martedì 13 febbraio 2018

Processi decompositivi e sostrati antropologici in Italia meridionale. Il caso Afragola.



Relazione espositiva del corso di alternanza scuola/lavoro svolto nelle classi 4C – 4F in aprile – maggio 2017 presso il Liceo “Filippo Brunelleschi” di Afragola.

Il rituale della doppia sepoltura nelle culture cristiane.

Le religioni hanno sempre dedicato una particolare attenzione alla cura del corpo dei defunti dopo il trapasso. Esempi come la mummificazione in Egitto o l’inumazione presso le culture villanoviane sono esempi che costituiscono ben più di sporadici episodi lontani nella scala temporale e geografica: essi tradiscono la nuova concezione umana per l’aldilà, comune a tutte le epoche dell’era dell’Homo Sapiens. La cultura cristiana, che ha il suo zoccolo duro nel substrato culturale ebraico e romano, non fu esente da tale slancio funerario, interpretandolo ovviamente alla luce dei propri dogmi. La conservazione del corpo e il valore del corpo stesso del defunto hanno attraversato stadi diversi in relazione alla diversa concezione del momento, senza mai che venisse meno il bisogno per i vivi di dare sepoltura o almeno una sistemazione onorevole al corpo, perché “la dignità non muore”1.
Nel corso del XVII e XVIII, vengono a codificarsi particolari pratiche funerarie che riservavano un’attenzione speciale ai processi decompositivi dei corpi, instaurando la pratica della doppia sepoltura, tutt’oggi praticata in vaste aree dell’Orbe cattolico, in particolare nei Paesi di posizione geografica mediterranea, come il Sud Italiano. Il cadavere2 viene sistemato in una sede provvisoria affinché le fasi degenerative e putrefattive possano esplicarsi all’oscuro della luce e lontano dai vivi; dopo alcuni anni, il cadavere viene riscoperto per verificarne la scarnificazione, viene pulito e infine tumulato in un loculo che ne diventa la sede definitiva. Il periodo di sepoltura può variare da un minimo di 2 a un massimo di 5 anni3 per poi essere tumulato definitivamente in un luogo fisso, dopo alcuni anni, corrispondenti alla decomposizione completa. Questo principio di “doppia sepoltura” veniva esplicato, in periodo medievale e di Antico Regime, nelle cripte soggiacenti il suolo delle chiese e dei monasteri – rari erano i cimiteri, perlopiù istituiti solo in occasione di emergenze sanitarie, come l’epidemia di peste del 1656. Il sistema di ipogei posti nelle chiese aveva una funzione pratica e religiosa assieme: permetteva la decomposizione cadaverica in ambienti oscurati, con temperatura e umidità costanti nel tempo, e consentiva ai cadaveri di “partecipare” alla vita religiosa soprastante.
Negli ipogei del Mezzogiorno lo spazio è caratterizzato da una fila di sedili-colatoio che corrono lungo le pareti; al di sopra una lunga mensola che percorre l’intero perimetro; in un angolo, o interrato al centro, l’ossario. Un erudito che scrive agli inizi del ’900 sulle tradizioni della località lucana di Oppido fornisce in proposito alcune indicazioni: i preti di questo borgo «avevano la loro particolare sepoltura sotto il Coro della Chiesa Madre, con stalli di legno all’ingiro, col fondo bucato, sui quali si metteano i cadaveri a sedere vestiti di sottana e cotta e con la berretta in testa […] ed ivi rimanevano fino a che non si disfacevano […] le ossa residue si raccoglievano nel cimitero, che era una fossa centrale destinata a quest’uso». C’è qui un richiamo alle tradizioni imperiali e papali, laddove l’imperatore germanico o il Papa vengono vestiti in morte “come se fossero in seduta plenaria o come se celebrassero”4; la morte è confermata essere un passaggio, un transito della sola anima verso un mondo migliore di quello lasciato, e il corpo deve continuare la sua “esistenza” come se nulla fosse cambiato.
Un decreto vicereale palermitano del 1850 ordinava che il cadavere doveva restare entro il colatoio: «lo spazio di un anno dovrebbe restar soltanto come tempo destinato per i piccoli cadaveri, mentre in generale tale tempo deve essere portato a quello di un anno e sei mesi per tutti gli altri cadaveri, eccetto però gli obesi e grassi che devono dimorare nel colatoio per due anni. Allorquando poi s’apre il colatoio, e se ne desume lo scheletro, questo […] deve lavarsi con una soluzione di cloruro di calce»5 
Ciò denuncia che la pratica dell’inumazione preliminare nei colatoi era ancora in uso nell’Ottocento inoltrato, ben oltre l’editto di Saint – Cloud del 1804 che istituiva i camposanti pubblici posti al di fuori delle città e dei casali rurali. Nel corso dell’Ottocento, anche nei territori del sud Italia, quest’insieme di rappresentazioni funebri venne progressivamente cancellato: la vista della decomposizione, il contatto diretto con i cadaveri corrotti non sarà più accettabile per la nuova sensibilità razionale ed igienista che imporrà la sepoltura nei cimiteri pubblici. In Italia meridionale sono due le tipologie di scolatura dei cadaveri: il colatoio “ a seduta”, diffuso nell’area continentale, e quello orizzontale, caratteristico della Sicilia. La prima tipologia è un vano sotterraneo, solitamente ricavato come una cripta sotto il pavimento delle chiese, che mostra lungo le pareti una serie di nicchie provviste di sedili in muratura ciascuno dotato di un foro centrale. Il cadavere del defunto era collocato in posizione seduta in modo da far confluire i liquami prodotti dalla putrefazione direttamente all’interno del foro collegato ad un canaletto di scolo. Nello stesso ambiente sono presenti generalmente almeno altri due elementi caratteristici: l’ ossario ed alcune mensole in muratura. Una volta che il processo di scolatura fosse terminato, i resti scheletrici del post craniale erano spostati nell’ossario, mentre il cranio, simbolo dell’individualità del defunto, era posizionato sulla mensola.  Spesso nello stesso ambiente è presente un altare, che testimonia come occasionalmente vi fossero celebrate funzioni religiose. 


