lunedì 16 aprile 2018

domenica 15 aprile 2018

Ippolito Cavalcanti: dalla nobiltà all'arte culinaria.

Copertina della II edizione della "Cucina teorico - pratica"


Bisogna superare il dolore, per chi resta e per chi se ne è andato.
A Stella.


Ippolito Cavalcanti (1787 – 1859) nacque per caso in Afragola. Il padre, Guido, Regio Governatore a Napoli, fu inviato nel casale delle fragola per amministrare la giustizia in un anno, il 1787, particolarmente “caldo” dal punto di vista fiscale per le richieste esose del governo di Ferdinando IV. Ippolito, secondo duca di Buonvicino – il padre ottenne il titolo nobiliare nel 1793 – nacque nello stesso anno in cui un altro illustre afragolese, Angelo Mozzillo (leggi: LINK) dipingeva la tela dell’Addolorata nella chiesa di Santa Maria d’Ajello: le coincidenze, per uno storico, non esistono.
Avevo diverse opzioni di narrazione nel momento in cui ho deciso di trattare finalmente la figura di Cavalcanti. Ho optato per la formula già usata con successo, a giudicare dall’attenzione costante dei miei pochi lettori, con lo stesso succitato Mozzillo: non un solo articolo ma diversi, pubblicati a distanza di settimane, in modo da non disperdere il lavoro nell’oceano infinito di siti web e voci di motori di ricerca. Ciò aiuta dal punto di vista della divulgazione ma impegnerà chi scrive per diverso tempo: non importa, il blog del resto esiste per questo e se i lettori non si lamentano, non vedo perché dovrei farlo io.
In questo primo approccio, mi limiterò a tratteggiare la vita dell’autore; e anche in questo caso userò una fonte storica già nota ai miei 4 lettori, quel “Notizie biografiche e bibliografiche” che già citai parlando dell’abate Aniello Casilli, il mese scorso. Mi limito quindi, per questo primo articolo dedicato a Cavalcanti, a riportare la fonte e a introdurre un paio di inferenze a fine testo:

Ippolito Cavalcanti , duca di Buonvicino, discendente dei Cavalcanti di Firenze, conosciuti per dottrina e per valore. Amerigo e Filippo furono i primi a venire nel regno e quando nel 1352 Giovanna I reggeva la nostra Partenope, inviava uno dei Cavalcanti vicerè in Calabria il quale terminato il suo officio, si stabilì in Cosenza e colà fu annoverato nelle famiglie nobili Cosentine. Ma accresciutasi sempre di più questa nobile prosapia, alcuni discendenti vennero in Napoli; ed essendo conosciuta la nobiltà de’ loro natali, furono aggregati al Seggio di Capoana (1). Da questa onorevole stirpe viene il nostro Ippolito, figlio di Guido, Governatore Regio di Cappa e Spada, il quale trovandosi in Pozzuoli s’invaghì di Anna Caparelli, discendente dei Caparelli, una delle quaranta famiglie nobili del Regno, e la tolse in moglie. Poco dopo gli sponsali, Guido fu mandato in Afragola per amministrare giustizia, e colà il giorno 23 settembre 1787 Ippolito vide la luce(2). Giovanetto venne in Napoli, e qui fu educato e istruito. Accerchiato sempre da uomini dotti e non degenerando punto dalla nobiltà de’ suoi genitori, fatto adulto, diede alla luce un libretto di cose ascetiche, intitolato Esercizi di Cristiana virtù, con la spiega del Pater Noster, e altre orazioni. E siccome tutti gli uomini devono avere una passione, così il nostro Duca, non trascurando i doveri di nobiltà, le sue ore di ozio invece di dissipare in giuochi, in feste, e in balli, le occupava nell’arte cucinaria, e tanto fu la maestria che in essa acquistò che ne distese in un voluminoso trattato, intitolato Cucina Teorico Pratica. E come amante del natio paese, dopo essersi deliziato col suo umore allegro e vivace nella lettura di quasi tutti i nostri scrittori paesani, s’avvide che il nostro dialetto era ricco di ogni specie di produzioni, meno che di una Cucina; onde egli pensò di occupare quasi un quarto del suo voluminoso libro, per darci una CUCINA CASERECCIA nel nostro patrio linguaggio, ma mancante di ortografia. Morì il Cavalcanti verso il 1860. E’ inutile parlare del libro perché troppo conosciuto, ma seguendo la nostra idea, ne ricorderemo le differenti edizioni:
  • La 1a stampata nel 1837 dedicata al Cav. Ippolito Tremante;
  • La 2a nel 1839 a D. Lelio Visci;
  • La 3a nel 1841, al Conte Berardo Candida;
  • La 4a nel 1844 al Ministro Nicola Santangelo;
  • La 5a nel 1847 al Ministro Giuseppe Lanza Principe di Trabia; ed in questa vi si leggono infine 11 ottave in dialetto scritte dal Genoino;
  • La 6a nel 1850, a S. A. R. Il Principe di Salerno;
  • La 7a nel 1852, senza dedica;
  • La 8a nel 1859, pei tipi di Gregorio Capasso”.

