lunedì 11 dicembre 2017

Guida all'analisi delle fonti storiche in 10 punti.





L’attuale epoca storica, caratterizzata da un veloce, facile e quasi gratuito accesso alle fonti storiche disponibili, con riguardi particolari, presso le biblioteche o digitalizzate in Rete è, per paradosso, quella più esposta della Storia umana alle falsificazioni storiche e storiografiche. Ogni giorno siamo fatti oggetto di notizie propinate da giornali, telegiornali, radio, social networks dicotomiche, antitetiche, che ogni sorgente informativa tende a far passare come l’unica “vera verità”, in contrapposizione a quelle altrui etichettate come “fake news”, falsità a buon mercato.
Perché si falsifica una fonte? Per svariati motivi: per prestigio personale o familiare (le fantasiose genealogiche dei signori italiani del XV secolo che facevano risalire le origini della famiglia al Principato Romano), per screditare gli avversari (i Protocolli dei Savi di Sion del XX secolo, realizzati per giustificare le vessazioni contro gli ebrei europei nella Russia e nella Francia novecentesche), per motivazioni economiche (la scoperta dei diari di Adolf Hitler, improvvidamente autenticati da uno studioso di caratura come Hugh Trevor - Roper), per ordine diretto del Potere (e qui ci basti la cronaca quotidiana, che parla di revanscismi fascisti per quattro imbecilli mascherati).
E’ quest’ultimo caso il più pericoloso poiché sottende la volontà di modificare i fatti storici, perpetuarne e solo ciò che conviene, bollare come falsità o revisionismo (una delle linfe vitali della ricerca storiografica) studi che analizzano i fatti sotto altri punti di vista per mantenere in corso la Narrativa dominante.
Tra le branche del sapere, la Storia è quella più esposta, da secoli, alla manipolazione e alla “libera interpretazione” delle fonti, lette o interpolate o cassate affinché aiutino o non contrastino con la sunnominata Narrativa dettata. Non è il caso di pensare solamente al Novecento: ogni epoca ha avuto i suoi falsificatori, proni a interessi vicini o contrastanti i regimi nei quali si trovarono a vivere; da questo punto di vista, non c’è differenza alcuna fra gli scribi del faraone Horemheb che cancellavano dai documenti il nome del predecessore eretico dello stesso, Akhenaton, e gli anonimi redattori del “Constitutum Costantini”, base giuridica del potere temporale dei Papi prodotto forse nell’VIII secolo, 4 secoli dopo la morte dell’imperatore.
Come difendersi, quindi, dalle fake news storiche? Con uno studio serio e approfondito, innanzitutto. Ma ciò non è sufficiente. Chi intraprende la carriera di storico si avvede fin da subito che anche nei manuali specializzati e più analitici si ignorano fatti e note che pure aderiscono ai temi trattati nel libro, si rende conto che spesso accedere alle fonti primarie è difficile a causa del muro di gomma ostentato da istituzioni mediane, realizza che deve attendere settimane o mesi prima di scrivere se vuole sviscerare un argomento in tutte le sue possibili sfaccettature e non limitarsi a un semplice articolo informativo su riviste. Tutte queste limitazioni rendono complesso il tentativo dello storico di analizzare fonti storiche che gli vengono propinate come autentiche, senza avere le necessarie coordinate e i necessari raffronti. Nello stesso dilemma si dibatte il non specialista che, non volendo ragionare in maniera frettolosa e animato dalla curiosità, non possiede quelle conoscenze professionali che costituiscono almeno un salvagente per lo storico. Ecco quindi questa breve Guida alla lettura, un elenco di domande utili per una prima analisi (e conseguente smascheramento) delle fake news storiche che circolano su media e social (ovviamente la si può utilizzare anche per analizzare notizie non propriamente storiche).


