venerdì 18 agosto 2017

Prospettive.

Ponte in pietra sul fiume Calore (in secca) e chiesa di S. Gerardo sul colle (appena visibile), a Montella (Av).

sabato 5 agosto 2017

Tutti al mare...ad Acerra?!

Una reclame, breve ed efficace, di 121 anni fa.

Il 15 luglio 1896 apriva ad Acerra lo stabilimento balneare "Spinelli", adiacente alla famosa tenuta terriera. Lo stabilimento era stato messo su da un appaltatore che offriva, alla cifra di 23 centesimi (abbastanza per l'epoca), la possibilità di immergersi nelle acque del fiume Riullo, in modo da rinfrescarsi dalla cura e riprendersi dalla malattie epidermiche grazie alle qualità curative dell'acqua. Non solo: cera un sito a parte per permettere anche ai cavalli di godere dei bagni purificatori, e una struttura ristorativa dove poter assaggiare vivande e liquori.
Doveva essere davvero una bella struttura, decaduta molto tempo prima del secondo conflitto mondiale, quando la Casina Spinelli divenne la sede delle truppe alleate dirette verso Maddaloni.
Stante il caldo africano assurdo e mai provato che stiamo vivendo, possiamo guardare solo con invidia alla possibilità che si offriva ai nostri avi di potersi fare un bagno in acque sulfuree, mentre oggi il Riullo, dopo la ripresa del 2013, è di nuovo a secco da due anni, e la siccità c'entra poco: gli emungimenti dell'acquedotto sono tornati, e il fiume non è più ricomparso.
Io fui il primo a scriverne dettagliatamente, con questi articoli a cui vi lascio, sperando che rinfreschino oltre alla memoria anche lo spirito (lasciamo perdere il corpo, siamo condananti a bruciare ancora per settimane):

Il Riullo, il fiume di Suessula: LINK.

Suessula e il Riullo: LINK.

martedì 1 agosto 2017

Liu Xiaobo e Afragola.

Liu Xiaobo e Liu Xia nel 2009.

Solo adesso che il carico di lavoro ingrato inizia a venire meno e a lasciare tempo libero, ho tempo per ricordare Liu Xiaobo (1955 – 2017), morto lo scorso 13 luglio per un cancro. Liu Xiaobo è stato un attivista per i diritti umani in quella Cina che rappresenta ancora oggi, nonostante facciamo finta di dimenticarcelo o di non sapere, un regime comunista in pieno sviluppo. Promotore della “Carta 08” sulle libertà negate dai comunisti cinesi, fu imprigionato nel 2009. Mi occupai di lui nel 2010, dopo che gli conferirono il Premio Nobel per la Pace, forse in un tentativo, da parte dell’Accademia scandinava, di far dimenticare la figuraccia del precedente Nobel pacifista assegnato a Obama, uno dei Presidenti USA più guerrafondai dai tempi di Truman. Con il gruppo politico “Giovane Italia Afragola”, di cui ero vicesegretario, svolgemmo una campagna di sensibilizzazione dell’ostica opinione pubblica afragolese sul destino di questo cinese dal viso tranquillo di cui più nulla si sapeva. 
Ricordo i gazebo, la mozione presentata al Consiglio comunale (la riporto sotto, con leggere modifiche), l’impegno per quello che era il primo grande evento del gruppo in città. La Giovane Italia Afragola si è sciolta nel 2013, ma io l’avevo lasciata molto prima, nel novembre 2011. Adesso ci ha lasciato anche Xiaobo, uomo che non ha avuto la soddisfazione di vedere la sua Cina evolversi nel rispetto dei diritti universali di uomini e animali (come gli orsi). L’attivista non conosceva Afragola, ma Afragola, almeno per un mesetto, seppe chi era e cosa faceva nel mondo. Erano tempi, quelli all’inizio di questo decennio, in cui questa città era ancora viva e vivibile, a differenza di oggi che si va sempre più napoletanizzando e incancrinendo.

