sabato 30 dicembre 2017

Un giorno, migliaia di anni fa, nella futura Afragola...

Foto 1.


Il 21 luglio di quest'anno io e l'amico Paolo Sibilio ci recammo a bordo della sua moto nelle campagne antistanti la stazione AV di Afragola. Avevo ricevuto una soffiata due giorni prima da parte di un altro amico (essere divulgatore storico è garanzia di povertà ma anche di contatti umani stretti e diversificati) e decidemmo di affrontare i 39 gradi di mezzogiorno per verificare la notizia. Ecco cosa trovammo: scavi archeologici in corso, stratificazioni di epoche nel terreno (nelle foto 1 e 3 si vedono bene), perfino quella che poteva essere una canaletta di scolo (come ipotizzò Paolo, ben più esperto di me). Eravamo a soli 100 metri in linea d'aria da quella stazione coperta di insulti in tutti questi mesi: inutile, cattedrale nel deserto, spreco pubblico, contenitore di rifiuti. La monnezza tombata non è stata trovata perché non c'era mai stata, in compenso da sotto terra sono emersi i resti di un nucleo demico, di un villaggio, forse (anzi, probabile) legato quello trovato nel 2005 poco più a nord di questi scavi. Decidemmo di comune accordo di porre l'embargo sulla notizia e sulle foto fino a quando non si sarebbe risolta la querelle sui rifiuti, alimentati da politici locali con l'aiuto di pennivendoli che in un normale Paese sarebbero anche loro impegnati nei campi, ma per altre attività. Questo mese l'embargo che ci eravamo dati è caduto: Paolo ha pubblicato parte delle foto in un gruppo social, io ne riporto altre qui. Scattammo una settantina di foto e feci io stesso un paio di video (tutto salvato in memorie esterne, inutile che cercate di rubarmi il pc). Previo il consenso di Paolo, un giorno (forse) saranno pubblicate.

Foto 2.
Foto 3.

Foto 4.


mercoledì 27 dicembre 2017

Kimidori e la magia del Natale.

Antonio Carboncino, in arte Kimidori.


Premessa.

Nel dicembre 2011 iniziai una serie di interviste a 12 giovani afragolesi dalle più disparate passioni: dal cinema alla politica, dal calcio amatoriale alla partecipazione alle attività della Protezione Civile. Quel ciclo di interventi, conclusosi nel dicembre 2012, furono caricate su un sito di notizie riguardanti Afragola con cui collaboravo all’epoca. Inutile ricercarle: il curatore di quel sito le ha cancellate al tempo della mia prima permanenza in Germania (2014) nel trasferimento dello stesso da un dominio all’altro. Io le ho conservate tutte, non è escluso che le ripubblichi, ma non è previsto al momento: solo con 4 di loro mantengo rapporti, gli altri si sono persi di vista e poi sarebbero anacronistiche e solo riempitive nei momenti di pausa del blog. Veniamo ad oggi. L’antica idea di riprendere quel ciclo non mi ha mai lasciato in tutti questi anni, ma le mie vicende personali mi avevano distolto dal progetto (e da tanti altri progetti, a dire il vero). Non che abbia abbandonato la pratica delle interviste, come sa chi segue il blog; tuttavia quest’anno ho deciso di riprendere quel ciclo in maniera continuativa – anche se, avendo ora un blog mio, posso gestire io le scadenze di pubblicazione.
Il primo intervistato del nuovo ciclo è Antonio Carboncino, classe 2000, studente del liceo “Filippo Brunelleschi”, da me conosciuto nella prima metà dell’anno grazie alla partecipazione ai progetti dell’ Alternanza scuola/lavoro. Antonio ha una passione particolare e al tempo stesso molto in voga presso i giovani: la magia. La nostra conversazione ha luogo nei locali del lounge “Contropiano”, in Afragola, nel pomeriggio del 14 dicembre.


1. Ciao Antonio, innanzitutto grazie per avermi concesso questo incontro. Lascio a te la parola: presentati ai nostri lettori.