  1. Da cosa è costituita la fonte (visiva, monumentale, documentale)?
  2. I fatti in essa riportate sono compatibili con il periodo storico nel quale si pretende che possa essere stata realizzata? Lo stile paleografico/costruttivo/diplomatico è compatibile con detto periodo?
  3. Da chi è riportata la fonte?
  4. Come ha fatto a giungere al giornalista/storico?
  5. Il giornalista/storico che l’ha riportata ha interessi particolari oltre al solo desiderio di pubblicare una fonte per lui rilevante? In altre parole, chi è il giornalista/storico, per chi scrive e perché ha pubblicato?
  6. E’ stata prodotta dal giornalista/storico o egli la riporta solamente?E in questo caso, chi gliel’ha rilasciata?
  7. E’ una fonte originale e primaria oppure deriva da qualche altra fonte?
  8. E’ una fonte che riporta i fatti in maniera diretta o ricorrendo ai “si dice che...”, “si racconta che… “forse che...”?
  9. Esistono interpretazioni diverse della stessa fonte? Ad esse viene dato lo stesso spazio che all’interpretazione autentica? E in che tono (piano, sarcastico, ironico, sprezzante) vengono analizzate?
  10. Che cosa ha voluto trasmettere la fonte? Per quale motivo essa è stata pubblicata e perché proprio in quel momento storico?


Questo breve vademecum vale tanto per lo storico di professione che per il comune lettore di articoli e link, storici e non. Dandosi risposte a queste domande, si riesce a comprendere meglio la realtà intorno a noi e il perché avvengono fenomeni che si sembrano anodini l’uno con l’altro e che invece sono collegati fra loro da sottili e sotterranei fili rossi.

mercoledì 6 dicembre 2017

3 giugno 1799: Afragola in rivolta.

L'esercito della Santa Fede saluta Sant'Antonio.


Il 1799 fu un anno cruciale per l’Italia e per il Regno borbonico in particolare, fondato appena 65 anni prima da Carlo di Spagna. Il vento della Rivoluzione che da 10 anni spirava dalla Francia aveva causato il crollo graduale di tutte le istituzioni politiche principali della penisola, con la fondazione prima della Repubblica Cisalpina (1797) poi della Repubblica Romana (1798). I regni di Napoli e Sicilia non erano stati toccati che marginalmente dal caos provocato dai giacobini francesi e dai loro successori: eccetto la sconfitta dell’esercito napolitano per mano di Napoleone Bonaparte nel 1796, avvenuta oltretutto lontano dal territorio regnicolo, Ferdinando IV di Borbone era rimasto in una situazione di osservazione passiva, ancorché rabbiosa, di quanto avveniva oltre i confini del suo Stato. La situazione precipitò per l’attacco del sovrano alla Repubblica Romana nel tardo autunno 1798: non solo i francesi del generale Etienne Championnet sbaragliarono le truppe napolitane, ma lo stesso Ferdinando dovette nottetempo lasciare Napoli con la famiglia e il Tesoro della corona e imbarcarsi per Palermo con l’aiuto inglese. Il 17 gennaio i francesi entrarono in una Napoli ormai lasciata a se stessa e il 23 gennaio 1799 venne proclamata la Repubblica napolitana.

La sollevazione sanfedista di Afragola.