Il sistema di cripte della chiesa del Ss. Rosario di Afragola.

Afragola, città di media grandezza dell’area nord della Città Metropolitana di Napoli, presenta diverse emergenze storico-artistiche dovute alla lunga stratificazione demica che ha interessato il suo territorio fin dal 3700 a. C.6 e che è proseguita con più continuità dal XII secolo in poi. Tra i siti scelti come possibili oggetti di studio nell’ambito dell’alternanza scuola – lavoro, è stato individuato il sistema di cripte sotterranee alla chiesa del Santissimo Rosario, sita nel centro storico della città, coevo alla costruzione dell’edificio sacro, risalente alla prima metà del XVII secolo. Il sistema di cripte, posto circa 5 metri sotto il piano di calpestio, consta di vari ambienti, nati dall'esigenza di dare sepoltura privata ai morti appartenenti alle famiglie con giuspatronato laico, famiglie che possedevano una cappella in chiesa e potevano farvi celebrare una messa da sacerdoti scelti da loro. Si sviluppa in maniera longitudinale: a partire dalla cappella Castaldi, la terza a destra e la più riccamente decorata, per terminare sotto la sagrestia. 
Oggi l'accesso alla cappella Castaldi è tampognato da una lastra trasparente, e dunque si può scendere solo da quello della sagrestia. Superata una stretta scala, si accede a un vasto ipogeo umido, con un piccolo altare rivolto a oriente e alcune epigrafi marmoree commemorative. Questo primo ambiente, posto sotto il locale dell’estinta Confraternita del Rosario, fu usato nei decenni finali del XX secolo come deposito di materiale di risulta degli spazi superiori, e ciò spiega la presenza di tegole, mattonelle in cotto, assi, marmi spezzati. Un’apertura nel muro conduce an un ambiente ormai inaccessibile, la cripta dei sacerdoti sottostante l’altare maggiore della chiesa. Da qui parte un corridoio che immette nelle sale adiacenti, tutte areate da una finestrella che collega allo spiazzo a lato della chiesa, e tutte caratterizzate da una lunga fila di colatoi, sedili di pietra, con un foro al centro, che corrono lungo tutte il perimetro di due delle tre stanze successive. Su essi venivano adagiati i defunti e messi a “scolo”. Dopo un periodo variabile, che poteva durare anche diversi mesi, i resti ossei venivano sepolti in un luogo a parte o in un ossario. Lungo le pareti sono visibili fori in cui venivano sistemati bastoncini di legno, di lunghezza poco inferiore a quella della stanza, che sostenevano i cadaveri all’altezza delle spalle o della braccia per evitare che cadessero davanti. Tali sedili sono presenti nella seconda e nella terza sala; in quest'ultima, al centro, è presente un contenitore trasparente che contiene ossa e teschi umani, antichi ospiti dei colatoi. Il quarto ambiente conduce alla scala che sale alla cappella Castaldi, il cui ingresso è sigillato.
Nelle pagine successive, si analizzeranno sommariamente i vari ambienti, individuando i manufatti in essi presenti e proponendo possibili interventi di ripristino dello stato ottimale dei luoghi.