Liu Xiaobo:una battaglia per la libertà

Da settimane ormai il Premio Nobel Liu Xiaobo è agli arresti domiciliari su disposizione diretta del regime di Pechino, che non approva le iniziative messe in atto dal prigioniero in favore della libertà di pensiero. Liu Xiaobo, professore universitario, fu tra i firmatari di Carta08,un documento che denunciava al mondo la censura che il regime comunista cinese attua costantemente nella vita del più numeroso popolo della Terra, in ogni campo: lavorativo, religioso, tecnologico e soprattutto informativo. Il testo chiedeva inoltre alla comunità internazionale di fare pressioni su Pechino affinchè la stretta fosse annullata ,e non ci fosse più un sistema di limitazioni che entrava direttamente nelle vite dei cinesi. Il governo non approvò tale documento e incarcerò nel 2009 Xiaobo, ritenendolo l’ispiratore dello stesso. La Reale Commissione del Premio Nobel laureò col prestigioso riconoscimento il professore nel 2010, ma nemmeno ciò servì a smuovere il presidente Hu Hintao dalla sua decisione. Così si mobilitò, nell’autunno dello scorso anno, una campagna di sensibilizzazione atta a far conoscere al mondo civile la storia di Xiaobo e della moglie Xia, anche lei di fatto agli arresti per aver voluto seguire il consorte. La Giovane Italia Afragola, insieme alla filiera pidiellina dei comuni limitrofi,ha raccolto più di 300 firme a favore del professore,e ora chiede una posizione del Consiglio comunale di Afragola sulla questione, con l’esposizione dei manifesti coi volti dei due prigionieri dal balcone del piano nobile del Palazzo municipale.

Ottobre 2010
Il vicesegretario

Domenico Corcione

lunedì 31 luglio 2017

31 ottobre 2019: Italia in default? Speriamo "ni"!

Io vi avevo avvisati...

Concludiamo questo caldissimo e difficilissimo mese così, parlando di default. Nel giorno in cui l’Istat estrae dal cilindro i dati sull’occupazione in aumento, con conseguente diminuzione del tasso di disoccupazione, mi sembra giusto ricordare ai miei 4 lettori che la fine è ormai vicina: 31 ottobre 2019, inizia da domani il conto alla rovescia. “Penitenziagite! Penitanziagite!”.
Escono gli ultimi dati sull’occupazione, quindi. Tutte statistiche che altro non sono che specchietti per le allodole e per gli allocchi. Prendi un campione che credi sia rappresentativo della realtà ed espandi ai limiti del possibile i dati che hai, uscendotene con teorie e ipotesi sull’evoluzione della società e dell’economia. Già questo dovrebbe far parlare quanto meno al condizionale politici e analisti; se poi aggiungi che la ricerca sul campo viene fatta alla meno peggio, con interviste pressapochiste o rilevamento dati raffazzonato, capirete che le famose statistiche sulla ripresa vanno proprio riferite in terza o quarta notizia, con tutti i “potrebbe” del caso. E invece esse vengono sparate in prima pagina o come apertura dei media mainstream, vengono commentate positivamente da uno dei più ridicoli Presidenti del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto, provocano un orgasmo ai renziani e un innalzamento della bile alle destre, ormai ridotte a circo di nani (leggasi: Brunetta) e ballerine (leggasi: componenti alfaniani, uomini o donne poco importa, non sono sessista).
Non denigro l’Istat, semplicemente dico come vengono condotte le ricerche, poiché ci ho lavorato, e in tempi, a inizio decennio, quando c’era ancora la serietà nel fare un buon lavoro, non fosse altro perché c’erano metodi e controllori. Non denigro nessuno, ma rido amaramente per i politichetti e gli idioti social che commentano questi dati, parlando di “crisi finita”, “luce in fondo al tunnel” e altre storie fantastiche. Capisco i primi, lo fanno per esigenze elettorali, a 8 mesi dalle elezioni; compiango i secondi, gente con tre lauree e che non sa “leggere” i dati analitici come si deve.
Aumentano gli occupati, sì: ma aumenta anche la ricchezza? Quanto vengono pagati i nuovi occupati, tutti a tempo determinato secondo la stessa analisi? E il rapporto guadagno/ore di lavoro è congruo o siamo alle solite di questo Paese, guadagni per 100 ore e ne lavori 250, giusto per “fare esperienza”, “tanto a casa che hai da fare?”, “se fai così ti metti in vista e ti riprendono appena rifanno i contratti”?
Commentare positivamente l’aumento dell’occupazione senza domandarsi se ci sia anche un aumento del benessere economico degli occupati significa essere fuori dalla realtà. Già, la realtà: questa odiosa dimensione che i nostri amici europeisti odiano tanto, come tutti gli ideologizzati e gli schizzinosi del mondo che sta fuori da quelle accademie che, da Templi del Sapere, si sono trasformati in “esamifici” come diceva a inizio secolo il mio maestro, il gesuita Pietro Michele Garofalo. La realtà dei negozi che chiudono o sono costretti a licenziare dipendenti per andare avanti; la realtà dei turni da 8 ore pagati come se fossero per 3 nelle nuove realtà lavorative; la realtà della povertà sempre più diffusa, non solo nelle aree degradate delle grandi città ma anche in quei centri così lindi e tenuti a lucido, perché la borghesia che fu è piena anch’essa di debiti, come dimostra il fallimento, purtroppo non ancora dichiarato ufficialmente, del Monte dei Paschi di Siena.
Chi vuol esser lieto sia, dal 2020 non c'è più allegria!
Provate a parlare di tutto ciò all’italiano medio: vi darà statistiche su statistiche, che valgono quanto quelle di oggi, per convincervi di essere un eretico pessimista sulle “magnifiche sorti e progressive” del Paese, o al contrario vi darà ragione, rassegnandosi al tempo stesso all’inevitabile, secondo quella filosofia di vita che gli iperitaliani descrivono come “saggezza millenaria” ma che si potrebbe efficacemente tradurre col motto “Franza o Spagna purché se magna”. E ciò perché gli italiani medi (sottolineo medi, anche se ormai sono la maggioranza schiacciante dell’italico popolo) sono un popolo di irresponsabili, abituati a mazzette elettorali da 80 euro, che va a sentire il concerto di Vasco Rossi (pagando) ma poi protesta dalle tastiere se aumenta il costo dei viveri di prima necessità in seguito alla siccità che ci attanaglia da mesi. “Siccità?” direbbe l’italiota - “Ma la siccità non stava nel deserto del Sahara?”. Dai tempo al tempo, amico. Quest’anno abbiamo già mezzo milione di africani e l’anticiclone sahariano, per l’anno prossimo ci attrezziamo anche per il deserto.