Mentre la neonata Repubblica cercava di rendersi finanziariamente e politicamente indipendente dai francesi, senza riuscirci mai per davvero, questi ultimi occuparono le province e l’immediato contado della capitale, giungendo anche nel Casale delle fragole. Fu in questa occasione che dovette essere stato innalzato l’albero della libertà in Piazza dell’Arco (oggi Piazza Municipio), più noto per il basolo che fungeva da base che per sé stesso (della storia – direi più storiella – del basolo bianco leggi questo vecchio articolo: LINK). Le fonti, allo stato attuale della ricerca, tacciono su quanto avvenne in Afragola dalla proclamazione della Repubblica all’inizio della rivolta, eccetto che per un particolare, che qui non pubblico ma di cui parlerò nella 2a edizione de “Il caso Afragola” (vedi LINK). Notizie più corpose sono invece indicate a partire dal maggio di quell’anno quando, in seguito alla risalita dalla Calabria dell’ Esercito della Santa Fede del cardinale Ruffo, i francesi dovettero lasciare prima il contado di Napoli e poi la stessa capitale. Ciò favorì l’esplodere di rivolte antigiacobine in vari casale e varie città: Caserta, Portici, Acerra (ove il potere fu preso da tre ecclesiastici), Teano, Campobasso e infine Afragola. Parte della storia è in “Storia della Repubblica partenopea del 1799 e vite de’ suoi uomini celebri” di Clodomiro Perrone (un personaggio di cui spero di parlare prossimamente nella sezione “Napoli” del blog). Dalle sue parole sembra che sia stato in Napoli al momento dei fatti o che comunque ne sia stato successivamente toccato, poiché il racconto delle vicende (non solo relative ad Afragola) è particolareggiato ed esposto senza alcune. 
Scrive Perrone:
Ma la più terribile (delle rivolte, ndr) fu quella di Afragola promossa da Antonio Larossa (poscia uno de’ membri della Giunta di Stato) la quale scoppio a 3 giugno. Reciso l’albero della libertà e disotterate le armi nascoste all’uopo, per mantenersi furono chiamati in aiuto tutti que’ soldati di Campagna che trovavasi nei luoghi vicini, si passarono a ribellare tutte le altre terre de’ contorni, e si fe’ l’alleanza con Acerra, la quale somministrò al di là di tre centinaia di uomini e arrogantemente vennero essi ad attaccare i Partenopei. A 4 la Repubblica spedì contro i ribelli uniti 300 soldati tra Cavalli e Fanti: incontratili a Capodichino furono attaccati e volti in fuga per tutto il territorio di Casoria fino a un miglio da Afragola; la prudenza consigliò di non spingersi più oltre. I ribelli però quantunque ebbero molti feriti non persero che un sol contadino. Questo colpo fe’ rialzare gli alberi della libertà a’ paesi ribellati da Afragola, ma questa terra fu fatta rimanere ferma nella ribellione dal Larossa, il quale per resistere prima si portò dal Marchese della Schiava e poi dal Ruffo (…). Nel giorno 10 abboccatosi Larossa col Ruffo ebbe 308 sanfedisti a piedi (sotto il comando del prete Pietro Moscia) e 100 a cavallo (sotto il comando di Michele Rega) offrendosi introdursi a Napoli dalla via di Capodichino1.

Afragola sanfedista.

