martedì 22 maggio 2018

Pasquale II e la nuova stagione del Papato.

Pasquale II e il suo successore Gelasio II.


Articolo correlato: Urbano II e la ripresa della Riforma (LINK)

Morto Urbano II, il 13 agosto 1099 fu eletto suo successore il monaco cistercense Raniero. Nominato abate di San Lorenzo fuori le Mura da Gregorio VII e da lui creato cardinale presbitero del "titulus Sanc. Clemens" nel 1081, fu uno degli elettori di Urbano nel 1088. Fu ringraziato dal francese con la nomina a legato pontificio in Castiglia per dirimere la questione della primazia spagnola fra le diocesi di Toledo e Compostella. Nel 1090 le fonti ce lo indicano di nuovo al fianco di Urbano: la legazia di era risolta con un rinnovamento dell'autorità della Sede di Roma sulle altre diocesi, in contrasto coi desiderata di Alfonso VI di Castiglia - il re tuttavia decise di soprassedere per mantenere l'unità di sforzi nel mantenimento della Reconquista. Nel 1095 Raniero era presente al Concilio di Clermont durante il quale Urbano invitò i regnanti europei a prendersi la propria responsabilità per quanto avveniva in Terrasanta. Nel 1098 seguì il Papa nelle sue peregrinazioni fra Francia e Gallia, divenendone il successore. La cerimonia di consacrazione avvenne in San Clemente, più per impossibilità di tenerla in San Pietro che per legame con il tempio titolare. Il Vaticano era ancora tenuto dal fantoccio imperiale, Clemente III, che però in pochi mesi morì. Con lui non cessò lo scontro per le investiture, anzi. Una nuova fase, a tratti peggiore della prima e con la Chiesa in posizione di svantaggio, stava per aprirsi.


UN'INCERTA FASE INIZIALE.

Pasquale II iniziò il suo pontificato riprendendo la lotta delle investiture episcopali che era stata posta in sordina nella seconda metà del regno del predecessore. I suoi tentativi di normalizzare la situazione delle diocesi secondo i programmi dei riformatori gregoriani furono diversi e non ovunque ebbero lo stesso successo. Nei rapporti con il nuovo re inglese, Enrico I, succeduto nel 1100 a Guglielmo II il Rosso, riuscì a trovare un modus vivendi dopo lunghe trattative: il sovrano rinuncia alla investitura spirituale coi simboli del pastorale e dell'anello, riconoscendo tale diritto alla Chiesa, riservandosi però il giuramento di vassallaggio di quei vescovi che occupavano diocesi costituenti feudi della corona inglese. Era una conseguenza del riordino dei domini realizzato circa un trentennio prima da Guglielmo I il Normanno. Tale "via inglese" della risoluzione delle investiture fu scelta per risolvere l'ormai decennale contrasto con l'Impero, impersonato dal 1105 da Enrico V. Inizialmente i rapporti fra i due non furono negativi: il Papa aveva appoggiato il colpo di Stato col quale Enrico IV, l'antico nemico di Gregorio VII, era stato spodestato dal trono a favore del figlio. Ma ben presto i pregiudizi antiromani della corte di Aquisgrana riemerso ed Enrico figlio continuò la politica di Enrico padre di occupazione delle diocesi con propri partigiani. La via inglese trovata dalla Curia pascalina fallì per l'opposizione dell'imperatore e l'atmosfera attendista che da un decennio imperversava fra le due capitali europee esplose nel 1111, in occasione del viaggio di Enrico a Roma per l'incoronazione imperiale. Pasquale II dispose, il 4 febbraio di quell'anno, che contestualmente alla incoronazione ci fosse la rinuncia dell'episcopato tedesco dei beni feudali ricevuti dalla Casa di Svevia, pena il rinvio della cerimonia. Enrico V aveva agognato la corona imperiale fin dal 1106, all'indomani della morte del padre. La prosecuzione della di lui politica in materia di investiture laiche dei vescovi aveva provocato il freddo nelle relazione con Roma: Pasquale II era piuttosto conciliante sui particolari ma non sulla sostanza (i vescovi devono essere nominati dalla Sede Apostolica), sostenuto dal partito gregoriano - urbaniana piuttosto forte nella Curia romana. 
Il permanere dell'ostilità papale alle investiture imperiali, i sempre presenti sommovimenti dei nobili tedeschi e la naturale testardaggine del sovrano lo spinsero a scendere in Italia nel 1111, a capo di un esercito di circa 80000 uomini (100000 secondo altre fonti). Il 4 febbraio ci fu un incontro a Sutri fra la delegazione imperiale e quella papale. I romani avanzarono la proposta di rinunciare a tutti i beni temporali della Chiesa nei territori imperiali in cambio della completa libertà di nomine dei vescovi; in caso di accettazione imperiale, nulla ostava più all'incoronazione. Enrico approvò l'accordo ma chiese ed ottenne un'attesa prima della sigla del trattato per ascoltare il parere dei vescovi tedeschi. Parere che fu negativo: gli episcopi d'Oltralpe tenevano più alle proprie rendite che alla compattezza dell'Orbe cristiano. Enrico, quali che fossero le sue personali inclinazioni, non poteva contrastare uomini che erano suoi feudatari, alleati e, in qualche caso, sue creature, per non sconfessare la sua politica. Annunciò a Roma che l'accordo era saltato. I pontifici replicarono che anche la data di incoronazione era annullata e fu a quel punto che il sovrano ruppe gli indugi e ordinò di arrestare il Pontefice. Esplose la rivolta in tutta la Roma, ma evidentemente non abbastanza convinta: il Papa e alcuni cardinali furono arrestati e portati in Sabina, mentre Enrico pose gli accampamenti fuori dalle mure urbane. La prigionia durò due mesi: impossibilitato a comunicare con i cardinali rimasti liberi, tagliato fuori dal mondo, sorvegliato strettamente, Pasquale cedette alfine l'11 aprile, accettando di incoronare Enrico e cedergli il diritto alle investiture in cambio della liberazione. Il 13 aprile Il quinto Enrico fu incoronato e furono resi noti i termini della liberazione al popolo, dopodiché il sovrano e seguito imperiale tornarono in Germania.
Pasquale dovette affrontare a questo punto uno scisma interno alla Chiesa. La fazione gregoriano - urbaniana accusò il Papa di eresia, alcuni vescovi dell'Italia centrale parlarono apertamente di apostasia, il Meridione normanno era in subbuglio, dalla Francia arrivarono notizie di scisma conclamato. Fu a questo punto trovato il modo di annullare quanto deciso dal Papa, non inventandosi nulla ma riscoprendo quanto era accaduto in un'analoga situazione di coercizione della Sede papale al potere laico.