R. Sono Antonio Carboncino, ho 17 anni e frequento la V C del liceo scientifico statale “Filippo Brunelleschi”. Ho un nome d’arte, Kimidori, nome composto da “Ki”, chiaro, e “midori”, verde. che deriva dal giapponese e significa “verde chiaro”. Essendo amante del Giappone e della cultura giapponese, ho trovato che sia una parola troppo bella e poi il verde chiaro è il mio colore preferito. Ho due stupendi genitori, un fratello, Pasquale, che saluto, e una fidanzata, Letizia.

2. Come ti sei avvicinato al mondo della magia?

R. Da un episodio capitatomi da piccolino. A poker perdevo sempre, piccole somme ma ovviamente mi arrabbiavo. Su Internet trovai dei modi matematici per vincere a poker e a Black Jack: contando le carte che man mano uscivano, si può calcolare quanto puntare e limitare le perdite. E’ un metodo veloce e che necessita di rapidi calcoli mentali. Vidi, nella mia ricerca, un video di un ragazzo che faceva apparire e scomparire le carte.
Lì nacque l’interesse, ampliato quando un mio compagno di classe, Angelo Russo, che saluto (e lo saluto anche io, ndr), mi aprì le porte di questo mondo, dandomi dei consigli e facendomi conoscere un altro amico, Stefano Celardo. Avevamo una bella società, che però si sciolse per vari motivi. Intanto avevo conosciuto il mago Saykon, che cercava un assistente. Mi piace molto collaborare con lui. Innanzitutto mi sono sciolto: prima avevo difficoltà nelle relazionarmi con le persone, a causa della mia timidezza. Poi mi ha spiegato come i movimenti del mago siano necessari per la riuscita del numero, con la “misdirection”, cioè portare l’attenzione dello spettatore altrove rispetto al centro del numero. La postura, il tono di voce adeguato sono fondamentali in un’esibizione.

3. Ci deve essere anche una fede da parte dello spettatore.

R. Sì, quella è la cosa piu importante. Il mago mi ha consigliato numerosi libri per impratichirmi, come “L’ arte nella magia”, “Cinque punti della magia” e altri.

4. Quante ore dedichi ad allenarti?

R. Quasi tutta la giornata, pure in classe.

5. Ecco, questo non va bene. A prescindere dal fatto che i docenti se ne accorgano o meno, a scuola si studia.

R. Sì lo so, ma lo faccio nelle pause. Spesso ripeto lo stesso movimento così da perfezionarlo.

6. Torniamo al mago Saykon. Come l’ hai conosciuto?

R. Il mago lavora per “Fabbricamagia” e stava in uno stand all’Auchan di Giugliano. Lo contattai per una festa ed è iniziato tutto da lì. Mi ha preso con sé e dopo mi interrogava in auto: mi chiede “Hai visto come mi sono comportato?”, “Hai notato cosa ho fatto?”. Un mago non si vede dalla sua bravura nel fare le cose ben fatte, ma dalla sua bravura nel rimediare agli errori. Saykon ha 15 anni di esperienza, talvolta può sbagliare ma la sua esperienza lo fa uscire dalla situazione. Mai far vedere che si tentenna. Poichè la persona si fida del mago, non si accorge di un eventuale errore e la sua attenzione è sviata. Il mago Saykon mi spiega sempre come fare le cose, sistemare i microfoni, quando recuperare gli oggetti, ecc.

7. Quando tenesti il tuo primo spettacolo con Saikon?

R. Il primo spettacolo fu la terza domenica di maggio i quest’anno andammo in un locale a Casoria. Preparai gli attrezzi, mi tranquillizzò quando sbagliai a posizionare il microfono ( e da allora non ho più sbagliato), e lo aiutavo nel sistemare gli oggetti già usati o da usare mentre il mago fa i suoi numeri. Il mago Saykon è un vero maestro, oltre ai consigli che mi dà nel lavoro mi dà suggerimenti anche nel migliorare me stesso, dicendomi di non lamentarmi troppo poiché io pretendo molto da me stesso.

Kimidori.
8. Cosa provi mentre ti esibisci?

R. Io provo una sensazione bellissima, anche quando faccio quattro spettacoli di fila non sento la stanchezza, mi piace di vedere le reazioni delle persone, mi piace far conoscere quest’arte e far cambiare la loro concezione dei maghi. La maggior parte delle persone alle quali mostro i numeri sono scettiche, poi cambiano idea quando vedono magie più grandi. Le persone restano affascinate.. Un mago fa diventare l’immaginazione realtà, suscita la curiosità delle persone che hanno sia paura sia emozione nel vedere come termina un’esibizione.