Nei mercati finanziari, nelle cancellerie europee, nelle sale più recondite del Ministero dell’Economia la parolina fatidica risuona ormai da due anni, da quell’infausto referendum greco del giugno 2015: default. Ma non per la Grecia: per noi, per il popolo più intelligente e simpatico del mondo. Un default di Roma, o fallimento finanziario se preferite la lingua madre, non è più da anni un’ipotesi remota, e se non è stata ancora apertamente proposta in tv o in Parlamento non è perché ci sono pashdaran del patriottismo italico che si ostinano a voler migliorare le cose – sono tutti, politici, analisti e burocrati, un branco di egoisti che hanno già messo al sicuro fuori i confini della Patria le loro risorse – ma per convenienze straniere, tedesche soprattutto (essendo la Germania esposta considerevolmente verso le banche italiane). Se siamo rimasti a galla, come stronzi (mi perdonino i miei 4 lettori, forse adesso ridotti a tre, ma caldo e arrabbiatura stanno aumentando man mano che scrivo) lo dobbiamo all’italiano Mario Draghi, presidente della BCE, che danni ci “droga” stampando cartamoneta con il QE per permetterci di riprendere la strada maestra. Questa droga altro non ha fatto che convincere i politici italiani che altri debiti erano possibili, l’Europa matrigna aveva chiuso ancora una volta entrambi gli occhi, potevamo sperperare altri soldi invece di tirare la cinghia. Da qui gli 80 euro, i 500 euro ai diciottenni, le regalie alle banche mentre ai terremotati facevamo il sorteggio, dopo un anno, per assegnare la bellezza di 35 casette dei Puffi. Tutto sotto il governo di quell’emerito stronzo, questo non galleggiante, venuto da Firenze a comandare l’Italia con una manovra di palazzo.
Ma tutto ciò sta per finire, scrivevo all’inizio, amici cari. La data dell’inizio dell’ecatombe, che si spera sia tale, ce l’abbiamo. Incredibile ma vero, sappiamo pure quando inizieranno a toglierci l’aria nel respiratore, eppure continuiamo a non muoverci.
31 ottobre 2019: Draghi lascia finalmente la BCE, prevedibilmente lasciando il posto proprio a un tedesco. Addio QE, addio droghe, inizia l’astinenza, unita a una bella dose di dissanguamento. Non avremo più amici – non che l’ex allievo di Federico Caffè lo fosse, ma la nazionalità o qualche interesse di bottega nazionale credo si sia fatto sentire alla fine – e senza aver approfittato neppure per poco sia del QE sia della congiuntura economica favorevole.
Un capolavoro, come potevamo farlo solo noi, italici artisti, stronzi che galleggiano nel mare europeo, che ci facciamo invadere dagli africani benestanti dando loro il nostro denaro e aumentando ancora il debito pubblico: aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più.
Cosa accadrà, e in che modo?
Per questa domanda, vi lascio questi due link, di esperti del settore: come sapete, io mi intendo di archivi e Medioevo, non di economia e finanza, anche se in questi ultimi due anni ho cercato di recuperare questo mio gap culturale.

