martedì 14 novembre 2017

Democrazia apocalittica.

L'ex  Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, fautore della riforma costituzionale.

Articolo pubblicato su una rivista locale nel dicembre 2016, ora riproposto a un anno quasi di distanza.


Ho già preparato tutto. Ho messo da parte centinaia di chili di alimenti surgelati, ho raccattato quanto più denaro possibile nelle più diverse valute dei più diversi Paesi, ho rinforzato quanto più potevo le pareti del mio bunker sotterraneo delle campagne di Afragola, ho dato abbracci commossi ai miei più cari amici che hanno scelto altre vie di salvezza. Sono dunque pronto. All’Apocalisse referendaria, ovviamente.
In queste settimane più che di un referendum costituzionale si è parlato della fine dell’Italia, dell’Europa e va da sé del mondo il giorno dopo il referendum stesso. Il popolo, i politici, la gente comune, perfino i vescovi e i preti si sono divisi nelle due tifoserie del sì e del NO, nel solito tifo da stadio di ogni tornata elettorale italiana. Però questa volta i toni sono stati totalitari, biblici, apologetici, escatologici. I partigiani del sì hanno promesso la Terra Promessa, un nuovo Ordine (mondiale?), una nuova Alleanza fra Governo e Popolo, e più terra terra un risparmio per le casse pubbliche che è tutto da verificare. I sostenitori del NO hanno gridato che siamo già in Israele, ma niente funziona perché sono i farisei del sì che non vogliono che qualcosa funzioni, che la Costituzione, la nostra Bibbia, funziona perfettamente e non ha bisogno né di modifiche né di esegesi alcuna.
Entrambi gli schieramenti hanno promesso che, se vincono gli avversari, arriverà la fine del mondo, hanno solo diversificato le modalità di estinzione dell’italica razza. Se vince il NO, quelli del sì dichiarano che il governo illuminato cadrà e farà buio su tutta la Terra (e non si capisce perché anche austriaci e cileni debbano essere condannati al nostro stesso destino), la Borsa crollerà, le banche perderanno milioni di dollari/euro/yen (ma non lo fanno già oggi, tipo Monte dei Paschi?), l’equilibrio europeo si spezzerà , lo spread s’innalzerà (insieme al livello del mare, che salirà di botto di due metri ovunque), arriveranno terremoti che manco in Irpinia nel 1980 e via di seguito. Se vince il sì, i sostenitori del NO annunciano che saremo nelle mani dei potentati lobbistici stranieri, che aumenterà la povertà ovunque, che milioni di italiani lasceranno l’Italia per un destino ignoto (ma non succede già adesso?), che torneranno i Savoia (e questo sì che sarebbe apocalittico), che prevarranno le Porte dell’Inferno, vale a dire che con il giochino della nomina dei sindaci al Senato ci terremo per vent’anni personaggi politici sullo stomaco.
L’Apocalisse, dunque, al netto delle trombe degli angeli sterminatori per chi non ha fede religiosa. Forse solo nelle Politiche del 1948 si arrivò a un tale stato di ansia, di scontro frontale, di accuse di annientamento della specie umana se avesse vinto il fronte avversario.
Ora, al netto dell’ironia, bisogna guardare alla realtà: la Costituzione ha bisogno di modifiche perché sono 70 anni che ha solo limature e non cambiamenti organici, e il mondo va più veloce della luce. Ma essa non ha bisogno di QUESTE modifiche, che neppure stavolta ci faranno votare da soli e senza intermediari il Presidente della Repubblica, che in caso di approvazione sarà eletto da una Camera dominata da un solo partito e da un Senato che funzionerà meno senza per questo costare anche di meno.
I sostenitori del sì parlano del “treno che arriva una sola volta nella vita”, dimenticando che è già la seconda volta in 10 anni che votiamo sulle modifiche alla Costituzione; e non riuscendo a farci capire perché chi vota NO è un troglodita uscito dalla caverne mentre chi vota sì è un progressista che punta al futuro, quando il capo stesso della riforma appartiene al partito più antico presente oggi in Parlamento.