9. Cose ne pensano i tuoi?

R. Mio padre ogni tanto vede i miei numeri, mia madre invece non approva. Ma quando hanno visto dei risultati, si sono ricreduti.

10. Quali sono le tue prospettive future?

R. Dopo il liceo, continuerò a fare spettacoli col il mago Saikon e poi cercherò di crearmi un pubblico tutto mio. Saikon è un maestro anche di vita, e lui mi consiglia di intraprendere tentativi anche in altri campi della magia che lui conosceva ma pratica poco. Proprio per questo sto insegnando in un corso presso “Fabbricamagia”, diretta da Antonio Battaglia, una persona squisita, che mi accolto benissimo al corso. Antonio ha permesso la realizzazione di questo progetto e gliene sono grato.

11. Come il 17enne Antonio vede Afragola?

R. Beh, c’è un a mentalità chiusa e un’ ignoranza dilagante paurosa. Vedo molta volontà di lamentarsi in giro ma senza che ci sia poi senso civico.

12. Cosa pensi della tua generazione?

R. Premetto che sono cresciuto con i miei nonni quindi ho idee che magari possono essere definite “antiche”. Fortunatamente anche la mia ragazza, Letizia, che la pensa nel mio stesso modo. La gente dice che siamo dei tipi all’antica, ma a noi non interessa la loro opinione. Vedo una generazione persa dietro l’abuso di tecnologia, se non di droghe. Una generazione senza stimoli o obbiettivi, con tutti i distinguo possibili.

13. Che messaggio vuoi lanciare ai tuoi coetanei?

R. Invece di lamentarsi e di stare dietro a un pc, muovetevi, fate qualcosa! Bisogna fare i sacrifici per raggiungere gli obbiettivi, bisogna muoversi per puntare in alto. Bisogna essere più attivi e più ottimisti.
  • Grazie Antonio, in bocca al lupo per l’esame di Stato a giugno e per il tuo percorso futuro. Ad maiora!

domenica 24 dicembre 2017

Natività.

Natività, XV secolo, tondo di Sandro Botticelli, abbazia di Montecassino.

In questo Natale 2017, con uno spirito natalizio al nadir e molto simile a quello di Ebenezer Scrooge prima della conversione, rinfranchiamoci gli occhi con questa splendida opera, da me fotografata nella visita all'Abbazia cassinese nel 2012.
Buon Natale ai lettori del blog.

sabato 16 dicembre 2017

Afragola d'arte. Il Castello - Nota storica.

Prospetto del castello.