(1): I Seggi o Sedili di Napoli erano assemblee amministrative dei nobili e dei popolani della città con potere consultivo nei confronti dell’amministrazione reale (o vicereale) del Regno di Napoli. Erano 6: Capuana, Nilo, Montagna, Porto, Portanuova e Popolo. Istituiti nel Basso Medioevo, furono aboliti nel primo Ottocento.

(2): Non sono ancora riuscito a ritrovare l’atto di battesimo di Ippolito. Esso è assente in Santa Maria, segno che la nascita non avvenne in quella parrocchia, che pure era la principale del casale. Escludendo la piccola platea di San Marco, troppo piccola ed esclusa dal centro per ospitare l’abitazione di un Regio Governatore, non resta che San Giorgio. E’ quindi possibile, anzi probabile, che la nascita sia avvenuta entro il perimetro parrocchiale della chiesa dedicata al santo cavaliere.


sabato 7 aprile 2018

11 giugno 1799: gli afragolesi alle porte di Napoli.

Vessilli sanfedisti.


Bisogna superare il dolore. Per chi resta e per chi se ne è andato.
A Stella.

Articolo correlato: LINK.

Lo scorso novembre pubblicai un articolo dedicato alla rivolta sanfedista in Afragola, iniziata e gestita da Antonio Della Rossa. Oggi, da fonte diversa, riprendiamo la narrazione dal punto in cui ci eravamo interrotti: l’ 11 giugno 1799. La fonte è un opuscoletto di fine Ottocento, intitolato “Il cavaliere Antonio Micheroux nella reazione napoletana del 1799. Studio storico di Benedetto Maresca”, edito in Napoli nel 1895. La parte che ci riguarda è a pagina 172:

I contadini di Afragola, eccitati dal consigliere Antonio Della Rossa, e quelli di Acerra, guidati dal canonico Spadacenta, si erano da più tempo levati in arme, e tenevano fronte a francesi e napoletani, che ogni giorno facevano delle scorrerie con lo scopo di tenere aperte le comunicazioni con la piazza di Capua : Nè paghi di ciò, poiché ebbero avuto il rinforzo di alquanti calabresi spediti come esploratori da Ruffo, si erano spinti audacemente sino a Capodichino. Al ponte di Melito gli insorti di Afragola battevano un drappello di cavalleria guidato dal Pignatelli, principe di Strongoli, che rientrava ferito in città; e nelle vicinanze di Aversa quelli di S. Sebastiano, Frattamaggiore, Casandrino e Grumo costringevano un distaccamento di fanteria francese a ritirarsi, non senza molte perdite, nella capitale. L’11 (giugno) una partita di napoletani e francesi, uscita da Capodichino, era obbligata a rientrare in città, e il solito cronista (Diario napoletano dal 1798 al 1825 nella Biblioteca della Società napoletana di Storia Patria, ndr) scriveva: < Dal Serraglio in poi si deve andare con la coccarda rossa, e persone che vi sono state assicurano che vi sia truppa a piedi e a cavallo, la quale assicura tutti che a giorni saranno a Napoli>. Erano gli insorti di Afragola e i calabresi, che avevano battuto il Pignatelli. Le loro sentinelle avanzate si stabilivano il 12 alla croce del Serraglio, ed andavano diffondendo tra i popolani la voce che l’esercito sarebbe entrato in Napoli l’indomani o il giorno susseguente”.

E con ciò ci fermiamo nuovamente, in attesa di “entrare” a Napoli insieme ai rivoltosi.

sabato 31 marzo 2018

"Una meraviglia ai nostri occhi".



