sabato 14 luglio 2018

L'AC di Pompei in visita ad Afragola.

Foto di gruppo.

Si è svolta sabato 23 giugno, dalle 16 alle 20, la visita dell’Azione Cattolica di Pompei in Afragola. Guidati dal Rev. Giuseppe Esposito, parroco del Ss. Salvatore di Pompei, e dallo scrivente, 43 pompeiani e scafatesi hanno visitato il centro storico della nostra città, seguendo il tema “Bartolo Longo in Afragola”. Più d’un episodio lega il Fondatore del Santuario della Madonna e della nuova Pompei alla cittadina di Sant’Antonio. Bartolo Longo (1841 – 1926), nativo di Latiano in Puglia, visitava spesso Afragola negli anni Sessanta dell’Ottocento, in compagnia di amici che lo conducevano nelle numerose taverne presenti nel casale per passare serate spensierate dopo le lezioni all’Università di Napoli. La giovinezza di Longo fu funestata dalla pratica del nuovo “culto” dello spiritismo che aveva in odio la religione cattolica. Tornato alla fede nel 1865, Longo abbandonò i vecchi compagni per dedicarsi anima e corpo agli esercizi spirituali e, a partire dal 1872, alla elevazione di un Santuario dedicato alla Vergine nella desolata landa di Valle di Pompei. Dopo 14 anni, il 14 aprile 1879, domenica di Pasqua, Longo tornò in Afragola per tutt’altro motivo: chiedere offerte per l’elevazione del Santuario mariano. Nella sua “Storia del Santuario di Pompei”, il Fondatore racconta dell’ospitalità offertagli dalle famiglie Geofilo, Maiello e Fiore e del rocambolesco ritorno a Napoli, che qui non possiamo trattare e a cui rinvio il lettore. Nel maggio seguente, Gennaro Maiello chiese una grazia per il figlio Carlo, ammalato di “febbre perniciosa algida”. La Vergine non tardò e Maiello offrì 500 lire, grossa somma per l’epoca, per la costruzione delle porte del tempio.

Sulla scia di quanto raccontato dal Longo, l’AC pompeiana ha visitato il centro storico di Afragola, con l’assistenza storica di don Esposito e la guida di chi scrive. Si è visitato Palazzo Sole, un tempo Palazzo Maiello, nell’omonima via, dove Longo fu ospitato in quella antica domenica; la chiesa del Ss. Rosario, sicuramente visitata dal Fondatore e propagatore del Rosario, con le sottostanti cripte; le chiese di San Giorgio e Santa Maria d’Ajello, dove si è concluso il singolare e breve pellegrinaggio, con unanime soddisfazione di tutti i partecipanti.

venerdì 13 luglio 2018

Gli eroici pirati del maestro Salgari.

Titolo precedente della rubrica: “Il rosso e il nero (e il biondo)” - LINK.


Incontrai per la prima volta Emilio Salgari nel cammino del mondo della letteratura nel 2002, con “I misteri della jungla nera”. Fu amore a prima lettura: le avventure di Tremal – Naik (personalmente antipatico), i complotti dei thugs tagliagole, sopratutto le ambientazioni esotiche e vivide, scritte da un uomo che non aveva mai lasciato l’Italia, catturarono la mia attenzione, pagina dopo pagina. Un secondo incontro ci fu nel 2007, con “Il corsaro nero”, ancora più avvincente. Poi, sfortunatamente, preso dagli impegni universitari e lavorativi e dall’arrivo di altri amici letterari, persi i contatti con Salgari per 10 anni, finquando il 10 febbraio 2017 acquistai “I pirati della Malesia”. La combinazione fra arretrati letterari, un’estate africana e la ripresa degli studi mi hanno permesso di leggere questo terzo episodio salgariano solo durante l’ultimo mese. Ed adesso, come al solito, un breve accenno alla trama.

Sandokan in azione.