Simboli del passato guerresco e pericoloso dei secoli medievali, i castelli sparsi nelle città odierne sono il retaggio di un’epoca che ancora affascina e pone interrogativi agli storici. Meno affascinanti sono invece le condizioni strutturali in cui questi manieri giacciono: se il castello di Acerra è stato complessivamente ben mantenuto grazie anche alle riattazioni per farlo divenire sede del Municipio nei decenni passati, quello di Afragola è invece oggi irriconoscibile e si mostra come un caseggiato rivestito di orridi mattoncini rossi sulla facciata che dà su Piazza Castello, mentre il resto è clamorosamente “scoperto”, privo di coperture di sorta. Eppure, fra i castelli costruiti in epoca medievale dai governi di Napoli nel suo immediato circondario, quello di Afragola presenta la storia più lineare, rispetto agli altri. Ne troviamo un primo accenno in un’opera anonima medievale, il “Cronicon Siculum incerti Authori ab anno 360 ad annum 1396”. In quest’opera – famosa perché è la prima che riporta il prodigio del sangue liquefatto di San Gennaro – si narra che il 18 gennaio 1388 i soldati di Margherita di Durazzo, vedova di Carlo III d’Angiò e reggente del Regno di Napoli per conto del figlio minore Ladislao, giunsero nel casale di Afragola e conquistarono il “fortillicium”. Qui è da intendersi non come maniero vero e proprio ma più come una struttura difensiva appena abbozzata eppure così importante che il suo possesso era necessario per mantenere il controllo del territorio a nord di Napoli (né è riscontrabile l’idea che ci si potesse riferire al presunto fortilizio di via Alighieri, in realtà una masseria).
Una vera e propria fortificazione è descritta invece in una fonte del tardo XV secolo: parlando delle guerre che opposero i francesi di Carlo VIII a Ferdinando II d’Aragona, la fonte riporta che il 5 ottobre 1495 i francesi “venero a la Fragola et pigliarono lo Castello”. Quindi nel corso di poco più di un secolo il “fortillicium” era diventato un vero e proprio maniero. Esso apparteneva alla famiglia dei baroni Capece – Bozzuto, e fu valutato in 5000 ducati nell’atto di cessione del 1576, che rendeva Afragola uno dei pochi casali privi di baronato dell’area a nord di Napoli. Al momento del passaggio alla pubblica proprietà, il maniero aveva giardini, appartamenti spaziosi e 4 torrioni per ogni vertici della sua struttura quadrangolare. Ma appena 150 anni dopo, nel 1726, venne rivenduto a soli 1000 ducati al Duca Gaetano Caracciolo del Sole, abbandonato e con un solo torrione ancora in piedi. Eviedentemente l’incuria per i beni patrimoniali del demanio non è caratteristica solo dei nostri giorni. Dobbiamo a questo curioso personaggio, Gaetano, la leggenda degli amoreggiamenti della regina Giovanna II e del suo primo ministro Giovanni Caracciolo nel castello: nessuna fonte certifica la veridicità delle scappatelle di Giovanna che da Napoli si portava nel casale delle fragole per dare libero sfogo alla passione con il suo favorito, quindi bisogna concludere che si tratti di storie inventate da Gaetano, 400 anni dopo la morte dei protagonisti, per dare lustro alla sua casata.

Neppure i duchi ebbero per molto la proprietà del castello, ormai trasformato in residenza privata ma dotato di un oratorio intitolato a Maria Addolorata: nel 1805 lo cedettero in enfiteusi al sacerdote Jengo per il ricovero di orfanelle e poveri del casale, e nel 1875 lo stabile passò alle Suore Compassioniste di Maria che vi impiantarono una scuola. L’ultimo fugace ritratto delle vestigia del maniero originario è visibile nel soprapporta dipinto nel 1886 da Augusto Moriani e oggi posto al piano nobile del Palazzo di città: un edificio grande, con la torre dell’orologio, dotato di arcate e con la luce che lascia intravvedere il giardino interno. 
L’attuale aspetto è dovuto ai rifacimenti degli anni Sessanta del Novecento: ne parleremo, seppur a malincuore e solo per dovere di trattazione, nel prossimo articolo della rubrica.

lunedì 11 dicembre 2017

Guida all'analisi delle fonti storiche in 10 punti.