Le urne diranno chi ha convinto di più. Intanto, se pure non vi sarà nessuna Apocalisse (in Austria e in Cile ringraziano) pure mi rinchiuderò nel mio bunker da domenica sera, ché sentire i commenti post-voto dei politici è pur sempre una tortura da risparmiarsi.

venerdì 10 novembre 2017

"Riscatteremo Angelo Mozzillo!"

Madonna con i sette Santi fondatori, olio su tela, 1777, chiesa di San Lorenzo martire, Ottaviano.

La nostra ricerca delle opere del pittore afragolese Angelo Mozzillo (1736 - 1810) è quasi conclusa. Come già annunciato, il gruppo di Vetus et Novus si è limitato all'area napoletana nel corso delle campagne fotografico - esplorative della Campania, tralasciando per gli anni a venire le ricerche nelle altre zone della regione ove il maestro ha lasciato opere sue.
Quest'oggi mi limito a lasciarvi una delle tante foto raccolte durante la visita nell'area vesuviana, ricadente nella cura d'anime della diocesi di Nola. La tela "Madonna con i sette Santi", risalente al 1777 (firma e data sono visibili nell'angolo formato dai piedi dei santi, a sinistra) esposta al soffitto della chiesa di San Lorenzo martire, si presenta inscurita nonostante un restauro conservativo di alcuni anni fa. Il tempio si trova nel centro storico di Ottaviano, città con la quale Mozzillo ebbe un rapporto particolare, come spiegheremo tra qualche settimana.

domenica 5 novembre 2017

Lo stemma di Afragola. Un appunto.

Lo storico simbolo di Afragola.


Afragola fu fondata da Ruggero il Normanno”.

E’ uno dei mantra storici della città, una delle peggiori leggende a sfondo storico più dure a morire fra la massa dei popolani e anche fra parecchi appartenenti alla cosiddetta “società civile”. A dispetto del magnifico monumento posto nell’Oberdan, non è affatto certo che Ruggero I (1095 – 1154, dal 1130 Re di Sicilia, duca di Puglia e principe di Capua) sia passato per le terre che sarebbero diventate Afragola. Certamente, se vi passò, non fu per fondare qualcosa ma per distruggere: nelle fonti normanne del XII secolo, relative all’anno 1137, è descritta concisamente la lucida rabbia del condottiero di fronte agli attacchi che gli venivano da nord e da sud, distruggendo Aversa, per poi attaccare Napoli, devastandone il contado e prendendo essa e il suo duca Sergio VII per fame, e tornando quindi ad Aversa, anche stavolta, facendo bruciare i campi e abbattere ogni qualsivoglia casupola che si incontrasse nel cammino fra la costa e l’interno. Il territorio della futura Afragola sorgeva proprio su questa direttiva e quindi fu devastato dai franco- normanni: è un po’ difficile pensare che uomini di tal genere potessero ri-fondare qualcosa che avevano distrutto precedentemente.
Accanto a questa, sussiste l’altra favola per la quale il termine “Afragola” significherebbe “senza fragola”: come illustri grecisti si affannano a spiegare su Facebook, la -a sarebbe privativa ed escluderebbe la presenza del falso frutto nel territorio afragolese fin dal Medioevo. La leggenda ebbe origine quando Giuseppe Castaldi, nel 1830, scrisse nelle sue “Memorie storiche del Comune di Afragola” che il nome dell’allora casale significava “absque fragis”, proprio “senza fragole”. Ora, per uno di quei curiosi fenomeni per i quali le nostre azioni hanno effetti opposti a quelli che desideriamo (faccio sfoggio anche io di cultura e vi dirò che tali fenomeni hanno il nome di “eterogenesi dei fini”) Castaldi, scrivendo per confutare quella leggenda, le diede inavvertitamente nuovo vigore, ed ecco oggi novelli grecisti ripetere quello che dicevano loro le maestre delle elementari, cioè che mentre tutta l’area a nord di Napoli produceva fragole proprio da noi mancavano. Amen.