Il castello Matinale visto dalle sorgenti del Riullo, foto del febbraio 2017.



Carissimi, questo mese che muore è stato micidiale sotto parecchi punti di vista e le sue conseguenze si sentiranno ancora per molte settimane a venire. Ho trascurato il blog come forse non mai dalla sua fondazione ma del resto anche tutte le mie attività nel mondo reale sono state fortemente rallentate. E’ il guaio di vivere in mezzo al mondo e non in un lontano monastero benedettino sui monti – sì, la mia misantropia è peggiorata ultimamente. Spero vivamente che tutto si riaggiusti entro aprile, mese che vedrà altre prove defatiganti ma che dovrebbe essere l’ultimo di una serie di mesi negativi – il condizionale è d’obbligo. Intanto, auguro buona Pasqua di Resurrezione a tutti voi lettori: il blog, anche se ridimensionato temporaneamente, non morirà.


venerdì 23 marzo 2018

L'abate Aniello Casilli e il dizionario multilingue del 1861.

Poche righe di grande significato: una nuova vita è immessa n el mondo.


Serendipità. E’ il termine che indica il ritrovamento inaspettato di una cosa mentre se ne cercava un’altra. E’ quello che mi capita sovente durante le mie ricerche sul web relative a numerosi campi. Nella fattispecie stavo ricercando una fonte indicata in nota a un mio testo per la storia socio – religiosa del Regno duosiciliano quando ho ritrovato una notizia biografica relativa a un illustre afragolese, naturaliter dimenticato dai suoi concittadini e dai cultori di storia locale in genere: l’abate Aniello Casilli, realizzatore del primo dizionario scientifico in quattro lingue per uso scolastico e privato, vissuto tra il 1800 e il 1870 a Napoli.
La famiglia Casilli era una delle famiglie di Afragola dette “di nuova estrazione”, vale a dire di recente arrivo nel numero delle famiglie notabili. Capostipite delle fortune familiari fu Crescenzo Casillo, nato in Afragola l’8 luglio 1785, il quale sposò Maria Angela Chianese e diede vita a 13 figli - Crescenzo fu l’avo dell’omonimo sindaco di Casoria ucciso decenni fa in un agguato camorristico. Tale patriarca non era però antenato diretto del nostro Aniello: evidentemente il padre dell’abate, Raffaele, doveva essere qualche suo fratello o cugino. Il mutamento del cognome da “Casillo” in “Casilli” è da attribuirsi a sviste dei copisti dei nascenti Comuni di epoca murattiana – del resto, ben tre dei 13 figli dello stesso Crescenzo sopra ricordato ebbero il cognome terminante in -i invece che in -o.
La fonte che riporta la nota biografica del nostro concittadino è una raccolta di medaglioni di vite di autori borbonici, edita a Napoli nel 1874: “Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori del dialetto napoletano compilate da Pietro Martorana”. Il medaglioni dell’abate è riportato a pagina 124 dell’opera, che riporto integralmente:

Aniello Casilli, nato in Afragola il 17 dicembre 1800, figlio di Raffaele e Maria Ciaramella, ambedue di oneste e agiate famiglie. Cominciò i suoi studi sotto la scorta del sacerdote Nicola Casilli suo zio paterno. Vestì l’abito ecclesiastico e indi fissò la sua dimora in Napoli col detto zio e finalmente entrò nel Seminario Napolitano ove compì gli studi teologici e verso gli anni 24 della sua età, ordinato sacerdote, diedesi all’esercizio della predicazione; ma il suo desiderio era di darsi all’insegnamento, unitosi a Francesco Maria Orefice, anch’egli sacerdote, e con l’aiuto della filantropica signora Sara Marino fondarono un collegio di scelte donzelle sotto il nome di Miracolilli situato sulla strada di Santa Maria degli angeli alle Croci. Acquisì tanta fama questo educandato che vi si raccolsero nobili e gentili donzelle, le quali uscite con completa educazione di lettere e arti sono divenute ottime madri. Scrisse “Il Nuovo Vocabolario domestico – in quattro lingue – Napoletana, Italiana, Francese e Latina compilato – dall’Abate Aniello Casilli – per uso – degl’Italiani e Forestieri – Napoli – Tipografia di Vincenzo Marchese – Largo Donna Regina N. 20 e 21 – 1861”. Esso è in 4o piccolo, diviso in due parti: la prima di 49 pagine contenente il vocabolo napolitano, col corrispondente Italia, Francese e Latino; la seconda parte di pagine 33 contiene la voce Italiana con la dichiarazione in Napolitano”.