Il romanzo si apre con l’assalto pirata a una nave diretta verso il Borneo e lo sterminio di tutti i suoi occupanti, eccetto due: Kammamuri e Ada Corishant, in viaggio verso Sarawak per liberare Tremal – Naik, padrone del primo e fidanzato della seconda. Il capitano dei pirati, Yanez, li conduce a Mompracem, isola malese base della Tigre della Malesia, Sandokan. Riconosciuto in Ada la cugina della sua sposa defunta, la Tigre accetta di aiutarli nel liberare Tremal – Naik. 
Copertina della 1a edizione, 1896.
I tigrotti di Mompracem si mettono quindi in viaggio, arrembando una nave e salvandosi da un attacco delle forze inglesi. Sbarcati a Sarawak, Yanez si finge un inglese per essere ricevuto dal raja James Brooke e favorire la liberazione dell’indiano. Quando tutto sembra filare liscio, però, il piano messo in piedi dalla Tigre viene scoperto e i pirati battono la ritirata su un fortino in mezzo al mare. Tempo di attendere l’arrivo dei legni britannici e si scatena l’inferno: pallottole, bombe, colpi di cannone si abbattono sul fortino, seminando stragi fra i pirati e costringendo Sandokan all’onta della resa e della prigionia. I due fidanzati, ritrovatisi, vengono subito separati, e i pirati sono internati in una nave di galeotti diretta in Australia. Le risorse della Tigre non sono però finite. Organizza un ammutinamento, che però costa la distruzione della nave e lo sterminio dei criminali, uccidi dai dayachi cannibali e si conclude con una nuova prigionia a Sarawak. Un suo tigrotto, Sambigliong, riesce a salvarsi dalla prigionia e corre a cercare aiuto. Nel giro di appena 5 apgina il raja viene deposto, i fidanzati si ritrovano e Sandokan, messo sul trono un nuovo raja, torna a Mompracem, promettendo a Tremal – Naik che un giorno sarebbe sbarcato in India ad affrontare i peggior nemico dell’indiano: Suyodhana, la Tigre dell’India.

Una lunga avventura.

Il romanzo si apre con l’apparizione di Kammamuri e Ada, personaggi de “I misteri della jungla nera” ambientato in India. Stanno raggiungendo Tremal – Naik, avventato e ingenuo protagonista dell’opera suddetta, fatto prigioniero e portato a Sarawak. Il capitano dei pirati, il portoghese Yanez, è amico fraterno della Tigre della Malesia, Sandokan, ed entrambi protagonisti de “La tigre di Mompracem”. Da questo crossing – over fra il ciclo indiano e quello malese – non pensato inizialmente da Salgari e da lui costruito a tavolino - nasce il ciclo indo – malese con protagonista assoluto il capo dei tigrotti del Borneo. La Tigre della Malesia, impulsivo e coraggioso, testardo e focoso anche davanti alle forze ineguali, attrae tutti, nemici compresi; il fido Yanez, pacato e ironico, mente e braccio di Sandokan, riveste un grande ruolo d’astuzia; James Brooke, raja inglese di Sarawak, non è senza intelligenza e dignità, riconoscendo il valore dei suoi avversari. Totalmente sprecati Kamammuri, in ruoli marginali, e Tremal – Naik, figura inutile, ombra del cacciatore indiano visto ne “I misteri ”.
Si viene catapultati immediatamente nell’azione, con l’assalto pirata che conquista il praho su cui viaggiano i due ospiti indiani: gli spari, il sangue, le sciabole, le corse sul ponte, le grida, tutto immerge in un enfatica avventura. Gli scontri seguenti sono via via più violenti e cruenti, fino al climax dell’assalto al fortino sul mare, che fa strage di quasi tutti i pirati – anche se uno, Aier Duk, verrà “risuscitato” per distrazione dall’autore. Ci sono momenti, come quello della tempesta scoppiata durante l’ammutinamento, nel bel mezzo dello scontro a fuoco fra i galeotti e l’equipaggio della nave, in cui l’ansia prende a tal punto, tanto che si è presi dalla narrazione, tanto che ci si è calati nella narrazione, che ogni pagina sembra infinita e sembra di sentir gridare Sandokan “Viva Mompracem!!” a pochi metri da sé. Tanto più scialbo e indegno appare il finale: la liberazione di Sandokan e dei suoi, avvenuta per mano dei pirati giunti in soccorso, si conclude in poche pagine, privando la conclusione dell’epicità e dell’escalation d’azione che aveva caratterizzato l’inizio e i capitoli centrali. La fretta di finire per consegnare all’editore e passare a un’altra storia avrà influito su questo arronzamento, l’unico peraltro in Salgari, vero maestro dell’avventura.