Primo ambiente


Denominazione: Cripta della Confraternita del Ss. Rosario.
Data di realizzazione: XVII secolo.
Funzione: devozionale, conservativa.
Manufatti presenti: vari marmi, materiale di risulta, un altare in muratura che serviva per la celebrazione di messe in suffragio delle anime dei confratelli sepolti.
Dimensioni: 5x6 metri.
Tecnica di realizzazione: opere in muratura, utilizzo di tufo giallo, tipico dell’area napoletana, ricoperte da malta grossolana oggi perduta in più punti.
Stato di conservazione: mediocremente conservato. Manufatti danneggiati dalla forte umidità persistente nell’ambiente e in quelli successivi, collegati da semplici passaggi nelle mura.
Possibili interventi: restauro delle strutture d’accesso (scalinata d’accesso dai locali dell’ex Confraternita, passaggio verso le cripte successive), opere di consolidamento dell’ambiente, catalogazione e ripulitura dei manufatti ivi presenti (marmi provenienti dalla fabbrica superiore, tompagni, uno stemma gentilizio abbandonato).





Secondo ambiente


Denominazione: Cripta 5a cappella destra.
Data di realizzazione: XVII secolo
Funzione: conservativa.
Elementi presenti: colatoi, sedili in muratura addossati alla parete e disposti lungo di esse senza soluzione di continuità, con un foro al centro collegato a un canale di scolo che degrada verso un foro al centro del pavimento della sala.
Dimensioni: 3x5 metri
Tecnica di realizzazione: opere in muratura, utilizzo di tufo giallo, tipico dell’area napoletana, ricoperte da malta grossolana oggi perduta in più punti.
Stato di conservazione: strutture in passabile stato di conservazione. La forte umidità ha danneggiato un paio di sedili, mentre fusti pendenti sono cresciuti lungo lo sfiatatoio che collega l’ambiente con l’esterno della chiesa. Manufatti danneggiati dalla forte umidità persistente nell’ambiente e in quelli successivi, collegati da semplici passaggi nelle mura.
Possibili interventi: restauro delle strutture d’accesso (passaggio verso le cripte successive), opere di consolidamento dei sedili, ripristino della malta isolante, pulizia dei luoghi.


Terzo ambiente


Denominazione: Cripta 4a cappella destra
Data di realizzazione: XVII secolo
Funzione: conservativa.
Manufatti presenti: colatoi, sedili in muratura addossati alla parete e disposti lungo di esse senza soluzione di continuità, con un foro al centro collegato a un canale di scolo che degrada verso un foro al centro del pavimento della sala. Cassa contenente resti ossei dei sacerdoti defunti.
Dimensioni: 3x5 metri
Tecnica di realizzazione: opere in muratura, utilizzo di tufo giallo, tipico dell’area napoletana, ricoperte da malta grossolana oggi perduta in più punti.
Stato di conservazione: mediocremente conservato. Manufatti danneggiati dalla forte umidità persistente nell’ambiente e in quelli successivi, collegati da semplici passaggi nelle mura.
Possibili interventi: restauro delle strutture d’accesso (passaggio verso le cripte successive), opere di consolidamento dell’ambiente, pulitura delle aree.



Quarto ambiente


Denominazione: Cripta della cappella Castaldi - 3a cappella destra.
Data di realizzazione: XVII secolo
Funzione: conservativa, devozionale.
Manufatti presenti: colatoi, sedili in muratura addossati alla parete e disposti lungo di esse senza soluzione di continuità, con un foro al centro collegato a un canale di scolo che degrada verso un foro al centro del pavimento della sala. Altare in muratura. Scala d’accesso alla terza cappella, oggi tampognata da una lastra di plexiglas.
Dimensioni: 3x5 metri
Tecnica di realizzazione: opere in muratura, utilizzo di tufo giallo, tipico dell’area napoletana, ricoperte da malta grossolana oggi perduta in più punti.
Stato di conservazione: strutture in passabile stato di conservazione. La forte umidità ha danneggiato un paio di sedili, mentre fusti pendenti sono cresciuti lungo lo sfiatatoio che collega l’ambiente con l’esterno della chiesa.
Possibili interventi: restauro delle strutture d’accesso (scala d’accesso alla cappella soprastante, passaggio verso le cripte successive), opere di consolidamento dei sedili.



Quinto ambiente


Denominazione: Cripta dei sacerdoti – ambiente sottostante il presbiterio.
Data di realizzazione: XVII secolo
Funzione: conservativa. Oggi è inaccessibile a causa della copertura quasi parziale dell’antico passaggio che dalla cripta della Confraternita portava ad essa.
Manufatti presenti: ignoti.
Dimensioni: ignote, ma non dissimili dalle dimensioni dell’area presbiteriale soprastante.
Tecnica di realizzazione: opere in muratura, utilizzo di tufo giallo, tipico dell’area napoletana, ricoperte da malta grossolana oggi perduta in più punti.
Stato di conservazione: ignoto.
Possibili interventi: ripristino delle strutture d’accesso.