Default matematico o quasi: LINK

Verità scomoda, l'Italia non riparte: LINK

Letti gli articoli, vi direte: e io che devo farci? A che pro scrivere questo articolo? Tifi anche tu per il default della tua patria?
Sì. Tifo per il default, cari lettori (ora forse vi sarete ridotti a due).
Tifo il default perché sono stanco di vivere in un Paese bloccato da talebani assistenzialisti, stratificato a caste come l’India, abitato da gente con la laurea ma che ragiona con la pancia e relative flatulenze quando si cerca di ragionare, in piccolo come in grande. Un Paese dove i mediocri, per non dire gli idioti, hanno raggiunto la maggioranza: essi sono tra noi, e non si nascondono neppure più. Un Paese che è mio, ma che al tempo stesso non mi appartiene, e dal quale cercherò di andar via, stavolta definitivamente, o almeno fino a dopo il default, che speriamo spazzi via le caste, la borghesia drogata di presti bancari a fondo perduto, la mollezza e la rilassatezza di magistrati e forze dell’ordine, le dinastie politiche da decenni annidate in Parlamento. Dopo il lavacro del fallimento, sperando che sia davvero tale e non solo un’altra assurda metamorfosi di un serpente che deve morire per rinascere, le forze migliori potranno tornare e ricostruire le rovine lasciate, con un lavoro duro, di mente e di muscoli, ma per far riprendere il suo posto nel mondo a questo Paese diventato una pattumiera umana.

martedì 25 luglio 2017

Afragola fascista - II parte.

Confederazione. Uhm...ricorda qualcosa. Conf, Conf...

Link alla prima parte: QUI.



Nel precedente articolo tratteggiamo un elenco delle diverse professioni presenti in Afragola a 10 anni dalla presa di potere del fascismo, consultando la “Guida Stellacci di Napoli e Provincia”, nella terza edizione del 1932/X. Tale fonte è utile anche per delineare l’insieme delle attività commerciali e industriali presenti nell’allora casale. Al 1932, sono segnalate in Afragola le seguenti attività:


  • Acque gassate: 1
  • Agenzie assicurative: 1
  • Agenzie di pegni: 1
  • Aglio e cipolle (aziende trattanti): 7
  • Appalti di opere pubbliche (aziende di): 23
  • Automobili e carrozze (noleggio di): 2
  • Baccalari: 1
  • Banchi di cambio: 2
  • Beccherie: 17
  • Bestiame (incettatori di): 2
  • Bettole: 19
  • Botti (fabbrica): 1
  • Caffè: 10
  • Calce (Aziende produttrici): 3
  • Calzaturifici: 2
  • Canapa (macerazione): 5
  • Canapa (produzione): 2
  • Canapa (vendita): 1
  • Cappelli: 2
  • Carboni: 2
  • Carpentiere: 9
  • Carrube cereali crusche: 3
  • Coloniali: 7
  • Commestibili: 53
  • Conceria: 1
  • Costruzioni edilizie: 2 “società anonima cooperativa” per artieri e bonifiche, 1 per
    braccianti e affini, 3 singoli.
  • Cuoi: 1
  • Distilleria: 1
  • Drogheria: 1
  • Falegnamerie: 3
  • Farina: 2
  • Farmacie: 8
  • Ferramenta: 2
  • Ferro (Lavorazione del): 3
  • Filati: 2
  • Fusari: 4
  • Frutta: 4
  • Ghiaccio: 4
  • Latteria: 1
  • Latticini: 2
  • Legnami: 3
  • Materiali di costruzioni: 1
  • Mediatori e sensali: 9
  • Mercerie: 9
  • Molini: 2
  • Officina meccanica: 1
  • Oreficerie: 4
  • Orologeria: 1
  • Panetterie: 7
  • Pastificio: 1
  • Pesa pubblica: 1
  • Pescherie: 1
  • Pompe Funebri: 1
  • Rappresentanze: 1
  • Sacerdoti: 24
  • Solfato di rame (aziende trattanti): 1
  • Tessuti: 14
  • Trasporti: 1
  • Uova e pellami: 17
  • Velocipedi e accessori: 1
  • Vini: 151