La descrizione della rivolta e del successivo scontro con i napoletani, anche se sintetiche, rappresentano scene di storia viva difficilmente ritrovabili in altri testi coevi a questa “Storia” riguardanti i fatti della Repubblica. Col il nome di “Antonio Larossa” dobbiamo intendere la figura di Antonio Della Rossa, nato a Sant’Arpino nel 1748 da una famiglia benestante locale. Il 30 ottobre 1777 sposò Vincenza Castaldo, afragolese, nella chiesa di Santa Maria d’Ajello2: fu in seguito a questo matrimonio che si trasferì ad Afragola, esercitandovi la carica di magistrato civile e tenendo aperto uno studio anche a Napoli. Realista fino al midollo, organizzò le rivolte sanfediste in Afragola e nei comuni vicini, entrando nelle grazie del Re e divenendo prima capo della polizia, nel luglio del 1799 e successivamente, con la seconda restaurazione, membro del Sacro Real Consiglio.
Analizziamo alcuni punti salienti della fonte. Al momento della rivolta, vediamo che i sanfedisti (chiamati ribelli dal repubblicano Perrone) disotterrano delle armi nascoste “all’uopo”: segno che la rivolta era attesa da tempo e si attendeva solo la partenza dei francesi per agire. L’Albero della libertà fu abbattuto e di esso rimase solo una pietra, nella stessa piazzetta ove sorge la chiesa di San Giovanni Battista, che sarà successivamente restaurata proprio da Della Rossa. Costui riesce in meno di 24 ore a raccogliere 300 uomini da Acerra e altri dai casali vicini: tale efficienza è da spiegare col continuo contatto che i borbonici tenevano fra loro, in modo da aggiornarsi e da aggiornare su quanto accadeva nella Capitale. Afragola, essendo il casale più vicino a Napoli fra quelli rivoltatisi, opera come testa di ponte della restaurazione borbonica. Né bisogna però immaginare che la Repubblica non avesse propri uomini e proprie spie sparse nel contado: alla notizia dell’organizzazione della rivolta, i repubblicani, orfani dell’aiuto francese, inviano 300 uomini. Lo scontro avviene a Capodichino: bisogna quindi immaginare che la marea umana di afragolesi e acerrani abbia percorso tutta Casoria, seguendo il percorso dell’attuale via Sannitica, fronteggiando i napoletani forse al quadrivio della Calata di Capodichino. I repubblicani sono meglio organizzati e riescono a rintuzzare la marcia dei casalini verso la Capitale, inseguendoli fin dentro Casoria per poi fermarsi. E’ un successo per la Repubblica che conta solo un altro mese di vita ancora; ma, come lo stesso Perrone sottolinea, i “contadini” perdono un solo uomo (non sapremo mai chi) e, pur feriti, restano attivi. La notizia della sconfitta dei sanfedisti antigiacobini corre per i casali “sottomessi” da Afragola, che rialzano gli alberi della libertà abbattuti il giorno prima. Dobbiamo supporre che tali casali siano Casoria, Casalnuovo, Licignano, Caivano, Cardito e forse Frattamaggiore, tutti nell’immediato circondario di Afragola e Acerra. La nostra città rimase ferma nel suo sanfedismo grazie a Della Rossa, che anzi riesce ad ottenere, in meno di una settimana, oltre 400 uomini di rinforzo per marciare su Napoli, l’11 giugno. 
E qui noi lo lasceremo, per il momento.

Note: 


1 Clodomiro Perrone, Storia della Repubblica partenopea del 1799 e de’ suoi uomini illustri, Napoli 1860, tomo III, pag. 328-9.

2 Libro dei Matrimoni, anno 1777, APSMDA.

venerdì 1 dicembre 2017

Bill Denbrough, how are you?

Jonathan Brandis (1976 - 2003)



Quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta”.
Così si conclude “IT”, forse il più noto romanzo di Stephen King, pubblicato nel 1986, dal quale sono state tratte due adattamenti video, una miniserie del 1990 e il film uscito quest’anno. La chiusa si riferisce a Bill Denbrough, il coprotagonista assoluto del libro (assieme al mostro) che rappresenta l’ideale dell’amico di infanzia di tutti noi. Alto, magro, capelli rossi e occhi azzurri, affetto da una balbuzie psicosomatica che invece di sminuirlo aumenta il suo carisma agli occhi dei giovani amici, William Denbrough è il componente che, fra i 7 membri del Club dei Perdenti, più ha a che fare col mostro che vive sotto Derry, in una fetida tana posta a 900 metri sotto la superficie della città. Inutile raccontarvi i particolari del libro: lo farò in un’apposita recensione che scriverò non appena mi sarà passata l’ansia che sempre provo ogni volta che finisco di leggere le 1238 pagine del libro. E’ successo di nuovo ieri, quando alle 22e45 ho letto quell’ultima frase per la terza volta in 5 anni, che si riferisce alla perdita di memoria del Bill adulto dopo la fine delle vicende accadute nelle fogne di Derry, città apatica, spesso violenta, indifferente al Male perché da esso compenetrata (e quanto la mia Afragola somiglia alla Derry di Bill? Quanto questa città, che non riconosco più, rassomiglia a quell’immaginaria cittadina del Maine?).