Note


1 Antonio Margheriti, “La mort du Pap”, pag. 32, 2015 (solo in lingua francese, con ampi brani disponibili sul sito del CENSUR).
2 Bisogna distinguere in cadavere, corpo che un tempo vivente, e salma, cadavere trattato con sostanze conservative.
3 Il cambiamento alimentare iniziato in Occidente dal secondo dopoguerra in poi ha portato le nuove generazioni a consumare additivi conservanti in quantità massicce, dimodoché la decomposizione cadaverica ne risulti ritardata, per la necessità di dover demolire suddetti conservatici da parte degli agenti abiotici. Mentre anticamente si estumulava il cadavere dopo due anni, oggi le amministrazioni locali ordinando di procedere all’estumulazione dopo 4, 5 anni dalla data di sepoltura.
4 A. Margheriti, op. cit.
5 A. Forniciari, Processi di tanatometamorfosi nel Regno delle Due Sicilie, 2010.

6 I reperti archeologici ritrovati nell’area Cinquevie (zona TAV) risalgono al tempo dell’eruzione vesuviana denominata delle “pomici di Avellino”, in quanto i materiali eruttivi si dispersero in direzione dell’Irpinia, non esistendo ancora lo sbarramento del monte Somma a protezione delle aree interne campane.

venerdì 9 febbraio 2018

Urbano II e la ripresa della riforma gregoriana.

Urbano II.

Articolo correlato: “L’uomo che non volle essere Papa” (LINK).

Sepolto Vittore III, il partito gregoriano si riunì a Terracina per la scelta del successore, mentre l'antipapa Clemente spostava la sua sede a Ravenna. L'intermezzo di Vittore e la sua indecisione di accettare la carica aveva fatto perdere del tempo prezioso e diviso i riformatori, che dopo tre giorni di preghiere elessero Oddone, vescovo di Ostia. Costui era uno dei tre nominati da Gregorio VII sul letto di morte, e riuscì a convergere le forze riformatrici nonostante i dubbi degli ultragregoriani, fra cui Ugo di Lione. Oddone nacque in Francia, fu monaco a Cluny sotto l'abate Ugo il Grande, e fu creato cardinale vescovo di Ostia da Papa Ildebrando nel 1078. Il giorno stesso dell'elezione fu consacrato e assunse il nome di Urbano II, forse in omaggio alla città di Roma. In una sua lettera al clero di Germania, diviso fra romanisti ed enriciani, tenne a far sapere che anche il prefetto dell'Urbe fu presente all'elezione, così da soddisfare il decreto del 1059. L'ingresso in Roma fu difficoltoso: con l'aiuto dei soliti Normanni, Urbano riuscì a porre sotto il suo governo San Pietro nel novembre del 1093; ma fu solo comprando il tradimento di un capitano con soldi chiesi in prestito a monasteri e a reali francesi che riuscì a celebrare messa in Laterano nella Pasqua del 1094. Una situazione magmatica, anche se "con questa data però il periodo d'incubazione del pontificato di Urbano finisce". Dalla fine del 1094 il Papa iniziò la sua peregrinatio in Italia e Francia, suscitando entusiasmi mai visti per la riforma.

UN'ONU CATTOLICA A PIACENZA. NEL 1095.

Ripreso il controllo di Roma, Urbano II l'abbandonò quasi subito per mettersi in viaggio verso l'Italia settentrionale e la Francia, dove raccolse entusiasmi mai visti: l'opera gregoriana cominciava a dare i suoi frutti, e il Papato era assurto nuovamente a posizioni di alto prestigio morale. A ciò contribuì indubbiamente anche l'azione di Urbano, che aveva permesso, inizialmente, rapporti fra sacerdoti della sua obbedienza con seguaci dell'antipapa, né aveva invalidato le ordinazioni di quello nell'ottica di una ricomposizione dello scisma; si dimostrò più morbido di Gregorio e Vittore riguardo le investiture laiche, riconoscendo la buona fede di molti interventi, ed evitò dissidi con i vescovi locali, nominando messi ad hoc per questioni urgenti al posto di legati permanenti, così da non far apparire invadente l'azione della Sede romana verso le altre realtà episcopali. A Piacenza, nel marzo 1095, si raccolse una tal folla da costringere il Papa a parlare fuori dalla chiesa; contemporaneamente all'apertura del Concilio in quella città, giunsero gli inviati dell'imperatore d'Oriente, la seconda moglie di Enrico IV avversa al marito, i rappresentanti dei sovrani spagnoli e un'ambasceria del re di Francia: se si eccettuano Impero tedesco, Normanni ed europei orientali (Ungheresi e Polacchi), tutta la Cristianità cattolica si trovò rappresentata a Piacenza in quel 1095, ove Urbano e gli altri vescovi approvarono 15 nuovi canoni disciplinari e condannarono nuovamente la simonia, invalidando le ordinazioni effettuate da vescovi simoniaci. Ma la conseguenza più importante di questa assise fu la partecipazione dei legati imperiali orientali, che portavano la richiesta di aiuto all'Occidente dell'imperatore Alessio I Comneno contro la minaccia dei Turchi Selgiuchidi. Le minacce dei neoconvertiti all'Islam contro la Cristianità orientale furono prese seriamente, e fu qui che si pensò per la prima volta seriamente a un intervento militare massiccio contro l'endemica minaccia dell'Islam, una spedizione della Croce contro la Mezzaluna: una crociata.