PASQUALE II E I POTERI PAPALI IN CATTIVITÀ.

Enrico V fece arrestare il Papa e alcuni cardinali durante la sua permanenza a Roma. La prigionia papale durò 4 mesi e terminò all'indomani della cessione pontificia sui diritti di nomina degli episcopati imperiali. Tornatosene l'imperatore Germania, per il Papa si aprì un anno di aperta contestazione della sua persona e della sua debolezza. Dalla Francia e sud Italia arrivavano i rifiuti più intransigenti all'accordo, finanche accenni di sostituzione di Pasquale, considerato indegno e inetto per la suprema carica.
Nel dicembre 1111 i teologi di Curia affrontarono la delicata questione: come giustificare un atto di un Papa legittimo salvando al tempo stesso il primato giurisdizionale petrino? Si giunse alla soluzione dopo accese discussioni: essendo stata la decisione papale presa in circostanze eccezionali e "sub captivitate" era da considerarsi nulla perche era venuto meno il principio della "libertas agendi" del Papa. Questo principio, che salvava Pasquale e il primato assieme, fu rievocato in un'altra epoca molto lontana Medioevo e in un'analoga situazione pregiudicante per il Papato (con Pio VII e sua prigionia Fontainebleau sotto Napoleone).

PASQUALE CONTRO ENRICO: LA SECONDA FASE.

Un concilio in Laterano nel marzo 1112 sconfessò pubblicamente lo "Iuramentum Sutrinum" dell'anno precedente, in base alle giustificazioni teologiche di cui parlammo ieri. Fu comminata la solenne scomunica per tutti i carcerieri del Papa e della sua corte, anche se non fu fatto esplicitamente il nome dell'imperatore. Evidentemente Pasquale II e la Curia volevano cercare di riannodare un filo con la corte tedesca. La reazione imperiale fu sdegnata e a complicare i rapporti ci fu anche la questione dei beni matildini, che Enrico V reclamava come feudo proprio nonostante la contessa Matilde avesse, nel testamento, lasciate tutte le sue sostanze alla Chiesa. Un nuovo sinodo, nella primavera del 1116, comminò la scomunica agli imperiali, nuovamente senza fare il nome dell'augusto. Nonostante ciò, Enrico ridiscese in Italia con il suo esercito, costringendo Pasquale II, in quel momento in conflitto con il Regno di Francia per la nomina e le traslazioni di vescovi a sua insaputa, a fuggire a Montecassino. L'imperatore svernò a Roma nel 1117, accolto benevolmente dalla popolazione che vedeva il proprio sovrano nella sua sede (ricordiamo che, teoricamente, l'imperatore era tale in quanto Re dei Romani). Pasquale, intanto, dall'Abbazia di Montecassino studiava le prossime mosse nella lotta per le investiture e al contempo ricevette una delegazione dell'altro imperatore cristiano, il bizantino Alessio Comneno, per cercare di risolvere lo Scisma d'Oriente, in piedi da ormai 60 anni. Fu in tale torno di tempo che avvenne, si può dire, la svolta: la morte del Papa.