Questo il passo della nostra fonte. Non ho trovato l’atto di battesimo di Casilli nei registri dell’Archivio Parrocchiale di Santa Maria d’Ajello: evidentemente doveva provenire da un’altra parrocchia del casale, forse quella di San Marco, nella cui cura d’anime ricadono ancor oggi alcuni Casillo o Casilli. Oppure… vabbè, non anticipiamo i tempi (scoprirete nelle prossime settimane a cosa mi riferisco). 
In nota è riportata anche una nota biografica del sacerdote Orefice, collega di Casilli nell’educandato. La nota riporta appena gli estremi di nascita e morte, con una specificazione:
Francesco Maria Orefice nato ad Afragola il 5 gennaio 1800, morto povero a Napoli il 31 gennaio 1863”.
Di questo sacerdote son riuscito a ritrovare l’atto di battesimo, riportato nel Libro XI dei Battezzati dell’Archivio Parrocchiale della chiesa matrice di Santa Maria d’Ajello e che ho riportato nella foto di copertina di questo articolo.

lunedì 19 marzo 2018

"Lo/a stavo mandando in Germania..."

Panorama dell'Assia.



Lo stavo mandando in Germania….” così la madre di un giovane spacciatore salernitano; così il padre di un nullafacente toscano; così la madre di un’altra tossicomane che, per quanto di buona famiglia, non ha resistito a influenze negative di amiche peggiori di lei.

Mi sono stancato. Stanno vincendo, prendiamo atto. La storia è nota: sempre più giovani e meno giovani italiani decidono di trasferirsi in Germania per un futuro migliore che, a detta loro, l’Italia non può dargli. Sempre più ignoranti e impreparati, convinti che basti solo la buona volontà di lavorare, sbarcano a Stoccarda, a Darmstadt, ad Amburgo, a Berlino. Cambiando solo il palcoscenico della loro vita grama e con l’aggravante di farla diventare grama anche a chi si è trasferito lassù proprio per non vederli più.
Solo un fesso o un mentitore può non ammettere che la qualità dell’emigrazione italiana in Germania è paurosamente calata negli ultimi anni: prima si trasferivano nella patria di Kant solo muratori, carpentieri, operai specializzati, ingegneri, infermieri, storici, artisti, laureati che avevano studiato davvero e tecnici che sapevano il fatto loro. Oggi prendono la valigia giovani e meno giovani senza né arte né parte, che vogliono trasferirsi “perché lo fanno tutti”, “perché la Germania dopo tre mesi ti da il sussidio”, “perché ti prendono senza tedesco”. Arrivano lì, finiscono a lavare i piatti e tornano dopo un mese sputando veleno sulla Germania. Oppure, se sono più tenaci, restano fino ad essere assunti in una buona Firma, prendendo uno stipendio decente (non ottimale, in Germania le tasse e le imposte si pagano) e stabilendosi lì. Ecco, questi sono, nella maggior parte dei casi, i peggiori.
Illusi di avercela fatta, portatori sani di una malattia nota con la perifrasi “noi italiani siamo i migliori in tutto” (sostituite a “italiani” le declinazioni regionali o cittadine che volete: “napoletani”, “milanesi”, liguri”, “pugliesi”), non cambiano assolutamente la mentalità retrograda, chiusa, camorristica che li ha portatori a lasciare le contrade italiane dopo averne fatto un deserto. Musica a tutto volume, carte gettate in autostrada dal finestrino di notte, discussioni infinite con connazionali presenti lì da tempo per escogitare il modo di “fottere i tedeschi”, lavorando il meno possibile e guadagnando il più possibile, irrisione dei costumi e delle tradizioni tedesche, assoluta frequentazione dei soli connazionali “perché i crucchi, alla fin fine, sono sempre nazisti come Mussolini” (così mi riferì uno di essi, e vi basti per verificarne il grado culturale).