mercoledì 11 luglio 2018

Adele Vitale: la scuola come punto di riferimento.

La Ds prof.ssa Adele Vitale.

Oggi incontriamo la preside Adele Vitale, Dirigente d’Istituto del liceo scientifico statale “Filippo Brunelleschi” di Afragola. La intervistiamo per la sua storia personale didattica e giornalistica e per avere un suo parere sul futuro della scuola.

D. Preside, quando ha iniziato la sua carriera scolastica?

R. Mi sono laureata nel 1976 in Lettere classiche. Ho iniziato la mia carriera nelle scuole superiori dell’Istituto Brando di Casoria, poi sono stato supplente per le scuole medie per dieci anni, in attesa del concorso di ruolo. Superato il concorso per l’insegnamento di ruolo nelle scuole superiori, ho scelto come sede il liceo Filippo Brunelleschi nell’anno scolastico 1987/88. Qui sono stata titolare di cattedra in materie umanistiche (italiano e latino) per 21 anni, per le classi del triennio. Nel 2009 ho sostenuto il concorso per dirigente scolastico e, superatolo, sono stata chiamata in Abruzzo, a Notaresco, restandovi per tre anni. Successivamente mi sono spostata nel Lazio, a Latina, per un anno, e poi sono tornata in Campania, prima a Miano, quartiere napoletano molto difficile, e infine al liceo Brunelleschi, dove sono dirigente da 4 anni.

D. Lei ha unito alla carriera scolastica quella giornalistica, col nome di Edy Vitale. Come ha iniziato? E scrive ancora?

R. Ho iniziato la carriera giornalistica insieme a quella didattica. Sono stata corrispondente del Roma per 4 anni, subito dopo la laurea. Scrivevo articoli di cultura, fra cui il ritrovamento di reperti archeologici, grazie alla mia amica archeologa, Claudia Bencivenga. Stavo per passare alla sezione della cronaca nera, ma ho deciso di lasciare la collaborazione attiva dal 1980, con il moltiplicarsi dei miei impegni professionali e personali. Quando ero in Abruzzo, il direttore de Il Giornale di Casoria, Carlo De Vita, mi chiese la collaborazione per una rubrica che voleva affidarmi, “L’Emigrante”. Così mi sono dedicata alla produzione di articoli legati alla vita di chi vive l’esperienza di emigrazione dal suo mondo all’altro, come i viaggi che svolgevo come pendolare o episodi legati alla vita didattica delle realtà che dirigevo. Tornata qui a Napoli, ho di nuovo sospeso la collaborazione perché il tempo è venuto meno.

D. Lei è da 4 anni dirigente del liceo Brunelleschi. Quali problematicità ha trovato al suo arrivo?

R. Quando arrivai, mi sono resa conto di trovarmi davanti a una scuola impegnativa. Il numero degli allievi è elevato, più di 1300, non contando il corpo docente e il personale ATA. Ho instaurato un rapporto di dialogo con i docenti e i rappresentanti di istituto degli studenti, per affrontare i problemi della vita d’istituto, come il vizio del fumo fra i ragazzi. Il rapporto con i docenti è sempre stato collaborativo, e penso sia dipeso dal fatto che già conoscevo l’ambiente: ciò ha reso più facile instaurare un rapporto umano proficuo.