Un paese agricolo ma ricco.

Lo schema riportato delinea un casale in cui la maggior parte della popolazione è legata alla terra e alle produzioni ad essa legate: l’agricoltura, l’allevamento dei capi bestiame, la produzione di canapa. Il nostro territorio, posto in posizione baricentrica tra l’area vesuviana e la bassa Terra di Lavoro, ha sempre goduto di un suolo fertile e produttivo. Già nei secoli passati possedere o coltivare un terreno in Afragola era considerato un buon investimento: Giuseppe Castaldi, che scrive nel 1830, ricorda che il territorio afragolese “è generalmente arbustato, ed è atto a tutte le produzioni necessarie a sostenere la vita. I canapi e i lini vi riescono di buona qualità (…), il frumento, il granone, i legumi e le frutta di ogni specie vi allignano anche assai bene”1. La vite, il tabacco, il frumento, gli asparagi, le fragole, i melloni erano pure prodotti afragolesi molto richiesti sia nel circondario sia nella stessa capitale del Regno. La coltivazione e la raccolta erano a cura dei massari, contadini che amministravano i poderi o un latifondo per conto di un proprietario terriero residente nel centro urbano. Ancora oggi i campi orientali della città sono costellati da masserie, residui di quell’epoca lontana (per info, leggi qui: LINK). L’industria delle Amarillidacee (aglio e cipolla), ancora oggi fiorente tale da permettere la vendita oltre che il consumo interno, dava lavoro nel 1932 a 7 aziende, non è specificato se a conduzione famigliare o imprenditoriale. Oggi esiste una sola industria che tratta le Amarillidacee in città, e la lavorazione avviene nei cortili dei palazzi del centro storico, in particolare nel quartiere Santa Maria, i cui vicoli nei mesi primaverili ed estivi si riempiono della fragranza odorosa di queste bulbose. Altro discorso la canapa. Osserviamo una differenziazione in tre momenti dell’attività legata a questa pianta: la produzione riguardava 2 unità lavorative, la macerazione ne richiedeva 5, la vendita una sola (parliamo di aziende, ovviamente). La canapa era coltivata su tutto il territorio agricolo ed era di prima qualità, tanto da essere richiesta anche fuori la Campania e fuori Italia, in competizione con quella frattese. La macerazione avveniva in grandi vasche riempite d’acqua, nel mese di luglio, e richiedeva, per la gran fatica, una notevole forza fisica: i canapai maceratori si immergevano nell’acqua coi fusti ammolliti e tiravano via col coltello la corteccia, masticando una foglia di tabacco per “stordirsi”: il caldo, l’umidità fortissima, la fatica muscolare erano insostenibili, e il tabacco assunto via orale serviva come eccitante. Macerato il fusto, si portava la fibra in città, per farla lavorare negli androni dei palazzi. La vendita era un monopolio dello Stato, il che spiega l’affidamento a una sola azienda di tale incarico: la pignoleria per il trasporto era tale che nelle carte di ricevimento bisognava indicare sia l’orario di partenza dal palazzo sia quello d’arrivo al deposito.
L’allevamento comprendeva capre, pecore, bovini, pollame, cavalli e asini, perfino il baco da seta. Collegato ad esso c’erano le industrie casearie, del pellame e della carne: nel 1932 notiamo la presenza di 17 beccherie nel casale, da intendersi sia come centri di macellazione sia di vendita della carne, e a un secolo di distanza la situazione sembra invariata, non fosse che ormai l’allevamento, come l’agricoltura, ha ristretto molto i suoi bacini di occupazione. Resiste ancora oggi l’allevamento del pollame, per carne e uova, che 85 anni fa dava lavoro a ben 17 piccoli centri di produzione.
La tradizione legata all’edilizia ha radici ben più antiche dell’arrivo del fascismo in città: le numerose aziende edilizie e legate alla lavorazione del ferro presenti ancora oggi denunciano sia una continuità produttiva tra passato e presente che ha pochi altri riscontri in altri settori sia l’invariata mentalità afragolese di ottenimento di un “quartino” o di un palazzo di famiglia, visto ancora oggi, nel 2017, come simbolo del successo e dell’avvenuta ascesa sociale.
(Continua con la 3a e ultima parte fra due settimane).