Ma ci sono due ma. 
Il primo: ai tempi del Castaldi come fino alle soglie del Terzo Millennio, Afragola produce(va) fragole proprio come i territori vicini, semmai più aspre, ma ne produce(va). 
Il secondo: guarda un po' i casi della vita, credi di vivere in una città che è maledetta da chissà per non produrre il falso frutto e però possiede uno stemma che riproduce una mano che stringe 4 fragole. Un simbolo araldico che è variato nel corso dei secoli – le prime versioni riproducevano tre frutti – ma che ha sempre mantenuto i simboli della mano, delle fragole e degli steli, aggiungendo la corona turrita all’indomani del titolo di città del 1935, assegnato dal Re Vittorio Emanuele III. Castaldi ne descrive una prima forma nel 1830, il che significa che l’immagine dovesse esistere ben prima di tale data, forse fin dal XVIII secolo.

Possibile, chiedo ai miei 4 lettori, sicuramente dimezzati a causa delle partite, che i nostri avi avessero un tale senso dell’umorismo da tenersi uno stemma contenente una mano con delle fragole quando le campagne non ne producevano? Non credo, considerando anche che, dalle fonti storiche, risulta che i nostri nonni di senso dell’umorismo ne avessero ben poco (leggi QUI e anche QUI). Gli stemmi sono simboli, che devono riassumere in una sola immagine la caratteristiche di un territorio o di una comunità (o di entrambe le cose, trattandosi di un’amministrazione civica). Se quindi il nostro riporta delle fragole, e le riporta da secoli, significa che Afragola di fragole ne produceva eccome, e che quindi qualcuno ha avuto delle maestre elementari un po’ bugiarde o un po’ ignoranti sulla storia locale. Ora vi direte: allora questo nome “Afragola” da dove spunta fuori? Io ne ho già scritto anni fa e vi lascio con questo articolo in merito, che vi farà vedere le cose da un altro punto di vista. Buona lettura: LINK.



venerdì 27 ottobre 2017

Luoghi del passato, luoghi dal passato.



Mi piace passeggiare, quando ho tempo, per i campi sterminati della Pianura Campana. Perdersi tra i viottoli, avventurarsi nei lembi di terreno, godersi il panorama che, nelle belle giornate che seguono un temporale, regala una vista mozzafiato dai monti azzurrini dell'Appennino al Vesuvio, alla penisola sorrentina.
Mi piace inoltrarmi nelle masserie che punteggiano il territorio, antichi luoghi di fatica, di dolori, di soddisfazioni. Entrare in una di queste antiche abitazioni, esplorarne gli ambienti, far risuonare dopo decenni una voce umana tra quelle mura un tempo tanto movimentate.
Entro in una di esse, una delle 48 sparse nei campi di Afragola. Entro nella corte interna, vedo arcate laggiù, al piano terra. Dove ora l'erba domina sovrana, fino a 50, 70 anni fa anonimi braccianti lavoravano la canapa lasciata ammollire nelle vasche poco lontano dalla masserie, mandriani si occupavano delle stalle, inservienti intrecciavano capi d'aglio e di cipolle. Là, dove un cumulo di spazzatura copre il buco, c'era un pozzo che riforniva uomini e animali. Qui, dove la volta è crollata lasciando intravvedere il piano superiore, c'erano le cucine e i forni, più d'uno per le necessità dei numerosi coloni che curavano, piegandosi sotto il sole cocente della primavera campana, le terre del signore. Ecco le scale che portano alle stanze del padrone: una serie di ambienti, un tempo più caldi rispetto a quelli sottostanti e adesso simili a questi per la distruzione arrecata dal tempo e dai vandali. Mi intrufolo incuriosito in queste stanze dal soffitto altissimo, e dalle finestre piccole. Niente balconi, solo un loggiato dove affacciano tutti questi locali, divenuti vuoti ambienti, un tempo pieni di vita, oggi freddi più della morte.
Qui, in questa sala che affaccia su un Vesuvio dalla cima tagliata di netto da una bizzarra nuvola, il padrone comandava famiglia e coloni, decideva con una parola l'andamento economico di interi nuclei famigliari, poteva rendere sollevati o disperati padri di famiglia, arrogante come non mai, vero signore del colono ignorante più del lontano re a Napoli.
E ora? Dove sono quei coloni ansiosi di non perdere un lavoro massacrante? Dove sono quei padroni che giocavano con destini di loro simili solo per eredità mal guadagnate? Cosa resta di quei tempi? Pietre distrutte ed erba alta.