D. Dove va la scuola italiana?

R. La situazione è piuttosto confusa. Confusi i capi d’istituto, i professori, i genitori e sopratutto i ragazzi. L’inserimento di nuove attività, come l’Alternanza scuola/lavoro, da una parte è stata vista come una possibilità di rinnovamento, ma d’altra parte è stato complicato per i licei questo avvicinamento al mondo del lavoro, perché abbiamo dovuto trovare percorsi che aderissero al programma scolastico. Questo secondo anno di ASL è andato molto bene, abbiamo avuto interessanti ricadute sul territorio e abbiamo implementato i rapporti di collaborazione con il mondo della scienza. Molto successo ha avuto l’esperienza di “tutoraggio” di alcuni nostri studenti che hanno insegnato la lingua francese nella vicina scuola primaria “ G. Marconi” e che speriamo di replicare.

D. Cosa serve alla scuola italiana?

R. Credo che servano punti di riferimento. Dare delle regole precise, non parlare continuamente di massimi sistemi, bisogna rivedere la sicurezza delle scuole con la collaborazione degli organi preposti, in modo che si possa lavorare in ambienti adeguati per studenti, docenti e personale ATA.

  • Grazie preside Vitale, buon lavoro.

lunedì 9 luglio 2018

La Relazione di S. Marco: una "fake news" del XVII secolo - I parte.

La chiesa di San Marco in Sjlvis ripresa da una inusuale prospettiva.


Il tempio di San Marco sorse in epoca medievale, indicativamente verso il XIII secolo e comunque non oltre il XIV, nel pieno di un antico bosco posto a est della strada maestra che da Napoli portava verso Capua. Questa boscaglia che dalle paludi della Bolla (attuale Volla) copriva la Pianura campana fin quasi alla Valle Caudina, si diradava in corrispondenza della Via delle Puglie (attuale via Nazionale delle Puglie) e dei casali di Arcora e Casavico, nel territorio della futura Afragola. Il dicatum attribuito alla chiesa, “in Sjlvis”, è dovuto proprio alla sua ubicazione ai margini di questo bosco, sostituito già in epoca aragonese e vicereale (1504 – 1707) da campi coltivati esistiti fino all’incirca agli anni Settanta del secolo scorso1.
La chiesa dovrebbe essere l’unica delle tre storiche2 ad avere una data di fondazione precisa: 1179. Tale cifra compare in un solo documento, un poema di cui non si è certi dell’origine e neppure dell’autore. E' attribuito al frate domenicano afragolese Domenico de Stelleopardis, vissuto tra la metà del Trecento e il 14043. Questo frate avrebbe scritto questo poema in un anno imprecisato alla fine del XIV secolo. L’opera sarebbe stata riformulata in italiano cinquecentesco e pubblicata una prima volta nel 1581, poi nel 1607 e infine nel 1682, in una terza edizione nella quale prende il nome di “Relatione historica della fondazione della chiesa di San Marco della selvetella” e compare pure l’anno di produzione: 1390. Riporto alcune strofe (sono 24 in totale), a mio parere le più significative per l’analisi del documento che proporrò nella seconda parte di questo longread. Ho inoltre ulteriormente evidenziato le “frasi – svolta” che ci aiuteranno nell’analisi.

Il testo

Strofa 1

Io vò cantar del Santo Evangelista, 
E di sua Chiesa lo gran preggio, e stima, 
Che far si dee da ogn’un, che l’ha vista 
Con metro rozzo, e con rustica rima, 
E noto fare al Mondo, come 
l’anno Mille cento settanta, e nove appunto 
Il Re Goglielmo in Napoli regnando, 
Molte Chiese andava edificando.

  • Nella prima strofa appare la data del 1179 che, si badi bene, non compare in nessun altro documento attualmente a nostra disposizione.
  • Guglielmo II il Buono (1153 – 1189), fu il terzo Re normanno di Sicilia dal 1166 fino alla morte senza eredi. Avversario e poi alleato dell’imperatore Federico Barbarossa, ebbe mire espansionistiche verso l’Africa e Costantinopoli. Il suo regno fu vivacissimo dal punto di vista artistico ed intellettuale.