Fatico ogni volta a staccarmi da questo romanzo e da Bill in particolare, devo ammetterlo. Ogni volta che si avvicina la fine di un’opera e e con essa il congedo dai personaggi che l’hanno animata mi sale una leggera ansia, che termina con la posa del libro sullo scaffale, dove sarà lasciato a dormire per alcuni anni, prima di essere ripreso. Con Bill Denbrough è diverso. Lui è l’amico che da piccoli ci trascinava nei giochi, è l’amico che aveva le idee migliori, è l’amico che attraeva le ragazzine perché bello ma non faceva ingelosire gli altri perché era simpatico, è l’amico da cui si correva per parlare dei grandi problemi dell’esistenza infantile, tipo il classico bullo delle classi superiori o il rinvio del cartone animato su Italia 1 per far spazio ad altri programmi. Carismatico anche fisicamente, con la capigliatura rosso fuoco: il rosso, colore diverso sia dai comunissimi marrone e nero sia dal regale biondo, associato alla malizia (e Bill non sfreccia tante volte sulla sua Silver per “battere il diavolo”?). 
Faccio fatica a staccarmi ogni volta da Bill perché è come un inconscio rinnovarsi dell’abbandono del mio Bill reale, in carne ed ossa, che mi lasciò in un triste giorno di quarta elementare, mai più rivisto da allora. E, da allora, nessun altro l’ha sostituito: ci sono stati conoscenti, compagni e due o tre persone che ho chiamato amici (intendendo con ciò qualcuno per il quale avrei sacrificato volentieri me stesso) che mi hanno non solo tradito quando non ero più utile ai loro scopi (principalmente economici, come mi avvidi troppo tardi) ma anche diffamato presso gli altri comuni conoscenti. Non ritrovai più Bill in nessuna delle numerose persone con cui ebbi a che fare nei successivi 22 anni dalla partenza di quello originario: forse perché la vera amicizia nasce nell’infanzia o nell’adolescenza e, perso quel momento magico, tutto risulta più difficile.

domenica 26 novembre 2017

Un ospedale ad Afragola. Nel 1873.

Il complesso antoniano di Afragola a fine Ottocento.



Mi scuseranno i miei pochi lettori per aver trascurato il blog in questi ultimi due mesi ma la ricerca su Angelo Mozzillo è giunta finalmente al termine (almeno, la sua prima parte). Adesso è tutto un sentire parlar di Mozzillo, quando Vetus è stato il primo a rinverdirne, dopo decenni, la memoria. Meglio così, più se ne occupano meglio è.
Riprendiamo il discorso sulle fonti riguardanti Afragola nell’Ottocento che inaugurammo con l’analisi del testamento Fatigati (LINK per chi se lo fosse perso). Stavolta la fonte non è un documento di natura privata, ma pubblica: trattasi della Relazione del cavaliere Giuseppe Arpa, Regio Delegato del governo, del 1873. Arpa rivestì la carica di Commissario straordinario del governo in Afragola fra il 1870 e il 3 luglio 1873, data in cui convoca il Consiglio comunale appena rinnovato e presieduto dal consigliere anziano Nicola Setola, successivamente sindaco dello stesso casale per due diversi (e lunghi) mandati. In una Guida alla città, del 1993, don Gaetano Capasso lo dava come commissario dal 1873 al 1876: c’è quindi una discrepanza di date fra quanto datato nella Relazione e quanto scrive il defunto sacerdote. Ovviamente noi propendiamo, in mancanza di altri riferimenti, per la data desunta dalla Relazione; non sarebbe del resto né il primo né il più grave degli errori del cultore di storia locale Gaetano Capasso (leggi questo LINK). La Relazione ci informa ci notizie interessanti e sopratutto complete sullo stato del casale di Afragola nei primi anni Settanta del XIX secolo. Noi oggi ci soffermeremo in particolare sulla questione dell’igiene pubblica.

L’ospedale di Afragola.