Sono sempre di più, sono sempre più irrefrenabili, sempre più ignoranti, sempre più additati come il futuro gap civile della Germania, sempre più presi come pietra di paragone per l’emigrazione di altre nazionalità, a cominciare da quella siriana. Che qualcuno vi mescoli anche un po' di razzismo anti – italiano, è indubbio; ma sono disposto a comprendere anche il più razzista dei tedeschi dopo che ha visto il suo tranquillo paesino agreste trasformarsi un uno snodo di spaccio di cocaina a causa di napoletani e calabresi venuti da giù. Chi dei migliori emigra ormai è rassegnato al fatto che prima o poi verrà paragonato a costoro con frasi tipo “Ah, tu sei bravo, non come quelli là” o “Ma tu non sei napoletano come loro? Perché loro sono così e tu no?”. 
Già, perché? Perché io che ho imparato il tedesco devo essere messo sullo stesso piano del piccolo spacciatore fuggito dallo Zen di Palermo che non sa dire neppure “Wie geht’s?” Perché la società massificata ci rende tutti uguali quando uguali non siamo?
Perché la Germania, questo stupendo Paese, è destinata a divenire l’immondezzaio di tutti gli scarti degli altri Paesi? Perché non si effettua la scrematura? Schengen? Eccone i risultati: paesi tedeschi divenuti il crocevia di droga e commercio di immigrati africani (ma non faceva a tutti schifo lo schiavismo? Com’è che ogni tanto si scoprono nuove linee del commercio ci carne umana? Forse perché non ci sono più controlli?), impossibilità di controllare chi si aggira in Europa a causa di imbecilli erasmusiani che gridano di dolore appena si parla di regolamentare le ondate umane da un capo all’altro del continente. Trasferimento di mine vaganti da zone degradate italiane, francesi e spagnole verso Germania e Gran Bretagna, che ormai non risucchiano più solo il meglio della gioventù europea ma anche gli scarti. Paesi simbolo di civiltà che ogni anno si imbarbariscono sempre più per l’arrivo di manodopera poco qualificata, ignorante, poco disposta a cambiare abitudini, lamentosa, che sta lì perché c’è il miraggio dei sussidi o per non trovarsi nei guai a Secondigliano o alla Magliana, dove i guai però – ecco, piccolo ma significativo particolare – li creavano proprio questi emigranti che, giunti lì, in un riflesso pavloviano, cercano quanto prima di “segnare il territorio” iniziando dai connazionali. I quali, dopo essersi salvati con l’emigrazione da situazioni disperate, si ritrovano a vivere le stesse dinamiche che avevano sperato di non vedere/subire mai più, con l’aggravante di ritrovarsi all’estero e di essere posti sullo stesso piano dei nuovi arrivati da parte dei tedeschi. 
Viva l’Europa.

domenica 18 marzo 2018

Una foto che fa la storia.

Vi fu un tempo in cui quella balconata era affollata.


La perdita di memoria storica cittadina ha ormai raggiunto livelli di vero e proprio oblìo circa il passato della città e del suo ruolo di primo piano nell’area a nord di Napoli. Ormai non mi sorprendo più quando apprendo che attempati afragolesi, tali di nascita, ignorano dove si trovi il quartiere di Santa Maria, forse il più antico dei tre storici, o che gli stessi non abbiano mai visitato, se non in tempi lontani e solo “per caso”, il dedalo di vicoli che costituisce il nucleo urbano primigenio di Afragola. Con tali premesse, i miei 4 lettori capiranno come sia impresa ardua far comprendere l’evoluzione urbana e sociale della nostra città che per certi versi rappresenta sia un caso “classico” sia un unicum nell’area napoletana. Ad esempio, quanti conoscono l’ubicazione di via Mario Pagano, divenuta famosa alcuni anni orsono per il parziale crollo di un edificio angolare che ha reso per tre lunghi anni impossibile la circolazione? Questo vicolo cieco, a 50 metri dalla chiesa di Santa Maria d’Ajello, era un tempo noto a tutti gli afragolesi per la presenza, alla fine della strada, dell’esattoria comunale. I liberali di inizio Novecento prima, i fascisti e i democristiani poi affidarono la riscossione dei tributi locali alla famiglia che appaltò la sede dell’esattoria nel proprio palazzo di famiglia che chiudeva il vicolo, comunemente detto “Cazzarola” dagli abitanti del quartiere. Con la modernità è terminato anche questo appalto che ricorda le attuali agenzie di recupero crediti e con esso anche la memoria della funzione pubblica di questo palazzo privato che, come si nota in foto, ha conservato un elemento di quei giorni passati.