Strofa 5

Havea Guglielmo pensiero di fare 
un Tempio famoso per honore 
del gran Iddio, e del suo Protettore 
Marco l’Evangelista; e nel pensare 
Qual luogo egli dovesse destinare, 
Li venne in mente, che da Fragolani 
Rechiesto l’era di fare la Cappella 
Poco lontano dalla Selvetella.
  • La richiesta di costruire una chiesa era venuta dagli afragolesi. Non era quindi “una disposizione di casa Altavilla” come erroneamente è stato scritto in passato.

Strofa 7

Lo giorno si fabricava allegramente 
Dalli Mastri periti, e più saccenti 
La bella Chiesa: quando incontinente 
Di notte tempo gl’Angeli Celesti 
Spianando assai più velocemente 
La già fatta fabbrica terrestre, 
in mezzo della Selva l’asportavano, 
Et ivi con bel lavoro la collocavano.
  • Il trasporto miracoloso di un edificio sacro da un luogo all’altro per mezzo degli angeli è un topos agiografico molto diffuso nel Medioevo. Basti pensare alla Casa della Madonna, trasportata dalla Palestina a Loreto nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1296.

Strofa 8

Erano già molti secoli passati 
Quando Timoteo, detto il Dragontino, 
Havea in Nola pur martirizzati 
De’ Christiani Fedeli un stuol Divino, 
Mentre nell’Imperio Romano 
Con empia crudeltà e ferocia 
Regnava il crudel Diocletiano 
Inimico del nome Christiano.

Strofa 9

Da quello tempo furono trasportati 
In quella Selva molti Corpi Santi
Di quei Campioni già martirizzati 
Nel Teatro di Nola poco avanti, 
Per tenerli celati a quei tiranni, 
Ch’anco a corpi morti facean danni, 
Per mano de’ Fedeli qui nascosti 
Fra la Terra e Cespugli furono posti.
  • Timoteo Dragontino fu un ministro dell’imperatore Diocleziano durante l’ultima persecuzione dei cristiani, all’inizio del IV secolo. Fece rinchiudere San Gennaro in una fornace per ucciderlo e, fallito questo tentativo, lo fece decapitare.
  • I cristiani di Nola sopravvissuti agli eccidi seppelliscono i propri cari non sui monti dietro la città ma in un bosco a quasi 30 km dalla stessa, affrontando il rischio di essere scoperti nell’impresa. Analizzeremo questo punto nella seconda parte del presente dossier.

Strofa 13

Fatta la Chiesa poi, li Corpi Santi 
Essendo in luogo sacro collocati, 
E con divoto cuor da tutti quanti 
I convicini Popoli honorati, 
A molti se degnorno comparire 
Di Splendore,e di gloria adornati, 
Con veste bianca, e lume acceso in mano
Cantando lode al Trino Dio Soprano.

Strofa 15

Subbitamente ei (l’arcivescovo Sergio di Napoli, ndr) vi volle andare, 
Partendo a buona hora la mattina, 
Giunse per tempo, e volle celebrare 
La Santa Messa alla Bontà Divina; 
Dopo osservando con suo gran diletto 
Le cose degne di sì nobil Chiesa, 
Trovò che quanto l’havevano detto, 
Tutto ivi oprava Dio con effetto.

Strofa 16.

Et acciò che li posteri venturi 
Sapessero quali erano le mura, 
Che gl’Angeli di Dio spiriti puri 
Havean fabricato con premura 
Il buon Prelato, el segno della Croce 
Fe’ porre in molte parti, e così disse: 
Quelle mura dalla Croce in giù 
D’huomo opra non son, ma di Giesù.

L'ottava strofa del poema.

Strofa 18

Li segni, e li prodigi che mostrava 
il gran Signore in questo Sacro loco 
Furono molti, e ciascun ne parlava 
Dicendo che di notte tutta fuoco 
Pareva la Chiesa e che da par se stesse 
Con dolce melodia le campane 
S’udivano suonar quando li Santi 
lodavano il Signore con lor canti.

