – est dal massiccio del Taburno. Pietravairano, incassata fra il monte Maggiore e il monte Caievola, era tagliata nettamente in due da una strada che partiva dalle falde del nostro monte e si perdeva chissà dove: non dico che mi sentivo come un Hobbit che vedeva la Via sparire lontano dalla sommità di Collevento ma l'idea è quella.



La grotta in cui sarebbe apparso l'Arcangelo si apre nel fianco della montagna. A fianco sorge una chiesetta, risalente al XVII secolo, chiusa in quel tardo e troppo soleggiato pomeriggio. Alcuni gradini, mezzo naturali e mezzo intagliati, scendevano nell'antro, illuminato dalla luce quasi eterea del sole che iniziava a calare.



La grotta, umidissima e fresca, presentava stalattiti e infessure nella roccia che si originarono, secondo la tradizione, dalla furente lotta fra San Michele e il demonio, quest'ultimo ricacciato nelle profondità della terra. Acqua gelida gocciolava dalle rocce sovrastanti – l'acqua è un tipico richiamo all'Arcangelo in tutti i luoghi delle sue apparizioni – e osservavamo il baldacchino di pietra, che un tempo dovevano proteggere un altare, oggi scomparso. Oltre la struttura lapidea, si apriva l'inghiottitoio che il demonio creò per salvarsi dall'Arcangelo. Una spaccatura profonda nel suolo dell'antro, da cui sbucavano pipistrelli (vedi il video: LINK).

A lato, una nicchia, anch'essa litica, che doveva un tempo ospitare una statuetta del santo, richiamo apotropaico per evitare il rinascere del male.

Un luogo intimo, silenzioso, fresco, spirituale.



Una visita breve ma carica di suggestioni. Al ritorno all'aperto, il sole era ormai avviato al tramonto. Gli uccelli cinguettavano ancora ma più lentamente, gli insetti frinivano di meno, la strada – ora in salita! - si ammantava di quell'aria pacata e dai colori pastello che sempre attornia i percorsi di montagna quando il giorno si avvia alla fine.

E mentre salutavo Sant'Angelo d'Alife, pensavo già alla prossima esplorazione micaelica.

Un po' più lontano, questa volta.



giovedì 27 agosto 2020

Che fine ha fatto?

 


16 febbraio 2020: esplode ad Afragola la “questione del cadavere”.

Ricordo ancora la giornata: una domenica solare, calda, quando i timori della pandemia era lontani e non c'erano stati neppure i primi casi di contagio. Un mondo che oggi sempre distante, uguale eppure diverso, estraneo alla realtà che viviamo adesso.

Avevo appena concluso la prima – e purtroppo unica – passeggiata storica organizzata ad Afragola dalla locale Casa del Popolo e avevo davanti un pomeriggio che si annunciava noioso.

Tutt'altro: fu allora che iniziò la “questione”.

Era accaduto che, durante i sondaggi di scavo avvenuti alcuni giorni prima, era stata portata alla luce una tomba a urna, risalente al III secolo d. C., di una donna, sepolta da 1700 anni sotto un paio di metri di terra nelle campagne afragolesi. Il ritrovamento era avvenuto sotto la direzione della Soprintendenza, durante i lavori per la nuova linea dell'Alta Velocità, in via Pablo Neruda, nel settore sud – occidentale delle campagne afragolesi.

Fu un evento, non tanto il ritrovamento in sé – come ebbi modo di specificare in un'intervista telefonica a un'emittente televisiva locale – ma per la modalità di conservazione: le tumulazioni a urna, tipiche dell'alta società cristiana del Tardo Impero, non erano note nell'area.

La notizia, oltre a destare il genuino interesse degli abitanti e dei giornalisti, ebbe uno strascico polemico nei giorni seguenti, allorquando la società civile “si rese conto” che non c'era un museo per accogliere i reperti che man mano venivano alla luce e tutto finiva nel dimenticatoio.

A distanza di 6 mesi, effettivamente non abbiamo più notizie di questo scheletro se non quella che non apparteneva a una donna, ma a un uomo.

Che fine ha fatto? Dove si trova?

Un semestre fa, nel caos che seguì l'intervista che l'amico Paolo Sibilio e io rilasciammo, sembrò per un momento che finalmente si stesse per prendere in mano la situazione e pretendere da Sovrintendenza e RFI informazioni su cosa avevano trovato fino a quel momento. Perché la realtà è questa: attualmente l'Amministrazione comunale non sa cosa venga scoperto nel territorio che amministra. E se lo sa, lo tiene anch'essa nascosta alla cittadinanza e agli studiosi locali.

Quanto dobbiamo ancora aspettare?

sabato 15 agosto 2020

L'appello. Contro la pena di morte.

 

Titolo precedente della rubrica: Assassinio sull'Orient Express (LINK).


Ieri ho completato la lettura de L'appello, legal thriller del mitico John Grisham del 1994, acquistato all'indomani delle riaperture post-lockdown. Mi duole ammettere che l'ho posto davanti a molti altri volumi che attendono da tempo, ma ai gusti letterari non si domanda, soprattutto in questa estate per certi versi bizzarra, dove si lavora il 15 agosto nel mentre gente che lamentava la miseria in aprile è al mare in Puglia (ah, i sussidi!).

L'appello è un'opera densa di caratterizzazioni psicologiche tanto dei protagonisti quanto degli avversari, che giocano una partita legale durissima, avente come palio la morte di un uomo. Ma andiamo per ordine.

Una difesa disperata.

1967, Mississipi: Sam Cayhall e Rollie Wedge, militanti del Ku Klux Klan, piazzano una bomba ad orologeria nell'ufficio legale di Martin Kramer, ebreo che difende i diritti civili dei neri. Vanno via in tempo, come tante altre volte, ma all'ultimo momento... (Pubblicato su Funny Reader, a cui rinvio).

giovedì 13 agosto 2020