LA CROCIATA: FINALITA’ E GENESI.

Nel 1095, prima a Piacenza e poi a Clermont, Papa Urbano II esortò i fedeli cristiani alla pacificazione e alla concordia, per porre fine allo stato di conflittualità che animava da mezzo secolo l’Europa occidentale. Nelle assise conciliari tenute in queste due località, il Pontefice predicò anche l’unione degli sforzi dei principi cristiani per la pacificazione della Terra santa, ove avvenivano omicidi, stupri, taglieggi e violenze a danno dei pellegrini che ivi si recavano per visitare i Luoghi santi. A tutt’oggi, ci si domanda ancora quale sia stata la reale intenzione di Urbano con questi appelli. La storiografia moderna è giunta alla conclusione che non si volesse indire una “guerra santa” contro i Turchi musulmani, da qualche anno nuovi padroni della Palestina, ma sollecitare i litigiosi principi cristiani a prendere misure per la sicurezza dei pellegrinaggi cristiani, non necessariamente belliche. Le fonti non ci riportano le parole esatte di Urbano, non si può quindi addurre con sicurezza la responsabilità al Papa per quello che accade successivamente, considerando anche che, pellegrino egli stesso fra Francia e Italia centrale, la sua premura maggiore era l’attuazione della riforma gregoriana presso il clero di quelle regioni (e della Germania). Vero è che ci furono altri sinodi in cui nuovamente Urbano lanciò appelli per la situazione in Terra santa; ma già la nomina di Ademaro di Monteil, vescovo di Le Puy, a suo legato presso i regnanti cristiani per discutere della possibile spedizione tradisce la volontà di porsi “di lato” rispetto all’evoluzione della stessa. Intanto, verso la fine del 1096, Urbano tornò a Roma. Qui lo aspettavano notizie non proprio gradevoli provenienti da Sud.

LA LEGAZIA APOSTOLICA NORMANNA.

Nel 1097 Urbano visitò l’Italia meridionale continentale, divisa in molteplici entità sovrane. I Normanni stavano progressivamente diventandone i padroni, ma resisteva ancora il potere Longobardo di Benevento (e Salerno) e sacche bizantine nelle Puglie. Inutile parlare della Sicilia, musulmana da un secolo e mezzo circa. Proprio per la questione musulmana sorsero contrasti fra Urbano e Ruggero I, conte di Puglia, Calabria e (sulla carta) di Sicilia. Il conte normanno pretese di essere nominato legato pontificio permanente nel suo territorio poiché, stante il dominio musulmano della Sicilia e l’opera di reconquista ancora da cominciare, era da rifare tutta l’organizzazione ecclesiastica locale ed urgeva prendere provvedimenti che coinvolgevano anche grossi interessi economici e finanziari. Ruggero voleva avere ampia libertà nella nomina dei vescovi e nella gestione delle rendite episcopali. Urbano tentennò, comprensibilmente, visto che non poteva concedere a un conte del Sud Italia quello che non era disposto a concedere ai re del Nord Europa. Cedette alfine tenendo conto dell’emergenza musulmana, promettendo di non inviare più legati in Sicilia e Calabria e di farsi rappresentare dal conte stesso. Scrisse in proposito Paolo Brezzi: “Ciò mostra come gli alleati dei riformisti non fossero molto più teneri verso la Chiesa dei loro avversari e avanzassero pretese quasi simili a quelle degli altri”. Urbano aveva appena risolto un conflitto con un sovrano normanno (di fatto) che subito se ne aprì un altro con un diverso regnante (di fatto e di diritto), sempre normanno: Guglielmo II il Rosso d’Inghilterra.

ANSELMO E GUGLIELMO.