Città popolosa e dai vasti confini, Afragola giace ancora oggi priva di una struttura ospedaliera organizzata. Le promesse fatte negli ultimi decenni da personaggi ancora sulla ribalta politica danno il senso di straniamento e della perfetta inutilità dell’indignazione che esplode nei social e non nelle urne. Eppure non è sempre stato così. Afragola, nel corso della sua storia unitaria, ha avuto ben due ospedali. Uno nel 154, presso la chiesa di Santa Maria d’Ajello; l’altro nel periodo di cui trattiamo, sito nel convento di Sant’Antonio, trasformato dopo l’Annessione del 1861 in una struttura sanitaria e per i mendici. La situazione non era affatto florea, come desumiamo dalla Relazione Arpa. Scrive il Commissario, a pagina 21: “Sì da il pomposo titolo di Spedale Civico a cinque angustissime celle senz’aria, senza luce nell’interno dell’ex Convento di Sant’Antonio dove si trovano dieci miseri lettucci. Questo Spedale è sussidiato dal Comune con L. 1000 annue, più la somministrazione di medicinali, ciò che porta un aggravio all’Amministrazione Municipale di L. 2000 circa. Il servizio è fatto dai Monaci che tuttora abitano detto Convento, e alla deficienza d’entrata si supplisce ricorrendo alla carità cittadina”. Il funzionario prosegue affermando che “non esistono in guardaroba che pochi stracci di biancheria”, proponendo che il nuovo Consiglio si adoperi per l’istituzione di “una sala ampia, ventilata, e che presenti tutte le garanzie igieniche, il che potrebbe facilmente ottenersi valendosi della terra esterna al primo piano già coperta, per cui non occorrono altre spese se non tenuissime riparazioni al soffitto”.
Questo passo ci fornisce molteplici informazioni. Innanzitutto, lo stato del Convento doveva essersi degradato nei 13 anni di assenza di cure da parte dei frati (qui chiamati monaci): screpolature nel soffitto, finestre crepate, celle asfissianti. I religiosi abitavano ancora la struttura, evidentemente sotto la spinta di San Ludovico da Casoria, che nelle strutture dei francescani fondò un mendicicomio. Non venivano però usati tutti gli spazi a disposizione dell’ex struttura religiosa, per motivi che la fonte non riporta: c’è da supporre che tali spazi non fossero agibili o che venissero volutamente lasciati a disposizione dei frati. L’amministrazione forniva 1000 lire all’anno per le spese di mantenimento della struttura, oltre ad altre 2000 per l’acquisto di medicinali: in rapporto alla popolazione di Afragola dell’epoca, che assommava a circa 18000 abitanti (come riporta la Relazione in un altro passo), era una cifra bassa, che non riusciva a coprire tutto il fabbisogno. Arpa invitava il Consiglio comunale ad affidare la struttura alla “Congregazione della carità” (San Ludovico da Casoria) per alleviare il peso per le casse statali, considerando anche che era la carità pubblica che sopperiva alla mancanza di denaro. 

Sì alle vaccinazioni!

Buona la situazione dei medici condotti nel casale, numerosi presso le tre parrocchie di Afragola, e notevole anche l’attenzione di Arpa per la vaccinazione di massa. Scrive difatti Arpa alle pagine 25-26:
E’ stata eseguita una straordinaria vaccinazione sopra numero 410 bambini, e perché riuscisse più sicura ed efficace, deliberai d’accordo con i Medici e col Commissario del vaccino del Circondario di servirmi del pus attinto direttamente dalla vacca, che più volta venne condotta in Afragola, e se ne ebbero splendidi risultati”. Non è indicato contro cosa ci fu questa vaccinazione di massa, ma vista l’epoca e il luogo la malattia non poteva essere che il vaiolo; le vaccinazioni contro il tetano iniziarono nel 1880, quelle per le altre malattie a inizio Novecento. Il vaiolo era più comune di quanto si pensi in Afragola: durante l’epidemia del 1834, neppure 40 anni prima del giorno in cui Arpa leggeva la sua Relazione nel Palazzo di città, Afragola era stata decimata di un terzo della propria popolazione a causa della pestilenza.

(Continua)

martedì 14 novembre 2017

Democrazia apocalittica.

L'ex  Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, fautore della riforma costituzionale.

Articolo pubblicato su una rivista locale nel dicembre 2016, ora riproposto a un anno quasi di distanza.