Questi monumenti al passato che sono le masserie dei nostri avi sono patrimoni abbandonati, che gridano attenzione all'ignaro passante dei campi. Da queste pietre il vento della Storia accarezza il viso del viandante, e gli ricorda un passato lontano e recente, e un presente tecnologico, comodo, ma meno vissuto rispetto a quelle epoche. 
Perché, come è stato detto, “ai nostri tempi la vita è un mestiere. Allora, invece, era un'esistenza”.

domenica 22 ottobre 2017

Segni dei tempi e segno del Tempo.

Verso il mistero...

Bisogna discernere i segni dei tempi” ci dicono da pulpiti religiosi e laici, ci dice (ci impone) il baraccone massmediatico di fronte ai cambiamenti sempre più veloci, sempre più violenti, del nostro vivere quotidiano. 
Ma cosa sono, esattamente, questi segni? Sono univoci o sono tutti diversi fra loro? Segni dei tempi che corrono sono essere le conquiste democratiche dei Paesi del Sud- est asiatico, per troppi anni ridotti nell'immaginario collettivo a semplici paradisi esotici. Segni ulteriormente positivi possono essere le conquiste in campo tecnologico del MIT di Boston, che accelerano la ricerca per la cura delle malattie più spaventose del nostro secolo. Ma segni dell'epoca sono anche i naufragi dei clandestini sulle coste della classicità greca, fallimento eclatante dell'Europa dei diritti e accusa fatta carne agli egoismi di Turchia e Arabia Saudita. 
Simbolo di questo momento storico è anche l'omicidio a un festino omosessuale a base di droga, stupro e immoralità, nella Roma un tempo cristiana, compiuto “per vedere che effetto fa”. Tutti segni, di uguale potenza ma contrario effetto, che mostrano un'epoca febbrile, che non sa neppure essa cosa voglia essere: sviluppo o immoralità, vita o morte, assoluta libertà o licenza assoluta di uccidere.

Ma chi li deve interpretare, poi, 'sti segni? La massaia che vive nel bozzolo caldo e stretto della propria cittadina del Cilento, o il magnate della Silycon Valley che riceve 50 mail al giorno da ogni punto del Globo? E a chi deve comunicarli? La verità è che di segni ce ne sono moltissimi, molti di noi li sanno capire, ma nessuno riesce a spiegarli univocamente, perché c'è sempre un parere diverso, una lettura ulteriore, una prospettiva che dissente. Solo su una cosa sono tutti d'accordo, dallo spazzino che alle 6 di mattina pulisce le strade ancora deserte alla modella delle sfilate milanesi con 5 centimetri di trucco sul volto: il segno del Tempo sui corpi, sulle cose, sulle anime. Il Tempo, quello vero, scorre, e nessuno lo può fermare: perfino i Greci, che pure davano agli dei poteri colossali, affermavano che lo stesso Zeus non poteva fermare lo scorrere continuo dei secondi. E' questa la differenza, che tutti discerniamo stavolta, fra equivoci segni dei tempi e univoco segno del Tempo. I primi sono soggettivi, perché toccano l'esterno della realtà. Il secondo è oggettivo e universale, perché tocca l'intima realtà di ognuno di noi, di ogni cosa che ci circonda. Davanti a un omicidio sadico, dire che esso sia simbolo della nostra epoca decadente è opinabile, ed è un'opinione che troverà sostenitori e denigratori. Ma davanti a una ruga, o a un capello argenteo, tutti saranno d'accordo nel dire che il tempo sta passando, e un pezzo di vita se n'è andato per sempre. 
Tutti, eccetto i poeti. Ma questi sono giustificati: non vivono nel Tempo, ma durano per sempre. 

venerdì 13 ottobre 2017

Un porto antico.

Porto di Napoli, Peter Bruegel il Vecchio (attribuito), 1556 ca.

Porto di Napoli, anonimo, 1485 ca.