Nel 1066 Guglielmo di Normandia aveva conquistato l’Inghilterra e dato inizio alla dinastia normanna sul trono di Edoardo il Confessore. Uomo dall’acuto sguardo (ne abbiamo parlato in un post nell’ottobre scorso), il nuovo sovrano non poteva non occuparsi del settore ecclesiastico; tuttavia egli, per sincera devozione o per precisa scelta politica, non praticò mai la simonia nelle elezioni delle cariche vescovili e scelse sempre uomini di forte tempra morale ed intellettuale. Nei suoi 20 anni di regno curò sempre i rapporti con Roma e, se pure in seguito negò che il vessillo di San Pietro ricevuto da Alessandro II prima dell’epica battaglia di Hastings fosse un simbolo della dipendenza del suo reame dal Papato, consentì sempre la racconta entro i confini del suo regno dell’obolo di San Pietro (Romfeoh), una vecchia usanza locale che costituiva un legame simbolico con il Vicario di Pietro. Nel 1087 a Guglielmo I successe il figlio, Guglielmo II il Rosso, che ebbe ben altri rapporti sia con i Sassoni sconfitti sia con la Chiesa. Con essa il nuovo sovrano si trovò in forte contrasto nei 13 anni di regno (1087 – 1100), periodo coincidente quasi interamente con la reggenza urbaniana della Sede apostolica. Il contrasto principale fu con Anselmo d’Aosta, nominato nel 1093 arcivescovo di Canterbury. Tradizione voleva che il neoeletto si recasse dal Papa per ricevere il pallio; ma Guglielmo, in pessimi rapporti con il regno franco, che aveva riconosciuto la legittimità di Urbano, impedì il viaggio. In quell’occasione si giunse al compromesso di far consegnare il pallio ad Anselmo da un legato pontificio, pure se l’arcivescovo dovette imporlo da sé sulle proprie spalle. Lo scontro ultimo era solo rinviato a qualche anno più tardi. Nel 1097, per una sconfitta militare di Guglielmo, fu accusato Anselmo, che non avrebbe contribuito abbastanza in uomini e denaro all’impresa. La Casa reale impose all’accusato l’esilio o il risarcimento pecuniario per “l’offesa” al sovrano. Anselmo, già allora noto per le sue posizioni di ferreo difensore dei diritti della Chiesa, scelse l’esilio, e si incontrò nella primavera del 1098 con Urbano II, a Bari. Chiese al Pontefice di essere autorizzato a dimettersi dalla carica di arcivescovo, di cui era ancora titolare (Guglielmo aveva subito sequestrato i proventi della cattedra, ma non aveva ufficialmente usurpato la stessa con una nuova nomina). Urbano non volle sentire parlare di dimissioni e scrisse una rimostranza al re, pur non dimostrandosi troppo severo con lui per non inimicarselo troppo e spingerlo nelle braccia del suo avversario, Clemente III ancora vivente. La questione si risolse ben oltre la morte di Urbano, e pertanto la concluderemo in un prossimo articolo. Siamo dunque arrivati al 1098, ultimo anno dell’azione urbaniana, con ultime sorprese per il Pontefice girovago.

LA FINE DI UN GRANDE PONTIFICATO.

Nell’aprile 1099 si tenne a Roma un ulteriore Sinodo, alla presenza di 150 vescovi e davanti a una gran folla di pellegrini: il gran numero di persone pervenute ci indica che l’Urbe viveva un momento di tranquillità ed era tutta in mano a Urbano - non e’ escluso un ricorso all’oro dei Pierleoni, potente famiglia romana, per la presa di Castel Sant’Angelo, ultimo rifugio dell’antipapa Clemente. Fu l’ultima grande manifestazione di questo pontificato peregrinante. Tre mesi dopo, il 29 luglio 1099, Urbano II morì presso la chiesa di S. Nicola in Carcere mentre era ospite dei Pierleoni; il suo corpo fu portato in San Pietro tra le insidie dei partigiani dell’antipapa Guiberto, ma dobbiamo credere senza troppe difficoltà. L’opera di Urbano negli 11 anni di pontificato aveva condotto la Chiesa romana a nuove vette di popolarità e prestigio e fu sintetizzata bene nel suo epitaffio:

Urbs stetit Urbano stante, ruente ruit.
                                 Lege regens et pax fovens te, Roma, beavit,                                   Servans a vitiis intus, ab hoste foris.

giovedì 8 febbraio 2018

Solitudine.

Mario Sironi, Paesaggio con camion, 1920.

Poche figure distanziate le une dalle altre, avvolte in un’atmosfera di desolazione, solitudine, abbandono.

domenica 4 febbraio 2018

La storia di Mariannina Giacca, 1884 - 85.