Ho già preparato tutto. Ho messo da parte centinaia di chili di alimenti surgelati, ho raccattato quanto più denaro possibile nelle più diverse valute dei più diversi Paesi, ho rinforzato quanto più potevo le pareti del mio bunker sotterraneo delle campagne di Afragola, ho dato abbracci commossi ai miei più cari amici che hanno scelto altre vie di salvezza. Sono dunque pronto. All’Apocalisse referendaria, ovviamente.
In queste settimane più che di un referendum costituzionale si è parlato della fine dell’Italia, dell’Europa e va da sé del mondo il giorno dopo il referendum stesso. Il popolo, i politici, la gente comune, perfino i vescovi e i preti si sono divisi nelle due tifoserie del sì e del NO, nel solito tifo da stadio di ogni tornata elettorale italiana. Però questa volta i toni sono stati totalitari, biblici, apologetici, escatologici. I partigiani del sì hanno promesso la Terra Promessa, un nuovo Ordine (mondiale?), una nuova Alleanza fra Governo e Popolo, e più terra terra un risparmio per le casse pubbliche che è tutto da verificare. I sostenitori del NO hanno gridato che siamo già in Israele, ma niente funziona perché sono i farisei del sì che non vogliono che qualcosa funzioni, che la Costituzione, la nostra Bibbia, funziona perfettamente e non ha bisogno né di modifiche né di esegesi alcuna.
Entrambi gli schieramenti hanno promesso che, se vincono gli avversari, arriverà la fine del mondo, hanno solo diversificato le modalità di estinzione dell’italica razza. Se vince il NO, quelli del sì dichiarano che il governo illuminato cadrà e farà buio su tutta la Terra (e non si capisce perché anche austriaci e cileni debbano essere condannati al nostro stesso destino), la Borsa crollerà, le banche perderanno milioni di dollari/euro/yen (ma non lo fanno già oggi, tipo Monte dei Paschi?), l’equilibrio europeo si spezzerà , lo spread s’innalzerà (insieme al livello del mare, che salirà di botto di due metri ovunque), arriveranno terremoti che manco in Irpinia nel 1980 e via di seguito. Se vince il sì, i sostenitori del NO annunciano che saremo nelle mani dei potentati lobbistici stranieri, che aumenterà la povertà ovunque, che milioni di italiani lasceranno l’Italia per un destino ignoto (ma non succede già adesso?), che torneranno i Savoia (e questo sì che sarebbe apocalittico), che prevarranno le Porte dell’Inferno, vale a dire che con il giochino della nomina dei sindaci al Senato ci terremo per vent’anni personaggi politici sullo stomaco.
L’Apocalisse, dunque, al netto delle trombe degli angeli sterminatori per chi non ha fede religiosa. Forse solo nelle Politiche del 1948 si arrivò a un tale stato di ansia, di scontro frontale, di accuse di annientamento della specie umana se avesse vinto il fronte avversario.
Ora, al netto dell’ironia, bisogna guardare alla realtà: la Costituzione ha bisogno di modifiche perché sono 70 anni che ha solo limature e non cambiamenti organici, e il mondo va più veloce della luce. Ma essa non ha bisogno di QUESTE modifiche, che neppure stavolta ci faranno votare da soli e senza intermediari il Presidente della Repubblica, che in caso di approvazione sarà eletto da una Camera dominata da un solo partito e da un Senato che funzionerà meno senza per questo costare anche di meno.
I sostenitori del sì parlano del “treno che arriva una sola volta nella vita”, dimenticando che è già la seconda volta in 10 anni che votiamo sulle modifiche alla Costituzione; e non riuscendo a farci capire perché chi vota NO è un troglodita uscito dalla caverne mentre chi vota sì è un progressista che punta al futuro, quando il capo stesso della riforma appartiene al partito più antico presente oggi in Parlamento.

Le urne diranno chi ha convinto di più. Intanto, se pure non vi sarà nessuna Apocalisse (in Austria e in Cile ringraziano) pure mi rinchiuderò nel mio bunker da domenica sera, ché sentire i commenti post-voto dei politici è pur sempre una tortura da risparmiarsi.