LA MORTE DI PASQUALE II.

L'ultimo anno di pontificato di Papa Pasquale fu all'insegna dell'attendismo. Tornato l'imperatore Enrico in Germania, si spostò da Montecassino a Roma per riprendere possesso del Laterano, giusto il tempo di morirvi il 21 gennaio 1118. Personalità oscillante fra il rispetto del mandato gregoriano nel perseguire la Riforma e la necessità di smussare gli angoli dello scontro con i laici, Pasquale II fu ammirato dai suoi successori (che pure ebbero modo di criticarlo) per le intuizioni in altri campi della pastorale della Respublica Christiana: nel 1113 riconobbe l'istituzione dell'Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme, il più antico degli Ordini cavallereschi cristiani mentre pare leggenda la nomina del primo vescovo americano, quell'Enrico vescovo di Groenlandia che sarebbe stato il primo ordinario cristiano in terre d'oltreoceano quasi 4 secoli prima di Colombo. Pasquale II è altresì ricordato per i suoi funerali: la sua Vita afferma che il suo corpo, esposto nudo, fu "ricoperto di balsamo": non si tratta della prima imbalsamazione integrale ma del primo tentativo conosciuto, allo stato attuale della ricerca, di conservare il più a lungo possibile le fattezze del Papa defunto.
Il suo lungo pontificato, durato 19 anni, destò nei contemporanei una viva discussione circa la validità della credenza del "
Non videbis annos Petri", secondo la quale nessun Papa avrebbe mai potuto eguagliare i 25 anni di episcopato di Pietro a Roma. Una profezia successiva al suo pontificato riportò che un religioso nel 1099 consegnò al vescovo di Alatri un messaggio, che costui doveva poi trasmettere al neoeletto. Il messaggio ultraterreno diceva: Quater Quaterni Ternique. Cioè: 4x4+3, che fa 19. Esattamente il numero di anni in cui Pasquale II pontificò.


giovedì 17 maggio 2018

Vota (Sant') Antonio: elezioni afragolesi dal 1946 al 1972.




Afragola si prepara ad una nuova tornata elettorale. Ma come sono state quelle precedenti?
Dal 1946 ad oggi, la città ha sempre mostrato un profilo politico che anticipava o seguiva i trend nazionali. Ciò era dovuto sia alla sua importanza demografica – storicamente è sempre stato uno dei Comuni più popolati dell’area napoletana – sia per la sua particolare struttura economica, retta essenzialmente sull’agricoltura ma che forniva manodopera di alto livello sia alle industrie sia alle imprese artigiane delle città vicine. Di conseguenza, pur non avendo la stessa importanza di quelle tenute nei capoluoghi di provincia o in quello regionale, le elezioni amministrative di Afragola sono sempre state la cartina di tornasole degli umori popolari su scala regionale e nazionale.
Di seguito rilascio uno schema illustrativo delle elezioni locali tenutesi dal 1946 al 1972. La fonte principale delle informazioni è “Afragola – Dieci secoli di storia comunale” (1974 -76) di don Gaetano Capasso; ma non è l’unica, stante gli errori che talvolta il reverendo commetteva nella trascrizione dei dati. Dalla lettura attenta del prospetto possiamo ricavare dati interessanti sull’andamento dei partiti storici in Afragola, in corrispondenza con quanto avveniva a livello nazionale, fino all’inizio degli Anni settanta – spero di pubblicare, prima del 10 giugno, anche i dati relativi alle elezioni dal 1972 ad oggi.
Innanzitutto, ecco tabella:

Elezione
Elettori
Votanti
Risultati
Sindaco
25/10/46
17877
14803
Partito
Voti
%




Giuseppe Iazzetta

Unione Democratica
4629

Alleanza Democratica
4605

DC
3284
23
1952
20331
18502
Risultati
Sindaco

Partito
Voti
%





Armando Izzo
DC
6108
33
PCI
3594

Cattolici indip.
2702

PNM
1910

PSI
1635

MSI
1527

PSDI
308

1956
21556
20179
Risultati
Sindaco

Partito
Voti
%







Armando Izzo
DC
5803
29
Partito Monarchico
4529

PCI
3918

PSI
2896

MSI
1828

PSDI
407

Movimento Indip.
261

1960
23137
21597
Risultati
Sindaco

Partito
Voti
%








Giovanni Tremante
DC
9655
44
Associazione Cattolica Democratica
4509

PCI
3364

PSI
2317

PSDI
598

PNMI
596

MSI
374

1964
24790
23251
Risultati
Sindaco

Partito
Voti
%



Giovanni Tremante
(1964 – 1966)



Antonio Tuccillo
(1966 – 1967)
DC
12134
52
Cattolici Indip.
4240

PCI
3850

PSI
998

PSIUP
600

PSDI
542

MSI
464

1967
24790
-
Risultati
Sindaco

Partito
Voti
%








Giuseppe Moccia
DC
9249
40
ACD
6531

PCI
3085

PSU
2006

Trattore
1809

PSIUP
652

MSI
563

26/11/72
27553
24709
Risultati
Sindaco

Partito
Voti
%











Giuseppe Moccia
(1972 – 1973)




Giovanni Tremante
(1973 – 1974)





DC
8604
35
Unione Rinascita afragolese
7625

PCI
3324

PSI
1916

MSI
1200

PSDI
815

PRI
702

PLI
290




Dal prospetto possiamo ricavare alcune informazioni:
  • Innanzitutto, se si esclude la tornata elettorale del 1946, le sinistre in Afragola non hanno mai raggiunto la maggioranza dei consensi, ottenuta dal 1952 in poi dalla Democrazia Cristiana, come da trend nazionale. La stessa vittoria del 1946 può essere spiegata sia con l’efficienza organizzatrice delle stesse a livello locale sia con l’unione contro la DC. Difatti a quella data socialisti e comunisti erano ideologicamente affini: solo l’anno seguente Saragat si staccò da Nenni e attuò la famosa scissione di Palazzo Giustiniani che divise l’anima socialista.

  • La Democrazia Cristiana fu sempre il partito di maggioranza relativa (e lo sarà fin quasi al sindaco Caccavale, a metà degli anni Novanta). Tuttavia notiamo che nell’ultima tornata elettorale riportata, quella del 1972, dopo l'era di Giovanni Tremante (parleremo ancora di questo sindaco in un prossimo articolo) il suo primato inizi a declinare e a rilasciare voti rilevanti alle liste civiche.

  • Il Partito Comunista dimostra, per tutto il trentennio 1952 – 1972, un’eccezionale compattezza elettorale, restando sempre entro la forbice dei 3000 – 3900 voti. Il partito fu guidato in quegli anni dalla figura di Pasquale Esposito, di cui parleremo in futuro.

  • Il Movimento sociale pure mantiene un notevole bacino elettorale, eredità della tutto sommato buona amministrazione del podestà Ciaramella durante il ventennio. Bisogna rilevare che sotto la sigla dell’Msi trovavano posto anche i monarchici, rappresentanza non trascurabile durante il primo decennio repubblicano anche con una lista propria.

  • Altalenanti le performance elettorali dei socialisti, nelle loro divisioni: dopo un progressivo aumento del consenso elettorale, vediamo un crollo verticale dei consensi per il Partito socialista proprio in corrispondenza dell’ascesa di Giuseppe Saragat, scissionista che cercò sempre di riannodare i fili dello scisma, alla Presidenza della Repubblica, nel 1964.

  • Osserviamo anche la discesa in campo, almeno fino agli anni Sessanta, di formazioni dichiaratamente cattoliche che non si riconoscevano nell’egemonia democristiana e che volevano “contarsi”, ottenendo tra l’altro buoni risultati.

  • Numerose le liste civiche, dall’abito politico oscillante fra una generica adesione al liberalsocialismo a una vicinanza di comodo con la DC. Non le ho riportate tutte, limitandomi alle liste più votate.

  • La successione dei sindaci vede talvolta la presenza di due primi cittadini per la stessa consiliatura. Ciò è dovuto al fatto che fino agli anni Novanta l’elettorato eleggeva il solo Consiglio comunale, al quale era poi demandata la scelta del primo cittadino. Accadeva così che gli elettori votavano senza sapere chi sarebbe stato successivamente il loro rappresentante e quanto sarebbe durato in carica, visto che le maggioranze potevano mutare nel corso dei cinque anni o lo stesso partito del sindaco poteva decidere di sostituirlo con un altro. Sistema abolito dal 1993.