Catalogando le varie fonti su Afragola raccolte nel corso del tempo ho riscoperto i “Nuovi saggi di chirurgia pratica”, realizzati nel 1887 dagli allievi del professor Antonino D’Antona, professore della Regia Università di Napoli. Il volume tratta episodi clinici tumorali e raccoglie la storia di una giovane afragolese che nel 1885 fu paziente, per alcuni mesi, del chiaro docente. Il racconto, oltre al valore medico intrinseco, rilascia anche qualche nozione sulla società afragolese del secondo ottocento e per questo lo riportiamo. Alle pagine 59-62 lo stesso luminare racconta:


Nel 1865 i conjugi Vincenzo Giacca e Santa Francese popolani di Afragola presero ed adottarono per loro figlia una neonata da due giorni all’Annunziata di Napoli, e la battezzarono col nome di Mariannina Giacca. La trovatella crebbe sana fino all’età di otto anni, quando cominciò a soffrire per alcuni disturbi al ventre; e fin da allora le si parlò dal medico d’idrope ascite. Dalla quale guarì spontaneamente o coll’aiuto, come i genitori adottivi dicevano, di certe segrete medicine. Quattro anni or sono, quando Mariannina si avviava al 16o anno d’età, si avvide d’una durezza proprio in corrispondenza della cicatrice ombelicale; durezza che più tardi ella potea ben circoscrivere e comprendere colla mano come se fosse un uovo. Ella potè accorgersi che realmente il tumore cresceva un poco; ma non avendovi fastidio, non se ne dié carico più di tanto; se non che nel 1884 fu colpita dall’incremento progressivo e cospicuo dell’addome tanto che fu creduta, anzi accusata di gravidanza, non ostante il suo stato vergine (…). Visitata da un medico fu fatta ragione alla sua innocenza; e senza poter definire nulla egli le prescrisse dei bagni dolci. Il tumore vulvare cresceva e l’infelice dovette risolversi ad andar innanzi con quel tumore fuoriuscito dai genitali. Allora ricondotta all’Annunziata fu visitata dal Prof. Sabelli e come poverissima ed abbandonata me la presentò, e io la misi nella mia casa di Carità e Salute. La Mariannina è giovane di 20 anni, alta di statura, ben formata, un po' denutrita per privazioni nutritive e dispiaceri ma nell’insieme la sua salute e costituzione sono sane (…). Pronunzio la diagnosi di sarcoma parietale iutra – peritoneale. Volendo studiare meglio il caso, rimandi l’operazione a un tempo indeterminato. Ella migliorò tanto, e l’idrope sembrava volersi ritrarre che non mi decidevo a rimandare a casa quella he i genitori adottivi non volevano più ricevere. Così la tenni nella mia casa per cinque mesi circa, dal 1o febbraio al 27 luglio. Ma poi vedendo riprodotta l’idrope mi decisi ad operarla il mattino del 27 luglio 1885”.

Durante l’operazione, il professore cloroformizza la paziente e le estrae il tumore “della grandezza di una cipolla” dal ventre e nota “un’innumerevole quantità di tumoretti o tubercoletti della grandezza di un acino di canapa in generale, bianchi, prominenti ed impiantati su tutta la superficie del peritoneo”. L’intervento riesce perfettamente e Mariannina, preda di una febbre persistente ma non altissima, lascia il letto il 9 agosto successivo, 13 giorni dopo l’operazione, guarita. Annota il professore che “fu mostrata parecchie volte agli studenti; e il suo stato continuava sempre florido”.
Il racconto getta una luce, per quanto fioca, sulla società afragolese dopo l’annessione al Regno sabaudo, che abbiamo già trattato altrove (vedi qui: LINK). I coniugi Giacca (evidentemente un refuso per “Giacco”), privi di prole (il chirurgo non cita fratelli o sorelle della paziente) adottano una bimba appena nata ed esposta alla ruota dell’Annunziata a Napoli, cosa non affatto rara presso gli afragolesi (si pensi alla diffusione del cognome Esposito, che deriva da “esposto”, cioè “esposto sulla ruota”). 
L’ambiente in cui la piccola cresce non è adeguato a uno sviluppo sano: il luminare la trovò denutrita per gli scarsi apporti proteici (poca carne, la quale fu un lusso per gli italiani fino al boom economico del Novecento, circa un secolo dopo i fatti che narriamo) e cita, non senza una sfumatura d’ironia, certe medicine “segrete” usate dai coniugi per guarire il primo apparire del male. Le precarie condizioni igieniche del casale di Afragola le delineammo già parlando dell’ospedale (leggi: LINK); riguardo alla fede in certe credenze, bisogna considerare che il popolo era poco o per nulla istruito in materia di religione, aveva una devozione per i santi che sconfinava nella superstizione pagana (fonte di disagi e strali da parte delle gerarchie napoletane verso il clero locale incapace di arginare l’ignoranza del popolino) e ricorreva a pratiche magiche, a fatture o, per i più acculturati, a riti spiritistici. Un nome su tutti: Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei, che durante la giovinezza trascorreva il tempo nelle locande di Afragola e fu un sacerdote spiritista – forse con qualche compagno afragolese.