Strofa 19

Nel veder &udir tali portenti 
Accorrevano sovente gli divoti, 
E giungendo alla Chiesa, 
Penitenti De’ loro cuori sfocavano i voti, 
Pregando il Signor degli Viventi, 
Che si degnasse hormai sveltamente 
Manifestar i Corpi de’ beati, 
Et il luogo dove stavano atterrati.
  • L’autore del poema ha scritto poche strofe innanzi che la chiesa fu trasportata da un luogo all’altro per coprire i resti dei martiri nolani, ma adesso afferma che non si sapeva dove questi corpi fossero esattamente sepolti...

Strofa 20

Ma il Signor non volle esaudire 
L’humil preghier di tale gente, 
Perché pensò voler egli ingrandire 
Questo Paese più opportunamente 
Quando gli Patrioti afflitti, e gravi 
Da lor necessità tralasciaranno 
la già cadente Chiesa frequentare, 
Nè più la pensaranno edificare.
  • Alle preghiere dei fedeli di mostrare i corpi dei martiri, appena intravisti nelle notti nella chiesa solitaria, il Signore non concede soddisfazione. L’autore pensa che Dio volle riservarsi azioni in futuro quando la frequentazione della chiesa sarebbe diminuita a causa delle preoccupazioni degli afragolesi.

Strofa 23

O te felice Pompeo Cerbone
Che fosti degno di veder sovente, 
Quando tu oravi con divotione 
Quelli Santi Martiri, e Beati; 
Tu l’honoravi con divoti accenti, 
Et elli per mostrarti teco grati, 
Cooperando al tuo pietoso intento, 
T’impetravano dal Ciel ogni contento.
  • Solo un uomo pare fosse stato degno di avere le divine visioni di questi martiri. Di lui ci occuperemo nella seconda parte.

Strofa 24

O Fragola felice, e fortunata 
Che nel tuo segno sì nobili pegni 
Raccogli; e benché a te qua giù celati 
Siano quei Corpi: ne’ celesti Regni 
Da’ loro spirti sei patrocinata; 
Onde per l’avvenire non preggierai 
Fra le tue doti, che sia la più bella 
Che Santo Marco della Selvetella.

FINIS.

Questa la “Relazione”. Essa ci pone ben 7 questioni, delle quali la prima e la più importante è: chi è il vero autore di questo documento? E che ruolo ha San Marco in persona in tutta questa storia?

(Continua)

Note

1 Testimonianza orale resa all’Autore da residenti del quartiere.
2 Le altre due, come già ricordato diverse volte, sono Santa Maria d’Ajello e San Giorgio martire.

3 Domenico de Stelleopardis fu Inquisitore del Regno di Napoli per conto del Papa legittimo Bonifacio IX (1389 – 1404) nel caos provocato dallo Scisma d’Occidente (1378 – 1417).


sabato 7 luglio 2018

Il Vesuvio, un anno dopo.


Il Vesuvio e il Monte Somma scomparsi a causa del fumo dell'incendio.

Un anno fa ebbe inizio una terribile catastrofe. Da 7 diversi punti di accensione, esplose un incendio spaventoso che, complice la siccità estrema e il vento contrario, in pochi giorni provocò la morte di migliaia di insetti e animali e la distruzione di quasi metà del patrimonio floristico del complesso vulcanico. 
Dopo un anno, non si sa ancora chi abbia provocato tutto questo. 
Dopo un anno, siamo ancora qui a discutere di come sia fragile la Natura, che dobbiamo proteggerla, nel mentre nuove abitazioni abusive trovano posto nel perimetro del Parco Nazionale. 
Dopo un anno, siamo giunti alla conclusione (ma molti, me compreso, c’erano arrivati anni prima) che non tutti meritano di vivere in queste terre fra monti e mare, fra sole e boschi. Ma da questa idea alla sua pratica applicazione, ecco, non ci siamo ancora arrivati.

Video girato dalla contrada Santa Maria la Nova ad Afragola: LINK.

La nube di fumo, simile a un'eruzione, vista da via Friuli in Afragola l'11 luglio 2017.

mercoledì 4 luglio 2018

Afragola d'arte. La chiesa dell'Addolorata.