L’attuale epoca storica, caratterizzata da un veloce, facile e quasi gratuito accesso alle fonti storiche disponibili, con riguardi particolari, presso le biblioteche o digitalizzate in Rete è, per paradosso, quella più esposta della Storia umana alle falsificazioni storiche e storiografiche. Ogni giorno siamo fatti oggetto di notizie propinate da giornali, telegiornali, radio, social networks dicotomiche, antitetiche, che ogni sorgente informativa tende a far passare come l’unica “vera verità”, in contrapposizione a quelle altrui etichettate come “fake news”, falsità a buon mercato.
Perché si falsifica una fonte? Per svariati motivi: per prestigio personale o familiare (le fantasiose genealogiche dei signori italiani del XV secolo che facevano risalire le origini della famiglia al Principato Romano), per screditare gli avversari (i Protocolli dei Savi di Sion del XX secolo, realizzati per giustificare le vessazioni contro gli ebrei europei nella Russia e nella Francia novecentesche), per motivazioni economiche (la scoperta dei diari di Adolf Hitler, improvvidamente autenticati da uno studioso di caratura come Hugh Trevor - Roper), per ordine diretto del Potere (e qui ci basti la cronaca quotidiana, che parla di revanscismi fascisti per quattro imbecilli mascherati).
E’ quest’ultimo caso il più pericoloso poiché sottende la volontà di modificare i fatti storici, perpetuarne e solo ciò che conviene, bollare come falsità o revisionismo (una delle linfe vitali della ricerca storiografica) studi che analizzano i fatti sotto altri punti di vista per mantenere in corso la Narrativa dominante.
Tra le branche del sapere, la Storia è quella più esposta, da secoli, alla manipolazione e alla “libera interpretazione” delle fonti, lette o interpolate o cassate affinché aiutino o non contrastino con la sunnominata Narrativa dettata. Non è il caso di pensare solamente al Novecento: ogni epoca ha avuto i suoi falsificatori, proni a interessi vicini o contrastanti i regimi nei quali si trovarono a vivere; da questo punto di vista, non c’è differenza alcuna fra gli scribi del faraone Horemheb che cancellavano dai documenti il nome del predecessore eretico dello stesso, Akhenaton, e gli anonimi redattori del “Constitutum Costantini”, base giuridica del potere temporale dei Papi prodotto forse nell’VIII secolo, 4 secoli dopo la morte dell’imperatore.
Come difendersi, quindi, dalle fake news storiche? Con uno studio serio e approfondito, innanzitutto. Ma ciò non è sufficiente. Chi intraprende la carriera di storico si avvede fin da subito che anche nei manuali specializzati e più analitici si ignorano fatti e note che pure aderiscono ai temi trattati nel libro, si rende conto che spesso accedere alle fonti primarie è difficile a causa del muro di gomma ostentato da istituzioni mediane, realizza che deve attendere settimane o mesi prima di scrivere se vuole sviscerare un argomento in tutte le sue possibili sfaccettature e non limitarsi a un semplice articolo informativo su riviste. Tutte queste limitazioni rendono complesso il tentativo dello storico di analizzare fonti storiche che gli vengono propinate come autentiche, senza avere le necessarie coordinate e i necessari raffronti. Nello stesso dilemma si dibatte il non specialista che, non volendo ragionare in maniera frettolosa e animato dalla curiosità, non possiede quelle conoscenze professionali che costituiscono almeno un salvagente per lo storico. Ecco quindi questa breve Guida alla lettura, un elenco di domande utili per una prima analisi (e conseguente smascheramento) delle fake news storiche che circolano su media e social (ovviamente la si può utilizzare anche per analizzare notizie non propriamente storiche).


  1. Da cosa è costituita la fonte (visiva, monumentale, documentale)?
  2. I fatti in essa riportate sono compatibili con il periodo storico nel quale si pretende che possa essere stata realizzata? Lo stile paleografico/costruttivo/diplomatico è compatibile con detto periodo?
  3. Da chi è riportata la fonte?
  4. Come ha fatto a giungere al giornalista/storico?
  5. Il giornalista/storico che l’ha riportata ha interessi particolari oltre al solo desiderio di pubblicare una fonte per lui rilevante? In altre parole, chi è il giornalista/storico, per chi scrive e perché ha pubblicato?
  6. E’ stata prodotta dal giornalista/storico o egli la riporta solamente?E in questo caso, chi gliel’ha rilasciata?
  7. E’ una fonte originale e primaria oppure deriva da qualche altra fonte?
  8. E’ una fonte che riporta i fatti in maniera diretta o ricorrendo ai “si dice che...”, “si racconta che… “forse che...”?
  9. Esistono interpretazioni diverse della stessa fonte? Ad esse viene dato lo stesso spazio che all’interpretazione autentica? E in che tono (piano, sarcastico, ironico, sprezzante) vengono analizzate?
  10. Che cosa ha voluto trasmettere la fonte? Per quale motivo essa è stata pubblicata e perché proprio in quel momento storico?


Questo breve vademecum vale tanto per lo storico di professione che per il comune lettore di articoli e link, storici e non. Dandosi risposte a queste domande, si riesce a comprendere meglio la realtà intorno a noi e il perché avvengono fenomeni che si sembrano anodini l’uno con l’altro e che invece sono collegati fra loro da sottili e sotterranei fili rossi.

mercoledì 6 dicembre 2017

3 giugno 1799: Afragola in rivolta.

L'esercito della Santa Fede saluta Sant'Antonio.