Nota: 

1 Giuseppe Castaldi, Memorie storiche del Comune di Afragola, 1830, p. 54-55.

giovedì 20 luglio 2017

Alles Gute zum Geburtstag, Pfarrer Hassemer!

Padre Franz Josef Hassemer di Reinheim (Hessen) nel giorno del suo 75esimo compleanno, 17 luglio 2016.


In memoriam: LINK

Padre Hassemer, scusa il ritardo. So che hai – avresti - compiuto 76 anni lunedì, ma il caldo e il lavoro estivo mi hanno tenuto lontano dalla ricorrenza e da Reinheim. Un anno fa ci conoscemmo, curiosamente nel giorno del tuo compleanno. Non potevamo sapere che dopo due mesi avresti celebrato un’altra nascita, quella al cielo, il tuo dies natalis. Ti ricordo con questa foto, scattata il 17 luglio 2016, alla festa per il tuo 75esimo compleanno. 
Stammi sempre bene, padre Hassemer, con mio padre e tutti coloro che mi hanno preceduto nel viaggio finale. E cantiamo insieme, vivi e morti, il tuo canto preferito: “Lobe den Herr, meine Seele!”.

lunedì 17 luglio 2017

Studio di un documento. Il testamento Fatigati del 1882.

Prima pagina del testamento Fatigati.

I miei 4 lettori che mi leggono da tempo sanno già dai precedenti articoli a quale fonte storica do la mia preferenza. Gli archivi parrocchiali sono una miniera di informazioni storiche, economiche, sociali, culturali, perfino topografiche che difficilmente si può sottovalutarle nel trattare di Storia. Ma essi non sono una fonte unica. Altra fonte primaria per la ricerca storica e storiografica sono gli archivi notarili, che sono altrettanto ricchi di informazioni per lo storico o il divulgatore storico che sa interpretarle, come anche del semplice lettore che con curiosità si accosta alla lettura di documenti del passato.
Un esempio è il documento testamentario – in copia conforme- che ho davanti alla scrivania, stipulato dal notaio Giuseppe Castaldo Tuccillo nel 1882 per conto della signora Vincenza Fatigati. Tratto di questo testamento con il consenso di uno dei discendenti, Domenico Fatigati. Visto che a noi interessano solo le notizie storiche e sociali che il testo offre, tralascerò volutamente gli accenni a dinamiche interne della famiglia Fatigati e farò un sunto delle ben 6 pagine uscite fuori dall'analisi dello stesso.

I Fatigati di Afragola: breve accenno storico.