Statua lignea di Santa Lucia, inizio Novecento.

La chiesa dedicata alla Vergine Addolorata è sita nell’angolo nord – occidentale dell’ex castello. Fu realizzata negli anni Venti dell’Ottocento ad uso delle suore che gestivano l’orfanotrofio del sacerdote Nicola Jengo negli ambienti dell’ex maniero. Fu dotata di un ingresso che dà tuttora in Piazza Castello e aperta al pubblico nel 1823, come ricorda un’epigrafe incassata nell’arco d’ingresso: in essa vengono citati i governatori Cesare Marco Castaldo, Giuseppe Alfieri e Onofrio Ciaramella, nominati dall’Amministrazione comunale guidata da Girolamo Piscopo, sindaco di Afragola dal 1817 al 1823.


Descrizione interna.


Il tempio ha pianta rettangolare e ha un’unica navata. Le pareti presentano archi scanditi da coppie di lesene con teste d’angelo in chiave di volta. Il soffitto, sfondato e tenuto in equilibrio precario da un sistema di assi, presenta un dipinto ritraente la Deposizione di Cristo, risalente agli inizi del Novecento. E’ un’opera curiosa. Gesù è deposto su un sudario, poggiato a una roccia. Accanto a lui la corona di spine e i tre chiodi della Croce. Maria non è avvolta negli abiti funebri tradizionali per rappresentare l’Addolorata e il suo sguardo non è atteggiato a sofferenza. La Croce presenta la scala, elemento iconografico inusuale nel panorama artistico afragolese, di cui parlammo nel precedente numero di questa rubrica (leggi: LINK). A fianco, vediamo crocifisso uno dei due ladroni, mentre il secondo non è ritratto, sostituito da una macchia nera a forma di vaso – forse un riferimento poco attento al Santo Graal?

Deposizione di Cristo, inizio Novecento.

L’unica cappella del tempio si apre nel secondo arco sinistro. In essa troviamo:
1. un crocifisso ligneo;
2. un dipinto di inizio Novecento ritraente “La morte di San Giuseppe” - anche questo un tema religioso che ritroviamo unicamente in questa chiesa – del pittore napoletano Giuseppe Maldarelli (1885 – 1958);
3. una bella statua lignea di Santa Lucia, opera dello scultore napoletano Giuseppe Cerrone, risalente sempre all’inizio del XX secolo.
La prete destra presenta, in corrispondenza con il primo arco, un’edicola esagonale ospitante una scultura in cartapesta rappresentante “La Vergine con i sette padri fondatori di Montesenario”, che ricorda la visione mariana avuta dai sette nobili fiorentini, fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria.

Interno.

Un arco trionfale con l’ideogramma mariano in capite d’arco separa la navata dal presbiterio. L’altare e la balaustra ottocenteschi furono eliminati dopo le nuove disposizioni liturgiche predisposte dal Concilio Vaticano II, 50 anni fa. Adesso c’è un semplice altare a mensa, dietro il quale c’è la nicchia con la statua in cartapesta della Madonna Addolorata. La nicchia è sovrastata dallo stemma in stucco dell’Ordine dei Servi di Maria con sette gigli. Dietro il presbiterio si notano le grate dietro le quali le suore seguivano gli Offici Sacri. Presso l’ingresso posto su Piazza Castello c’è una botola sigillata che conduce alle cripte.
Un’altra epigrafe marmorea posta nel vestibolo d’ingresso ricorda che il 9 marzo 1892 un fulmine abbattè la torre dell’orologio del castello e sfondò il tetto della chiesa. Il reverendo Francesco Iazzetta fece ricostruire il tempio con forme e decorazioni migliori delle precedenti e lo fece riaprire al culto nel 1897.

Galleria fotografica.

Morte di San Giuseppe, G. Maldarelli, inizio XX secolo.

La Vergine appare ai sette santi di Montesenario.


Epigrafe che ricorda la ricostruzione del tempio nel 1897.