Il 1799 fu un anno cruciale per l’Italia e per il Regno borbonico in particolare, fondato appena 65 anni prima da Carlo di Spagna. Il vento della Rivoluzione che da 10 anni spirava dalla Francia aveva causato il crollo graduale di tutte le istituzioni politiche principali della penisola, con la fondazione prima della Repubblica Cisalpina (1797) poi della Repubblica Romana (1798). I regni di Napoli e Sicilia non erano stati toccati che marginalmente dal caos provocato dai giacobini francesi e dai loro successori: eccetto la sconfitta dell’esercito napolitano per mano di Napoleone Bonaparte nel 1796, avvenuta oltretutto lontano dal territorio regnicolo, Ferdinando IV di Borbone era rimasto in una situazione di osservazione passiva, ancorché rabbiosa, di quanto avveniva oltre i confini del suo Stato. La situazione precipitò per l’attacco del sovrano alla Repubblica Romana nel tardo autunno 1798: non solo i francesi del generale Etienne Championnet sbaragliarono le truppe napolitane, ma lo stesso Ferdinando dovette nottetempo lasciare Napoli con la famiglia e il Tesoro della corona e imbarcarsi per Palermo con l’aiuto inglese. Il 17 gennaio i francesi entrarono in una Napoli ormai lasciata a se stessa e il 23 gennaio 1799 venne proclamata la Repubblica napolitana.

La sollevazione sanfedista di Afragola.

Mentre la neonata Repubblica cercava di rendersi finanziariamente e politicamente indipendente dai francesi, senza riuscirci mai per davvero, questi ultimi occuparono le province e l’immediato contado della capitale, giungendo anche nel Casale delle fragole. Fu in questa occasione che dovette essere stato innalzato l’albero della libertà in Piazza dell’Arco (oggi Piazza Municipio), più noto per il basolo che fungeva da base che per sé stesso (della storia – direi più storiella – del basolo bianco leggi questo vecchio articolo: LINK). Le fonti, allo stato attuale della ricerca, tacciono su quanto avvenne in Afragola dalla proclamazione della Repubblica all’inizio della rivolta, eccetto che per un particolare, che qui non pubblico ma di cui parlerò nella 2a edizione de “Il caso Afragola” (vedi LINK). Notizie più corpose sono invece indicate a partire dal maggio di quell’anno quando, in seguito alla risalita dalla Calabria dell’ Esercito della Santa Fede del cardinale Ruffo, i francesi dovettero lasciare prima il contado di Napoli e poi la stessa capitale. Ciò favorì l’esplodere di rivolte antigiacobine in vari casale e varie città: Caserta, Portici, Acerra (ove il potere fu preso da tre ecclesiastici), Teano, Campobasso e infine Afragola. Parte della storia è in “Storia della Repubblica partenopea del 1799 e vite de’ suoi uomini celebri” di Clodomiro Perrone (un personaggio di cui spero di parlare prossimamente nella sezione “Napoli” del blog). Dalle sue parole sembra che sia stato in Napoli al momento dei fatti o che comunque ne sia stato successivamente toccato, poiché il racconto delle vicende (non solo relative ad Afragola) è particolareggiato ed esposto senza alcune. 
Scrive Perrone:
Ma la più terribile (delle rivolte, ndr) fu quella di Afragola promossa da Antonio Larossa (poscia uno de’ membri della Giunta di Stato) la quale scoppio a 3 giugno. Reciso l’albero della libertà e disotterate le armi nascoste all’uopo, per mantenersi furono chiamati in aiuto tutti que’ soldati di Campagna che trovavasi nei luoghi vicini, si passarono a ribellare tutte le altre terre de’ contorni, e si fe’ l’alleanza con Acerra, la quale somministrò al di là di tre centinaia di uomini e arrogantemente vennero essi ad attaccare i Partenopei. A 4 la Repubblica spedì contro i ribelli uniti 300 soldati tra Cavalli e Fanti: incontratili a Capodichino furono attaccati e volti in fuga per tutto il territorio di Casoria fino a un miglio da Afragola; la prudenza consigliò di non spingersi più oltre. I ribelli però quantunque ebbero molti feriti non persero che un sol contadino. Questo colpo fe’ rialzare gli alberi della libertà a’ paesi ribellati da Afragola, ma questa terra fu fatta rimanere ferma nella ribellione dal Larossa, il quale per resistere prima si portò dal Marchese della Schiava e poi dal Ruffo (…). Nel giorno 10 abboccatosi Larossa col Ruffo ebbe 308 sanfedisti a piedi (sotto il comando del prete Pietro Moscia) e 100 a cavallo (sotto il comando di Michele Rega) offrendosi introdursi a Napoli dalla via di Capodichino1.