La giovane era predisposta al male, poiché esso si ripresenta dopo 8 anni dalla prima apparizione (non sembra credibile una quiescenza così lunga del tumore nel corpo della piccola). In un rigo tristissimo, il luminare annota che i genitori avevano abbandonato la giovane e rifiutavano di riprendersela, considerandola forse “impura”. Già precedentemente aveva dovuto difendersi dall’accusa di aver avuto rapporti fuori dal matrimonio e fu solo l’intervento del medico condotto che la salvò dal ripudio, che avvenne successivamente. In un mondo rurale governato da ignoranza e pratiche magiche non deve sorprendere l’accenno all’”impurità” della giovane: il male le era venuto se non per rapporti promiscui forse per la sua malafede, avevano pensato i famigliari. Alla fine, il sole tornò di nuovo nella vita della giovane, perfettamente guarita dal tumore ed “esposta”, ma stavolta positivamente, alla vista degli studenti di medicina. Anche la famiglia la riprende con sé, come testimonia l’ultimo rigo nel quale Mariannina accompagna la madre adottiva per certi controlli: non più “impura”, può riprendere il suo posto in famiglia e nella società afragolese. 
Il professor Antonino D’Antona ( 18 dicembre 1842 – 21 dicembre 1913) fu uno dei patologi e chirurghi più noti del suo tempo. Senatore del Regno d’Italia dal 1896, celibe ma padre di un figlio (suicida nel 1935) avuto dalla relazione con una nobildonna francese, anatomopatologo di fama all’estero, fu coinvolto in un caso di malasanità negli ultimi anni della sua vita che ne offuscò la fama. Per il suo profilo biografico, rinvio a questo LINK.

sabato 3 febbraio 2018

Gli apostoli Giacomo e Filippo in viaggio, 1827.

Francesco Hayez, Gli apostoli Giacomo e Filippo in viaggio.

I due apostoli hanno il viso di 2 patrioti veneziani, Giacomo e Filippo Ciani, che per il loro patriottismo erano fuggiti dal Veneto, sotto dominazione austriaca. Le vesti dei due personaggi, se accostati, hanno come colore dominante il chiaro (bianco), il rosso e il verde, cioè i colori della bandiera italiana.

mercoledì 31 gennaio 2018

"Chi" bombardò la Luna?

La Blue - Red Moon di stasera vista dalla Grecia.


Il 15 novembre 1953 l’astronomo dilettante Leon Stuart fotografò un misterioso lampo di luce sulla superficie della Luna. Per molti decenni si fecero le più diverse ipotesi sull’origine di quel lampo (c’è perfino chi lo attribuì a un segnale alieno). Nel 1994 la sonda Clementine, nella sua ricognizione del nostro satellite, sorvolò l’area dove era avvenuto il brillamento. In alcune delle foto scattate dalla sonda (pubblicate sulla rivista “Icarus”) si vede quello che sembra essere un cratere di recente formazione. Ciò avvallerebbe l’ipotesi, data dallo stesso Stuart all’epoca, per la quale la causa di quel lampo fosse l’impatto di un asteroide contro la superficie lunare. Non è la prima volta che accade: nel 1178 Gervaso di Canterbury raccontò di testimoni che videro un’esplosione sulla Luna.

domenica 28 gennaio 2018

St. Martin in the Fields, 1888.

W. Logsdail, St. Martin in the Fields, Londra, 1888.

Sulla piazza antistante la chiesa anglicana di San Martino, una bambina fa la venditrice ambulante di fiori. E’ leggermente strabica, ha vestiti modesti (un nastro annodato al collo, una veste a quadri, scarpe malandate) che contrastano con quelli, molto curati, dell’altra bimba. La madre borghese osserva oltre la venditrice, lo sguardo fisso e severo, ma forse le comprerà qualcosa. Le carrozze occupano la piazza, vanno e vengono con passeggeri nascosti nell’ombra. Un ragazzo fa il venditore di giornale, mano sinistra in tasca, mano destra reggente una stampa, bombetta in testa, il resto dei fogli sulla spalla. Le strade sono bagnate per la recente pioggia. E’ la Londra del Cinquantesimo anniversario dell’incoronazione della regina Vittoria. Città borghese, umida, fredda. Non solo per il clima.