I Fatigati costituiscono una famiglia storica di Afragola, essendo testimoniati nelle fonti finora spogliate sin dalla seconda metà del XVI secolo. Essi si insediarono nell’area adiacente il castello trecentesco, probabilmente nel sito dell’attuale palazzo di famiglia in via Manzoni e dunque tra i nuclei di San Giorgio e San Marco. Non sono infatti citati a Santa Maria d’Ajello, il polo demico più numeroso del casale di Afragola alla fine del Cinquecento1.
Sabatino Fatigato (“Fatigato” è forse la variante originaria del nome, con la o finale trasmutata in i per errori di copia) fu parroco di San Marco fra il 1604 e il 1625, quando la sede parrocchiale era ancora nella vetusta chiesa angioina delle periferie orientali, comunemente chiamata “San Marco vecchio” o “in Sylvis”2. I 20 anni di parroccato di don Fatigato (nato nel 1555 e morto il 7 luglio 1625, a 70 anni) 3corrisposero a una grande mobilità al vertice della Chiesa napoletana, retta in successione dai cardinali Ottavio Acquaviva e Decio Carafa, mentre sul piano locale il casale delle fragole manteneva la sua dimensione di ente demico indipendente dal potere baronale, in seguito alla compravendita del feudo dei Bozzuto avvenuta nel 1576 da parte dell’università.
Una Geronima Fatigato è citata come madre di un altro parroco di San Marco, don Francesco Antonio Castaldo (1674 – 1749, parroco dal 1740) nel registro dei battezzati della parrocchia di Santa Maria d’Ajello. I genitori (il padre era Giovanni Lorenzo Castaldo) si erano però uniti in matrimonio nella chiesa di san Giorgio nel settembre del 16734, e quindi nell’area “ancestrale” dei Fatigati, che nel Settecento appaiono già come notevoli proprietari terrieri.
Un Alessandro Fatigato è citato in un sacro patrimonio per titolo ecclesiastico nel 17615.
Un Fabio Fatigati è citato da Giuseppe Castaldi nella sua opera su Afragola riferendosi a un testo di Chiocchiarelli, ma ne scrive solo per affermare di non aver trovato nulla su questo “Fabius Fatigati Fragolensis” che “philosophus fuit6.
Ma l’avo più noto dei Fatigati attuali è senza dubbio Gennaro Fatigati, nato in Afragola il 2 maggio 1711 da Agnello e Santa Zanfardino. Confessore e amico di Sant’Alfonso Maria dei Liguori, cofondò con Mattia Ripa, nel 1732, il “Collegio de’ Cinesi”, antesignano dell’attuale Università “L’Orientale” di Napoli, divenendone Rettore nel 1746. Il 21 settembre 1763 fu nominato vescovo di Cassano allo Ionio, ma rifiutò l’elevazione, volendo restare ad occuparsi del Collegio. Morì il 19 maggio 1785.

Un testamento senza scontenti.