Afragola sanfedista.

La descrizione della rivolta e del successivo scontro con i napoletani, anche se sintetiche, rappresentano scene di storia viva difficilmente ritrovabili in altri testi coevi a questa “Storia” riguardanti i fatti della Repubblica. Col il nome di “Antonio Larossa” dobbiamo intendere la figura di Antonio Della Rossa, nato a Sant’Arpino nel 1748 da una famiglia benestante locale. Il 30 ottobre 1777 sposò Vincenza Castaldo, afragolese, nella chiesa di Santa Maria d’Ajello2: fu in seguito a questo matrimonio che si trasferì ad Afragola, esercitandovi la carica di magistrato civile e tenendo aperto uno studio anche a Napoli. Realista fino al midollo, organizzò le rivolte sanfediste in Afragola e nei comuni vicini, entrando nelle grazie del Re e divenendo prima capo della polizia, nel luglio del 1799 e successivamente, con la seconda restaurazione, membro del Sacro Real Consiglio.
Analizziamo alcuni punti salienti della fonte. Al momento della rivolta, vediamo che i sanfedisti (chiamati ribelli dal repubblicano Perrone) disotterrano delle armi nascoste “all’uopo”: segno che la rivolta era attesa da tempo e si attendeva solo la partenza dei francesi per agire. L’Albero della libertà fu abbattuto e di esso rimase solo una pietra, nella stessa piazzetta ove sorge la chiesa di San Giovanni Battista, che sarà successivamente restaurata proprio da Della Rossa. Costui riesce in meno di 24 ore a raccogliere 300 uomini da Acerra e altri dai casali vicini: tale efficienza è da spiegare col continuo contatto che i borbonici tenevano fra loro, in modo da aggiornarsi e da aggiornare su quanto accadeva nella Capitale. Afragola, essendo il casale più vicino a Napoli fra quelli rivoltatisi, opera come testa di ponte della restaurazione borbonica. Né bisogna però immaginare che la Repubblica non avesse propri uomini e proprie spie sparse nel contado: alla notizia dell’organizzazione della rivolta, i repubblicani, orfani dell’aiuto francese, inviano 300 uomini. Lo scontro avviene a Capodichino: bisogna quindi immaginare che la marea umana di afragolesi e acerrani abbia percorso tutta Casoria, seguendo il percorso dell’attuale via Sannitica, fronteggiando i napoletani forse al quadrivio della Calata di Capodichino. I repubblicani sono meglio organizzati e riescono a rintuzzare la marcia dei casalini verso la Capitale, inseguendoli fin dentro Casoria per poi fermarsi. E’ un successo per la Repubblica che conta solo un altro mese di vita ancora; ma, come lo stesso Perrone sottolinea, i “contadini” perdono un solo uomo (non sapremo mai chi) e, pur feriti, restano attivi. La notizia della sconfitta dei sanfedisti antigiacobini corre per i casali “sottomessi” da Afragola, che rialzano gli alberi della libertà abbattuti il giorno prima. Dobbiamo supporre che tali casali siano Casoria, Casalnuovo, Licignano, Caivano, Cardito e forse Frattamaggiore, tutti nell’immediato circondario di Afragola e Acerra. La nostra città rimase ferma nel suo sanfedismo grazie a Della Rossa, che anzi riesce ad ottenere, in meno di una settimana, oltre 400 uomini di rinforzo per marciare su Napoli, l’11 giugno. 
E qui noi lo lasceremo, per il momento.

Note: 


1 Clodomiro Perrone, Storia della Repubblica partenopea del 1799 e de’ suoi uomini illustri, Napoli 1860, tomo III, pag. 328-9.

2 Libro dei Matrimoni, anno 1777, APSMDA.