Il documento che analizziamo è un testamento, cioè una libera volontà di un privato cittadino, trascritta davanti a un pubblico ufficiale, in questo caso il notaio Giuseppe Castaldo Tuccillo, fu Gaetano, erede di un’altra famiglia storica di Afragola, i Castaldo- Tuccillo, di cui parleremo ancora tra qualche settimana. Il documento è una copia conforme di testamento pubblico: l’originale è da ricercarsi evidentemente nell’archivio notarile dei Castaldo- Tuccillo, se ancora esiste.
Il notaio annota con scrupolosità il tempo e il luogo dell’incontro con la testatrice e i testimoni: siamo al 4 luglio 1882, “regnando Umberto I, nello studio notarile posto in casa mia in via Maiello ora San Giorgio n. 8, e propriamente nella stanza a mezzogiorno, dalle ore sei alle ore nove pomeridiane di Francia”.
Iniziamo con le inferenze, che sono di carattere generale e localistico al tempo stesso. Umberto I di Savoia regnava da 4 anni e mezzo, succeduto a Vittorio Emanuele II, e ne regnerà altri 18, fino alla sua uccisione a Monza nel 1900. Lo studio è posto nella casa privata del notaio, ed è esposto verso sud, quindi verso Napoli. Credo di aver individuato l’edificio, ma sarà oggetto di un altro articolo. Il riferimento alle “ore pomeridiane di Francia” è mutuato dagli usi piemontesi. Casa Savoia regnava sia sul Piemonte e sulla Sardegna sia sulla Savoia, regione francofona posta aldilà delle Alpi: in Piemonte si usava contare le ore sul meridiano francese, più attardato di quello inglese, e con la piemontizzazione del Sud Italia tale uso fu introdotto anche da noi.
La testatrice è Vincenza Fatigati, nubile, analfabeta “nata e domiciliata in Afragola in via Manzoni, già Fatigati”, e ciò è un indizio ulteriore per la localizzazione del sito di attecchimento ancestrale dei Fatigati in Afragola, il quartiere San Giorgio.
Vincenza Fatigati è accompagnata da 4 testimoni, e rilascia le sue proprietà in maniera certosina:
  • A Carmine Fatigati, fu Domenico, lascia una porzione di territorio e “un basso” in Afragola, con obbligo di far celebrare per 6 anni nel giorno del di lei decesso messe piane da un sacerdote scelto da lui7. Per “messe piane” si intendevano messe celebrate da un solo sacerdote con a fianco un chierichetto, definizione che per noi, vissuti dopo quella catastrofe nota come Concilio vaticano II, non ha più valore.
  • A Luigi Fatigati, di Carmine, lascia la nuda proprietà di metà del basso donato al padre carmine, con l’obbligo di dare alla propria sorella Emilia Fatigati “lire 425 pari a ducati 1008 alla maggiore età.
  • A Domenico Fatigati, di Carmine, lascia la nuda proprietà dell’altra metà del basso donato al padre Carmine.
  • A Michele Fatigati, fu Domenico, lascia l’usufrutto della stanza che possiede in via Manzoni, già Fatigati.
  • A Raffaele Fatigati, fu Domenico, lascia 340 lire.
Ho volutamente tralasciato, come annunciato all’inizio, particolari intimi della famiglia dell’epoca (il testamento è di 7 pagine fitte) che interessano i discendenti ma non lo scienziato storico.
Nessuno fu lasciato escluso, quindi, dalle ultime volontà della Fatigati, tra fratelli e nipoti, onde evitare dissidi famigliari facili a nascere quando si trattava di frazionamenti di proprietà.
Vincenza Fatigati era accompagnata da 4 testimoni:
  • Giovanni Calvanese, fu Raffaele, proprietario, nato e domiciliato in Afragola, in piazza Castello n. 10.
  • Andrea Firelli, fu Giovanni, canapaio, nato e domiciliato in Afragola, in piazza Castello n. 10.
  • Aniello Rocco, fu Giuseppe, venditore di generi di privativa, nato e domiciliato in Afragola, in piazza Castello n. 10.
  • Angelo Cuomo, fu Nicola, proprietario, nato e domiciliato in Afragola, in via Rosario n. 9.
Possiamo notare una certa omogeneità fra i testimoni scelti dalla Fatigati per presenziare all’incontro con il notaio: due proprietari, un canapaio e un venditore di “generi di privativa”9, vale a dire generi di monopolio (tabacchi, sali, valori bollati)10. I cognomi sono tutti di famiglie bene in vista nell’Afragola di fine Ottocento, che stanno cominciando ad abbandonare la terra per dedicarsi alle arti liberali o quantomeno favorire i propri figli nella scalata sociale nel secolo del positivismo e della borghesia. La testatrice, i testimoni, lo stesso notaio sono esponenti di un’Afragola che tende ad aprirsi, almeno ai livelli medio- alti della società, alla libera professione, avendo però sempre una solida base terriera.
Anche i domicili dei quattro ospiti mostrano una omogeneità quasi assoluta – e tradiscono il “piccolo mondo” nel quale si era probabilmente svolta la vita della signora Fatigati: tre su 4 vivono in piazza Castello, addirittura nello stesso stabile, e forse hanno legami di consanguineità fra essi. Fa eccezione Cuomo, residente più distante da tutti gli altri, in via Rosario.
Angelo Cuomo. Un nome che richiama alla mente un altro episodio storico di Afragola, più antico del testamento firmato da quelle 6 persone in quell’assolato pomeriggio di luglio di 135 anni fa.
Un episodio ancora poco analizzato. Ma di cui parleremo un’altra volta.

Note:


1 Santa Visita Apostolica dell’Em.o Arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo, 1598.

2 Lo spostamento della sede parrocchiale nell’attuale tempio, fatto costruire dai Gesuiti proprio ai tempi di Fatigato, avverrà solo nel 1668.

3 Giuseppe Esposito, I parroci di Afragola ieri e oggi, 2008, p. 53.

4 Ibidem, p. 66.

5 Ibidem, p. 69.

6 Giuseppe Castaldi, Memorie storiche del Comune di Afragola, 1830, p. 86.

7 Testamento Vincenza Fatigati, pagina 3.

8 Ibidem, foglio 4.

9 Testamento Vincenza Fatigati, pag. 6.

10 “Privativa, e”, voce Enciclopedia Treccani.